PRIMO PIANO
SAGGIO-RACCONTO
Alla ricerca
della stanza perduta
e ritrovata


      
Prendendo a riferimento due antipodi concettuali come il luogo chiuso di una camera e il nomadismo (anche quello dei ‘cybernauti’ attuali) e ponendosi, in tal modo, in ideale concordanza con le opere di Simone Weil e Jacques Attali, questo testo presenta un ventaglio di riflessioni critiche sulla dialettica restare-partire, patria-esilio, come modello genetico della coscienza letteraria contemporanea.
      



      


di Sergio D’Amaro

 

 

1.  Divagazioni in una stanza

 

Finestra, balcone, porta, pareti: è una stanza. È il luogo che racchiude perfettamente l’individuo scampato a viaggi ed età. Intimità ed aperture, sogni e lacrime, riflessioni e vaneggiamenti, specchio del proprio inferno e sorriso di qualche benevolo dio. Puoi socchiudere le persiane, scrutare le case di fronte, immaginarti in quella pianura che si distende sotto i tuoi occhi. Scorgi la città, scopri un lembo di campagna lontana, sfidi la minaccia di un nembo saettante.

Sei nella stanza che hai arredato, dove ti piacque sostare fin da bambino. Quando disponi di un flashback, puoi inquadrare la prima scena: sei nato lì, sul letto estivo, in piazza c’era la cassa armonica, sul mare spirava uno scirocco notturno.

Le pareti ti avvolgono e ti escludono, ti difendono e ti rendono cieco. L’importante è non sentirsi in gabbia, non accettare il carcere. Essere consapevoli che quel pezzo di spazio è correlato ad altri ambienti, fa parte di una casa e che questa casa sta sotto un cielo più largo, sotto cui vivono tante altre stanze individuali connesse ad una moltitudine stupefacente di destini.

Ognuno vive a suo modo, ma tutte le stanze si somigliano. Alcune sembrano più chiuse, più contratte nel loro geloso mistero. E ognuna rivela un indizio o una traccia di personalità, la prova d’un viaggio o la giustapposizione di elementi e di esperienze.

Le stanze sono stazioni, soste di un itinerario. Ci distendiamo sul letto con la testiera in ferro battuto d’una volta: ghirigori, volute, intrecci, rose d’un rosso antico. Gli occhi fissi alla volta, vedi Antonio, Giuseppe, Giovanni che restano irretiti in quel cielo appena velato di colore, fatto apposta per indurre ad erramenti e a rapide incursioni nel vagheggiato futuro. Sentiamo treni che passano nelle altre stanze, voci famigliari confuse ad un bicchiere infranto, lo sbattere di una porta per un’improvvisa impennata del vento. I nostri amici restano là, distesi sul letto, a decifrare tutte queste sovrapposte impressioni che gorgogliano in sottofondo per qualche pensiero dominante.

Stanza, stazione, stagione. Qualcosa s’è mosso, qualcosa che somiglia al tempo della nostra vita. Gli alberi si sono coperti e svestiti, il sole si è rotolato sulle colline più basso. La stanza di ieri s’affaccia sulle stagioni fuggenti e fa lo sguardo smarrito. Passato e presente si coniugano in quello stretto passaggio che fa distante l’interno dall’esterno. Esiste, quindi, il mondo! Le stanze di tutte le case si affacciano sul mondo, ne misurano la distanza, invocano un difficile distacco da quella primitiva dimensione individuale.

Vorremmo indugiare nella nostra antica stanza: penetrare per atto sovrumano nelle fotografie lasciate alle pareti, cresciute anno dopo anno più numerose, fermandoci in quei diversi tempi che ci escludono; toccare, come facemmo la prima volta, la miniatura del Colosseo o della Tour Eiffel riavvertendo l’ebbrezza di un’iniziazione alla libertà; fermarsi a scandire le ipnotiche oscillazioni del piccolo pendolo che ci accompagnò fanciulli.

Vorremmo indugiare. E illuderci che, in quella stasi diventata tangibile, si fermi anche il cuore e che tutte le forze si fermino per una loro perpetuazione. Un arrestarsi del respiro, un crederci immortali, un desiderio di assoluto valore egoistico. Ogni più piccolo fruscìo, ogni più piccolo granello di polvere, annullato in quel silenzio, complice di quella realtà metafisica.

Quanto somiglia tale stanza ideale alla nostra più profonda identità, al bisogno radicale di parlare a noi stessi, di ritrovarci nella nostra ricca solitudine, nella nostra fondamentale essenza meditativa. È in tale disposizione che ritroviamo gli esempi più celebri di anime “stanziali”, che seppero fare di un luogo limitato una prodigiosa macchina di sogni e trasformarono la loro sedentarietà volontaria, duratura o provvisoria, nel viaggio più audace e più difficile. Pensiamo a De Maistre, al suo Viaggio nella mia stanza, ad Emily Dickinson, a Virginia Woolf, a Marcel Proust. Una lettura correlata di questi autori ci convincerebbe di una costante attenzione al proprio spirito, dell’indagine più serrata attorno alla propria esistenza. Ci farebbe arguire quale sia il destino umano e la sua qualità più raffinata, quanto grande e complesso sia il labirinto che nutre la coscienza e quanto mistero è immerso negli spazi che accolgono i mobili, nell’estatica immobilità di una fotografia, nel placido sonno di ben ordinati libri sugli scaffali, nel trasparente vetro di una finestra che rivela il mondo.

La percezione che abbiamo avuto da bambini ritorna in tutta l’estensione del suo potere magico: raccolti sotto un tavolo, nascosti nell’armadio o dietro il comò o sotto il letto, schermati dietro una porta, abbiamo avuto l’illusione di ingannare ciò che ci circondava, di sentire solo noi stessi vivi, col cuore bellamente più rapido. Un attimo, come se Chronos non potesse più riguardarci e noi cogliessimo la lampeggiante intuizione della metamorfosi miracolosa in una condizione eterna.





Steven Teixeira, Senza titolo, da "Foto con l'Anima", 2010


Escludersi, annullarsi, scomparire in una specie di gioco di prestigio, fingendo di stare altrove. Qui e altrove, vicino e lontano, presenti e assenti. Come se sapessimo che la stanza è, in realtà, uno schermo fatto di soglie da attraversare e che l’individuo è composto di molteplici identità che aspettano di rivelarsi e di parlare. La stanza come una camera oscura, che trattenendo le soglie e tenendole in comunicazione, le fa interagire con naturale funzionalità. La stanza: non per chiudersi al mondo esteriore, ma per sentirlo e rappresentarlo in più ricche dimensioni, in più contrappuntate sfumature, in più dichiarata densità esistenziale. In tal modo la stanza della casa ad Amherst o quella insonorizzata col sughero di Boulevard Haussmann a Parigi dispiega pienamente il suo potenziale fantasmatico: luci e ombre, vivi e morti compongono la scena di un mondo sospeso nell’immaginazione, che giunge chiassoso da un troppo lungo silenzio. La stanza, ad Amherst come a Parigi, è un vaso di Pandora, un cilindro da cui escono liberati stati di coscienza e stati di memoria, disfatte molecole di sé e inediti aggregati chimici. Il passato è presente, il presente è passato: il tempo, i luoghi, le voci, gli atti, i pensieri galleggiano risvegliati dal Lete. Per Emily o per Marcel sarebbe ormai impossibile uscire da quella stanza, riprendere l’orologio abbandonato sul mobile dell’ingresso. Sarebbe come scavalcare un ponte e rinunciare all’unico tesoro davvero importante della loro vita, contravvenendo a quella malattia che li rende febbrili, a quell’oracolo che impone loro di scrivere senza posa.

In stanze eccelse, calde o fredde che fossero, stesero i loro manoscritti autori che ora sono memorabili. Nacquero in quelle appartate isole della psiche il Cantico dei Cantici, il Fedone platonico, i Carmi catulliani, il Beowulf, le Etimologie di Sant’Isidoro di Siviglia, la Commedia di Dante… Lì sostando, riflettendo, riordinando, furono fermate sulla carta le splendide tappe di un nuovo cammino. In tal modo l’umanità avanzò di stanza in stanza, di parola in parola. E le stanze si aprirono al mondo e chiesero dottrina e memoria, diventando un lungo treno di ricerca, una lunga sequenza di concatenazioni.

Non chiudiamo, perciò, la nostra stanza. All’inizio trovammo il nostro io bambino, poi il nostro difficile io adolescente. Ad un certo punto, fummo tutti un po’ Marcel, un po’ tutti Proust, avidi di interessare gli altri e segretamente crudeli, timidamente ribelli. Fasciammo la nostra stanza di disperanti fotografie; io, e poi io, e poi io… Allarghiamo qua e là la stanza: un’altra stanza, un’altra casa, un quartiere, un paese, un ambiente. Sembra fatta, ma è solo l’inizio di qualcosa che sembra un’evoluzione e una conquista, eppure potrebbe portarci pericolosamente fuori dalla nostra stanza. Pascal diceva che i guai cominciano quando si lascia la propria stanza. Forse intendeva dire che non bisogna allontanarsi troppo dalla propria autenticità, dal proprio intimo essere, fedeli alla propria libertà e non soggetti a nessuno.

   Tornare a casa, tornare a quella stanza che ci salutò con strazio all’atto di chiudere la valigia. Cosa avremmo dovuto salvare e cosa escludere dal nostro bagaglio? Demmo un ultimo sguardo alle cose dilette più caramente, alle fotografie, al comò, al letto dei nostri sogni. Un ultimo dubbio, un’ultima oscillazione del paziente pendolo che aveva scandito un buon tratto di vita, ora tutto reso presente e quasi denudato, stremato, di fronte al passo decisivo.

 

 

2.  Il giardino delle origini

  

Nel giardino più remoto della coscienza vive la stanza immobile delle nostre origini. Lì le nostre radici sussistono nutrite da linfe sotterranee, provenienti da innumerevoli sorgenti che ricevono acqua da fiumi lontani. Vicino a noi crescono piante rigogliose di aranci, di ulivi, di carrubi e di palme. Nel sottobosco è tutto un intrecciarsi di rami, di liane, di foglie di molteplici essenze.

Tutto è felicemente fermo, assolutamente necessario. Anche le viti, i glicini e le edere che partendo dalla terra salgono fin verso la sommità a chiudere in un tutto organico questa verde, immensa casa della Natura, rendendola inestricabile e sorprendentemente produttrice delle forme più stupefacenti. È, forse, questo luogo, il luogo più felice, più libero, più appartato che esista. Ed ha, al suo interno, un’amena valletta difesa da due lussureggianti pareti di roccia bianca: attraverso lo spazio che consente, è possibile contemplare, disteso a poche miglia nella sua azzurrità, un placido mare. Nella notte che saluta il giorno, sempre alla stessa ora, vedi una luna che rispecchia ammutolita la tua contemplazione e che risponde tacita a tutte le tue silenziose domande.

Il verde è come una cosa assolutamente assorta e assolutamente necessaria. Vi si rifugia ogni pensiero, ogni desiderio: e a difenderli v’è un muro altissimo, in modo che i dubbi e il caos gli restino estranei. Al centro stilla acqua ristoratrice una instancabile fonte: acqua cristallina, venata di riflessi azzurro-oro e contenuta in una vasca di lucente porcellana. Quante volte vi si sono immersi dissetandosene Omero e Virgilio, Agostino e Beda, Dante e Shakespeare! Tutt’intorno orti e costellazioni di cedri e aranci, essenze diffuse di lillà e gelsomini, oasi che indovini perfette nel deserto. Leggiadri accordi d’arpa e di cetra vagano blandi in quell’aria celestiale: nulla che disturbi quell’armonia sottile, quel luogo veramente unico nella sua felicità suprema.

Sumeri, Ebrei, Egizi, Greci, Latini lo chiamarono “Giardino delle Delizie” e “Orti delle Esperidi”. I popoli cristiani vi aggiunsero quello di “Hortus Conclusus”, poeti e pittori ne ingemmarono le loro opere. Piacere, bellezza, felicità, ozio incurante di qualsiasi occupazione, intima consustanzialità con ciò che chiamiamo vita. Perdersi in questo labirinto, sentirsi parte costitutiva di questa dimora esclusiva e illimitata, dove la Storia non è mai entrata, dove il Fato è stato offerto come un dono ineffabile, che non ha bisogno di oracoli. La Storia, se vi entrasse, romperebbe l’incanto della cortina impalpabile che separa quel luogo da ogni altro e innalzerebbe le sue frontiere, le sue dogane, le sue mura di pietra: costruirebbe stanze, case, città, strade che ci sono estranee, che si diramano e si allargano in tutte le direzioni. Inizierebbe quel movimento incessante che assedia questo paradiso e ne deforma l’identità e la consistenza.

Allora le radici comincerebbero ad allontanarsi dalla propria terra, le rocce che declinano verso il mare a formare pian piano impercettibili frane, gli alberi a produrre foglie secche. Oh, cara Atlantide, quanto ne soffriresti! Strappata alle tue profonde ancore, il tuo vascello ardirà di muoversi, sentirà l’urgenza di mettere vele al vento, avrà solo un desiderio: partire, uscire dall’origine, dirigersi verso altri orizzonti, conoscere altre verità, altre vite, altri rinnovati confini. Nasceranno così esploratori e naviganti e viandanti e nomadi ed esuli, e gente senza stanza, senza casa. Andranno oltre il giardino, oltre i lidi e il mare, e saranno per sempre emigranti, per sempre le loro piante non avranno più radici.

Giacché l’uomo non è fatto per star fermo, non è fatto per restare nella condizione paradisiaca. Anche se potesse durare, gli alberi e le piante del suo giardino prenderebbero, crescendo, altre forme colpendo l’immaginazione e gli spiriti dell’incauto viaggiatore. Tronchi, rami, foglie, intrichi vegetali si cambierebbero in altre linee, in altri sembianti, in strana foresta che avanza: perché nulla, proprio nulla, è immoto, e un dio sconosciuto scava nella nera terra semi inusitati.





Maria Andreozzi, Nostos (2), 2010


3.  Lungo la via che si allontana

 

Tutto sembrava fermo, immoto, solo pochi istanti fa. Tra le foglie più suscettibili del giardino non spirava una sola aura molesta. Solo il respiro della propria anima nata da poco e aggrappata allo spazio sufficiente di una patria. Siamo già fuori della stanza, già fuori del tempo sospeso.

Ci soccorre l’immagine di Marcel Proust a Cabourg. Dalla stanza 414 del Grand Hôtel, sporgendoci alla finestra, guardiamo il mare di Normandia. In perfetto silenzio ascoltiamo o indoviniamo il dolce andirivieni delle onde. Apriamo le imposte e il vento amico increspa appena le tende allargate sui lati. Se ci sporgiamo, l’occhio si allunga sulla famosa ”Promenade”: è tutto struggente, tutto rinvia a qualcosa che si allontana e che si intuisce nella rosata malinconia delle sabbie. Qui l’occhio di Monet potrebbe eternare quel particolare vezzoso chalet o le cabinette bianche e azzurre che riparano dal sole più forte. Qui potremmo dire di esser tornati un’altra volta a godere il nostro paradiso: qui, tra i pochi chilometri che raccolgono, come in una mano gelosa, le prospettive di una felicità accessibile. Dalla finestra della stanza 414 del Grand Hôtel di Cabourg ci fermiamo incantati a guardare quello che vorremmo possedere per sempre, e che invece dobbiamo lasciare per affrontare il cammino periglioso che già domani ci attende. Come sorsero questi luoghi, come si coronarono di frutteti, come si arricchirono di quelle cattedrali elevate ad un dio distante? “Nessuna camera – ha scritto Proust – mi ha mai dato tante sensazioni di atmosfera pulita, naturale, genuina, dove i muri contengono il passato”. L’arte sbocciò qui, affacciata su questa natura, chiusa ancora nel suo bozzolo seducente, come a segnare il paradigma di ogni vocazione. Qui, e non in un altro luogo, dove le sensazioni sono primigenie e i sentimenti educati da lente meditazioni.

La finestra mette in tensione il troppo vicino che ci circonda e la prospettiva del paesaggio che si allontana nelle sue direzioni. Vicino e lontano, così, si confrontano, trapassano dall’uno all’altro e lasciano una distanza che c’è e che deve essere colmata. È questa distanza, è questa separazione, è questa interruzione di senso che induce l’animo ad esprimersi e a tentare di verbalizzare, seguendo le modalità tipiche soprattutto della poesia, un’esperienza così ricca di suggestioni. “Gli uomini vogliono ricordarsi chi sono, – scrive Mark Strand – vogliono fare esperienza della loro umanità, ossia della loro capacità di provare sentimenti”. Nei pochi chilometri quadrati di terra tra Cabourg, Trouville e Deauville, Proust fissa il quadro di un’intera esistenza, che poi riesumerà chiuso nella stanza di Boulevard Haussmann: chiuso, perché la sua mente è diventata tutta memoria, tutta interna e totale visione della vita e del mondo.

All’improvviso, un ciottolo che rotola lungo la scarpata, un piccolo insignificante ciottolo. La prima radice avrà avuto un cedimento, avrà allentato i suoi ancoraggi. Sta di fatto che quel ciottolo si è staccato dalla sommità della parete rocciosa e ora ha appena intrapreso la sua corsa. Va giù, verso un finale azzurro mare, attraversando milioni di anni, allontanandosi dalla sede in cui è restato per tanti millenni. Rimbalza, batte, scivola, incespica cadendo nella sua rovina. Che altro può fare, se non muoversi, evolvere, spostarsi?

Ricordi la voce oracolare? “Sarai in eterno emigrante/Non avranno più radici le tue piante”. E tu ti accorgi di ubbidire, e di stare già camminando, minuscolo viandante spinto da una forza inesplicabile, dal peso gagliardo di un corpo che finalmente si manifesta e si afferma. Così non appartieni più ad una stanza, non guardi più il mondo da un interno sicuro e appartato, reclusivo ed esclusivo. Lasci il lungo paradiso in cui rimanesti confinato, il nascosto paese dei tuoi avi dove imparasti i primi passi. Se per un attimo ti avvince la memoria, rivivono le immagini ancestrali, gli angoli più riposti di una piazza: lì rivedi l’anonima carta in preda al vento, lì il fiore secco del cardo che cade, lì il cerchio di alluminio inseguito dai bimbi. Nella mano è come se avessi un paese, come se stringessi le chiavi che ti apriranno, per tua immediata volontà, la porta del passato: ti si spalancherebbe un campo immenso di affettuosi fantasmi che ti invocano come Ulisse le Sirene. Ritorneresti volentieri a Calipso, alle ruscellanti cascate di parole sussurrate all’orecchio, all’inerte staticità di una contemplazione continua.

E invece il ciottolo ha preso a rotolare, il viaggio è iniziato. L’uomo nomade che è in ciascuno di noi rinuncia al giardino delle delizie e sfida il succedersi dei soli e una incerta geografia di peripezie. La maggior parte delle innovazioni – dice Jacques Attali – sono nate dal nomadismo: il fuoco, la ruota, i vestiti, le armi, la musica, la scrittura e persino l’agricoltura. Al contrario, le case, le residenze, le città, le fortezze, l’organizzazione dello Stato sono opera di popoli diventati stanziali.

L’uomo, come un ciottolo, precipita. Ma il suo periclitare è fatto di stazioni, è fatto di notti nelle tende, di visioni contemplative, di soste. Ne nascono contraddizioni, tensioni, giacché il cammino dell’uomo è ambiguamente aperto a più di una soluzione e si esplica in comportamenti concorrenti. Quel che è certo è che si lascia l’antica terra per andare esuli di mare in mare, nel discordante battito di un cuore diviso. L’arte d’avanguardia, la musica jazz, la letteratura coscienziale sono incardinate su questa rottura del soggetto e vagano, quanto i popoli nomadi, alla ricerca di una patria perduta, di un baricentro meno provvisorio. L’uomo nomade costruisce mondi aperti, frontiere mobili, migrazioni drammatiche. L’uomo stanziale, come un castoro iperattivo, costruisce, invece, argini, dighe, norme, divieti, innalza confini, tende ad una concezione concentrazionaria e carceraria. Egli non sarà mai vittorioso, giacché a questi muri, eretti in forza dello Stato e della sicurezza, ecco premere ben presto stranieri che vengono da lontano, barbari dalle lingue diverse e dalle culture alternative.

Non c’è pace per il piccolo ciottolo che precipita e che cerca disperatamente un’ancora. Da una parte è oppresso, dall’altra minacciato. Ma è proprio tutto questo che nutre la sua dura natura di pietra, la sua anima calcificata: perché in quel movimento irregolare, in quello spostamento controverso, avverte la cura di preservare e la necessità di accogliere, servendosi di uno sguardo produttivamente retro- e prospettivo. È vero, anche, che oggi esistono gli “ipernomadi”, espressione compiuta della cosiddetta “società liquida”, composta da un’umanità volatile, negligente, egoista e precaria. Essi viaggiano moltissimo, anche in high cost, e pare che nella loro coscienza non alberghi più neanche un briciolo di perduto paradiso: giacché essi lo vivono in una realtà che si va formando sotto i loro occhi, e che è specchio della loro volontà, della loro onnipotenza. Perché dovrebbero cercare nel loro passato, chiudersi in una stanza a riflettere, progettare, impegnarsi? Gli “ipernomadi” vivono tutto il loro spazio e il loro tempo, ne consumano ogni angolo, ne respirano ogni atomo di ossigeno. Non si preoccupano di essere, ma di essere ben presenti nella loro appariscenza, nel loro esagerato glamour. Hanno un’anima che è bi-dimensionale, piatta come i loro diabolici desktop e i loro sconsacranti tablet. Tutto è semplificato, preconfezionato, artificioso: e l’antica roccia dove poggiò il nostro Eden pare una spugna sgualcita, vomitata da un mare indifferente.

Seguendo questa strada, gli “ipernomadi” di Attali sono diventati davvero vecchi, se vecchiezza significa omologazione, scissione e sottomissione al potere. I veri schiavi sono loro, e la loro vantata ipergiovinezza si è cambiata in totale decrepitezza, in totale resa psicologica e culturale



Marco 'manray' Cadioli, Remap-Berlin, video, 2010


 

4.  Testimonianze

 

In un mondo che si volge tutto in téchne e tende ad alimentare i suoi robot, cos’ha da fare ancora chi chiamiamo ancora scrittore e intellettuale? Oggi molti scrittori della migrazione testimoniano proprio il significato del loro nomadismo, ma lo fanno per fini intimamente legati alla loro stanza, alla loro prima radice. Edward Said ha indicato da tempo il bisogno di umanesimo e di democrazia. Gli umanisti ci hanno educato al pensiero critico, il pensiero democratico ci ha educato al confronto tra le culture, evitando di cadere nella trappola di troppo facili canoni e graduatorie e vichianamente trattando la realtà come un grande fiume di storia in movimento.

Gli scrittori più profondi sono testimoni di storia, così come gli intellettuali efficaci sono coloro che non sono professionisti di particolari discipline, ma esploratori dilettanti di nuovi scenari da sperimentare. Tra gli scrittori italiani significativi, quelli segnati dalla loro ebraicità – come Saba, i due Levi, la Ginzburg, Bassani – hanno risentito nelle loro opere della traccia drammatica di un esodo secolare e quindi di un’esemplare migrazione in cerca della Terra Promessa. Chi più di questa qualità speciale di scrittori ha testimoniato cosa significa aver perduto un mondo e la sicurezza della stanza, mettendosi alla prova in un viaggio nomadico alla ricerca di sé e della propria lontana radice?

Una volta argonauta, oggi l’uomo è diventato un globalnauta. Quell’antico ciottolo è giunto in fondo alla scarpata e non sa, misero, scegliere il vascello che lo porterà sul grande mare del futuro. Ha solo fede in sé e ancora fede nel significato della sua vita. In qualunque posto si possa o si debba spostare, ha sempre con sé la stanza della sua primitiva, decisiva esperienza. Lo ha confermato Gore Vidal dicendo di non aver potuto rinunciare alla sua America nei lunghi anni di Ravello. E lo ha confermato secoli fa Ludovico Ariosto elogiando implicitamente la vituperata specie dei sedentari:

 

Visto ho Toscana, Lombardia, Romagna,
quel monte che divide e quel che serra
l’Italia, e un mare e l’altro che la bagna.

Questo mi basta; il resto de la terra,
senza mai pagar l’oste, andrò cercando
con Ptolomeo, sia il mondo in pace o in guerra.

 

[Sat., III, vv. 58-63]

 

 

 

 

 

 

 

 




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