PRIMO PIANO
INEDITI
“La parte
di Bolaño:
Il Quinto Cavaliere”


      
Una scrittura densa e visionaria per un racconto concepito dal regista catanese come prologo allo spettacolo allestito la scorsa stagione teatrale e dedicato all’opera complessiva dello scrittore cileno morto nel 2003. Un prologo rimasto, poi, inutilizzato e che qui presentiamo come ragguardevole esempio di sur-narrazione che si espande a cerchi concentrici inseguendo i fantasmi cripto-pirandelliani di sei personaggi in cerca di un autore che li rispecchi o in cui rispecchiarsi.
      



      


di Pippo Di Marca

 

 

(Questo racconto è il primo degli otto testi che ho scritto  per utilizzarli come ‘materiali’  di lavoro da cui poi trarre la drammaturgia testuale finale dello spettacolo La parte di Bolaño: Il Quinto Cavaliere.  È stato scritto come una sorta di ‘prologo’ allo spettacolo. Ultimati tutti gli otto racconti mi sono reso conto che si sarebbe trattato di un prologo importante, ma troppo ‘ricco’, che avrebbe rischiato di ‘privare’  di senso, di forza, se si vuole anche di impatto scenico, gli altri sette. A quel punto ho deciso di non utilizzarlo. Rimane comunque la traccia primigenia, sia pure rimasta allo stadio di  ‘narrazione’, letteratura, di quelli che sarebbero diventati i testi da cui è nata la messa in scena).

 

 

Un Prologo...

(... Ludmilla... ovvero Nel labirinto dei Nomi...)

 

No. Non sono io... Chi sono?... Uno che scrive. È un tormento, una tortura che per di più trovo assolutamente ripugnante. Ho fatto mie da tempo le parole di uno che c’è passato, un amico, un fratello, Artaud: “Ogni scrittura è una porcata. Chi esce dal ‘nulla’ cercando di precisare qualsiasi cosa gli passi per la testa, è un porco. Chiunque si occupi di letteratura è un porco, soprattutto adesso”.

Dunque sono un porco! Un porco di scrittore, di poeta, lo confesso. Non so fare altro. Sono un uomo del sud, inseguo fantasmi, meraviglie, catastrofi... Scrivo e aspetto. Aspetto ciò che arriva, un po’ di tutto... il sesso, la malattia, la morte... Sto per morire... Ho cinquant’anni e i giorni contati. D’altronde, tutti stiamo per morire;  non facciamo altro che ‘morire’, secondo dopo secondo. La vita non è che una strenua difesa: dalla morte, ha detto il mio medico custode proprio qualche giorno fa. L’ho riferito a mia moglie. Una difesa che spesso porta alla pazzia, ha chiosato lei. Lo sa bene. Mia moglie è pazza. Pazza e gelosa.  (Di tutto, di tutto quello che mi riguarda, di tutto quello che mi passa per la testa). Le donne, che danno la vita, sono quelle che la difendono, si difendono, di più, e peggio, per questo sono pazze, ho pensato. E ne ho ben donde: ne ho frequentate, amate e visto ‘impazzire’ una gran quantità. Spesso le loro voci, mischiate ad altre voci... nomi, parole, visioni, amori, spade, specchi, labirinti... ritornano, risuonano... No. Non sono solo, sono ‘solitario’, ecco, sono in esilio, in esilio da me stesso, a tratti in esilio da tutto, ma non sono un ‘misantropo’, ecco, al contrario amo gli altri, li cerco, li spio, fino allo spasimo, li amo tanto che li mangerei, vorrei entrare in loro, no, non vorrei mai che loro entrassero in me, basto a me stesso, questo lo so per certo, ma a volte mi vengono le vertigini per quanto desidero entrare in loro, negli altri... è una colpa?... Quello del “poeta” è un mestiere ‘pericoloso’.

Come dice il poeta:  “Cacciare la testa nel buio, saper saltare nel vuoto, correre sul bordo del precipizio”. Da una parte l’abisso senza fondo e dall’altra i volti che si amano, i sorridenti volti che si amano, gli amici. Basta girarsi, correndo, o anche solo camminando, e quei volti, gli stessi, o magari altri, volti di sconosciuti, li cerchi dalla parte dell’abisso senza fondo, li vedi giocare assai pericolosamente con te non più sul bordo del precipizio ma dentro l’orrore, dentro il tuo e il loro stesso orrore, forse dentro l’orrore di tutti, la desolazione di tutti, della stessa poesia... Che è un viaggio, un lungo viaggio antico, dunque un viaggio per mare... Forse per questo amo le navi, sono il luogo ideale, sono già lì, fanno tutt’uno con  gli  abissi. L’acqua è il mio elemento. La nave il mio viatico. (Ti affacci al parapetto è capisci che sei l’acqua, sei parte di tutta la sconfinata distesa d’acqua...). Non ho neppure bisogno di dannarmi a cercare, una folla proteiforme si aggira senza scopo apparente per la mia nave, passeggia inquieta, in perenne movimento, una folla di fantasmi tra i quali e dentro i quali desidero con tutto me stesso farmi largo. La mia nave, beninteso, non sempre è una nave, può mutarsi in qualsiasi altro luogo, e le sue destinazioni sono illimitate, certe volte la mia nave è un deserto, che non vede l’acqua da millenni, ma poco importa, la mia nave può essere ovunque, in qualunque luogo, in qualunque tempo; non importa dove, quando e come, ma io ci sono sempre – non quasi sempre, sempre – a cercare tra la folla, a confondermi con essa, attratto specialmente da  ‘individui che incidono, senza mai proporselo, nella chimica profonda degli altri provocando inquietanti reazioni a catena, fusioni, trasmutazioni’.  È come entrare in un gioco di bambini, o di irresponsabili, composto di  raggiere che incasellano un mondo, migliaia di mondi, attratti e respinti, di raggiera in raggiera, da una qualche forza centripeta, ora calda, accogliente e ora, all’improvviso, spietata, devastante. E ogni volta la vertigine comincia allo stesso modo, quasi rifuggendone, rifiutando di entrarci, arretrando davanti a una sicurezza che non esiste, che niente e nessuno ti può dare, eppure cercando tra la moltitudine di estranei un... un viso, un’anima che ti rassomigli, ti acquieti almeno se non riesce a rassicurarti...

Ed ecco che entrai nel gioco e puntai dritto verso un volto noto, l’insperato volto di un amico di lunga data. A tutta prima mi parve una gran fortuna,  provai  addirittura sollievo ( invece del giusto sospetto). Mi avvicinai sorridendo, mi avvicinai con passo certo, grossolana baldanza. Mi parai davanti a lui.  A pochi centimetri da lui. Lo guardai dritto in faccia. Dritto negli occhi.  Oltre gli occhiali spessi come i miei. Ero certo che lui ora mi sorridesse, mi riconoscesse. Ma lui si limitò a restituirmi lo sguardo. Indifferente, o incredulo, o miope, eppure con un durezza che non ricordavo. Forse dunque stavo sbagliandomi. Dovevo aspettare. Non potevo fare la prima mossa. Toccava a lui ora riconoscermi. Che diamine! Sembrava un duello. Di due che potevano abbracciarsi da un momento all’altro, o invece uccidersi, con odio o senza odio, così, perché a volte uno sguardo mal inteso può condurci all’omicidio, o a insenzatezze inaudite. Passarono lunghissimi secondi. Una sfida insensata, perché lui era un mio amico, ne ero certo, quasi certo, era un attore, lo avevo incontrato decine di volte a teatro. Ma lui non si mosse. I miei occhi contro i suoi occhi. Non disse niente. Non disse il suo nome, non pronunciò il mio nome.

 Non disse, ma tu non sei... Non disse, mi pare di averti già... Non disse nulla. Ma il suo sguardo nel frattempo mi penetrava. Non ero imbarazzato,  ma ero incapace di muovermi. Pensai, perché sostenere il suo sguardo? Mettere a dura prova il mio amor proprio? Attentare alla mia stessa coscienza, rischiare di sentirmi ‘finito’? Mi aveva deluso. Terribilmente. Perché non aveva voluto riconoscermi? Pensai di chiudere gli occhi, e scacciarlo, pensai di gridare. Poi chiusi gli occhi. Non gridai, ma un grido inarticolato, che nessuno poteva udire, rimbombava nella mia testa, come amplificato e distorto da un potente tamburo, che faceva pulsare le tempie all’impazzata. Li tenni chiusi finché percepii, ebbi la certezza, anche se sprovvisto dell’istinto e dell’abilità dei ciechi, che il mio amico, l’estraneo, non c’era più. A occhi aperti, trovai naturale che forse non c’era mai stato. Che fantasie ti racconti, mi dissi di rimando. Richiusi gli occhi, quasi per avere delle conferme. Nessun grido, nessun rimbombo, la mia testa era tornata un lago quieto, impenetrabile e calmo. Sorrisi, lì dentro, persino. Condiscendente, comprensivo, mi preparai a ricominciare... Mi sarei lanciato avido in mezzo alla folla...

Alla cieca, feci qualche passo, prima a destra, poi a sinistra, poi in avanti: uno zombi avrebbe fatto meglio. Riaprii gli occhi. Per vedere che cosa, quale immagine, quali volti, il caso o l’azzardo in quel momento mi avrebbero dato in pasto. Davanti a me c’era un gruppo di persone, o almeno così mi sembrò: stazionavano ciascuno per conto proprio, ma come riuniti in un’unica bolla d’aria al centro della quale stava una donna, fulcro di una raggiera invisibile eppure magnetica che li teneva insieme. Erano cinque, o forse sei: alcuni si muovevano in continuazione, non era facile contarli, stabilire quanti fossero, ‘chi’ fossero. E non aveva senso, al momento. Piuttosto che ‘spiarli’ tutti, mi concentrai sulla donna: che era la più misteriosa del gruppo, la più stramba, quella che irradiava energia, che attirava, l’unica che subito desiderai “conoscere”... Ballava, o almeno a me sembrava che ballasse, in realtà ‘ondeggiava’, mentre due esserini, una bambina esile, di pochi anni, quattro o cinque, e un giovinetto, un adolescente cresciuto ma ancora fanciullo (tutto in lui, l’aria quasi smarrita, la pelle rosea, il vestitino alla marinara che lo fasciava come una guaina, denunciava metà dei suoi tredici o forse quattrordici anni) le giravano intorno, chiamandola ora mamma ora per nome, suppongo, perché in quella fantasia sospesa i nomi venivano o sembravano risucchiati dall’aria o portarti via dal vento, e l’aria, o il vento, restituivano solo suoni, refoli, sibili, grugniti, squittii. Sì, propro così, i bambini squittivano come due uccellini. Il movimento del terzetto non era di deambulazione, non camminavano, non sembravano poggiare i piedi per terra, roteavano piuttosto lievi, sospesi, girando in tondo su se stessi, come se  lei fosse la terra e i piccoli i suoi docili satelliti, due lune libere di volare e al tempo stesso costrette senza scampo né dolcezza in orbite di impalpabili geometrie. E accanto a loro, a pochi passi, c’era un uomo, immobile, almeno rispetto all’intensità motoria degli altri, non più giovane, ma neppure vecchio, sulla cinquantina, avrei detto, più o meno la mia età, ma stempiato, anche se non calvo, e fulvo di pelo, mentre io ho tanti capelli, neri come la pece. I piedi ben piantati a terra, tutt’altro che dimesso, di aspetto ardito, se ne stava appoggiato pesantemente con tutto il braccio destro a un lungo bancone massiccio alto fin quasi alle sue ascelle. Anche lui li guardava, li seguiva con lo sguardo, ma diversamente da me, come se ne avesse pieno diritto, senza paura, confidenzialmente, era chiaro; e gli parlava, mi sembrò che chiedesse loro con noncuranza e tuttavia con insistenza, reiteratamente, qualcosa, ripetesse la richiesta per qualcosa che non sentivano, alzasse il tono (il vento a folate soffiava impetuoso), cercasse di imprimere autorità alla sua voce, ma loro non sentivano, totalmente presi com’erano, dal loro gioco, dal loro buffo, esasperato girotondo, che per quanto mi riguardava poteva essere cominciato ore prima  (appena dopo la partenza della nave, la sera precedente, una notte fa, o almeno appena avesse fatto giorno, all’alba , prima che tutti i passeggeri come sonnambuli solitari s’apprestassero a riversarsi, affamati-assetati di cappuccini e maritozzi e cornetti e thè e coca cola e succhi di frutta e gelati e patatine negli ampi locali tra il bar e la veranda che lo sciamare sonnolento, continuo rendeva più grandi, enormi, dilatava oltre ogni mortale comprensione  dove io ora, e loro, e tutti ci cercavamo, ci guardavamo) e non finire mai...





Pippo Di Marca e Anna Paola Vellaccio in La parte di Bolaño: Il Quinto Cavaliere (2012)


E in quel momento mi balenò una specie di desiderio, l’idea piuttosto sinistra, e imperdonabilmente romantica, che quella nave non avesse approdo, non avrebbe mai finito di navigare: no, affondata no, avrebbe solo perso la rotta, per non ritrovarla più, in modo che loro, la madre e i figlioletti, potessero simulare le onde a loro eterno piacimento... Tuttavia il mio sguardo indagatorio non disdegnò l’altro lato del bancone. Distanti, isolati, più in disparte, quasi che attendessero il loro turno, un ruolo in quel girotondo  con ogni evidenza, anche per loro, ‘controllato’ dall’uomo che guardava il trio, che parlava, che invano cercava di fargli arrivare la sua voce,  gravitavano due ragazzi, anch’essi un maschio e una femmina. La ragazza, spavalda, quasi impudente, bella come reclamavano i suoi diciottanni, era seminuda: sotto l’abitino nero, succinto, con pretese di vistosa eleganza, non si peritava di coprire il suo pube nudo, l’intrico dei suoi riccioli neri alla convergenza delle gambe ben tornite, come del resto i seni che si indovinavano perfettamente sotto la camicetta. Ma la parte più ‘nuda’ del suo corpo esibito con sfacciataggine (o indolenza?) erano le mani, entrambe, contratte nell’impugnare una forbice, con i due pollici infilati negli anelli a tenerla ben stretta. Anche il ragazzo, ancorché portasse con alterigia la sua maggior età, ventidue o anche ventitrè anni, alto, serio, composto, irrigidito, con un cipiglio di sdegno, l’aria ‘matura’ misteriosamente accigliata (o ancora assonnata?), era seminudo. Anche lui dalla cintola in giù. Il profilo rivolto verso di lei, le spalle agli astanti, mostrava, appena sopra i pantaloncini buffamente abbassati, due rotonde chiappe scoperte, piene e solide come una scultura greca; non si capiva quanto a disdoro suo,  o del mondo, perché quella postura piuttosto che schernire gli altri sembrava nascondere se stesso, non tanto la sua nudità pendula, sottratta allo sguardo, quanto la sua mano destra – appendice di un braccio insolitamente inerme, tratto inanimato disteso lungo il fianco – che impugnava una piccola pistola la cui canna fuorusciva dal palmo della mano quel tanto che disvelasse la scintillante e sinistra ‘nudità’ dell’arma. Pur nella bolgia infernale del via vai di gente, anzi proprio per quel movimento eccessivo di una folla composita e dispersa, indifferente, anche a chi, come me, era concentrato  quasi esclusivamente sui volteggi della madre e dei suoi ‘satelliti’ più prossimi, sarebbe parso indubbio che, distanti o meno,  fermi, o addirittura ‘immobili’, anch’essi facevano parte del gruppo, ne erano la estrema e definitiva propaggine, non meno improbabili e anomali degli altri, forse i più inquieti e inquietanti. Sarà stato per questo che inavvertitamente mi spostai, per poterli inquadrare meglio, riunire in una sola prospettiva. E fu allora, solo allora, e solo per pochi momenti, che li vidi tutti insieme, tutti e sei (mi immaginai: padre, madre, figlio, figlia – figliastra? –  fratellini!), come in un quadro che preesistesse, eppure come se apparissero per la prima volta, perfettamente incorniciati e fissati in quegli attimi, sia i tre ‘immobili’ collocati ai margini sia i tre ‘mobili’ che occupavano il centro. Ma fu un’illusione, un lampo, come un potente flash che ti acceca e a cui ti sottrai con subitaneo fastidio. Bastò che distogliessi lo sguardo e  ritornassi a lei, causa prima, origine del mio rovello, che il contorno, o il tutto, in quanto insieme, si dissolsero, o si rifugiarono, nell’acqua stagna dei chiaroscuri. In quello, piccole falle invisibili ma puntuali ripresero a minare la mia nozione del tempo: era passato un minuto, un’ora o un giorno da quando avevo preso a ‘mirarla’? O pochi secondi?

Lei continuava ad essere muta, o silente, parlavano solo i bambini. Aveva i capelli scuri  e arricciati, con una messa in piega che li allargava verso il basso e verso l’esterno, formando una specie di ventaglio rovesciato e troppo rigido, o  come una ruvida criniera di cavallo, fatta di setole irrigidite e  spiraliformi: ché, infatti, ondulavano ben poco, parevano inflessibili. Perché  è muta, o silente? mi chiesi. Perché non risponde alle grida gioiose dei bambini? A tratti era l’immagine di una ‘mater dolorosa’, altre volte di una donna gioiosa, dissennatamente felice. E con un'età indefinibile, che a seconda di come si muoveva o si girava  ora sembrava giovane, ma non lo era più, ora sembrava  matura , ma non lo era ancora e non lo sarebbe stata mai, ora  vecchia, ma certamente non lo era e chissà se lo sarebbe stata: a ogni giro sembrava un’altra, e ogni volta sembrava ‘morta’... La sensazione era straziante, a un certo punto divenne intollerabile. Dovevo fermarla! Lo feci. Con un gesto che a me sembrò dolcissimo, ma fu perentorio, arrogante. Come qualunque gesto che interrompa una caduta a precipizio, o una trasmutazione che riduce la natura a magia. A tradimento. Da terga. Mi avvicinai, allungai il braccio, allargai la mano e la toccai, la toccai per di più a palmo aperto, su una spalla, proprio nell’attimo in cui s’era voltata. Allora si bloccò. Tutto sembrò fermarsi. Non udii più il cinguettare dei bambini. Non vidi più nient’altro che la sua nuca e la sua capigliatura, ‘bella’ (per me) e in verità ‘orribile’, spaventosa. Lentamente, e rigidamente, come fosse una statua che ruotava su un invisibile perno, il suo corpo si mosse finché mi ritrovai davanti alla sua faccia, al suo sguardo fermo, vitreo. Mi guardava fisso, occhi negli occhi, esattamente come lo sconosciuto di qualche ora (o minuto?) prima. Ci risiamo, pensai, anche lei ‘non mi riconoscerà’. In tutta evidenza era un pensiero folle, balzano, tuttavia non mi sfiorò neppure l’idea di ‘non essere lucido’. Ma dovetti ricredermi immediatamente perchè lei, come avesse ‘sentito’ quel pensiero,  sorrise, per quanto impercettibilmente, o forse fece una smorfia : un piccolissimo sorriso, o una appena intellegibile smorfia, eppure qualcosa di vivo. Allora la giostra si rimise in moto: sentiii che tutt’intorno a noi l’ottuso brusio del mondo proseguiva. Solo noi due eravamo fermi. Gli altri continuavano come se non fosse successo, o stesse succedendo, nulla di straordinario, anzi proprio come se (a noi)  non stesse succedendo nulla. La sua ‘famiglia’ non s’era fermata affatto. I bambini continuavano il loro girotondo. Il padre (era poi veramente il padre?), anche se restava  ‘estraneo’, era a suo modo attivo, molto attivo, guardava con attenzione, si sarebbe detto che li controllava, sia i bambini in movimento che lei ferma (e dunque stava guardando anche me!) e appoggiava ora un braccio ora l’altro sul bancone, come se desse bracciate apprensive, scomposte sguazzando lungo i bordi legnosi di una piscina  troppo angusta per contenere i suoi guai. Per contrasto fui indotto a immaginare che  disdegnasse qualsiasi piscina vera, come quella della veranda la cui acqua ribolliva al sole, qualche decina di metri più in là. Anche gli altri due, i ragazzi seminudi sembrarono improvvisamente rianimarsi, comunicare tra di loro. Bisbigliavano qualcosa come disponendosi a oscene intimità, o forse a litigare, ma in maniera naturale, come se facevano così da sempre e nell'uno o nell'altro caso come se ci fosse qualcosa di irresoluto, di terribile tra di loro che avrebbe potuto fatalmente portarli a contrapporsi con violenza, quella violenza sottesa, ‘armata’, che le loro mani stringevano.  E in quel bisbiglio, o in quell' accapigliarsi, ondeggiavano spostandosi, così mi parve, allontanandosi e avvicinandosi al presunto centro della scena, là dove ancora c’eravamo io e lei, immobili a fissarci, al di là di ogni suggestione o incantamento senza più alcuna possibilità ancorché remota di ‘riconoscersi’, come due perfetti sconosciuti. Vale a dire come tutti, tutti sconosciuti, tutti gli altri in cui vogliamo entrare, tutti gli altri che vogliamo penetrare, o in cui vogliamo perderci, o con cui vogliamo ritrovarci, sognare... o in cui… o con cui...  non sappiamo, non sappiamo...

A questo pensavo, a tutti gli sconosciuti che avevo incontrato, a quelli che avrei incontrato, sempre più impotente, frustrato, sempre più solo, mentre ero lì fermo davanti a lei, persuadendomi d’essere lucido, occhi negli occhi, in attesa. In attesa che lei parlasse! Perché, ora che ero a pochi centimetri dalla sua faccia – è proprio vero, visto da vicino nessuno è normale! – vidi qualcosa che prima non avevo notato, la sua bocca. Una fessurina orizzontale, senza labbra, e chiusa, come fosse incollata, o cucita dall’interno, diritta. Incastonata a sormontare il mento appuntito nel suo visino perfetto, proporzionato, che s’allargava netto verso gli zigomi appena accennati e più su verso l’incavo degli occhi e veniva formando un piccolo triangolo rovesciato, a punta in giù, che faceva singolare contrasto, quasi un’anomalia della natura, della fisiognomica, con il ben più consistente triangolo dei capelli svettanti e rigidi, sagomati a piramide, verso l’alto, singolare sfondo prospettico  su cui si stagliava e  nella cui base, ancorché su piani sfalsati, andava minacciosamente a incunearsi, come una lama, o addirittura un punteruolo.  (A quella vista trovò conferma la mia singolare convinzione che gli esseri umani, tra le altre, si possono dividere in un due specie, o categorie: quelli che hanno il mento quadrato e quelli che lo hanno appuntito: di questi ultimi  lei era una sorta di oscura campionessa, di straordinario esemplare!) Sicché il suo viso sembrava ergersi e reggersi come una esile, ma affatto innocua, trottola  sul vuoto, o su un invisibile filo d’acciaio. Ebbi un sussulto, mi venne ( immaginai) una specie di capogiro, come se tutto il mio corpo fosse ruotato più volte su se stesso – eretto, testa in giù, eretto, testa in giù, eretto... Quando mi fui ripreso vidi gli occhi, fissi su di me, ben aperti, di un colore indefinibile, un ibrido tra verde smunto e grigio pallido. Ne fui attratto, sebbene provassi una certa delusione, un rifiuto, se non repulsione. Prima, da lontano, sia pure pochi metri m’erano sembrati dei bellissimi occhi glauchi, con sfumature d’azzurro marino. Decisi di non lasciarmi trascinare ancora più giù nei suoi camaleontici fondali, di attendere. Fino a che la boccuccia impercettibilmente, quasi timidamente si aprì. E lei parlò. Di colpo la repulsione aumentò. Le mie orecchie si irrigidirono, come fossero attraversate da un vento gelido e imprevedibile, che non concedeva difese: le attraversò una voce d’uccello, stridula, tutta sovratoni, acuti, lancinanti, interrotti e ripresi, che ferivano o fendevano l’aria tagliandola a brandelli, a pezzi, più o meno uniformi, la voce di un solo uccello, a cui forse davano linfa schegge partecipi di altri uccelli, a cui certamente altri uccelli ancora avevano estirpato con violenza, forse con ferocia, senza alcuna pietà, tutti i suoni gravi, caldi, umani. E mentre la bocca, la sua piccola bocca di bambina vecchia si dilatava e storceva in maschere sghembe quanto  le note dell’alfabeto sonoro con cui si manifestava, gli occhi, i suoi occhi piccoli e senza colore,  presero a dilatarsi, diventaronno enormi rispetto alle proporzioni della faccia, del naso, della fronte che sembravano scomparire, mostruosamente rimpicciolirsi, e in poco tempo divennero grandi, o così mi parve, e poi rossi, umettati di patine e striature di sangue, con sfumature giallastre, purulente, attorno alle pupille, come gli occhi dei pesci che amano gli inesplorati fondali, gli abissi. Ebbi paura, e la sensazione che dopo quel momento sarei caduto in una spirale dove non avrei potuto controllare più nulla. Dovevo scuotermi, e scuotere ‘lei’ una seconda volta.





La parte di Bolaño: Il Quinto Cavaliere (2012): Adriano Mainolfi e Elisa Turco Liveri


Come ti chiami? gridai. Rimase impassibile. La faccia si fece ancora più aguzza, i suoi occhi più arrossati. Di nuovo gridai, Come ti chiami? Ma lo sai già! stridette la sua voce, la bocca si aprì con uno squarcio meccanico, netto e preciso come il taglio di un bisturi. Continuò: non hai sentito? Non hai sentito? I bambini non fanno altro che chiamarmi! Non fanno altro che chiamarmi! Ed era vero, aveva ragione. Trasecolai. Mi fu chiaro con evidenza sconcertante che l’essere camaleontico, sfuggente, fratto in animalesche geometrie facciali, custode di orrifici suoni era una donna lucida, ben più lucida di me, ben presente a se stessa. Allora ero io quello fuori di testa? Il solo? Non ho paura dei pazzi, ma di chi  con premeditazione o per gioco intende trascinare un altro verso la pazzia, sì! No, mi dissi, stai tranquillo, tu sei colui che guarda, non colui che è guardato. Infatti ‘sapevo’ (credevo di sapere) esattamente quello che dovevo controbattere, non ci fu alcun bisogno di ‘tornare in me’.  Replicai con la tracotanza e la supponenza di chi ‘cerca’ la verità, o si illude di farlo. Dissi: “ Quello che ho sentito” ma l’avevo sentito?) “non è il tuo nome! Quello non è il tuo ‘vero’ nome!” “Allora qual è il mio vero nome, sentiamo, dimmelo tu!”, sibilò lei di rimando; e i suoi occhi senza pace ora presero a sbiancare, diventar cerulei, mentre il taglio stretto e diritto della bocca, ferita e feritoia,  nel riaprirsi si curvò in un sorriso e poi si increspò in una risata scomposta, alta e continua come il verso dei gabbiani, ma ancora più oscena e inquietante – messa così, reiterata, insistita, in bocca a una donna tanto esile, quasi priva di consistenza corporea. Mi afferrai, comunque, a quel barlume di sorriso e insieme a quella esplosione sguaiata di riso, chiedendomi stupidamente se stavo entrando io nella sua aura o se era lei che precipitava nel mio delirio. L’importante era continuare a vivere la mia sola, labile certezza: la  sensazione che noi, io e lei, eravamo ‘separati’ dagli altri, come circonfusi in un’altra dimensione. Loro vivevano, pulsavano, gioiavano, danzavano e noi no. O viceversa, noi, solo noi vivevamo e loro erano statue, presenze, puri spiriti, ectoplasmi in movimento.

Di certo, di minuto in minuto risultava sempre meno negabile che fossero molto più ‘attivi’ di noi, più attivi che mai. I bambini continuavano a strimpellare e girare in maniera sempre più ossessiva, scomposta, disarmonica, non c’era più alcuna legge, o misura, nelle loro orbite, come se da un momento all’altro potessero ‘uscire’ dal loro inconsapevole e incolpevole universo. Il padre era circondato da bicchieri; aveva provveduto a conservare la sua aria accigliata e attenta ordinando da bere piuttosto sconsideratamente per un signore della sua età, di prima mattina. Beveva e si guardava intorno, esplorando anche il resto dell’umanità indaffarata o sonnambulica o ignara che frattanto si inframmetteva in mezzo a ‘tutti’ noi confondendosi con le nostre attese, con i nostri oscuri tumulti. I due ragazzi seminudi non bisbigliavano più, sembrava stessero passando alle vie di fatto, ‘giocavano’ a palparsi vicendevolmente le parti intime ‘scoperte’. Lui, all’apparenza più controllato nei gesti, portò infine la sua minaccia verso il luogo del dolore femminile. Si ‘divertiva’ a sfregare la punta della pistola tra i peli del pube, premendo però (misteriosamente? per capriccio?) sui lati, mai nel punto giusto. Lei lo lasciava fare, indifferente, calma, altera, come se quel corpo non fosse il suo, finché all’improvviso, senza deporre le forbici, con ardita ed esperta mossa riuscì ad afferrare in qualche modo il pene di lui e a tenerlo in bilico, stretto a tenaglia tra i bordi esterni delle mani: come una bocca chiusa, ben serrata, al momento, inerme. E dunque? Eravamo noi i fantasmi? O che? Dovevo ‘ridere’ anch'io? Rifiutai i suoi ammicchi, respinsi la sua ‘risata’, negai l’incombere sempre più marcato degli altri. Non mi restava che proseguire, andare fino in fondo. Ero teso. Serissimo le dissi, le intimai quasi: “Voglio sapere il tuo vero nome, il tuo nome ‘unico’, quello dove tu sei, dove posso scovarti ed entrare!”

Non fu sicuramente per il ‘tono’ professorale né per il senso, piuttosto strampalato, iperbolico, delle mie parole che lei d’un colpo smise di ridere. Nel silenzio improvviso che seguì la guardai (per la prima e unica volta) come se fosse tornata ad essere quello che era prima che ci incontrassimo, una persona normale, persino comune, la persona comune che probabilmente era. Così io la ‘guardai’, sebbene niente in realtà (ma che realtà!)  mi autorizzasse a pensare che fosse così. Eppure a sua volta lei mi guardò con quella che sembrava – e la circostanza imponeva come – una ‘normale’  aria di sfida. Calma officiante di un astruso disegno, di un bambinesco maleficio, la  voce lividamente chiocchia, con interruzioni minime tra una parola e l’altra, come sciorinasse un unico rosario, il sorriso fisso, impercettibilmente ironico, sempre stampato sulle sottilissime labbra, pronunciò, scandendo ma senza enfasi alcuna:... Brigida, Rosaria, Cesarea, Frida, Auxilio, Lucha, Cuca, Encarnacion, Lupita, Catalina... e poi... Maria Angelica, Maria Eva, Maria Elena, Laura, Leonora, Isadora, Louise, Rita, Bettie, Candy, Joséphine, Tedha, Pola, Hedy, Clara, Jane, Clarissa, Viveca, e poi ancora... Matilda, Carolina, Antonietta, Lietta, Marta, Dolores, Juanita, Ines, Clara, Joanna, Naui, Rosetta, Franka, Giulietta, Veronica, Magdalena, Porzia, Caterina... e ancora... Genevieve, Penelope, Gertrude, Emily, Vivienne, Filippa, Iana, Marcela... e ancora...

Avrebbe potuto continuare all’infinito, questo pensai. Che aveva in mente? Che pretendeva, che indovinassi? Era uno scherzo a cui mi condannava, una pena che mi infliggeva per aver osato importunarla? Non so perché ascoltai attento quella tiritera interminabile , era evidente che bluffava. Non uno di quei nomi mi convinceva. Non le credevo. E mentre lei continuava a inanellare nomi su nomi (con una piccola parte dei quali, lo dico tra parentesi, chiunque avrebbe potuto  immaginare un intero universo di storie!), del tutto  insoddisfatto, per quanto potei pacatamente la interruppi. No, dissi, no. Tutta questa filostrocca non mi convince, non mi interessa, arriva fino in fondo, arriva fino in fondo. E a quel punto cominciai a ripetere parossisticamente  – In fondo! In fondo! In fondo! E più lo ripetevo più non riuscivo a fermarmi, mi alteravo, diventavo paonazzo,  alzavo la voce. “Voglio sapere l’ultimo! L’ultimo! L’ultimo!” ripetei al culmine, quasi senza fiato. Ludmilla! gridò lei per tutta risposta, con tutto il fiato che aveva, la voce stridente, altissima. E si arrestò nuovamente. E tutt’intorno fu ancora silenzio. Riempito solo del mio sgomento. Zero reattività. Tant’è che  mi vennero in mente i pensieri più banali, i più stupidi. Come è possibile che noi da un bel po’ gridiamo come due pazzi e nessuno protesta, nessuno ci ha sentiti? Oppure, come è possibile che ora sono tutti zitti? Che non si sente alcun suono, alcun rumore? Ma al di sopra di tutto, delle grida, dei pensieri, dei silenzi,  roba opinabile, mai univoca, c’erano i fatti, i ‘nostri’ comportamenti, pragmaticamente verificabili. E segnalavano, dal momento in cui lei aveva aperto bocca, che le parti si erano invertite, lei aveva accumulato via via vantaggio: ancora più netto dopo l’ultima, eclatante ‘dichiarazione’, quale che fosse la ‘verità’ di quel nome così improbabile, mai sentito.

Difatti passò al contrattacco. Scaricò su di me il peso  del silenzio e della ‘verità’. E tu chi sei? riprese a  gridare, come ti chiami? Hai un nome?  Io? risposi sbalordito. (O forse non risposi affatto, rimasi ammutolito, parlai con gli occhi, chiesi pietà come un cane bastonato). Non mi aspettavo questa domanda. Non mi aspettavo nessuna domanda. Non mi aspettavo in nessun modo d’essere interrogato, non  mi è mai piaciuto essere oggetto di un altro soggetto, che qualcuno, un lui o una lei qualsiasi, avanzi la pretesa di ‘entrare’ in me. Io? credetti di ripetere, più stordito, o depresso, che sconvolto. Ma certamente pronunciai quell’esecrabile monosillabo, perché lei incalzò, Si, si, proprio tu, chi sei? Qual è il tuo nome? Ero stato messo all’angolo, senza via d’uscita. La  più semplice, un nome, inventarsi un nome qualsiasi, come sicuramente (ci avrei giurato) aveva fatto lei, mi parve la più meschina, miserabile. Ammutolii davvero. Intendo dire con piena coscienza. Non risposi. Nella mia testa fluttuava una sola, compatta nuvola di piombo. Invece lei – Ludmilla? – era inarrestabile, sicura, come se sapesse più cose di quanto io potessi attribuirle, cose, molte cose,  che io ignoravo. E mi braccò senza tregua. Gridando come un’ossessa, lo pronunciò  lei il mio (presunto) nome, sia pure interrogativamente. (Voleva che lo dicessi io? Voleva questo? Sentirlo dire a me?).

Disse: “Sei tu Roberto Bolaño?” Dovevo difendermi, rompere quell'assedio. Mi tornò la voce. No! No!, risposi finalmente –  e mi uscì una voce chioccia, in tutto simile alla sua, ma molto meno convinta, più ‘falsa’ –, io non sono Roberto Bolaño! Si, gridò lei ancora più forte, rompendo ogni indugio, ogni velo di dubbio, Si, si, si! Sei tu! Lo so. In fine aggiunse, ridendo, Io sono te, io sono dentro di te!  Aveva passato decisamente il segno. Le sue parole, le sue grida, la sua risata non erano più tollerabili. È un'invasata, pensai, una ‘posseduta’ – da me poi? e se no da chi? – è pazza, questa qui è completamente pazza! Che c’entro io con questo Roberto Bolaño! Ma i pensieri, e in particolare  quelli miei del momento, sono dighe di carta, pressoché inutili, di fronte al precipitare della ‘bestia’ che abita ciascuno di noi. Come esondasse da se stessa, ormai fuori controllo, lei (Ludmilla?) ‘subì’ un’altra metamorfosi (o si ‘esibì’ in un’altra indecifrabile provocazione? volgarissima mascherata?). Il suo sorriso fino ad allora vagamente ambiguo, sinistramente allusivo, appena trattenuto tra le labbra, i suoi scoppi di riso, l’intercalare delle sue grida si coagularono in un unico micidiale impasto trasformandosi in qualcosa di apertamente irremidiabilmente ‘offensivo’, bellicoso, una risata incontenibile, potente e sguaiata, disumana, non esito a dirlo, mai sentita in un individuo muliebre : e non più personale (tra di noi), ma generale, rivolta a tutti. Rise così forte che la sua piccola gola a me parve emettere una sorta di altissima onda di suono e d’acqua, un ammasso capace di travolgere qualunque cosa, animata o inanimata, imponderabile o pesante. Fui preso dal panico.Udii distintamente un rumore assordante, pazzesco: di qualcosa che stesse crollando tutto intorno a me, come se una enorme campana di vetro stesse andando in frantumi, quella campana di vetro che non c’era in realtà (lo sapevo), ma che fino a pochi attimi prima ci aveva protetti, e contenuti; non c’era, anche se io l’avevo  ‘sentita’, e mi ero sentito per un tempo lunghissimo là dentro insieme a lei...

Ora più nessuno schermo, nessuna sicumera, nessuna logica, nessuna allucinazione mi proteggevano, ero nudo di fronte al mondo, di fronte a me stesso, a qualunque cosa avrei voluto o potuto essere o fare o immaginare. Non ebbi il tempo di capire che ero stato ‘abbandonato’ da lei, di pensare che quella sua ‘ciclopica’ risata fosse un segno, il segnale di una rivolta collettiva, che venni assalito dagli altri: dall’‘intrusione’ degli altri nella stanza, o palcoscenico, del mio presente. Improvvisamente si rianimarono, sembravano indemoniati, ma non agivano a casaccio, erano come sospinti  da un principio di ordine, da una disciplina già sperimentata, un  segreto rituale, ancorché l’invasione si palesasse nei fatti come una incontrollata e incontrollabile babele di voci. E tutti, uno alla volta, ma in sequenza fulminante, sovrapponendosi quasi l’uno all’altro, dimentichi di se stessi, di quel che sembrava fossero stati fino a quel momento, o invece proprio in nome di ciò che erano stati, si scagliarono contro di me. Tutti indistintamente schierati – il padre, il ragazzo e la ragazza, persino i due bambini – a dare man forte a lei, che era, beninteso, la prima a non risparmiarsi. Ben presto fu un coro, un coro squinternato di suoni più o meno striduli e male assortiti, che non aveva più niente di drammatico:un coro, devo dirlo, dovrei gridarlo, totalmente ridicolo e  assurdo, inspiegabile, tanto più quanto più ‘gridato’, che mi intimava, mi accusava, si univa in una sola voce accusatoria. 





Roberto Bolaño


Sei tu! Sei tu! Sei tu! Sei tu! Sei tu! Sei tu! Roberto Bolaño! Finché io, come in un sogno andato a male, rovinosamente e irrimediabilmente degenerato, da cui ‘dovevo’ (non mi restava altro da fare) assolutamente uscire, andai allo scoperto, tanto ormai era una lotta aperta, una guerra dichiarata,  li presi uno a uno per la collottola (ché erano proprio tutti una combriccola, una banda di mostriciattoli insolenti!), a cominciare proprio da lei, da Ludmilla, presi a sbatterli come se fossero vivi, esseri vivi in carne ed ossa, e non i fantocci sciocchi, i pupazzi – come avevo potuto constatare, ‘vedere’ – certificati in pieno dalle loro posture, dai loro girotondi, dai loro strambi comportamenti e dissi la cosa più paradossale, più inverosimile che mi passò per la testa. Chiesi loro, uno ad uno, mentre li scuotevo con forza, “ Sei tu Roberto Bolaño? Sei tu Roberto Bolaño?”  Non risparmiai neppure i due piccoli, uno dei quali, il maschietto, mentre lo scuotevo, me ne accorsi sbalordito ma proseguii imperterrito, aveva in mano agitandola l’arma impugnata poco prima (quanto prima?) dal suo (presunto?) fratello maggiore. Tutto questo lo feci con tale determinazione che il coro gradualmente andò scemando, il ridicolo coro che era stato il mio ultimo tormento si affievolì e in fine si arrestò. E tutti loro – uno alla volta, con studiate pause, rompendo un silenzio che andava sempre più assumendo ai miei occhi decise sfumature di comicità nell’andamento e nei toni  di quella assurda e improbabile buffonata che (innanzitutto per colpa mia, non lo nego) era andata in scena ed era già da un pezzo uscita fuori dai cardini – e tutti loro, singolarmente parlarono. E negarono. Ciascuno di loro negò, persino i due bambini con le loro vocine acute e stridule quanto quella della madre. Ciascuno di loro negò con le stesse parole, quasi una formula. Disse: “ No, io non sono... Non sono io!”  

Quando ebbero finito, quando anche i due bambini  che sapevano chiamare solo la mamma dissero quella frase, quando la pistola del maschietto smise di ballonzolare nella sua manina che fendendo l’aria sembrava volesse carezzare la sorellina, inerme, indifesa, io  li guardai bene, uno per uno, e di fronte a tanta tenerezza, a tanta uniformità d’intenti, a quella ricostituita, inedita armonia familiare, la bolla d’aria in cui avevo coltivato il mio delirio si allentò; e finalmente fui io a sorridere e dire, soddisfatto, lentamente, ridacchiando, soppesando le parole, anzi sillabando ironicamente, a mo’ di presa in giro: “Yo  so – y... y yo... no so-y...  Ro… ber... to... Bo... la... ño...”, e aggiunsi (forzando la mia voce verso cadenze trionfalistiche da ubriaco felice, o almeno euforico) “Y ahora, musica maestro! Andele!”. E avvenne che tutti mi risposero a pappagallo, come fosse una stupida eco, un’eco di minorati mentali che ridevano senza alcuna ragione. Ridevano da irriconoscibili idioti e ripetevano le mie frasi, spezzandole. Dicevano “Y ahora” oppure “musica maestro!”  oppure “Andele!” oppure “Yo soy”  oppure “y yo non soy”. Ma non a casaccio, forse ubbidendo a un ordine, un interdetto, non superabile. E sempre e solo queste, nessuno (neppure Ludmilla che reputavo la più coraggiosa) osò andare oltre, pronunciare le ultime parole mancanti, quelle che contenevano il nome. Non lo dissero. (Mi accorsi tardi, sconcertato, con un senso di impotenza, di fallimento che anche al mio primo, preciso, virulento interrogatorio avevano dato una risposta incompleta, evasiva, avevano evitato ‘scientemente’ di dire quel nome, non avevano voluto, o potuto, farlo. Capii che mi stavano buggerando, non c’era più tempo, non avrebbero mai più ‘confessato’). Si limitarono a ripetere quelle frasi monche consumandole per inedia, fino a una sorta di naturale consunzione che spense prima le risate e poi le parole ridotte a flatus voci, appena un sospiro. Questa farsa sta per finire, pensai, udendo gli ultimi flebili suoni, vedendo nei loro occhi rivolti verso di me niente altro che rassegnato terrore: come se non vedessero più nulla davanti a loro, e tutta la loro energia stesse per lasciarli, lo spirito e il corpo si fossero esauriti.

Solo il corpo di Ludmilla mandava ancora qualche segnale. Aveva ripreso a danzare con intorno i due bambini a girarle in tondo, legati alla catena, indissolubilmente, ma per orbite più meccaniche, coatte, squadrate, senza alcuna scienza, o poesia, che più le sostenesse. Si muovevano senza alcuna grazia, o leggiadria, davano l’impressione di essere enormemente appesantiti (la pistola del bambino a fare materico blocco con il braccio e la mano, un unico, rigido moncherino privo di articolazioni), natanti incapaci, persi sott’acqua, schiacciati a profondità estreme, silenti. Tanto che avvertii fisicamente anch’io il ‘peso’ di quella visione, e forse per difendermene distolsi lo sguardo da Ludmilla e i suoi figli, per cercare gli altri, che facessero, dove fosssero. Non vidi più nulla, non vidi essere umano, non vidi più il bancone, i tavoli, il bar, la veranda, gli altri viaggiatori... Allora, incredulo, cominciai a disperare di  ogni cosa, tornai a guardare verso Ludmilla e suoi bambini, fin dal principio l’unica mia certezza. Era sola. Anche i bambini erano scomparsi. Nessuna traccia. Stavo diventando pazzo? Mi concentrai su di lei, avanzai per tornare a guardarla negli occhi, in quel viso ‘orribile’, e man mano che  mi avvicinavo la sua immagine  si diluiva in sfumature sempre più tenui e acquose, in un grigiore indistinto, fino a scomparire del tutto, dissolversi... Tutto era avvolto in una fitta, imperscrutabile nebbiolina. Mi ritrovai solo, un naufrago al centro, all’ipotetico centro, della scena,  più solo che mai. Mi guardai intorno. 

Perché sono qui? mi chiesi. Chi sono io?  In lontananza credetti di sentire un tonfo, come di un corpo caduto in acqua, a mare o nella piscina  della veranda, immersa, come tutto, in una cappa di ‘invisibilità’, e poi  uno sparo, un colpo secco, nella stessa direzione. Sempre più perplesso, confuso, mi girai da quella parte e improvvisamente la spessa nebbia che mi avvolgeva cominciò a diradarsi, lasciando filtrare i pallidissimi riflessi di un sole che si indovinava all’orizzonte. In controluce si fece largo la sagoma  di un fanciullo che correva saltellando verso di me. Riconobbi mio figlio, ma non del tutto. Oh Dio, come si chiama? Eleuterio, o Estéban o Faustolo... Maledizione! Sono proprio un disastro coi nomi! pensai... Il fatto è che continuo a confonderlo col figlio di un altro scrittore, naufrago di altri mari, passeggero di un altro sud,  di qua dall’oceano, lui sì un portento coi nomi!

 




Scarica in formato pdf  


      
Sommario Primo Piano

Il contatore dei visitatori Shiny Stat è attivo da dicembre 2006