di Stefano Docimo
L’intenzione era
stata, in un primo momento, quella del Panopticon
di Jeremy Bentham, come metafora chiave del potere moderno, così come veniva
rievocato da M. Foucault in Sorvegliare e
punire (trad. it. 1976); ma poi il potere ha preferito l’ubiquità, ritenuta
meno costosa: saremmo dunque passati, come vuole Zygmunt Bauman, all’epoca post-panottica, in cui chi detiene il
potere può in qualsiasi momento fuggire e divenire imprendibile: la fine del
Panopticon preconizzerebbe, secondo l’autore di Modernità liquida (trad. it. 2000) “la fine dell’epoca del
reciproco coinvolgimento” tra
controllori e controllati, capitale e lavoro, leader e seguaci: eppure,
qualcosa non dev’essere poi andata per il verso giusto se, al punto in cui
siamo, noi ex-sorvegliati senza
nessun potere speciale, riusciamo a percepire le mosse di quegli ex-sorveglianti
in fuga postpanottica, come oggi
accade anche per i pluri-manovratori della cosidetta finanza globale: per quei “depistatori” della bioeconomia, per quegl’inveterati marchands di un capitalismo
cognitivo nonché concussivo di
cui oggi abbiamo imparato a decriptare i messaggi, ad analizzare le tracce e le facce politiche concrete,
comprese quelle dei manovratori nostrani:
anche questa è una fuga (leak).
Irretiti di tutto il mondo, unitevi!
Verrebbe fatto
di parafrasare la celeberrima esortazione conclusiva di Marx-Engels al Manifesto del partito comunista (1848).
Attraverso le maglie, gli strappi della rete possiamo iniziare ad intuire le
menzogne di quei corpi, di quelle mani che manovrano
per l’irretimento della moltitudine
inquieta dei sempre meno consumatori e sempre più consumati. Ma, “ogni
soggettività moltitudinaria è portatrice di una differenza e perciò stesso di
un valore” [i]. Naturalmente
tutto questo riguarda quei settori maggiormente garantiti della società,
certamente acculturati (tanto per
usare un termine da film horror) e si spera consapevoli; mentre
nel mondo del lavoro ancora vigono i circuiti chiusi delle telecamere e i
controlli sui singoli lavoratori, in modo sempre più liquido. Per loro e per le fasce sempre meno garantite, le iene del
potere mettono in atto quel Panoptismo
che permette di vedere senza interruzione, trasformando la visibilità in una
trappola mortale. Per non parlare dei sistemi di detenzione carceraria e dei
centri di smistamento per gli immigrati, veri e propri lager, mentre è ancora
vivo il ricordo di quell’infame campo di prigionia statunitense a Guantánamo,
dove i prigionieri di guerra afgani erano esposti giorno e notte alla pioggia e
al vento; ma soprattutto alla visione
totale dei guardiani delle quattro torri di controllo: le foto delle
sevizie e delle torture a cui venivano sottoposti hanno fatto il giro del mondo
(Cfr. La Repubblica del 25 gennaio
2002). Quelle lucidissime pagine di Foucault sono allora divenute tristemente
attuali: “Colui che è sottoposto ad un campo di visibilità, e che lo sa, prende
a proprio conto le costrizioni del potere, le fa giocare spontaneamente su
se-stesso; inscrive in se-stesso il rapporto di potere nel quale gioca
simultaneamente i due ruoli, diviene il principio del proprio assoggettamento”
(cit. p. 221). Certo, si dirà, c’era
stato quel tragico 11 settembre 2001, con le sue orribili atrocità,
rievocato oggi dopo dieci anni di distanza, le cui vittime chiedono vendetta.
Ma, a parte i retroscena ancora poco chiari (cfr. M. Chossudovsky, Guerra e globalizzazione. La verità dietro
l’11 settembre e la nuova politica americana (2002 EGA) e il “fatto”
assolutamente nuovo per il mondo: non per le loro dimensioni né per la loro
natura, ma per il loro obiettivo (Cfr. N. Chomsky, 11 settembre. Le ragioni di chi? 2001 Marco Tropea Editore); resta ancora il “fatto” assolutamente vecchio,
che sotto la maschera dei principi liberali “l’astuzia, la violenza, la
propaganda, il realismo senza principi costituiscono, nelle democrazie, la
sostanza della politica estera o coloniale e anche della politica sociale”. A
scriverlo è Merleau-Ponty, nelle prime righe dell’Introduzione a Umanismo
e terrore (Cfr.. Maurice Merleau-Ponty, Umanismo
e terrore. Prefazione di Paolo Flores d’Arcais, SugarCo edizioni 1978, p.
19), che così continua: “Il rispetto della legge o della libertà è servito a
giustificare la repressione poliziesca degli scioperi in America; ancor oggi
esso serve a giustificare la repressione materiale in Indocina o in Palestina e
lo sviluppo dell’Impero americano nel Medio Oriente”, per concludere che,
citando Marx: “La purezza dei principi non solo tollera, ma richiede delle
violenze. Esiste dunque una mistificazione liberale. Considerate nella vita e
nella storia, le idee liberali fanno tutt’uno con quelle violenze di cui esse
rapresentano, [...] il ‘point d’honner
spiritualistico’ il ‘solenne completamento’, il ‘fondamento generale di
consolazione e giustificazione’ (Cfr. K. Marx, Critica della filosofia del diritto di Hegel. Introduzione, Einaudi
1950, p. 395)”: ciò che puntualmente si è verificato poche ore dopo gli
attacchi terroristici al World Trade Centre e al Pentagono, da parte
dell’amministrazione Bush, più di mezzo secolo dopo la notazione di
Merleau-Ponty (per non parlare di Marx).
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Il campo di detenzione Usa di Guantanamo, a Cuba
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Oggi le
trasformazioni dell’economia liberale in liberismo
non hanno fatto altro che peggiorare le cose, rendendo Il Mostro Mite un avversario ancora più temibile: la svolta criminale e criminogena imposta all’Italia dal ’94 a oggi, oltre a
rendere ancora più evidente l’inadeguatezza d’una sinistra troppo poco novecentesca, ma soprattutto incapace
d’opporre una seria politica antagonista, d’imprimere una svolta di
credibilità al nostro paese, rovesciando
le logiche mercantili d’un goffo manipolo di ex-fascisti ed ex-piduisti che,
affiancati dalle farneticazioni patafisiche e tristemente secessionistiche
d’una banda di profittatori “padani”: questi ultimi non solo si sono mostrati
totalmente incapaci di segnare il passaggio ad una tanto sbandierata “seconda
repubblica”; ma si sono adoperati affinché le istituzioni repubblicane
venissero svuotate di senso, con manovre vergognosamente ad personam agli occhi di un
mondo, che comunque sta dando prove di reiterata insofferenza. Questa forma di
allucinazione collettiva che va sotto il nome di postmodernità e che
rappresenta di fatto la più edulcorata e ipnotica forma di totalitarismo
mediatico: un pensiero unico, una sorta di universale follia (Cfr. Raffaele Simone,
Il Mostro Mite. Perché l’Occidente non va
a sinistra, Garzanti 2008): “potremmo dire che il Mostro Mite, inducendo la
perdita della distinzione tra cose vere e cose finte, ha sparso sul mondo
moderno, a mo’ di polveri sottili, una condizione di lieve psicosi, una sorta
di universale follia” (ivi, p.114). E che da più parti si tenta di scongiurare,
produce oramai soltanto conati che
hanno l’effetto di farci sprofondare ancora una voltà nella malattia che si
vorrebbe esorcizzare.
Si veda, ad
esempio, quanto la recentissima querelle
sul New Realism, che dà il titolo a
un convegno internazionale che si terrà a Bonn la primavera prossima, non
faccia che allontanare la dialettica
necessaria ad affrontare il cambiamento
della struttura economica responsabile del modo di produzione cosiddetto postmoderno, con la ripresa di un
dibattito sul mondo esterno (Cfr.
Maurizio Ferraris, Il ritorno al pensiero
forte, La Repubblica, 8 agosto 2011).
Apro una
parentesi sul significato che il termine dibattito
è andato en effet e senza troppa
efficacia assumendo nei partiti della sinistra democratica, come impoverimento
e declassamento di quella dialettica
reale e sul reale di marxiana memoria, trascendendo in dialogica surrealtà:
perché non si parla allora più apertamente di una riproposta di tale eredità marxiana, cioè di una modernità nella sua fase di maggiore e
rinsaldata forza, come altri fanno? “Nell’ottobre del 2008, dopo che il
“Financial Times” ebbe pubblicato in prima pagina un articolo dal titolo Capitalism in Convulsion (Capitalismo in
subbuglio), non si poteva dubitare oltre che Marx fosse rientrato in scena. Ed
è improbabile che possa uscirne, proprio ora che il capitalismo globale sta
attraversando la sua crisi più grave dall’inizio degli anni Trenta. D’altro
canto, il Marx del XXI secolo sarà certamente assai diverso da quello del XX.” [ii]
Resta comunque
da segnalare un ulteriore fatto assai sintomatico e, ahimé, assai poco casuale, che uno studioso peraltro
“giovane” come Diego Fusaro, con il suo Bentornato
Marx! già un paio d’anni prima rispetto ad Hobsbawm, auspicasse un ritorno augurale al filosofo di Treviri,
per non parlare di coloro che da più tempo, anche in questa nostra stessa
rivista, avevano già rimarcato la ripresa a livello internazionale di una “Karl-Marx-Renaissance”
(Cfr. www.retididedalus.it/Archivi/2006/Aprile
, in Filosofie del presente, dove
veniva ospitato un lungo articolo di Gianfranco La Grassa, autore del libro Gli strateghi del capitale, 2005
manifestolibri). Tornando a Fusaro, va ricordato come: “Strettamente congiunta
alla critica del presente in ogni sua articolazione, la speranza, nel suo
incessante fermento e nella sua evoluzione verso il non-ancora, ci mostra un mondo in movimento, proteso in avanti, che
non dev’essere accettato così com’è, ma che dev’essere piuttosto trasformato
dato che in esso, per usare un’espressione cara a Bloch, qualcosa manca”.[iii] Si tratta solo di mode?
Scrive infatti
Ferraris su La Repubblica: “Uno
spettro si aggira per l’Europa. È lo spettro di ciò che propongo di chiamare
‘New Realism’, e che dà il titolo a un convegno internazionale che si terrà a
Bonn la primavera prossima e che ho organizzato con due giovani colleghi,
Markus Gabriel (Bonn) e Peter Bojanic (Belgrado)”. Ospiti d’onore Umberto Eco,
Paul Borghosian e John Searle, autore del saggio La costruzione della realtà sociale (Einaudi 2006), punto di
riferimento sostanziale nella “ricostruzione” ontologica della “realtà esterna”.
In realtà, il bersaglio polemico di
Maurizio Ferraris sembrerebbe essere il pensiero debolista del filosofo Gianni Vattimo, che con il suo ultimo libro Addio alla verità (Meltemi 2009) “spiega
come sia possibile una lettura di sinistra di Heidegger” (cfr. MicroMega almanacco di filosofia 5/2011, p. 77;
una raccolta di interventi, oltre che degli stessi Maurizio Ferraris e Vattimo,
di Richard Rorty, nonché del direttore della rivista Paolo Flores d’Arcais).
Basta leggere Epistemologia ad personam,
un intervento sagace quanto polemico, in cui Ferraris accusa Vattimo di voler sdoganare,
con la sua filosofia “acquiescente” le falsità delle affermazioni berlusconiane
riguardanti David Mills: “Non conosco David Mills, lo giuro sui miei cinque
figli”, oppure “Il papà di Noemi era l’autista di Craxi”, “Napoli pulita in tre
giorni”, “Non ho mai pagato una donna in vita mia”. O ancora, passando dal
farsesco al tragico “La Shoah è un'invenzione degli ebrei” (cit. p.90). Ciò che
comunque spiega il successo plurimediatico del personaggio.
Del resto, già
con il Memorandum 1993-2008, una
sorta di manifesto anti-postmodernista,
il New Italian Epic veniva lanciato
sul mercato del romanzo, oramai cybernettizzato,
da un gruppo di scrittori riuniti
sotto la sigla Wu Ming: “Nelle lettere italiane sta accadendo qualcosa. Parlo
del convergere in un’unica – ancorché vasta – nebulosa narrativa di parecchi
scrittori, molti dei quali sono in viaggio almeno dai primi anni Novanta. In
genere scrivono romanzi, ma non disdegnano puntate nella saggistica e in altri
reami, e a volte producono ‘oggetti narrativi non-identificati’ [...]
condividono segmenti di poetiche, brandelli di mappe mentali e un desiderio
feroce che ogni volta li riporta agli archivi, o per strada, o dove archivi e
strada coincidono” (cfr. Wu Ming, New
Italian Epic. Letteratura, sguardo obliquo, ritorno al futuro, Einaudi
2009, p. 11).
Segue un elenco
di autori raggruppati per genere: Andrea Camilleri, Carlo Lucarelli e Massimo
Carlotto (poliziesco); Pino Cacucci (thriller, picaresco, epopea); Giuseppe
Genna e Giancarlo De Cataldo (crime novel); ancora: Helena Janeczek, Marco Philopat, Roberto
Saviano e Babsi Jones (“oggetti narrativi non identificati”; Luigi Guarnieri (“romanzo
non-fiction”); Antonio Scurati
(genere ibrido); Bruno Arpaia, Girolamo De Michele “e tanti ancora” (ivi,
pp.12-13). Ma gli elenchi, comprese le proposte, vengono continuamente
aggiornati, secondo la logica “binaria” del web : cartaceo e “flusso” sono
rimescolati, in un continuo gioco di “déplacement”, che trova un momento di placido riposo negli scaffali delle
librerie: un ritorno “ai fatti” del mercato editoriale. E se uno studioso come
Dal Lago prova a mettere un po’ d’ordine nel caos librario e delle dichiarazioni,
viene accusato di “Parole e fango” (Cfr. Marco Travaglio, Professionisti dell’anti-Saviano, “Il fatto quotidiano”, 17 giugno
2010); o di passare per L’uomo che sparò
all’autore di Gomorra (v. Carmillaonline).
Il fatto è che, come scrive l’autore
di Eroi di carta nella sua “postilla sul declino dello spirito
critico in Italia” a chi si trovi come
lui a contestare “non tanto e non solo la sacralità del personaggio pubblico
Saviano, quanto il dispositivo mediale e morale che lo sorregge e lo alimenta
senza soste” non resta che concludere con una citazione adorniana (T.W. Adorno,
Attenti alle cattive compagnie, in Meditazioni sulla vita offesa, Einaudi,
Torino 1994, p.22): [La moralità intellettuale] si costituisce sulla base di
una giusta società e dei suoi cittadini. Se questa idea o questa prospettiva
viene meno [...], la spinta intellettuale verso il basso non incontra più
inibizione, e tutta la sporcizia che una società barbarica ha accumulato nell’individuo,
la mezza cultura, la sciatteria, la familiarità sguaiata, la mancanza di stile
vengono a galla. Nella maggior parte dei casi, per giunta, questa tendenza si
giustifica e si maschera come umanità, come la volontà di rendersi
comprensibili agli altri, come esperienza del mondo e senso di responsabilità”.
[iv]Anche
questo è un fatto.