TEATRICA
CONCERTO-READING

Una fiaba d’amore dai vicoli di Viterbo alle Comunas
di Medellín


      
“Il Colombiano. Di adozioni & altre biologie” è l’ultimo testo in versi di Antonello Ricci, pubblicato da Davide Ghaleb Editore, e allestito dalla ‘Banda del Racconto’ diretta da Alfonso Prota, in forma scenico-musicale, con le composizioni dei ‘Myliac’ a sostenere l’intera performance. Si tratta, in sostanza, di una palpitante, ma anche allegra narrazione autobiografica mistilingue, in cui l’autore descrive paure, sentimenti e desideri di un padre che si misura con l’esperienza emozionante e complicata di adottare un bambino – il suo secondo figlio, Juanco (Juan José) – nato in Colombia nel 2003. Se ne può qui ascoltare la quarta parte in audiofile.
      




      

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Il Colombiano, nuovo libro di Antonello Ricci (Il Colombiano. Di adozioni & altre biologie, , Vetralla 2011, pp. 60, € 8,00) è una fiaba d’amore. Una storia di padri e figli. Un racconto autobiografico. Al filtro della scrittura, paure sentimenti desideri di una esperienza straordinaria: l’adozione da parte dell’autore, nel maggio 2004, del suo secondo figlio, Juanco (Juan José).

Ma occhio al sottotitolo: ogni padre adottivo si renderà conto, prima o poi, che in amore non c’è differenza. Tra paternità e paternità. Tra seme e seme. Perché ogni adozione è biologia. Perché ogni biologia è in realtà un’adozione. Il Colombiano è insomma un elogio del seme bastardo. Un nudo inno alla bellezza della vita. L’arrivo di Juanco ha gioiosamente spedito gambe all’aria la vita di Ricci: da una parte rafforzandone il rapporto d’amore col primo figlio, Lorenzo (autore delle stralunate illustrazioni del libro); dall’altra riportandolo, «attraverso la terra dei ricordi», al tempo in cui anche lui era un figlio: figlio di un figlio adottivo a sua volta, perché orfano.

Ma Il Colombiano è anche un omaggio: Juanco è nato il 25 aprile 2003 a Medellín. Insomma è concittadino di Fernando Botero e dello Juanes di Camisa negra, una canzonetta che tutti avrete canticchiato, almeno una volta, guidando nel traffico o mentre vi facevate la barba. Purtroppo Medellín è anche famosa, e dolente, per la leggenda di Pablo Escobar e per il cartello del narcotraffico, per la Virgen de los Sicarios e per quei killer-ragazzini che, devotissimi, ogni giorno le consacrano pallottole. Così Il Colombiano si presenta pure come una fantasia horror, una dichiarazione d’amore alla città «funesta e aerea» che i Colombiani stessi considerano la Napoli di Colombia.

Il libro narra gli ultimi istanti del consueto gioco serale tra un padre e un figlio, «di semi diversi, prima dispersi poi ritrovati». Come ogni sera, alla fine del gioco, già sotto le coperte, il figlio chiede al padre: «mi racconti una storia?». Lui acconsente. E racconta. Tutte le sera una stessa fiaba: «quella del bambino che non dormiva mai». E quando il ragazzino si addormenta, il padre si perde nel dormiveglia dei suoi ricordi. Finché anche lui sprofonda nel sonno. A questo punto, dal corpo del figlio addormentato si desta lo spettro del «sangre», il morto-vivo di un passato che non passa mai, ignobile e feroce. Si desta e parla parla parla.

Il Colombiano è un racconto in versi. Strutturato in quattro quadri, ciascuno dei quali si sviluppa come variazione su una diversa tipologia testuale: dal ritratto del ragazzino, svolto a forme liriche, a un particolare genere di fiaba aperta; dal racconto in flashback al monologo teatrale vero e proprio.

Ma nel libro c’è anche un quinto quadro, senza parole. S’intitola, non a caso, «Notturno strumentale». Perché, a differenza dei precedenti lavori portati in scena dalla «Banda del Racconto», Il Colombiano è anche e soprattutto un concerto-reading. Con Alfonso Prota in cabina di regia. E la musica dei Myliac che asseconda e innerva tutta la performance, dal dolce avvio serale al suo compimento notturno e visionario, quasi spiritico. Dai vicoli di Viterbo alle Comunas di Medellín: fra tuguri che si arrampicano sulle montagne come mucchi di spazzatura, vero e proprio «inferno che si aggrappa al cielo», regno incontrastato dei sicari-ragazzini. Anche per Prota, andrà detto, Il Colombiano si configura come faccenda di padri e figli: nel quadro quarto infatti (il momento più indemoniato, più urlato rappato guappato), il regista si ritrova al leggio fianco a fianco con suo padre Vincenzo, a leggere un impasto di ispano-napoletano che lo riporta alle più intime e remote radici partenopee della sua famiglia.





Antonello Ricci


( Ascolta il file mp3 )

 

 

Quadro IV

 

«Cuéntame una vez más la noche en que me mataron!»»

Doppia morte di un killer ragazzino

 

- Omaggio a Medellín in forma di veglia funebre -

 

Un tempo imprecisato

nel quale, dalle spoglie

del figlio-figlio addormentato

come un morto resuscita, risorge

la vita-prima-della-vita

che è in lui, dimenticata

la sua “natura” più profonda, antica

come un grumo di seme

e sangue e viscere animali. Si desta.

Sorge improvviso dal letto di morte

solleva il busto

nel mezzo della propria veglia funebre

è l’Uomo-Non-Più-Uomo

il Già-Mai-Uomo

è un killer ragazzino

morto ammazzato come un cane

da una banda rivale.

È pianto dalle femmine

straziate, impaurite

i maschi covano rancori

in disparte, nell’altra stanza

di quel tugurio in cima in cima

a las comunas

del sur, a quell’infierno

dove la povertà

fatta ferocia

fatta empietà

s’aggrappa al cielo;

solo che a Medellín

il cielo, il paradiso, l’aldilà

stanno dabbasso:

devi precipitare

fino al fiume, in fondo alla valle.

Così il morto che torna

spalanca gli occhi

incredulo, si guarda intorno

poi chiama, chiama, chiama!

 

Oíste, pues

tú, hijaeputa madre, Virgen

es que yo sí te amaba demasiado

yo que te adoraba a toda hora

todos los benditos días de mi corta vida

y hasta ayer que te había consagrado

en manera gloriosa en cada bala

y por el trabajo yo te había encendido una vela!

Virgen de Los Sicarios

por que me dejastes morir por mi enemigo!

Y tú, amigo, a donde te fuistes?

Regresa conmigo

y cuéntame una vez más la noche en que me mataron!

Amigo mío, sabes que?

Es que estoy cansado de todo esto

m’agg’ rutt’o cazz’!

E siccomm’ agg’ngignat’o vestit’ buon’

pe’ piacere,

puortam’ abbasc’

abbasc’o vico

abbasc’o rione

famm’ saglì rind’a machina

scinnimm’o ciumm’

scinnimm’o centro

jammuncenn’, cumpariè

jammuncenn’ a fà ’o burdello!

Y no vayas a creer que por que me mataron a balazos!

Ecché te crir’ pecché m’hann’ minacciato

’e turnà ’o funerale

’e arapì ’o tavùto ’e m’accìrere

’n’ata vota!

Y sólo por que estoy muerto en realidad,

no te conformaras con lo que te pido,

parcero, zizas guevón!

Scennimm’. Ce ne jamm’ camminanno

annanz’ e aret’

’ind’a rezz’

’re calles y carreras ’ro quartier’

e fummamm’

ce passamm’ aguardiente

e sentimm’a musica

musica vera (yo quisiera escuchar música fuerte, moderna)

ato ch’ robba ’e vecchiamme (que no sea vieja)

ato ch’ campesinos (no música campesina)

ato ch’ vallenatos (ni vallenatos)

ato ch’ despechos (ni música despechada)

con la radio a todo volumen!

E m’ea purtà rind’o local’ preferito

addó ’e ballerine

zoccole tutt’annùre

m’imbruscinan’n piett’

’e zizze, ’e cianche

’e pacche e ’e pucchiacche!

Y luego nos vamos a emborrachar

una otra vez más

e fumamm’ èvera e basuco!

Después lo mejor,

el polvo blanco

y después nos vamos a otro puesto

y a un parche nuevo... ’n’ato, ’n’ato e ’n’ato ancora!

Finacché caddurmimmo

stracch’ e strutt’

’a cocch’ parte, llorando y riéndonos abrazados

como en los viejos tiempos,

cumpagn’ mi’,

arrubbanno accussì, assieme

nu juorno ’e cchiù a’ ciorta.

Jamm’ bell’, pecché

nun c’ sta chiù tiempo.

E ’o juorno appriesso

m’nfilate ’n’ata vota rind’o tavùto

otra vez en el ataúd

y serà la hora justa

y después del entierro me llevaran al cementerio,

llorando desesperados sobre el ataúd

e sfummichiate

basuco ’ngoppa’o tavùto

e jettate

aguardiente ’ngoppa’o tavùto

gritando y disparando al aire

y lloraran de nuevo

y entonces meteran el ataúd a la bóveda

con la radio a todo volumen!

Musica vera (yo quisiera escuchar música fuerte, moderna)

ato ch’ robba ’e vecchiamme (que no sea vieja)

ato ch’ campesinos (no música campesina)

ato ch’ vallenatos (ni vallenatos)

ato ch’ despechos (ni música despechada!)

Al menos hasta que se cumpla mi voluntad

para no sentirme solo.

Grazie, frat’ro mi’

pe’ ’sta pietà ’e merda

grazie càe jencut’ pe’ ’n atu poco ’stu silenzio.

Famm’nu poco e luce ind’ a ’sta strada

annanz’e pier’

ind’ a ’stu scuro ch’ vene.

Scarfame ’nu poco ’e braccia

rind’ a ’stu fridd’ ch’ vene.

E i’ te ringrazio, frat’ro mi’,

grazie,

finacché ’o sole riluc’

ngoppa ’e risgrazie senza senso

’e ’sta vita mi’!

Ma tutto sembra invano.

Sempre più assente

sempre più triste

come Euridice

il morto perde le sue forze

torna supino, si abbandona

imbocca contromano

spinge l’acceleratore

giù, fino in fondo

sfreccia attraverso

quel buio senza forma.

Torna a dormire.

Il figlio-figlio

torna se stesso.

 

Adesso i due

vanno alla deriva

in un sonno

da cui domani non trapeleranno

né sogni né fantasmi.

Ma intanto il giorno resta

lontano, infinitamente lontano.

I corpi si fanno più vicini.

Si adottano l’un l’altro.

 

 

VERSIONE ITALIANA

 

E tu, quella puttana di mia madre!, eppure, Virgen, eppure ti ho amata a dismisura, ti ho adorata in ogni istante, in ogni giorno della mia breve vita e anche ieri ti avevo consacrata (come un’ostia) ogni pallottola e per il “lavoro” ti avevo dedicato un cero acceso! Virgen de los Sicarios, perché hai lasciato che mi ammazzassero! E tu, amico mio, dove sei andato? Torna da me, raccontami una volta ancora la notte in cui sono morto! Amico mio, sai che c’è? C’è che sono stanco di questa veglia, mi sono rotto il cazzo! E visto che indosso il mio vestito più elegante, ti prego, portami giù dabbasso, in fondo al vicolo, in fondo a la comuna, mettimi in macchina, scendiamo al fiume, scendiamo in centro, andiamo, amico mio, a far casino! E mica solo perché mi avranno sbudellato a pistolettate! E mica solo perché avranno minacciato di tornare al funerale, riaprire la bara e ammazzarmi un’altra volta! E mica solo perché sarò davvero morto, non accontenterai il mio desiderio, il mio ultimo desiderio, e dài, amico mio, cazzo, e dàaai! Scendiamo: andremo a spasso su e giù per l’infinita, per la squadrata rete di calles y carreras del centro e fumeremo, ci passeremo aguardiente e ascolteremo musica, musica vera, altro che quella roba da vecchi, altro che campesinos, altro che vallenatos, altro che despechos, lo stereo a palla! E tu mi porterai nel mio locale preferito, dove le ballerine, puttane tutte nude, mi strusceranno addosso le loro tette, i fianchi e culi e fiche! Mi strusceranno addosso e non starò a guardare mica e mica sono coglione, voglio vedere se mi resta addosso almeno un fremito di vita! E poi berremo e poi berremo ancora e fumeremo erba e basuco e poi la neve e cambieremo locale, un altro, un altro ancora, finché ci addormenteremo, finiti e sfatti, da qualche parte, piangendo-ridendo sulla spalla uno dell’altro, amico mio, rubando così, insieme, un giorno in più all’oblio. Ma forza, perché ormai non c’è più tempo! E la mattina dopo mi infilerete di nuovo nella bara. Sarà la volta buona e dopo il funerale mi porterete al cimitero, piangendo disperati sulla bara e sbufferete basuco sulla bara e verserete aguardiente sulla bara e sparerete in aria urlando e romperete in singhiozzi una volta ancora e solo allora infilerete la bara nel fornetto, ma infilerete pure lo stereo acceso a palla! Musica vera, altro che quella roba da vecchi, altro che campesinos, altro che vallenatos, altro che despechos! Almeno per un poco. Perché possa sentirmi meno solo. Grazie, fratello mio, per questa empia pietà, grazie che riempi ancora un po’ il silenzio. Illuminami ancora un po’ la strada davanti ai piedi in questo buio che viene. Scaldami ancora un po’ le braccia in questo freddo che viene. Ed io ti dirò grazie, amico mio, grazie, almeno finché il sole risplenderà sulle sciagure senza senso di questa vita mia!




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