LETTURE
MARIANO DE SIMONE
      

Blues! Afroamericani da schiavi a emarginati

 

Roma, Arcana, 2012, pp. 190, € 16,50

    

      


di Simona Cigliana

 

 

La  Guerra Civile ha lasciato nella storia degli Stati Uniti una cesura epocale che ha profondamente condizionato la vita politica, civile e anche culturale della nazione: perfino per quel che riguarda la musica, si parla negli States di un “prima” e di un “dopo” Secessione. Eroe del (forzato) ricongiungimento, del successivo balzo industriale, porta-vessillo del partito antischiavista fu Abramo Lincoln, dipinto dagli annali come padre della patria, secondo, per lungimiranza politica, statura morale e impegno in favore dei diritti civili, soltanto a Jefferson e a Franklin. In realtà, al di là del propagandismo di facciata,  si evince con chiarezza dai documenti dell’epoca che Lincoln, se perseguì lucidamente e con forza i primi due obiettivi – l’unità federale e lo sviluppo  economico – fu invece assai meno determinato per ciò che riguardava la schiavitù, scottante questione per la quale, senza falsi idealismi, si lasciò piuttosto guidare dall’opportunità politica, pronto ad adoperarsi per la sua abolizione quanto per il suo mantenimento, a seconda di dove spirasse il vento della guerra e delle alleanze.

Andò come tutti sanno – e gli afroamericani, alla fine del conflitto civile, si videro elargita l’agognata emancipazione. Tuttavia, lo stesso Proclama governativo che, nel 1863, liberò gli schiavi, ignorò del tutto i loro problemi. Migliaia di colored si ritrovarono da un giorno all’altro senza padroni e, di conseguenza, senza lavoro né casa né mezzi di sussistenza, nel cuore di un continente in cui i loro padri erano stati deportati come semplice forza lavoro e che, al Nord come al Sud, era profondamente razzista. Non c’è da meravigliarsi se molti di loro seguitarono a prestar mano d’opera, per salari ridicoli o addirittura gratuitamente, nelle case e nelle aziende in cui erano cresciuti e invecchiati. Tanti altri, invece – una consistente percentuale – diedero vita a un importante fenomeno di migrazione interna, dal sud delle piantagioni  verso il nord delle grandi città industriali, dove continuarono ad essere sottopagati e pesantemente discriminati. Proprio dal coro di questi uomini disperati che avevano conosciuto il peso delle catene e la terrorizzante esperienza del volo libero senza paracadute, si leva, come un lamento e come un inno, il variegato canto del blues – o meglio dei blues e della musica nera, fondamento sonoro di tanta futura elaborazione novecentesca, americana e non solo. 

 

L’avvincente libro di Mariano De Simone, Blues! Afroamericani da schiavi a emarginati, rende conto del triplice percorso, socio-politico, umano e musicale della comunità nera statunitense: un percorso caratterizzato dalla richiesta di dignità e di integrazione ma anche dalla sofferta ricerca di una identità che, a partire da radici assai diverse, potesse offrire elementi di riconoscimento collettivo.

Provenienti dai quattro angoli del continente africano, questi uomini che avevano in comune la razza ma non l’etnia, l’esperienza della deportazione ma non la memoria ancestrale si trovarono infatti a condividere, dopo l’emancipazione, soprattutto l’umiliazione quotidiana dello sfruttamento, della miseria e della emarginazione. Perciò, i testi della musica black, da quelli dei primi spirituals a quelli dei country e, poi, dei city blues, nonostante i soprassalti di ironia che ci lasciano ancora stupefatti, viste le generali condizioni dalle quali scaturiscono, raccontano quasi sempre storie di dolore, di perdita, di ingiustizia e di servitù mentre l’andamento melodico, a dispetto di quello ritmico, incalzante e talvolta frenetico, è caratterizzato da sfumature di profonda malinconia, che testimoniano  il mood di un popolo oppresso:

 

Giù al sud quando fai qualcosa di male

Stai tranquillo, ti sbatteranno sicuramente ai lavori forzati

Ti sbattono a obbedire a un tipo che si chiama Capitan Jack

Sicuramente lascerà la sua firma sulla tua schiena.

 

Oppure

 

Me ne sto andando in Lousiana, ragazza mia, seguendo il sole

Ho appena scoperto che i miei problemi sono appena cominciati

Me ne sto andando a New Orleans, per procurarmi un talismano

Che vi insegni, care signore, come trattare il vostro uomo.

 

Scaturita contemporaneamente in luoghi distanti del grande continente, da vissuti che, seppure accomunati da molti tristi fattori, erano peraltro anche molto diversi, la musica afroamericana è difficilmente descrivibile in maniera uniforme. Se è abbastanza condivisibile l’affermazione che in principio ci furono i field holler e le work song – canti di lavoro dalla tipica struttura call-and-response, corale o leader-and-chorus –, e quelle salmodianti espressioni di preghiera cantata che si sarebbero nel tempo tramandate come negro-spirituals, è d’altra parte evidente che la musica sviluppatasi dopo l’emancipazione è fortemente influenzata dai poli geografici e dalle personalità che ne contrassegnarono l’evoluzione.

Con “blues” ci si riferisce perciò, di fatto, a realtà e a generi assai differenti ma accomunati, sul piano timbrico, dalla costante presenza di quelle blue notes che distinguono la musica nera di quegli anni (terzo e settimo grado della scala maggiore alternati con un bemolle); sul piano sentimentale-espressivo, da uno stato d’animo depresso e abbattuto, di rabbia frustrata e impotente: ossia da un blue mood  che alcuni dicevano ispirato da un blue devil esorcizzabile solo con il ritmo; sul piano della storia dei generi, dal fatto di essere all’origine di tutte le espressioni musicali afroamericane.   Le quali, nei due decenni a cavallo tra Otto e Novecento, conobbero una straordinaria fioritura, sia sviluppando in modo innovativo sia innalzando su un piano colto e destinato a larga popolarità quel senso del sound e dello swing e quegli elementi di sonorità  che i nigger  sapevano tirar fuori anche in condizioni disperate, da strumenti di fortuna come washboard e washtube, diddley bow, kazoo e jug, bones, jaw-bone, calabash e bottleneck. Protagonisti indiscussi di queste prime fasi restarono tuttavia il  banjo e la chitarra, nelle sue varie versioni, modificatesi anche in relazione al nascere di nuovi generi: più “classici”, come il ragtime, o più ispirati all’improvvisazione, alla contaminazione culturale e al virtuosismo dei singoli e delle band come il jazz.

 

Troppo lungo sarebbe addentrarsi nelle descrizioni e nella microstoria dei generi e sottogeneri del blues, di cui invece il volume di De Simone illustra inizi e diffusione. Ci limiteremo a ricordare che il libro offre anche l’opportunità di situare con maggiore precisione, nelle teche spesso vaghe della memoria, personalità e brani  “mitici” della cui biografia o genesi poco sapevamo: da Scott Joplin a Robert Johnson, da Bessie Smith a Chuck Berry, da John Lee Hooker a Elizabeth “LibbaCotten, dei quali qui si ammirano gli storici ritratti fotografici in bianco e nero. Un altro elemento che contribuisce all’appeal di questo excursus ben documentato, ricco di informazioni ma anche di passione musicale e politica e affabilmente discorsivo, è poi la trascrizione del testo di alcuni brani molto noti, di cui è possibile apprezzare, nella versione bilingue, il taglio poetico e le risonanze maudit.




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