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KULTUR KRITIK
La persistenza
del ‘Panopticon’
e lo spettro
del ‘Nuovo Realismo’


      
Note sparse su corsi e ricorsi storici di concezioni politiche, visioni culturali, strumenti di repressione, strategie di reazione bellica, mentre la gravità della crisi epocale del sistema capitalistico richiama l’attualità delle diagnosi marxiane. Intanto, un drappello di filosofi, capeggiato in Italia da Maurizio Ferraris, rilancia il ‘pensiero forte’ e la ricostruzione ontologica della ‘realtà’ contro il postmodernismo ‘debolista’. Ciò che sembra avere un pendant letterario nella proposta del “New Italian Epic” avanzata dai Wu Ming.
      



      


di Stefano Docimo

 

                                                                         

L’intenzione era stata, in un primo momento, quella del Panopticon di Jeremy Bentham, come metafora chiave del potere moderno, così come veniva rievocato da M. Foucault in Sorvegliare e punire (trad. it. 1976); ma poi il potere ha preferito l’ubiquità, ritenuta meno costosa: saremmo dunque passati, come vuole Zygmunt Bauman, all’epoca post-panottica, in cui chi detiene il potere può in qualsiasi momento fuggire e divenire imprendibile: la fine del Panopticon preconizzerebbe, secondo l’autore di Modernità liquida (trad. it. 2000) “la fine dell’epoca del reciproco coinvolgimento” tra controllori e controllati, capitale e lavoro, leader e seguaci: eppure, qualcosa non dev’essere poi andata per il verso giusto se, al punto in cui siamo, noi ex-sorvegliati senza nessun potere speciale, riusciamo a percepire le mosse di quegli ex-sorveglianti in fuga postpanottica, come oggi accade anche per i pluri-manovratori della cosidetta finanza globale: per quei “depistatori” della bioeconomia, per quegl’inveterati marchands di un capitalismo cognitivo nonché concussivo di cui oggi abbiamo imparato a decriptare i messaggi, ad analizzare le tracce e le facce politiche concrete, comprese quelle dei manovratori nostrani: anche questa è una fuga (leak).

 

Irretiti di tutto il mondo, unitevi!

 

Verrebbe fatto di parafrasare la celeberrima esortazione conclusiva di Marx-Engels al Manifesto del partito comunista (1848). Attraverso le maglie, gli strappi della rete possiamo iniziare ad intuire le menzogne di quei corpi, di quelle mani che manovrano per l’irretimento della moltitudine inquieta dei sempre meno consumatori e sempre più consumati. Ma, “ogni soggettività moltitudinaria è portatrice di una differenza e perciò stesso di un valore” [i]. Naturalmente tutto questo riguarda quei settori maggiormente garantiti della società, certamente acculturati (tanto per usare un termine da film horror) e si spera consapevoli; mentre nel mondo del lavoro ancora vigono i circuiti chiusi delle telecamere e i controlli sui singoli lavoratori, in modo sempre più liquido. Per loro e per le fasce sempre meno garantite, le iene del potere mettono in atto quel Panoptismo che permette di vedere senza interruzione, trasformando la visibilità in una trappola mortale. Per non parlare dei sistemi di detenzione carceraria e dei centri di smistamento per gli immigrati, veri e propri lager, mentre è ancora vivo il ricordo di quell’infame campo di prigionia statunitense a Guantánamo, dove i prigionieri di guerra afgani erano esposti giorno e notte alla pioggia e al vento; ma soprattutto alla visione totale dei guardiani delle quattro torri di controllo: le foto delle sevizie e delle torture a cui venivano sottoposti hanno fatto il giro del mondo (Cfr. La Repubblica del 25 gennaio 2002). Quelle lucidissime pagine di Foucault sono allora divenute tristemente attuali: “Colui che è sottoposto ad un campo di visibilità, e che lo sa, prende a proprio conto le costrizioni del potere, le fa giocare spontaneamente su se-stesso; inscrive in se-stesso il rapporto di potere nel quale gioca simultaneamente i due ruoli, diviene il principio del proprio assoggettamento” (cit. p. 221). Certo, si dirà, c’era  stato quel tragico 11 settembre 2001, con le sue orribili atrocità, rievocato oggi dopo dieci anni di distanza, le cui vittime chiedono vendetta. Ma, a parte i retroscena ancora poco chiari (cfr. M. Chossudovsky, Guerra e globalizzazione. La verità dietro l’11 settembre e la nuova politica americana (2002 EGA) e il “fatto” assolutamente nuovo per il mondo: non per le loro dimensioni né per la loro natura, ma per il loro obiettivo (Cfr. N. Chomsky, 11 settembre. Le ragioni di chi? 2001 Marco Tropea Editore); resta ancora il “fatto” assolutamente vecchio, che sotto la maschera dei principi liberali “l’astuzia, la violenza, la propaganda, il realismo senza principi costituiscono, nelle democrazie, la sostanza della politica estera o coloniale e anche della politica sociale”. A scriverlo è Merleau-Ponty, nelle prime righe dell’Introduzione a  Umanismo e terrore (Cfr.. Maurice Merleau-Ponty, Umanismo e terrore. Prefazione di Paolo Flores d’Arcais, SugarCo edizioni 1978, p. 19), che così continua: “Il rispetto della legge o della libertà è servito a giustificare la repressione poliziesca degli scioperi in America; ancor oggi esso serve a giustificare la repressione materiale in Indocina o in Palestina e lo sviluppo dell’Impero americano nel Medio Oriente”, per concludere che, citando Marx: “La purezza dei principi non solo tollera, ma richiede delle violenze. Esiste dunque una mistificazione liberale. Considerate nella vita e nella storia, le idee liberali fanno tutt’uno con quelle violenze di cui esse rapresentano, [...] il ‘point d’honner spiritualistico’ il ‘solenne completamento’, il ‘fondamento generale di consolazione e giustificazione’ (Cfr. K. Marx, Critica della filosofia del diritto di Hegel. Introduzione, Einaudi 1950, p. 395)”: ciò che puntualmente si è verificato poche ore dopo gli attacchi terroristici al World Trade Centre e al Pentagono, da parte dell’amministrazione Bush, più di mezzo secolo dopo la notazione di Merleau-Ponty (per non parlare di Marx).





Il campo di detenzione Usa di Guantanamo, a Cuba


Oggi le trasformazioni dell’economia liberale in liberismo non hanno fatto altro che peggiorare le cose, rendendo Il Mostro Mite un avversario ancora più temibile: la svolta criminale e criminogena  imposta all’Italia dal ’94 a oggi, oltre a rendere ancora più evidente l’inadeguatezza d’una sinistra troppo poco novecentesca, ma soprattutto incapace d’opporre una seria politica antagonista, d’imprimere una svolta di credibilità  al nostro paese, rovesciando le logiche mercantili d’un goffo manipolo di ex-fascisti ed ex-piduisti che, affiancati dalle farneticazioni patafisiche e tristemente secessionistiche d’una banda di profittatori “padani”: questi ultimi non solo si sono mostrati totalmente incapaci di segnare il passaggio ad una tanto sbandierata “seconda repubblica”; ma si sono adoperati affinché le istituzioni repubblicane venissero svuotate di senso, con manovre vergognosamente ad personam  agli occhi di un mondo, che comunque sta dando prove di reiterata insofferenza. Questa forma di allucinazione collettiva che va sotto il nome di postmodernità e che rappresenta di fatto la più edulcorata e ipnotica forma di totalitarismo mediatico: un pensiero unico, una sorta di universale follia (Cfr. Raffaele Simone, Il Mostro Mite. Perché l’Occidente non va a sinistra, Garzanti 2008): “potremmo dire che il Mostro Mite, inducendo la perdita della distinzione tra cose vere e cose finte, ha sparso sul mondo moderno, a mo’ di polveri sottili, una condizione di lieve psicosi, una sorta di universale follia” (ivi, p.114). E che da più parti si tenta di scongiurare, produce oramai soltanto conati che hanno l’effetto di farci sprofondare ancora una voltà nella malattia che si vorrebbe esorcizzare.

 

Si veda, ad esempio, quanto la recentissima querelle sul New Realism, che dà il titolo a un convegno internazionale che si terrà a Bonn la primavera prossima, non faccia che allontanare la dialettica necessaria ad affrontare il cambiamento della struttura economica responsabile del modo di produzione cosiddetto postmoderno, con la ripresa di un dibattito sul mondo esterno (Cfr. Maurizio Ferraris, Il ritorno al pensiero forte, La Repubblica, 8 agosto 2011).

Apro una parentesi sul significato che il termine dibattito è andato en effet e senza troppa efficacia assumendo nei partiti della sinistra democratica, come impoverimento e declassamento di quella dialettica reale  e sul reale di marxiana memoria, trascendendo in dialogica surrealtà: perché non si parla allora più apertamente di una riproposta di tale eredità marxiana, cioè di una modernità nella sua fase di maggiore e rinsaldata forza, come altri fanno? “Nell’ottobre del 2008, dopo che il “Financial Times” ebbe pubblicato in prima pagina un articolo dal titolo Capitalism in Convulsion (Capitalismo in subbuglio), non si poteva dubitare oltre che Marx fosse rientrato in scena. Ed è improbabile che possa uscirne, proprio ora che il capitalismo globale sta attraversando la sua crisi più grave dall’inizio degli anni Trenta. D’altro canto, il Marx del XXI secolo sarà certamente assai diverso da quello del XX.” [ii]

 

Resta comunque da segnalare un ulteriore fatto assai sintomatico e, ahimé, assai poco casuale, che uno studioso peraltro “giovane” come Diego Fusaro, con il suo Bentornato Marx! già un paio d’anni prima rispetto ad Hobsbawm, auspicasse un ritorno augurale al filosofo di Treviri, per non parlare di coloro che da più tempo, anche in questa nostra stessa rivista, avevano già rimarcato la ripresa a livello internazionale di una “Karl-Marx-Renaissance” (Cfr. www.retididedalus.it/Archivi/2006/Aprile , in Filosofie del presente, dove veniva ospitato un lungo articolo di Gianfranco La Grassa, autore del libro Gli strateghi del capitale, 2005 manifestolibri). Tornando a Fusaro, va ricordato come: “Strettamente congiunta alla critica del presente in ogni sua articolazione, la speranza, nel suo incessante fermento e nella sua evoluzione verso il non-ancora, ci mostra un mondo in movimento, proteso in avanti, che non dev’essere accettato così com’è, ma che dev’essere piuttosto trasformato dato che in esso, per usare un’espressione cara a Bloch, qualcosa manca”.[iii]  Si tratta solo di mode?

 

Scrive infatti Ferraris su La Repubblica: “Uno spettro si aggira per l’Europa. È lo spettro di ciò che propongo di chiamare ‘New Realism’, e che dà il titolo a un convegno internazionale che si terrà a Bonn la primavera prossima e che ho organizzato con due giovani colleghi, Markus Gabriel (Bonn) e Peter Bojanic (Belgrado)”. Ospiti d’onore Umberto Eco, Paul Borghosian e John Searle, autore del saggio La costruzione della realtà sociale (Einaudi 2006), punto di riferimento sostanziale nella “ricostruzione” ontologica della “realtà esterna”. In realtà, il bersaglio polemico di Maurizio Ferraris sembrerebbe essere il pensiero debolista del filosofo Gianni Vattimo, che con il suo ultimo libro Addio alla verità (Meltemi 2009) “spiega come sia possibile una lettura di sinistra di Heidegger” (cfr. MicroMega almanacco di filosofia 5/2011, p. 77; una raccolta di interventi, oltre che degli stessi Maurizio Ferraris e Vattimo, di Richard Rorty, nonché del direttore della rivista Paolo Flores d’Arcais). Basta leggere Epistemologia ad personam, un intervento sagace quanto polemico, in cui Ferraris accusa Vattimo di voler sdoganare, con la sua filosofia “acquiescente” le falsità delle affermazioni berlusconiane riguardanti David Mills: “Non conosco David Mills, lo giuro sui miei cinque figli”, oppure “Il papà di Noemi era l’autista di Craxi”, “Napoli pulita in tre giorni”, “Non ho mai pagato una donna in vita mia”. O ancora, passando dal farsesco al tragico “La Shoah è un'invenzione degli ebrei” (cit. p.90). Ciò che comunque spiega il successo plurimediatico del personaggio.





Del resto, già con il Memorandum 1993-2008, una sorta di manifesto anti-postmodernista, il New Italian Epic veniva lanciato sul mercato del romanzo, oramai cybernettizzato, da un gruppo di scrittori riuniti sotto la sigla Wu Ming: “Nelle lettere italiane sta accadendo qualcosa. Parlo del convergere in un’unica – ancorché vasta – nebulosa narrativa di parecchi scrittori, molti dei quali sono in viaggio almeno dai primi anni Novanta. In genere scrivono romanzi, ma non disdegnano puntate nella saggistica e in altri reami, e a volte producono ‘oggetti narrativi non-identificati’ [...] condividono segmenti di poetiche, brandelli di mappe mentali e un desiderio feroce che ogni volta li riporta agli archivi, o per strada, o dove archivi e strada coincidono” (cfr. Wu Ming, New Italian Epic. Letteratura, sguardo obliquo, ritorno al futuro, Einaudi 2009, p. 11).

 

Segue un elenco di autori raggruppati per genere: Andrea Camilleri, Carlo Lucarelli e Massimo Carlotto (poliziesco); Pino Cacucci (thriller, picaresco, epopea); Giuseppe Genna e Giancarlo De Cataldo (crime novel);  ancora: Helena Janeczek, Marco Philopat, Roberto Saviano e Babsi Jones (“oggetti narrativi non identificati”; Luigi Guarnieri (“romanzo non-fiction”); Antonio Scurati (genere ibrido); Bruno Arpaia, Girolamo De Michele “e tanti ancora” (ivi, pp.12-13). Ma gli elenchi, comprese le proposte, vengono continuamente aggiornati, secondo la logica “binaria” del web : cartaceo e “flusso” sono rimescolati, in un continuo gioco di “déplacement”, che trova un momento di placido riposo negli scaffali delle librerie: un ritorno “ai fatti” del mercato editoriale. E se uno studioso come Dal Lago prova a mettere un po’ d’ordine nel caos librario e delle dichiarazioni, viene accusato di “Parole e fango” (Cfr. Marco Travaglio, Professionisti dell’anti-Saviano, “Il fatto quotidiano”, 17 giugno 2010); o di passare per L’uomo che sparò all’autore di Gomorra (v. Carmillaonline). Il fatto è che, come scrive l’autore di Eroi di carta  nella sua “postilla sul declino dello spirito critico in Italia”  a chi si trovi come lui a contestare “non tanto e non solo la sacralità del personaggio pubblico Saviano, quanto il dispositivo mediale e morale che lo sorregge e lo alimenta senza soste” non resta che concludere con una citazione adorniana (T.W. Adorno, Attenti alle cattive compagnie, in Meditazioni sulla vita offesa, Einaudi, Torino 1994, p.22): [La moralità intellettuale] si costituisce sulla base di una giusta società e dei suoi cittadini. Se questa idea o questa prospettiva viene meno [...], la spinta intellettuale verso il basso non incontra più inibizione, e tutta la sporcizia che una società barbarica ha accumulato nell’individuo, la mezza cultura, la sciatteria, la familiarità sguaiata, la mancanza di stile vengono a galla. Nella maggior parte dei casi, per giunta, questa tendenza si giustifica e si maschera come umanità, come la volontà di rendersi comprensibili agli altri, come esperienza del mondo e senso di responsabilità”. [iv]Anche questo è un fatto.

 

 

 

 

 



[i] Cfr. Andrea Fumagalli, Bioeconomia e capitalismo cognitivo. Verso un nuovo paradigma di accumulazione, Carocci editore, 3ª ristampa, settembre 2010, p. 219

[ii] Cfr. Eric Hobsbawm, Come cambiare il mondo, 2011 RCS, p. 14

[iii] Cfr. Diego Fusaro, Bentornato Marx!Rinascita di un pensiero rivoluzionario, 2009-2010 RCS, p. 106

[iv] (Cfr. Alessandro Dal Lago, Non si scherza con i santi!Una postilla sul declino dello spirito critico in Italia. Nuova edizione aggiornata: Eroi di carta. Il caso Gomorra e altre epopee, Manifestolibri 2010 p. 176 e 178).

 




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