di Sandro Sproccati
1.
Qualunque cosa sia
all’inizio esplosa, sfera preziosa o ignobile informe garbuglio, occorre
comprendere che non è “esplosa nello spazio” ‒
dice la scienza ‒ poiché al di
fuori di essa non c’era (non c’è) nulla. Non c’era (non c’è) che il Nulla. Scienza positiva o
metafisica? Come poter pensare a qualcosa di limitato che si dia, e poi si
espanda, senza che al di là del suo limite ci sia (lo) spazio? L’universo è
tutto, e tuttavia è limitato: si espande, si contrae... Allora non c’è
soluzione. Bisogna pensare l’origine come la parola “origine”, come parola dell’origine e come origine della parola (ossia del pensiero
che la pensa). Questo occorre fare, null’altro!
L’origine
della parola origine, ecco il punto.
Il punto iniziale, che all’inizio (per principio) non si dovrebbe nemmeno mai
cercare di sondare. Giacché l’inizio ‒ per principio ‒ è
sempre ininiziabile e indescrivibile (a posteriori). E la sonda è comunque
troppo breve. Ma anche: l’origine della parola (e basta), poiché l’origine e la
parola hanno la medesima origine... sono (forse) la stessa cosa. Origo, da orior, sorgere, e ‒ sia pure per
un etimo subdolo, clandestino ‒ da [os] oris, la bocca iniziale che produce
l’essere, l’utero primigenio, il mare da cui la vita si genera, la vulva che
(part)orisce la parola in quanto inizio e in quanto vita. Parola (par[ab]ola), origo,
maris, eros... Se l’origine è all’inizio della parola (in principio erat verbum), allora essa è
indicibile proprio perché la parola che l’origine origina non la può precedere
o accompagnare, ma solo seguire. Il “discorso dell’origine” si fa mera utopia.
Un solo dato
può essere accolto come indiziariamente notevole: l’origine è sita in oriente. Oriens, la bocca della nascita, il femminile coartato a luogo
geografico. La voce latina è propriamente il participio di orior: sorgere, alzarsi, levarsi, ma anche spuntare, mostrarsi e ‒ per estensione ‒ nascere, crescere, scaturire. Infine, cominciare,
iniziare. Oriens è per metonimia il
luogo da cui nasce il sole, la terra del sol levante. Ma è anche (in Virgilio, Eneide, V) personificazione del sole
medesimo, ipostasi del dio ‒ Fœbus ‒ in una delle sue funzioni: colui che reca la luce, che dissolve o dissipa le tenebre: nella
tradizione biblica Lucifero. Ora, secondo la formidabile ipotesi di Isaac
Luria (XVI secolo), la realtà non è che lo
spazio vuoto lasciato dietro di sé da un dio che si ritira: spazio orfano e
cieco, dunque, privato della presenza luminosa del significato. In un
impressionante rovesciamento delle abituali categorie del giudizio, esso è
notte, spazio privo di luce, tenebra profonda che attende da sempre la venuta
del proprio Oriente.
Cosí ‒ in tale prospettiva dal profumo palingenetico ‒ l’origine è al tempo stesso ciò che deve essere stato e ciò che deve
ancóra essere. E infatti: sarebbe piú lecito dire che l’origine ci attende, come un compimento dell’essere. Cioè che
essa si colloca al termine della storia (dell’umanità, del mondo) come una
promessa da sempre formulata, e che all’inizio, all’origine, c’è solo quella
sua già completa prefigurazione.
Parola (par[ab]ola), origo, maris, eros... Oro [orare] e orior: la parola e la nascita si legano
(se si legano) attraverso il luogo sovrano della bocca, recesso dalle mille
accezioni e implicazioni, scaturigine di ogni possibile realtà. È la primitiva
voce indoeuropea or [che in tedesco
dà ur] ad agire qui, nel cuore [cor] della parola, per il tramite delle sue derivazioni, in sanscrito e piú
ancóra in greco: όρος = il limite, il confine; ma ὀρός = il liquido seminale. Ed è appunto il limite [in
latino: ôra] ‒ cioè la barriera oltre la quale non si può procedere, ma
anche il varco di trapasso, il diaframma della nascita [ὅρος ‒ > ὀρός ‒ > ἕρως] o della morte, la soglia che separa l’essere dal non-essere
‒ ciò che l’origine addita!
Stare
nell’origine significa, in tal caso, avere la chance dell’esistenza: come nascita, come morte, come flusso dello
sperma, come orgasmo, ossia come
presenza alla vita [ὀργή = agitazione, passione, ὄργιον = mistero orgiastico]. La bocca della Pizia [oraculum] si apre e parla solo dopo che
il dio orientale Fœbus (Apollon) l’ha posseduta nell’ὄργιον e trascinata nello stato dell’ὀργή. E la sua parola, in quanto parola-mistero
(dell’origine), non dice e non tace. Come accenna Eraclito,
ὁ ἄναξ, οὗ τὸ μαντεῖόν ἐστι τὸ ἐν Δελφοῖς, οὔτε λέγει
οὔτε κρύπτει, ἀλλὰ σημαίνει.
«Il dio il cui
oracolo è in Delfi non parla e non nasconde, accenna». «Medita su queste belle
parole, e aggiungi che il dio di questo luogo si serve della Pizia per farsi
ascoltare come il sole si serve della luna per farsi vedere. Egli manifesta e
svela i suoi pensieri: ma li manifesta per tramite di un corpo mortale e di
un’anima [umana], che è incapace di rimanere in quiete e di offrirsi immobile e
salda al dio che la agita, anzi si muove essa stessa e si avvolge nelle
sensazioni e nei moti che la sconvolgono come entro un mare in burrasca»
(Plutarco, De Pythiae Oraculis). Quel
cenno non è gesto, tuttavia; quel cenno, per bocca della Pizia, è
ora(co)l(ar)e.
La bocca,
allora: «Ma giacché sei tiepido, e non sei né freddo né ardente, io comincerò
a vomitarti dalla mia bocca» (Apocalisse,
III). E’ la punizione assegnata al piú intollerabile dei peccati: l’ignavia,
che è ritenzione del flusso, il contrario dell’ὀργή, e perciò drastica negazione della vita: a conferma
ulteriore che la bocca è il luogo (simbolico) dell’origine... Vi è la grande
bocca orientale del creato, la patria originaria di tutti i misticismi, il
luogo magico che il Sole sceglie per rinascere; poi vi è la bocca da cui nasce
la parola, l’origine della condizione umana in quanto tale (l’essere che è
dotato di linguaggio, il linguaggio come dimora dell’essere); e vi è la
bocca-vulva di cui ogni femmina è provvista per la genesi dell’individuo. Essa
è quell’origine del mondo di cui
parla il celebre dipinto di Courbet, credo l’opera piú veritiera che
l’Occidente abbia prodotto.
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Gustave Courbet, L'origine du monde, 1866
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Se per Ficino
«Amor nodus perpetuus et copula mundi» (Am-or,
ancóra!), per Baudelaire le manifestazioni perdute dell’amore devono rinascere
«d’un gouffre interdit à nos sondes» (l’abisso dell’origine, è ovvio) «comme
montent au ciel les soleils rajeunis / après s’être lavés au fond des mers
profondes». Tutta la scrittura di Baudelaire dice di una congiunzione intuita
tra lo slancio vitale (il flusso) che è spirito desiderante (affettivo,
erotico) e l’origine come luogo al cui ritorno il desiderio per sua condizione
si vota. Infatti, «natura di cose è lor nascimento» (G.B.Vico) e il desiderio
(sessuale, ma non solo) è memoria impossibile di un luogo da sempre perduto e
sempre promesso, è lacerante malinconia generata dal mito del “ritorno alle
origini” il quale sempre indica, in ultima istanza, un impossibile regresso
verso il corpo della madre, un incesto (umanamente) improponibile.
Vorrei
inserire qui un piccolo contributo personale:
Oriente scevra
perla d’abbandono
sciorinata alle
valve del tuo verbo
e vulva
primigenia, sí, ove palpita
allignando tra
le schiume un germoglio
di suadente
vita, idolo di pene
ed eco d’aboliti
suoni, voglio
sia la
scintilla che tu ancóra covi
illusa e desta
in questo piego inane
e mai
reietta per incuria o tempo,
poi che vale
nell’or cosí caotico
brusio e sempre
eguale sprazzo di tua
suprema
incontinenza non estingua
in lingua dell’oblio
a noi fatale
e sigli un luogo d’eterna
rinascenza.
2.
«In ogni mito delle
origini, là dove si apre il mondo, la prima parola che risuona è che l’uomo è
mortale. Anche Omero distingue tra gli zoa:
i viventi, e i brotoi: i mortali. L’uomo
non è incluso nel gruppo dei viventi che comprende tutti gli animali, non
perché pensa, ma perché muore. Anche gli animali muoiono, ma
solo l’uomo sa di morire. In questo sapere sta la differenza che risuona dal
primo giorno» (U.Galimberti). Cosí la consapevolezza della morte segna il luogo
dell’origine, se è vero che tra flagranza della vita e incombenza della morte
non c’è differenza alcuna. «Io fu’ già quel che voi sete, e quel ch’i son voi
anco’ sarete», sta scritto sotto la figura della morte nella Trinità di Masaccio.
Che la morte
abbia a che fare con l’origine non lo dicono solo ‒ nell’iperbole di una letteralizzazione ingenua ‒ le infinite escatologie che il pensiero umano ha
elaborato (nel disegno piú raffinato del ritorno circolare o in quello
elementare in quanto lineare, ma biunivoco, della ricongiunzione). Lo dice,
con tutta l’evidenza del suo sovrano clamore, la natura stessa dell’erotismo:
che è senza dubbio «conferma della vita fin dentro la morte», come vuole
G.Bataille, ma forse (e ancor piú) conferma
della morte fin dentro la vita. L’erotismo ‒
negazione dell’atto sessuale riproduttivo ‒ ribadisce la
continuità là dove essa, se si presta fede alle apparenze, sembrerebbe abolita.
Cosí è la morte, in quanto implicita trasgressione del vivente e del perpetuo
tramando, in quanto pura utopia nel seno di una natura in incessante
rigenerazione, è la morte come atto simbolico e assoluto, che la pulsione
erotica cerca di raggiungere, attraendo chi ne è posseduto nel suo luogo
misterioso, in un luogo prossimo a quello che la morte, come verità ultima ma
inesperibile, presidia: luogo della perdita dei sensi e della caduta del senso,
del cedimento e della vertigine, dell’esperienza panica (dionisiaca) come
fuoriuscita dall’io, luogo sempre adombrato e quasi allegorizzato dall’emozione
irrapresentabile dell’orgasmo.
«La morte ‒ ha scritto C. Caudwell ‒ definisce
l’amore», giacché «l’amore, che ci ha dato l’individualità, ci ha dato anche
la morte, la negazione della personalità». L’origine è forse, in questo
particolare senso, la condizione della cellula elementare e non ancóra
sessuata, quel medesimo status per il quale solo la morte dell’individuo
originario (cellula madre che si scinde in due) garantisce la sopravvivenza
della specie. Ma a questo punto le carte si mescolano, poiché morte e
immortalità coincidono, e anzi: è la morte stessa — di un “individuo” che
nulla può davvero esibire per ritenersi tale ‒ a
divenire il luogo, il sigillo, della sua immortalità, dato che parte di lui pur
(soprav)vive in una delle metà e parte nell’altra... Cosí, ne deduce Caudwell,
«l’aspirazione all’immortalità, pur cosí umana e comprensibile, è
un’aspirazione al regresso, a un ritorno verso l’essere inconscio e primitivo,
a uno sbarazzarsi delle gravi responsabilità della coscienza, dell’amore, e
dell’individualità. [...] Le uniche concezioni d’immortalità che ci sembrano
ragionevoli, seppure impossibili, sono quelle dei Buddisti e degli Indú che la
vedono come un immergersi nell’assoluto, nel Nirvana, come un sonno
primordiale o un non-essere». Ma è evidente appunto che una simile immortalità,
sempre retroiettata verso un’origine da riconquistare, coincide di nuovo (e non
meno pienamente) con la morte, ovvero con l’annullamento di quella vita che, tuttavia,
la morte genera.
L’origine si
istituisce a partire dalla morte ‒ fosse pure la “piccola morte” dell’orgasmo, la “piccola
morte” di ogni atto di rinascita ‒ esattamente
come il solo sentimento che possiamo avere (e la sola parola che possiamo dire)
di essa. Poiché, nella sua qualità risolutamente mitica, essa si comporta come
il mito: è contemporanea di ogni tempo. «I miti non sono intemporali, sono
contemporanei di tutti i tempi. [...] Diceva Pavese che le cose non si vedono
mai la prima volta. Il tempo del mito è la seconda volta. La prima volta, se
mai fosse possibile stabilirla, appartiene all’indifferenza del tempo. Ed è ex post che si costituisce l’originario.
Un gesto non è mai di per sé significativo: ha da divenire significativo. E
allo stesso modo l’origine ha sempre da divenire origine» (G.Guglielmi). Essa
non conosce né il prima né il dopo, ma è solo in rapporto a un dopo (un dopo
che la “riduce” a condizione perduta, presente in ciò a cui si applica e non
di meno irrecuperabile a quel ciò medesimo) che può esser detta origine. Il
che poi significa che vi è solo il lutto
dell’origine, mai la sua celebrazione!
Quando si
afferma che l’origine è innestata sulla morte che la istituisce, che alla morte
è legata da un vincolo per cosí dire ontologico, e che dunque l’origine è
nient’altro che il lutto dell’origine,
non si fa che ribadire l’inesistenza, l’inconsistenza, l’implausibilità
dell’origine in sé. Lo stesso motivo ci dice non vi può essere propriamente origine nell’origine (e per l’origine),
cosí come non vi può essere mito all’interno del mito. Si apre qui la piú
terribile delle contraddizioni: «L’origine è sempre tardiva, perché presuppone
[...] la consapevolezza di un allontanamento» (A.Tagliaferri). Che è
consapevolezza della morte. «Per questo l’inizio non è l’origine. Il simbolico
è l’inizio ma non l’origine. L’origine è frutto di un ripiegamento, che
determina il fantasma della perdita [...]. E la parola origine appartiene
all’ordine del paradosso» (Idem).
Già, ma anche
distinguere l’inizio dall’origine determina l’arrotolarsi di quel viluppo che
si finge di voler dipanare! L’origine prevede forse la consapevolezza (o
addirittura la razionalizzazione) laddove l’inizio-simbolico è, invece, un
dato di fatto? Ma se lo è, di che tipo è? Di tipo storico? Non sarà arduo
eccepire che dove c’è storia non può
esserci inizio: poiché ancóra una volta il simbolico (l’inizio) si dà ‒ esattamente come l’origine ‒ solo in quanto fuga dalla propria definizione. L’inizio
soggiace alla figura del lutto, al fantasma della perdita, né piú né meno che
l’origine (a meno di voler giocare con le parole). La perdita è fantasmatica
proprio nel senso che qualsiasi discorso che tenti di descriverla non potrà
che esserle, per definizione, successivo. Essa è infatti allucinata dal discorso
che la rappresenta, il quale non può, pena la propria caduta, esibire alcuna
memoria dell’oggetto che gli compete, vale a dire di ciò che la perdita ha
perduto. E ciò che la perdita ha perduto è sempre e solo l’illusione di un possesso precedente. Il quale, tuttavia, se le è
precedente, non la precede in senso temporale, ma piú drasticamente in senso
ontologico.
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Angelo Bucarelli, Confine, 2011
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3.
Affinché qualcosa
vada perduto, occorre che prima sia stato posseduto. Ma qui ci muoviamo in un
campo ‒ quello del simbolico ‒ dove prima e dopo non significano pressoché nulla e dove tutto è confuso in una
unità che non ammette separazioni [συν-βάλλειν = gettare insieme]. La perdita e il possesso viaggiano
fianco a fianco, in due universi distinti ma paralleli, che solo la lettura ex post finisce per intendere come
successivi. Allorché si volge, violando un precetto divino, Orfeo fugge dal
simbolico e prende coscienza della perdita. Violando il precetto divino, egli
esce da quella condizione mitica in cui Euridice poteva ancóra essere
posseduta. Il suo sguardo, conquista dell’umano è, di conseguenza, rinuncia a
un’illusione. In quello sguardo Orfeo si
perde, poiché ciò che quello sguardo gli
perde è soltanto il suo arcaico [ar/ur/or]
essere in un gioco [in-ludo], cioè
nel mito. «Scrivere incomincia con lo sguardo di Orfeo, [ma esso] è il solo
momento in cui l’opera si perde completamente [...]. L’opera è tutto per Orfeo,
eccetto quello sguardo desiderato in cui essa si perde» (M.Blanchot).
L’Orfeo
originario ‒ μῦθος senza λόγος, eterno presente senza passato e senza futuro, senza
storia, senza avventura ‒ è
l’incarnazione della poesia come puro in-cantamento,
μέλος privo di discorso. Essa è incanto degli dei e degli
animali, ma non potrà mai essere «persuasione dell’umano» (S.Lo Bue). Lo
sguardo che, in una seconda fase (mito)logica, Orfeo acquisisce è l’inizio della scrittura (della storia), la sua
genesi dalle tenebre del mito, poiché con quello sguardo Orfeo rinuncia alla
condizione precedente di puro poeta melico ed entra nella sfera (drammatica)
del λόγος. Non a caso è solo in questa seconda e piú tarda
versione della fabula che egli muore di morte atroce, per mano divina, dato in
pasto a quelle belve di cui prima era felice ammaliatore. Lo sguardo è conoscenza, forse
consapevolezza di un inganno antico. Orfeo si volge e perde Euridice. Il mito
della reversibilità della morte è dissolto.
E cosí è
l’origine. Ciò da cui non possiamo non essere definitivamente separati non appena ci volgiamo a guardare...
Perdere
(perdersi) è il problema affrontato dalla discesa di Orfeo agli Inferi. La
perdita da lui subíta è per antonomasia quella dell’origine: è la morte
rappresentata dalla vita post-originaria (come ci suggerisce Caudwell). L’altro
grande mito dell’origine ‒ che
ugualmente coniuga in una sola rappresentazione l’amore, la perdita e la morte ‒ è l’avventura di Teseo nel Labirinto. Che il labirinto
sia prima di tutto un “luogo mentale” lo testimonia la sua stessa somiglianza
con le spire del cervello. «Il dedalo vivente si trova nel cervello degli
uomini. [...] Esso è il terribile labirinto dello spazio e del tempo»
(A.Gerosa). Ma perdersi nel labirinto,
come è noto, significa immancabilmente raggiungerne il centro: forse raggiungere
l’origine senza potervisi piú sottrarre, e rimanere imprigionati in lei come
nella morte che vi si apre. Là, in quel recesso, amore e morte sono una sola
cosa, perché la morte vi è il frutto di un ἕρως proiettato al culmine della propria potenza. Il
Labirinto è il luogo dove il luogo si complica fino a collassare nella sua
ricca illocalità, e dove il tempo ‒ rivelandosi parametro soggettivo e definitivamente
illusorio ‒ viene sospeso in una contemporaneità assoluta: quella che
pone l’origine e il domani piú distante nello stesso tempo-luogo.
[Nel sogno del
labirinto una successione di stanze, sempre piú buie, sempre piú profonde, si
materializza man mano che si procede. In quelle stanze è interdetta la sosta e
la via del ritorno, e le porte via via aperte e richiuse sono dapprima il fiato
mozzato, il groppo che impedisce il respiro, poi il sollievo provvisorio del
varco superato. Non è possibile dire se il sogno si concluda con l’incontro
temuto... Il risveglio arriva puntuale, impedendo di stabilire certezze; o
forse dovrei dire che ogni volta si perdono i sensi (il sogno e la vita reale
sono dimensioni psichiche reciproche e reciprocamente escludentisi, uscire
dall’una per entrare nell’altra è sempre un “perdere i sensi”). Ma è probabile
che l’incontro abbietto sia proprio e nient’altro che questo svenimento, questa
impossibilità di sapere. Il mostro è
l’inconoscibilità dell’edificio, la sua agnosi strutturale, l’assenza della sua
pianta razionale].
Il labirinto è
lo spazio dell’uomo reso acefalo, orbato dei puntelli che gli permettono il
dominio conoscitivo del mondo. Esso decapita il suo visitatore, lo riduce alla
condizione di minotauro. «L’uomo è sfuggito alla sua testa come il condannato
alla prigione. Ha trovato al di là di se stesso non Dio che è la proibizione
del crimine, ma un essere che ignora la proibizione. Al di là di ciò che io
sono, incontro un essere che mi fa ridere perché è senza testa, che mi riempie
d’angoscia perché è fatto di innocenza e di crimine: tiene un’arma di ferro
nella mano sinistra, delle fiamme simili a un sacro cuore nella destra.
Riunisce nella stessa eruzione la Nascita e la Morte. Non è un uomo. Non è
neppure un dio. Non è me, ma è piú di me: il suo ventre è il dedalo nel quale
lui stesso si è perduto, mi perdo con lui e nel quale io mi ritrovo essendo
lui, cioè mostro» (G.Bataille).
La memoria
sinistra e decisamente occulta (per
non dire immemorabile) del labirinto
sembra riflettersi in ogni gesto o gioco (linguistico?) che ponga in gioco la
sfida del tempo, non già come successione necessaria di fatti, ma come
capriccioso spostamento dei pezzi di una scacchiera o come lancio di dadi
sempre rinnovato. Essa, la memoria del labirinto, proietta la propria ombra
insidiosa sulla piú remota “testimonianza dell’origine” di cui la memoria
(umana) disponga, il frammento di Eraclito in cui è detto:
αἰὼν παῖς ἐστι παίζων, πεσσεύων· παιδὸς ἡ βαιληίη.
«L’evo è un
fanciullo che gioca e muove i pezzi del gioco: regno di fanciullo». Il dominio
di Dioniso (fanciullo) allude confusamente allo stato originario, che nella sua
indicibile complessità si può forse designare solo cosí: «regno di fanciullo».
[giugno-luglio 2001]
* Sandro
Sproccati è nato a Ferrara nel 1954. Ha pubblicato quattro raccolte di
testi poetici (Enterafasiche e altre di
dubbiafasia, Tam Tam, Reggio Emilia 1983, La via del solito impedimento, Anterem, Verona 1987, Panpamphlet, Apnea, Bologna-Brescia
1997, Cum praesumpta creatura, Apnea,
Bologna-Brescia 2003) e diversi saggi di argomento critico-letterario. Negli
anni Novanta ha preso parte al movimento poetico della “Terza ondata” e dal
2003 al 2005 è stato curatore, con M. Lunetta e F. Muzzioli, dell’Almanacco Odradek di scritture antagoniste.
Ha inoltre realizzato i seguenti volumi di saggistica d’arte: Prose per l’arte odierna, Essegi,
Ravenna 1989; Monet, la vita e l’opera,
Mondadori, Milano 1992 (2000); La
concreta utopia. Arte d’avanguardia in Russia 1905-1930, Synergon, Bologna
1994; Per una logica della pittura,
Bononia University Press, Bologna 2006; Critica
della rappresentazione. Poetiche pittoriche della prima avanguardia, Zona
Editrice, Arezzo 2009. Insegna «Semiotica dell’arte» e «Storia del Cinema»
all’Accademia di Belle Arti di Bologna.