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SAGGISTICA
Per incominciare
a conoscere
il pianeta Cina


      
Una ragionata lettura del libro di Giampaolo Visetti, corrispondente da Pechino per La Repubblica, “Cinesi - Come vive, lavora, ama il popolo che governa il mondo”, incrociato con gli spunti forniti da altri volumi, tra cui quello di Geminello Alvi “Il capitalismo. Verso l’ideale cinese”. Ne viene fuori un’immagine inedita, sorprendente, anche preoccupante del più grande paese della terra e del suo progetto di dominio globale.
      



      


di Fabio Mercanti

 

 

Parlare della Cina non è mai stato semplice per via della lontananza geografica e culturale, per una certa inaccessibilità e per la vastità del territorio. E se per secoli è stato l’Occidente a muoversi verso Oriente con commercianti, missionari e militari, negli ultimi anni Europa e America sono state travolte da un estremo Oriente multiforme e agguerrito: ristoranti, studenti, prodotti, capitali, parrucchieri. Considerando che inoltre, innumerevoli aziende occidentali hanno delocalizzato la produzione proprio in Oriente e soprattutto in Cina, per via dei prezzi vantaggiosi della manodopera e di un atteggiamento quantomeno invitante dei governi locali. Indubbiamente questo ha portato a nuove occasioni di incontro tra la realtà cinese e quella americana e europea (anche italiana ovviamente) attraverso l’emigrazione seppur temporanea di ingegneri, operai specializzati, etc. che hanno contribuito a far crescere la propria realtà aziendale in un altro habitat.

Raccontare la Cina, per certi versi, è ancora più complesso. Per quanto detto sopra e per la difficoltà a comprendere aspetti culturali e politici ed essere in grado di inserirli nel loro contesto storico millenario. Anche nel mondo globalizzato e iperconnesso non è facile capire e conoscere i fatti che riguardano questo angolo di mondo dai numeri esorbitanti: più di un 1,3 miliardi di abitanti e un Pil che è cresciuto vertiginosamente durante i primi 10 anni del nuovo millennio.

Nei tempi in cui ci si districa a fatica tra una valanga di notizie vere e false, ambigue smentite, attacchi mediatici, frammenti di intercettazioni, foto decontestualizzate e photoshoppate, ci si trova ancora di più spaesati nel relazionarsi a quanto viene dalla Cina e da tutto ciò che in qualche modo scavalca gli Urali o attraversa il Pacifico senza autorizzazioni dello Stato. Perfino Bernardo Bertolucci è stato tratto in inganno dalla fiaba dell’ultimo imperatore cinese che da sovrano del passato, venne rigenerato a cittadino della repubblica senza passare per la gogna. Il libro da cui è stata tratta la pluripremiata pellicola L’ultimo imperatore (1987) non era una autobiografia, bensì l’ottimo lavoro di un ghost writer: alla falsa firma era stato concesso il silenzio[1].

È necessario allora per noi, così lontani, poter capire cosa significhi “Cina”: quali sono quelle azioni “completamente contrarie alle regole sia della nazione che del Nobel” che non hanno permesso a Liu Xiaobo di ritirare il premio Nobel per la pace (visto anche che si trovava in carcere); come è possibile economicamente crescere così tanto e quali presupposti economico-produttivi hanno permesso ciò; perché il nostro giornalismo va a caccia delle notti brave di chi ha un cognome da prima pagina mentre in Cina si liquida come una faccenda di poco conto che i figli di importanti costruttori di Pechino facciano gare automobilistiche lungo viale Wangfujing con tanto di sparatoria. E soprattutto, come sempre quando ci si confronta: cosa abbiamo da dare e da ricevere e viceversa, su quali presupposti si fonda questo dialogo e questo scambio e cosa si perde, immediatamente e nel tempo.

Ci prova Giampaolo Visetti – corrispondente per il quotidiano La Repubblica e abitante di Pechino – con il libro Cinesi. Come vive, lavora, ama il popolo che governa il mondo[2]. Di per sé il sottotitolo suggerisce varie letture e non nasconde scenari. Potrebbe infatti invitare a chiederci come dovremmo vivere se vogliamo anche noi governare il mondo (e la conseguente domanda è se si possa governare il mondo in due o più) oppure come saremo indotti ad amare e lavorare visto che il mondo sta cambiando governo.

Non siamo solo noi lettori di libri, di giornali e di siti web o artigiani, imprenditori e operai ad incontrare difficoltà nel raccontare e far comprendere la Cina, ma anche chi vuole raccontarci la Cina e i cinesi. Le conversazioni sono registrate e la posta elettronica filtrata. È vietato ricercare nel motore di ricerca alcune parole proibite: in tal caso lo schermo del computer si svuota e viene segnalato un errore tecnico. I contenuti di chi scrive devono essere “armonizzati” ed è preferibile che siano in armonia sin dalla prima stesura.

Il governo cinese lo sa benissimo quanto è importante l’informazione e non può permettersi di lasciare ogni cittadino libero di accedere ai contenuti presenti nella rete mondiale. Per questo è stata creata la GAPP (General Administration of Press and Publication) con il compito di monitorare le idee a stampa e in digitale e di armonizzarle al fine di guidare l’orientamento dell’opinione pubblica. Secondo il Ministero della Tecnologia Informatica bastano 20 minuti per far credere falsa una notizia che sia sfuggita di mano e sia stata diffusa: intelligentemente Visetti parla di «falsificazione virtuale», qualcosa di diverso dalla nostra già conturbante «realtà virtuale»[3].

Non solo la Cina che viene raccontata ai cinesi è una realtà filtrata e camuffata, ma anche quella che arriva in Occidente. I giornalisti non sono ben visti in quanto esterni che vanno a caccia di fatti da mercificare per guadagnarsi il rispetto professionale in Occidente. Per questo il governo si premura di organizzare anche il loro lavoro offrendo molto da scrivere con le decine di conferenze stampa giornaliere dove non sono previste domande. Succede così, allora, che quando un contadino ventenne si dà fuoco davanti al mausoleo di Mao perché gli è stata sequestrata la terra, unica sua fonte di sostentamento, il fatto non è considerato d’interesse e ogni traccia dell’accaduto viene fatta sparire in un batter d’occhio. E allora ci si affida alle videocamere dei cellulari (di fabbricazione magari cinese) di un signor Brown di turno perché l’Occidente venga a conoscenza di qualcosa “di cinese” che vada al di là dei dati del Pil.





Ci si sarebbe aspettati che la Cina scoprisse il segreto del progresso umano e si mantenesse costantemente alla guida del movimento di innovazione mondiale. Invece, sono diventati statici – lo sono rimasti per migliaia di anni, e se mai riusciranno a migliorare, dovrà essere ad opera di stranieri[4].

 

Ma in cosa risiede la forza di questa Cina, un’energia che le ha permesso di salire prepotentemente sul podio delle potenze internazionali?

La delocalizzazione della quale si è già accennato ha permesso a migliaia di giovani di andarsene dalla campagna e da un futuro come agricoltore e andare in città, lavorare in fabbrica e sognare di fare carriera. Si inizia con 13 ore di lavoro al giorno per 7 giorni a settimana alla catena di montaggio, chiacchiere sul lavoro multate. Sono soprattutto ragazze, giovani, che si portano dietro il peso di dover riuscire a combinare qualcosa entro qualche anno altrimenti è previsto il ritorno a casa, in campagna, e il matrimonio per sistemarsi. Un buon lavoro può essere l’occasione per tornare a casa solo come vincitrice e sperando in più in un matrimonio migliore. Succede che, a volte, si è tanto perseveranti da resistere e tanto forti da voler migliorare studiando l’inglese, imparare a usare il computer nel poco tempo libero disponibile e saper parlare e presentarsi: questi sono capisaldi nell’educazione di una ragazza cinese che non vuole più lavorare alla catena di montaggio, ma ambisce all’ufficio, a un posto almeno come segretaria. E allora, a volte, giovani ragazze scompaiono inghiottite dalle metropoli e dalle ambizioni alle quali sono state educate dalla “Cina del successo”, nella mischia tra le migliaia di concorrenti.

Le loro storie sono raccontate nel bellissimo libro Operaie di Leslie Chang[5], giornalista del Wall Street Journal che ha vissuto con delle ragazze momenti intensi della loro vita e della loro formazione, cercando di comprenderne i sogni, le aspirazioni e anche le contraddizioni. Intrecciando questa esperienza con la sua Cina, di americana con origini cinesi emigrati in Usa e Taiwan durante la guerra civile cinese. Proprio quel Taiwan che è in grado oggi di offrire alle aziende una manodopera a costi inferiori di quelli cinesi, determinando quindi una delocalizzazione produttiva più fluida nell’Oriente a basso costo, considerando inoltre il rientro di aziende in patria, qualora le basse quantità di produzione non giustifichino la delocalizzazione.

Telefoni e computer dei marchi più importanti vengono prodotti in Cina, per conto della Foxconn azienda balzata agli onori delle cronache più per i tentativi di suicidio e alcuni portati a termine, che non per il fatto di creare tutti quei mirabili oggetti che ci permettono di essere connessi con il mondo al fine di essere competitivi, in ogni campo. Ora l’azienda ha assunto degli psicologi e dei monaci buddisti, aperto una hot-line antisuicidi e «fatto firmare a tutti un contratto in cui ci si impegna a non togliersi la vita e a non far richiedere risarcimenti alle famiglie e steso chilometri di reti sotto tetti e finestre degli stabilimenti»[6].

La parsimonia forzata dell’Eurozona e dell’Occidente americano e americanizzato costringe ora la Cina a non puntare soprattutto sull’export (i prodotti Made in China destinati quindi ad altri mercati), ma sapersi rivolgere anche al mercato interno. Un mercato, vale la pena di ricordare, composto da più di 1,3 miliardi di persone: realtà che gli Usa hanno tenuto decisamente in conto. Si tratta infatti di un altissimo potenziale di consumo che trova ora i presupposti perché i cinesi passino dalle campagne alle città, dal rispetto per le tradizioni millenarie e i dispotismi soffocanti a un governo che incentiva in tutti i modi e che obbliga al progresso economico.

Lo sviluppo dirompente della Cina è stato incentivato da un Occidente investitore e produttore di marchi prima che di prodotti. Che quindi ha da vendere anche una cultura dell’invidiosa spinta all’acquisto del superfluo per emulazione: «Le tendenze 2010 del consumo cinese vedono ai primi posti i viaggi, l’acquisto di animali domestici, gli apparecchi tecnologici, la chirurgia estetica, i mobili di design, gli abiti e gli accessori di lusso, i gioielli, la caccia grossa e gli sport d’élite tra cui golf, sub, polo e sci»[7].

 

 

Morire poveri è peccato.[8]

 

La signora Wang di cui ci racconta Visetti, ha indossato i suoi abiti migliori per andare al supermercato per la prima volta in vita sua. Accompagnata dalla figlia che si è sposata in città fa finta di essere a suo agio in una realtà familiare quando invece viene travolta da tutta quella merce e da una vendita impersonale. Compra pizza surgelata, il burro di arachidi americano, la carne australiana e la frutta del Cile. Lei che fino a ieri aveva acquistato pesce dal pescatore e le galline da chi le alleva.

Le contraddizioni di questa Cina popolare si notano, come sempre avviene, nei fenomeni culturali e mediatici e nella vita di tutti i giorni. Riuscire a comprendere la portata storica di questi mettendoli in connessione con il contesto, permetterebbe di comprendere la realtà meglio di qualsiasi dato statistico, indicativo certo, ma che richiede sempre la necessità di essere interpretato in connessione ad ampi scenari, più ampi di quelli a cui solitamente si fa riferimento.

La giovane Cina, può essere anche colta nella ventenne modella Ma Nuo che, dopo aver fatto un giro su una bicicletta con un contadino, ha detto a tutta la Cina che preferirebbe di gran lunga piangere in una Bmw che ridere su quella bicicletta. Perfino il nostro Occidente consumista si sdegnerebbe. La frase ha certo destato scalpore in un paese con 800 milioni di poveri, perché, come nota Visetti, Ma Nuo si è spinta troppo oltre l’orgoglio e lo sfoggio di ricchezza: «all’assoluzione laica del denaro ha aggiunto una condanna morale della povertà»[9].

D’altronde Deng Xiaoping, leader cinese riformatore in carica dal 1978 al 1992 diceva che «arricchirsi è glorioso» e come tutti gli slogan possono essere riusati e ricontestualizzati. E dopotutto quale può essere il sogno dei giovani nati negli anni ’90 se non quello di potersi affermare? Anche le povere ragazze di campagna che si buttano a capofitto nelle metropoli nate appositamente per ospitare fabbriche imparano fin da subito a fare affidamento solo su sé stesse: né sulla famiglia, né sulla tradizione. Il punto fermo attorno al quale temprano il loro carattere è il desiderio di emergere, in mezzo a sconfinate megalopoli. Questi giovani non sono più i migranti degli anni Ottanta che andavano a lavorare in città spinti dal bisogno di denaro e che tornavano a casa quanto prima per sistemarsi. Le nuove generazioni vogliono la città e le sue opportunità, non cantano più le canzoni degli emigranti, non vogliono sentirsi come tali, e la stampa cittadina non si rivolge più specificatamente a loro: sono integrati, perché pongono l’integrazione come presupposto della loro partenza. Da una indagine riportata nel libro della Chang, il 12% dei migranti degli anni Novanta non è soddisfatto della propria condizione, contro il 27% della precedente generazione. Il dato, come nota l’autrice, non deve far intendere «che i nuovi migranti preferiscano tornare al villaggio. Semmai che le loro aspettative sono orientate verso le possibilità di successo in città». Ma ovviamente non può esserci posto per tutti, e molti non emergono, ma quella che resta viva è la spinta emulativa, il desiderio di competere, il gusto di esibire, le possibilità di consumare: per poter essere come gli altri. «Spendere tutto, da vizio decadente della borghesia occidentale, è oggi in Cina la virtù emergente della classe dominante del secolo» e tutta la società è influenzata, attivamente o di riflesso, da questo stile di vita. Non solo la dedizione al lavoro imposto, ma anche quella al consumo per amor proprio e delle direttive economiche statali.

A Wuqing su settemila metri quadrati sorge il Florentia Village, un artifizio architettonico che accosta (fisicamente) il David di Michelangelo e il campanile di San Marco, il Colosseo e la Primavera di Botticelli. Senza dimenticare l’illustre presenza di negozi che vendono prodotti italiani con sconti speciali. Il Canal Grande nasce da un parcheggio e si può cenare in trattoria. Tutto molto semplice: «In Italia» spiega il direttore del centro commerciale «si va per i monumenti, per i negozi e per la cucina. Occorre molto tempo e molto denaro. Qui offriamo le stesse cose, a due passi da casa e per pochi spiccioli. Così la gente può concentrarsi sugli acquisti»[10].





Operai cinesi inquadrati in fabbrica


L’Europa sta decisamente avanzando verso l’ideale cinese di rendere tutti gli uomini uguali[11]

 

Come può essere definito allora il modello cinese? Di fatto esiste un solo partito, quello comunista, e il sistema economico viene spesso definito come un capitalismo di stato.

Max Weber, nella sua analisi sociologico-economica delle religioni (il cui capitolo più famoso è quello dedicato alla relazione tra capitalismo ed etica protestante) studia anche il caso cinese, in relazione a confucianesimo e taoismo. Secondo Weber molteplici erano i requisiti assenti in Cina perché si potesse affermare il capitalismo: «mancanza di nervi nel senso europeo del termine; pazienza illimitata e controllata gentilezza; forte attenzione alle abitudini; assoluta insensibilità alla monotonia; capacità di lavoro ininterrotta; lentezza nel reagire agli stimoli […]»[12]. Geminello Alvi nella sua ultima opera Il capitalismo. Verso l’ideale cinese del 2011[13]  riprende lo stesso Weber, notando come per il tedesco «il confucianesimo aveva ridotto la tensione al miglioramento a un minimo assoluto. Il particolare ordine cinese, di sé e del mondo, preveniva l’emergenza di una religiosità profetica. Ma proprio questa, secondo Weber, aveva plasmato il calvinismo protestante e creato una nuova etica commerciale. La morale confuciana, invece, aveva soppresso la tensione tra la divinità e la natura, tra responsabilità e grazia. Non si davano, secondo lui, leve bastanti perché le forze individuali sovvertissero le convenzioni tradizionali. Il taoismo, infatti, mancava pure lui di tensione individuale e terrena alla grazia, si dissolveva nella natura»[14].  L’economista marchigiano  invita allora a riflettere come mai in Cina si sia evoluta tale forma di capitalismo. O l’analisi di Weber era completamente errata, o quello cinese non può essere chiamato capitalismo oppure l’idea che Weber aveva di capitalismo era ben diversa dalle forme che questo ha assunto nel tempo fino ad oggi. L’idea di fondo di Alvi – se così indegnamente si possa riassumere un’opera che attinge da letteratura, storia, economia e società come raramente oggi avviene, che vale la pena di scorrere quantomeno per l’organizzazione della narrazione – è che il vero mutamento del Novecento non riguardi la Cina più di quanto interessi invece il capitalismo, essendo questo evoluto in una «tarda forma» dai caratteri «più omologanti» e «antindividuali».

Un Occidente in via di equalizzazione e omologazione di scelte, opinioni e comportamenti – catalizzate inoltre da internet che si costruisce per assemblaggio di culture equalizzate – si incontra con un Oriente in grado di abbracciare una forma di capitalismo disindividualizzante, forte degli investimenti e felice delle opportunità, terreno fertile per chi offre soluzioni standardizzate a consumo, sulle quali pianificare lo sviluppo economico.

D’altronde John Stuart Mill nel suo On liberty del 1859, in passi oggi poco ricordati (e Alvi lo riprende e sottolinea la mancanza, almeno da parte degli economisti), apparentemente si stupiva di come la Cina, «nazione di grande talento e, sotto certi aspetti, persino di grande saggezza […] opera in una certa misura di uomini cui anche gli europei più illuminati devono concedere, pur entro certi limiti, il primato nella saggezza e nella filosofia» – non guidasse il mondo nell’innovazione. Mill riconosce che i cinesi «sono riusciti al di là di ogni aspettativa in ciò a cui tendono così industriosamente i  filantropi inglesi – a formare un popolo tutto uguale, i cui pensieri e le cui azioni sono guidati dalle stesse massime e norme: ed eccone i risultati. Il moderno dominio della pubblica opinione è, in forma disorganizzata, ciò che il sistema educativo e politico cinese è in forma organizzata; e se l’individualità non riuscirà a farsi valere contro questo giogo, l’Europa, nonostante il suo nobile passato e il suo proclamato Cristianesimo, tenderà a diventare un’altra Cina. Che cosa ha finora risparmiato l’Europa da questa sorte? […] Nessuna loro intrinseca superiorità – che, quando esiste, è un effetto e non una causa – ma piuttosto la notevole diversità di caratteri e culture. […] A mio giudizio, l’Europa deve a questa pluralità di percorsi tutto il suo sviluppo progressivo e multiforme; ma è una dote che si sta già riducendo in misura considerevole. L’Europa sta decisamente avanzando verso l’ideale cinese di rendere tutti gli uomini uguali»[15].

 

 

La percezione del mondo in forma di Pil serve non alla conoscenza, ma alla retorica degli stati[16]

 

Una delle ultime città sorte in Cina si chiama Kangbashi ed è già una delle città più ricche della Repubblica. La previsione è che il suo reddito medio pro-capite supererà quello di Hong Kong nel 2014. Si trova nella zona nord della Cina e fino al 2004 era un villaggio di contadini: ora campeggiano grattacieli di uffici, autostrade a sei corsie, ville hollywoodiane. Scuole, taxi e fermate di autobus per una città moderna ed efficiente progettata perché vi possano vivere centinaia di migliaia di persone. Ma per ora ce ne sono 28.000 di cui 16.000 funzionari pubblici e il resto è composto per la gran parte dai loro familiari. Gli appartamenti, gli uffici e le ville sono stati tutti acquistati, molti dei quali anche prima di essere costruiti. Funzionari e  “signori del carbone” hanno comprato in blocco veri e propri pezzi di città, invitati caldamente dal governo. Il fine, non troppo astruso, è quello di crescere nei numeri e di vantare così un Pil in costante aumento. I mezzi, sono quelli consolidati delle grandi opere statali volte al ri-lancio economico, e nel caso si spingono fino a costruire città che non hanno bisogno di essere vissute[17].

Questo è solo uno dei paradossi – di dimensioni notevoli tra l’altro – della Cina contemporanea, nel suo sviluppo in cui i numeri sono al centro di ogni valutazione. Tanto importanti che il conto del Pil è stato ed è uno dei criteri (spesso l’unico) che l’Occidente comune usa per discutere della Cina. D’altronde è un modo perfetto per l’Oriente di parlare una lingua tipicamente occidentale e mettere paura. Nasce così l’esigenza di costruire città-fantasma e cercare acquirenti in giro per il mondo; ed è così che la Cina si propone come uno dei maggiori investitori e azionisti mondiali della green-economy, ma può permettersi di non diffondere i dati interni su inquinamento e smog.

Intanto il governo si appresta a nuovi e continui investimenti “pompati” sulla scia dei 600 miliardi di dollari del 2008 (il nostro anno “terribile”) che hanno permesso il fiorire di realtà come Kangbashi[18]. Un “boom del mattone” che deve essere alimentato continuamente con nuove invenzioni edili.

Forse sarà solo perché ormai siamo abituati a parlare di bolle che scoppiano, ma viene spontaneo chiedersi se l’enorme bolla cinese possa urtare ed esplodere facendo un gran fracasso udibile ovunque. Xiao Gang, il presidente della Bank of China, nel 2010 notava come «crescere» fosse la maniera migliore per le banche cinesi di fare più soldi. Ma: «Questo modello di crescita, comunque, non assicura sostenibilità a lungo termine del settore bancario, né soddisfa le necessità di una struttura economica e sociale bilanciata. Le cose sono molto complicate e così sono le soluzioni»[19].

D’altronde anche i cinesi, a maggior ragione i giovani che hanno appena compreso e si sono convinti che la vita è dura ma possono farcela, vogliono la loro casa e ricorrono a un mutuo. Infatti, presentarsi agli appuntamenti con le ragazze sconosciute come un uomo “non sistemato” o “sistemato male” in un buco di appena 10 m2 non aiuta a trovare una possibile compagna per la vita.





Donne cinesi nell'Esercito Rosso


Uno dice di esser bello

e di essere gentile ed educato

vuol sapere la mia età

e quante storie di una notte ho avuto.

Mi fa morire di paura,

ma che «e-mondo» è questo qua?

Questo tizio non mi va.

Ah, amore QQ,

vero o falso, chi lo sa?[20]

 

In generale le ragazze vogliono uomini con una solida posizione lavorativa, casa di proprietà e devono essere alti almeno 1,70. Alcune hanno preferenze anche per quanto riguarda la regione di provenienza (se non altro per via di qualche pregiudizio sulle attitudini del maschio del luogo, che magari sono radicate nella regione natale della ragazza). L’altezza è molto importante perché indice di salute e di buone origini, probabilmente non campagnole dove la statura è bassa a causa della malnutrizione.

Molti single si conoscono e si presentano attraverso delle schede personali archiviate in raccoglitori catalogati per anno di nascita e tipologia (donne sposate o meno) e custoditi da dei club appositi. Oppure si può conoscere il proprio fidanzato in fabbrica, ma l’eventualità che se ne vada (lui e lo ragazza) da un momento all’altro e  cambi città o regione è molto alta. A volte ci si perde per sempre.

Le nuove generazioni, più avvezze all’uso del computer anche per comunicare e conoscere altre persone, scelgono i loro partner on-line e si conoscono in chat e in webcam. Niente di strano nemmeno per noi occidentali. Ma c’è una tendenza diffusasi negli ultimi anni che vede protagoniste giovani ragazze che accettano “incontri retribuiti” (e secondo un sondaggio il 44% delle ragazze cinesi tra i 12 e i 26 anni hanno già detto sì a questo tipo di esperienza). Situazioni di disagio o motivazioni economiche? Non necessariamente e non si tratterebbe nemmeno di prostituzione. Infatti le ragazze si offrono in rete ma possono permettersi di scartare il pretendente e di scegliere il luogo dell’incontro e la ricompensa. Non si tratta solo di un fugace scambio di corpo e denaro, ma di uno spendere insieme del tempo (non necessariamente di piacere fisico) che può condurre tra le lenzuola. Uomini in carriera e stressati, senza tempo libero da dedicare all’amore, si affittano una sorta di fidanzata, ricambiandola con dei regali.

Anche la prostituzione vera e propria assume connotati cinesi. Le prostitute fanno parte dei locali, dei karaoke proprio come i camerieri e i Dj. I nuovi ricchi della Cina, non esenti da corruzione, lontano dalla casa e dalla moglie, si dilettano nel canto e nel consumo di superalcolici, scegliendo la propria compagna per la serata indicando a una “mami” (una sorta di tenutaria) il numero impresso su una targhetta di plastica agganciata alla vita di ogni ragazza.

Donguann è una capitale industriale della nuova Cina e ha saputo aggiungere anche l’attrazione del piacere, del vizio e del relax dallo stress lavorativo. Migliaia di ragazze si prostituiscono vantando mensilmente guadagni ben più alti delle loro coetanee che lavorano in fabbrica, essendo impegnate per molte ore in meno al lavoro e avendo più occasione di altre per incontrare uomini con case di proprietà e alti 1,70.

Anche in questo caso non si tratta necessariamente di ragazze che vengono dalla strada o dalla povertà. Alcune fanno questo lavoro perché una loro parente glielo ha consigliato e vengono assunte con un “aiuto”, proprio come avviene per le fabbriche, e non è scontato che si tratti di migranti che vengono dalla campagna, le quali, non riuscendo a reggere i ritmi del lavoro della catena di montaggio, scelgono la via della prostituzione per non essere costrette a tornare a casa senza futuro: possono essere delle ragazze di città, già integrate, che hanno seguito gli studi e magari sono anche figlie uniche. In più, queste ragazze, riescono a comprendere cosa sia la Cina meglio delle loro coetanee che lavorano in fabbrica, proprio perché imparano a fingere di amare quegli uomini che questa Cina la vanno via via costruendo.

Perché, ci si chiede, questo commercio umano non è proibito, o quantomeno non si adottano misure per limitarlo? Semplice. «La genialità cinese, innescata dalla proverbiale parsimonia popolare, è arrivata a certificare l’indice “Iso” anche per garantire la qualità del prodotto di Donguann. Trecento ispettori esaminano ogni mese locali e concubine: valutano lusso, ampiezza, pulizia, salute, attrezzatura, età, caratteristiche, riservatezza e così via fino al titolo di studio delle signore, all’opportunità di girare video personali e alla probabilità dei clienti di restare vittime di una retata della polizia»[21]. Ma anche in questo caso, come consuetudine, una contraddizione. In Cina un uomo che ha organizzato un incontro scambista tra coppie consenzienti viene arrestato e perde il lavoro in quanto il paese vieta “incontri promiscui” a maggior ragione se “sconvolgono l’ordine sociale”. Ovviamente l’ordine sociale non ha nulla da guadagnare (economicamente) dai giochi erotici casalinghi di un gruppetto di cittadini, ma molto di più da una sessualità a consumo compresa nel pacchetto offerto dai locali delle città.





Coca Cola Party per giovani cinesi


La piatta devozione del Maestro cinese [Confucio] è stata schierata contro i tridimensionali folletti di Avatar.  Non è finita come sognava Pechino.  Nonostante l’ordine di rimuoverlo dagli schermi di duemila sale di Stato, questa volta ha vinto Hollywood. Il tramonto di Confucio, costato 20 milioni di euro, ha incassato meno di 1 milione. Il blockbuster di Cameron, il più visto della storia anche in Cina, ha guadagnato 100 milioni[22].

 

La Xinhua è la più grande catena libraria cinese, con 140.000 punti vendita in tutto il paese e varie sedi a Pechino, dove è presente un megastore di 5 piani che vende libri, articoli di cartoleria, cd, dvd, videogiochi. Una sorta di Feltrinelli insomma, se non fosse per il fatto che la catena è di proprietà dello stato e pertanto ha delle agevolazioni che le permettono di imporsi sempre più fortemente sul mercato scalzando le concorrenti. E, a differenza delle nostre catene di librerie, i “libri consigliati” e quelli più in vista non sono best-sellers, ma i classici sulla rivoluzione cinese: libri decisamente di scarso appeal per le nuove generazioni.

I giovani cinesi preferiscono leggere libri sulle relazioni di coppia, oppure manuali di self-help e self-empowerment che li possano aiutare nella vita professionale, non tanto riguardo a competenze (non necessariamente apprezzate), ma nell’approccio ai colloqui e nelle piccole azioni quotidiane durante l’orario di lavoro. Il tutto in un condensato di letteratura motivazionale che mutua gli stilemi degli Usa anni ’50. Improvvisati sosia di Dale Carnegie che sono riusciti a concludere ben poco nella vita professionale pubblicano libri e diventano guru alla conquista della folla a caccia di successo. È il caso di Ding Yuanzhi (raccontato nel libro di Leslie Chang) autore del best seller Quadrato e rotondo dopo aver fallito con la sua agenzia di pubbliche relazioni, e vantandosi per iscritto di aver ottenuto il suo posto da insegnante in una scuola non per merito, ma con un sotterfugio. La carica motivazionale per i giovani non viene solamente da queste “guide”, ma si radica nella famiglia fin dall’infanzia.

Altri best seller sono stati Il ruggito della madre tigre di Amy Chua[23] e Per questo vanno all’Università di Pechino di Xiao Baiyou, uomo d’affari di Hong Kong. La signora Chua è una docente della Law School di Yale di origini cinesi e vuole dimostrare come l’idea di sacrificio e disciplina che secondo lei sono alla base del miracolo cinese, possa applicarsi alla gestione della famiglia, in particolare all’educazione dei figli. Questi, ad esempio, vengono educati a superare obbligatoriamente il livello ottenuto in ogni prova, vengono lasciati senza cena e senza sonno a esercitarsi al piano (con quale lucidità?) in pieno regime di terrore. L’idea di fondo ha presupposti accettabili: «trovo sconvolgente che ai figli sia permesso sprecare tanto tempo davanti ai videogiochi, al telefono e al computer. Raggiungono il futuro impreparati, inconsapevoli che il mondo è duro, là fuori», dice la signora. Resta da capire quanto questi figli disumanizzati  contribuiscano alle brutture che si incontrano in questo mondo.

L’altro, il signor Baiyou, offre soluzioni ancora più efficaci. Non si tratta solo di acquisire la consapevolezza e di temprarsi alle durezze del mondo, ma di superare l’esame di ammissione all’Università di Pechino. Come? A suon di botte, non permettendo azioni comuni (come mangiare quando si ha fame), obbligando a chiedere il permesso al proprio genitore anche per bere una bibita durante una giornata di studi (e non si è esonerati nel caso il papà sia fuori per lavoro). Poi c’è chi come He Liesheng che vuole educare i suoi figli come degli animali e manda in giro suo figlio di quattro anni solo e nudo in un innevato e ghiacciato parco di New York.  A 13 gradi sotto 0.

Altra idea di fondo, di tali metodi, secondo il signor Baiyou è che i bambini non riuscendo a discernere cosa sia giusto e cosa sia sbagliato, debbano così essere aiutati da delle punizioni memorabili. Altro che il signor O’Brien (Brad Pitt) del biblico Tree of life di Terrence Malick (2011) o il restrittivo Padre della Genesi?

 

 

The teachers have some problems[24]

 

Se il Novecento, ma in fondo per certi aspetti tutta la storia, ci ha dimostrato che la cultura dominante è quella del paese economicamente vincente (con armi, guerre, belle parole e quant’altro), come può confrontarsi la popolazione finora “vincente”, con chi parla di «Sicurezza culturale dello Stato» e «Influenza culturale dello Stato nel mondo» al fine di «salvaguardare l’unità della patria, controllare la creatività del popolo ed espandere il peso della civiltà nazionale»? E non ci dovremmo meravigliare che la Cina cerchi di far diventare la sua cultura un’industria e ne faccia un business. L’Occidente americano è stato bravo in questo, tanto che i giovani cinesi di oggi ascoltano la musica pop in lingua inglese, bevono Coca-Cola, mangiano da McDonald’s e mitizzano Walt Disney (uno che da fiabe della tradizione popolare europea ha creato prodotti riproponibili di generazione in generazione continuamente rafforzati da un mercato vivo che si basa su prodotti derivati come pupazzi e quant’altro). Per il governo cinese si tratta solo di trovare il modo di diffondere nel mondo l’idea che «la Cina è un successo» usando i mezzi della propaganda e tutto ciò che è stato chiamato soft power[25]. E la Cina un’idea di come farlo ce l’ha.

La Xinhua – la storica agenzia di stampa cinese, rigorosamente governativa – sta aprendo anche un canale televisivo e la tv di Stato Cctv controllata dal Partito Comunista  gestisce canali con news per 24h al giorno in diverse lingue europee, tra cui ovviamente l’inglese. L’idea è quella di «presentare al mondo una visione completa dei fatti internazionali, ma con una prospettiva cinese»[26]. Intanto i magnati dell’editoria cinese puntano all’acquisto delle testate in crisi dell’Occidente: credono che la comunicazione avrà un ruolo fondamentale nel futuro e d’altronde hanno ottimi maestri negli americani.

A questo punto una semplice osservazione e le conseguenti domande possono aiutare a concludere. La disinformazione occidentale sulla Cina, che porta a percepirla più come una percentuale racchiusa nell’ideologia del Pil che non nella sua complessità, o che la rende un luogo misterioso dalle abitudini culinarie bizzarre (con turisti che goliardicamente assaggiano peni cucinati appartenenti ai più strambi animali e credono così di aver fatto una utile e dilettevole esperienza cinese), ma che può conoscerla con gli occhi americani, tedeschi, francesi, italiani etc. e anche con quelli della Cina stessa, quale genere di scontro/incontro di civiltà può generare quando si relaziona con una così vasta popolazione che conosce il suo mondo e quello degli altri attraverso l’informazione governativa, e viene formata da chi propone un Occidente in declino in formato copia-incolla? E poi, visto che anche la Cina conferma che il mercato della comunicazione sarà il «grande affare del Duemila» e che, con i lancio delle nuove tecnologie, l’industria delle news aumenterà del 40% nei prossimi anni, che ruolo si sono dati e hanno e avranno Google e Baidu (il motore di ricerca nazionale cinese)? Ancora un volta, l’immateriale, il fittizio, il fluido, la rete omologante.

 

 

 

 

 

 

 



[2] Giampaolo Visetti, Cinesi. Come vive, lavora, ama il popolo che governa il mondo, Milano, Feltrinelli, 2012, € 16,00.

[3] Ivi, p. 126.

[4] J. Stuart Mill, Saggio sulla libertà, Milano, Il Saggiatore, 1993, p. 100.

[5] Leslie T. Chang, Operaie, Milano, Adelphi, 2010, € 24,00.

[6] Giampaolo Visetti, op. cit., p. 113.

[7] Ivi, pp. 52-53.

[8] Dal diario di Chunming, una delle regazze migranti protagoniste del libro di Leslie Chang. L. Chang, op. cit., p. 69.

[9] Ivi, p. 41.

[10] Ivi, p. 59.

[11] J. Stuart Mill, op. cit., p. 100.

[12] Cit. in Geminello Alvi, Il capitalismo. Verso l’ideale cinese, Venezia, Marsilio, 2011, p. 29. Cfr. Max Weber, Religion of China, Glencoe, The Free Press, 1968; ID, L’etica economica delle religioni universali. Confucianesimo e taoismo, Torino, Edizioni di Comunità, 2002.

[13] Geminello Alvi, Il capitalismo. Verso l’ideale cinese, Venezia, Marsilio, 2011, € 21,00.

[14] Ivi, p. 29. Stuart Mill riguardo l’Oriente parla di un «dispotismo della consuetudine», cfr. J. Stuart Mill, op. cit., p. 98.

[15] Le citazioni di Mill sono tratte dall’edizione già citata del Saggio sulla libertà da p. 98 a p. 100.

[16] G. Alvi, op. cit., p. 31.

[17] Cfr. G. Visetti, op. cit., pp. 102-106; e anche vari articoli di quotidiani tra cui http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2010-07-16/kangbashi-citta-fantasma-vittima-190631.shtml#continue

[19] Cit. in G. Alvi, op.cit., p. 16; cfr. Carl. E. Walter, Fraser J. T. Howie, Red capitalism: the financial foundation of China’s extraordinary rise, Singapore, John Wiley & Sons Asia, 2011, p. 49.

[20] Canzoncina ispirata a QQ, un servizio di chat molto noto in Cina. Cfr. L. Chang, op. cit., p. 200-201.

[21] G. Visetti, op. cit., p. 149.

[22] Cfr. G. Visetti, op. cit., p. 26. Si fa riferimento a un film su Confucio di produzione statale sul quale è stato investito molto.

[23] L’edizione italiana è stata pubblicata da Sperling & Kupfer. A. Chua, Il ruggito della mamma tigre, Milano, Sperling & Kupfer, 2011, € 18,00.

[24] Lo dice Wang Qishan, politico cinese, in visita alla Casa Bianca nel 2009 quando Barack Obama, presidente Usa, gli insegna a tirare a canestro. Episodio narrato in G. Alvi, op. cit., p. 17.

[25] Cfr. Joseph S. Nye jr, Soft power, Torino, Einaudi, 2005; ID, Leadership e potere. Head, soft, smart power, Bari-Roma, Laterza, 2009.

[26] Cfr. G. Visetti, op. cit., pp. 129-133.




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