INTERVISTE
GABRIELE RIZZA
Francesco Rosi:
il grande indagatore
al cinema
della “malaitalia”


  
A colloquio con un critico che ha studiato a fondo l’opera dell’89enne regista napoletano, che è stato il migliore e più coerente narratore degli intrecci politico-criminali e dei misteri di Stato che hanno segnato la vicenda nazionale nel secondo Novecento. Basti pensare a pellicole esemplari e straordinarie per stile e rigore analitico quali “Salvatore Giuliano”, “Le mani sulla città”, “Il caso Mattei”, “Lucky Luciano”, “Cadaveri eccellenti”. Una testimonianza anche dello scrittore Raffaele La Capria, amico d’infanzia e collaboratore di questo autore che ha saputo osservare la realtà che ci circonda, cercando di decifrarla, decodificarla, renderla leggibile con forte e impavido senso etico.
  



  

di Alessandro Ticozzi





Francesco Rosi


“Io e Francesco Rosi siamo napoletani tutti e due nonché coetanei: siamo amici da più di settant’anni, avendo cominciato ad incontrarci quand’eravamo ragazzini, e non ci siamo mai staccati, avendo avuto in tutti questi anni interessi comuni – anche culturalmente – e avendo io partecipato come sceneggiatore a diversi suoi film, tra cui ricordo Uomini contro, C’era una volta, Cristo si è fermato ad Eboli e Le mani sulla città. Francesco è un regista italiano che si è occupato di Napoli, perché essendo napoletano è stato colpito da ciò che stava avvenendo a Napoli intorno agli anni Sessanta: la speculazione edilizia stava distruggendo la città, e quindi a un certo punto si è ribellato e ha scritto insieme a me appunto Le mani sulla città che poi ha vinto il Leone d’Oro a Venezia. È un film corale dove la speculazione edilizia viene analizzata in tutte le sue forme: viene spiegato come mai questo sistema funziona e come mai gli speculatori riescono a superare tutti gli ostacoli anche in consiglio comunale pur di riuscire ad ottenere il loro scopo, ed è un film molto interessante non soltanto per la parte politica, ma secondo me ancor più per quella estetica, perché viene operata una rivoluzione da questo punto di vista che supera il precedente neorealismo e mette in campo una polifonia di voci che sale dalla città e compone un quadro in cui la protesta del regista nei confronti di questa speculazione diventa molto forte”.

 

Così lo scrittore Raffaele La Capria sull’amico Francesco Rosi: ma vediamo di analizzare la sua figura – fondamentale per il cinema d’impegno civile italiano – col giornalista del manifesto Gabriele Rizza, co-autore, insieme ai colleghi Aldo Tassone e Chiara Tognolotti, del libro a lui dedicato La sfida della verità, pubblicato dall’Aida Edizioni di Firenze sei anni fa.

 

Come affronta la questione meridionale Francesco Rosi nei suoi film?

 

La questione meridionale, da sempre centrale per la politica e lo sviluppo dello stato unitario, affonda le radici nella cultura italiana. Una voglia di riscatto e affermazione anima la migliore intellighenzia del nostro Sud. E si traduce sotto varie forme: fiaba, denuncia, cronaca, pamphlettistica, saggistica. E naturalmente anche sotto forma di immagine. Interprete per eccellenza il cinema di Francesco Rosi. Testimone, osservatore, cronista privilegiato della sua terra, lui napoletano classe 1922. Lo sguardo di Rosi è implacabile e illuminato. Vigoroso e teso come la corda di uno strumento. La sua mdp non fa sconti e non gira mai a vuoto. Dice di sé: “Sono un uomo del Sud, con alcune caratteristiche nordiche. Sono diviso a metà fra l’istinto e la ragione. La scelta dei temi dei miei film riflette questo mio desiderio fondamentale di razionalizzare, di conoscere prima di tutto”. Rosi racconta il Sud senza la minima tentazione di autocommiserazione o autocompiacimento. Il ritratto è lucido e consapevole. Quali gli strumenti che gli intellettuali hanno per portare, o almeno cercare di portare, il meridione fuori da questo secolare stato di frustrazione, di vittimismo ed effettiva dipendenza? Il cinema è arma potente e visionaria. Collettiva, esportabile, difficilmente malleabile. Rosi si guarda attorno. Il terreno è fertile. Le contraddizioni tali e tante che non c’è che l’imbarazzo delle scelta. Malavita e malaffare, politica e corruzione, violenza e sopraffazione. La presa di visione di Rosi sulla “sua” realtà è un crescendo. Parte dal basso, La sfida (1957), lotta tra bande rivali nel mondo della camorra napoletana, che anticipa e già contiene tutti i motivi della sua produzione cinematografica, dall’aspirazione cronachistica all’impegno sociale. E si trasferisce in Europa, I magliari (1959), che supera il neorealismo e intreccia le varie vagues allora affacciatesi sui vari schermi del vecchio continente. Il tema centrale è il lavoro e lo sfruttamento. Chi detiene il potere mafioso detiene la discrezionalità di farti lavorare. Fuori dalle leggi e per il proprio tornaconto. Poi la panoramica si allarga e il potere diventa la politica su larga scala. La politica non più dei boss e dei padrini ma quella delle istituzioni democraticamente elette dai cittadini. Il lavoro di Rosi incrocia la “mala Italia”, tutta trame e misteri, e firma due film epocali, Salvatore Giuliano (1961) e Le mani sulla città (1963), capisaldi e pilastri del cosìddetto cinema civile e di denuncia che per tutti gli anni ’70 irrigherà molte delle migliori nostre risorse. Giuliano non risolve il più antico e cruciale dei misteri dell’Italia del dopoguerra, ma apre una nuova idea di cinema, strutturata sui documenti, laboriosamente ricostruita sulle fonti, dotata di una sua vis estetica fatta di clamori espressivi, rivelazioni, dinamismi contrapposti, ibridazioni della materia documentaria che non si sostituisce alla sostanza “romanzata” del film, ma ne giustifica il movimento interiore e la saldezza protestataria. Giuliano, al di là della “verità”, ancora in fieri, diventa fuori da ogni mitologia narrante il pretesto per una rilettura possibile, politica, ambientale e culturale, della storia della Sicilia del dopoguerra. Poco più su Napoli è il simbolo della rapacità e del degrado, il sacco della città, uno dei tanti che sconvolsero il paese, affamato e uscito dalle rovine. La speculazione edilizia è il cancro della ricostruzione. Anche qui la cronaca vince. E che cronaca! Smista i tempi dell’indagine, incalza i volti, tinge il cielo di foschi presagi. Rosi si schiera. Con coraggio e  determinazione. Poche altre volte il cinema di denuncia ha raggiunto una tale chiarezza espositiva e un tale climax drammatico narrativo. Un film che è una detective story e una lezione di educazione civica. E ancora di più una nuova lezione di cinema. Rosi sfoggia un tipo di ripresa che adotta i modi del documentario operante sul campo e li risolve coniugandoli col racconto di finzione che ha l’enfasi e la convinzione del miglior cinema americano dell’epoca. La questione meridionale è per Rosi la materia prima del suo essere regista di cinema (fino a definirlo un “maestro”), ma anche la materia ritmica della sua ricerca espressiva, colmando la necessità della morale unica nell’estetica della contaminazione pluralistica dei linguaggi tecnico-visivi.





Salvatore Giuliano (1961), regia di F. Rosi


Come affronta i misteri d’Italia Francesco Rosi nei suoi film?

 

Dalla questione meridionale (decollata all’indomani dell’unità nazionale) ai misteri che hanno segnato la politica italiana del dopoguerra non solo non c’è frattura ma c’è una bella lezione di continuità. Necessario e logico per Francesco Rosi proseguire la sua indagine filmica e la sua lettura sociopolitica del Belpaese. “Coi miei film – spiega – ho cercato più che altro di capire il mio Paese e di raccontarlo attraverso uno strumento, il cinema, che tra i mezzi di comunicazione e di conoscenza è quello che ci consente, davanti alle ombre che sullo schermo diventano vita, di riconoscere le nostre speranze, le sconfitte e le vittorie, dando incremento ai dubbi e alle ricerca del modo in cui il dubbio possa diventare una forza per la conquista del meglio attraverso la ragione”. Ragione e sentimento sono una lezione gramsciana che Rosi segue e persegue nella volontà di usare il cinema come artefice e molla di denuncia e testimonianza della realtà e come cinghia di trasmissione (quindi non solo orale) da una generazione all’altra. Coi suoi film “politici”, ma non certo di propaganda “politica”, Rosi crea dibattito. Istruisce e istituisce il terreno della dialettica. O del confronto dialettico. Bene comune sempre più in disuso. Rosi sa che la prima delle qualità da mettere in campo perché il suo cinema politico sia anche umanamente efficace ed esteticamente affidabile, è la responsabilità. Nei confronti della storia, dei personaggi che la attraversano, degli spettatori che la osservano. La seconda è il rigore. Frutto di onestà intellettuale, capacità di osservazione, sottigliezza di indagine, intuito d’artista. La terza, ma non ultima, è la partecipazione. Il film, la sua visione, rito collettivo e manuale di memoria. Per educare? Troppo ideologico il termine. Anche se una funzione istruttiva al cinema (in quanto provocazione, riferimento e verifica) Rosi di certo non la nega. Da qui prende le mosse la “trilogia italiana”, della “malaitalia”, paese di trame oscure e mafiose per eccellenza, la verità blindata da intrighi e sedicenti segreti di stato, costretto da forze endemiche a muoversi fra le pieghe, dietro le quinte, a manovrare e pescare nel torbido, quasi che il Potere, per dirsi tale, non avesse altro potere che questo. Il tragitto è esemplare: Il caso Mattei (1972), Lucky Luciano (1973), Cadaveri eccellenti (1976). L’Italia dei complotti, dei servizi segreti, delle tentazioni autoritarie, degli affari sporchi, il centro di un conflitto che sa di guerra fredda, ora che il paese è uscito dalla guerra, e cerca una sua strada, anche “presuntuosa”, oltre le sue reali possibilità. Come fa Mattei, che la stampa estera definisce iperbolicamente l’italiano più potente dopo Giulio Cesare (del resto, chi se l’aspettava un tipo così risoluto da un paese uscito sconfitto e che dire arretrato era un eufemismo!). Magnifico Volontè che si cala nel personaggio fino a sondarne l’autenticità, come lo sarà anche in Lucky Luciano, la malavita “americana” che torna in Italia a fare politica su scala internazionale, le collusioni, le connivenze fra potere mafioso e autorità “democratiche”, gli affari di stato che non possono più neanche lavare il sangue, tanto l’ombra di Banco è indelebile. Un altro saggio di storia italiana in versione scespiriana stavolta, dopo l’approccio giornalistico del precedente caso Mattei. Così come lo è il successivo, Cadaveri eccellenti, tratto da Leonardo Sciascia, e trattato come un thriller metafisico, una indagine fra Kafka e Gadda, i poteri occulti e i servizi più o meno deviati che si muovono per stabilizzare le istituzioni democratiche, innescare la strategia/regia della tensione, e così creare le condizioni giuste per un colpo di stato. La storia è sempre quella e tragicamente (ma anche ridicolmente: siamo o non nel paese dei Pulcinella e della commedia dell’arte?) si ripete manovrata dalle varie P1, P2, P3 e affini. Vent’anni prima di Mani Pulite. E nulla sembra essere cambiato all’ombra dello Stellone. L’Italia dei misteri continua a essere sgradevolmente e insidiosamente impenetrabile. E tranne rade eccezione, i film “alla Rosi” non li fa più nessuno. E anche quando in pochi li vanno a vedere.





Gian Maria Volonté in Il caso Mattei (1972), regia di F. Rosi


Qual è l’approccio di Francesco Rosi alla letteratura nei suoi film?

 

Di letteratura fin dalla culla si nutre il cinema. Francesco Rosi non fa eccezione. Anzi letterariamente è uno dei più assidui dopo l’incipit “giornalistico”. Fanno eccezione le scelte e i trattamenti. Le fonti letterarie del regista napoletano sono elaborati fantastici più che cornici narrative di riferimento o di ricostruzione “storica”. Rosi (forse non caso) attacca da una favola, un terreno che gli sembra “ostile”, contraddicente il suo stile asciutto e di denuncia. Non è cosi: perché se lo stile è asciutto la messinscena è vigorosa e rigogliosa di “effetti”. E travalicante gli assunti. La favola ha il suo titolo che non potrebbe essere altrimenti, C’era una volta (1967), con Sophia Loren e Omar Sharif, uscito dalle pagine settecentesche di “Lo cunto de li cunti” di Giambattista Basile, patrimonio e retaggio di cultura popolare partenopea, benedetto e tradotto (in italiano) da Benedetto Croce, ma qui recitato in dialetto campano, spregiudicata, pantagruelica risonanza di culture e meticciati, con morale finale e elogio della fantasia al potere. La favola poi si spegne nel tragico realismo di Uomini contro (1970), la mattanza e la macelleria incommensurabile della Grande Guerra, sceneggiato con Raffaele La Capria e Tonino Guerra da Un anno sull’altipiano di Emilio Lussu, la follia delle inette gerarchie militari e l’impotenza antica della truppa, solo carne da macello (su tutti i fronti), mandata a morte senza combattere, la vita di trincea e gli assalti alla baionetta come ingranaggio kafkiano che Rosi sposta ancora più in là, in una sorta di delirio metafisico di devastante degenerazione. Perché la denuncia non basta e la morte è la morte stessa della Storia, senza filtri e finzioni, come recita il finale che (ovviamente) non è quello del libro, una “suggestiva” fucilazione di chi ha osato ribellarsi che curiosamente richiama il finale di Senso (al quale Rosi aveva lavorato come aiuto regista) e la messa a muro del, lui sì reprobo, tenente Mahler. Poi arriva Il contesto di Leonardo Sciascia e il trattamento più originale, Cadaveri eccellenti (1976). Consequenziale. Traumatico. Il romanzo del siciliano Sciascia permette al napoletano Rosi di proseguire quel discorso sul potere (tra cittadino e autorità, tra legalità e illegalità) avviato nei film precedenti ma anche di raccordare i suoni in una sorta di sintesi definitiva sui destini dell’Italia democratica e repubblicana. E poi la scarnità del romanzo gli consente una maggiore autonomia di scrittura. Di scavo e interpretazione dei personaggi. Illustrare un libro, dice il regista, non mi interessa. Così allo spirito del romanzo si sovrappone e aggiunge l’ottica del film. Anche perché dall’uscita del libro nel 1970 a quella della pellicola sono passati sei anni. E molte cose sono cambiate. E il cuneo di Rosi è se possibile ancora più incandescente di quello di Sciascia. Il viaggio letterario di Rosi verso il (profondo) Sud d’Italia prosegue con un altro libro esemplare. Un codice e una bussola, un diario e un cronaca, Cristo si è fermato a Eboli del torinese Carlo Levi (1979), che è itinerario umano geografico politico, ravvicinato ai giorni nostri e alle sensibilità dei contemporanei, e ancora una riflessione sul presente e sul cambiamento. Il disagio è atteggiamento pasoliniano di travisamento dei valori e delle antiche pratiche popolari. La tradizione disarcionata, il passato rimosso. Volontè cadenza il film col suo sguardo sentimentale e critico, osservatore casuale ma non per caso, l’omaggio alla civiltà contadina è intriso di tensione ideologica, l’occhio esterno della mdp è caldo di rassegnazione, umiliazione e commozione, di solitudine innata e dignità consolidata. E dello stesso impasto pullula e il successivo Tre fratelli (1981), molto liberamente tratto dal racconto Trtij Syn di Andrej Platonov, di cui si serve come spunto iniziatico, viaggio nel tempo di una cronaca familiare tutta italiana nell’Italia che entra negli anni ’80 già spezzati e sprezzati dal terrorismo, un crocevia di sogni incubi legami modulazioni affettive e nuovi interludi, film corale e di struggente intimismo. Ancor più corale e in più musicale, sarà il successivo Carmen (1984) dall’opera di Bizet e il racconto di Merimée, parentesi paesaggistica e in technicolor, magniloquente, l’incontro di Rosi, che gira da “teatrante” sedotto e scaltrito, con un genere ambiguo come il film-opera a cui dopo un lungo periodo di abbandono ridà smalto e autorevolezza autoriale. Dopo la parentesi mélo, un altro trattamento da un breve romanzetto, capolavoro mignon, di Garcia Marquez, Cronaca di una morte annunciata (1987) che consente a Rosi di proseguire il suo discorso sui poteri dell’onore e della vendetta, un libro in sintonia con lo stile indagatorio  del regista, come Giuliano, come Mattei, una lettura sostanzialmente fedele e girata in loco, di stampo quasi metafisico che non convince pubblico e critica, in uno sperduto villaggio della Colombia dove Cristo non è si neppure fermato, come non sta nella Tregua di Primo Levi, il film del 1997 tratto dal romanzo omonimo (pubblicato nel 1963) del sopravvissuto a Auschwitz, che per Rosi diventa un ritorno a casa costruito su sequenze e segmenti narrativi distinti, spaccati di vita e commenti, la tragedia che incrocia e si stempera nella commedia. La tranche de vie. Del resto La tregua non è Se questo è un uomo scritto a ridosso del dramma. Come dice Rosi “La tregua è un libro più consapevole, più letterario, e molto più profondamente elaborato, anche come linguaggio. Racconta cose vere, ma filtrate”. E cose vere racconta il precedente Dimenticare Palermo (1990) dal romanzo omonimo di Edmond Charles-Roux debitamente rivisto e ricapitalizzato in un unico episodio esemplare, ancora la cronaca di una morte annunciata, dove Rosi ritorna al suo cinema d’impegno, ma condito da una spruzzata abbondante di realismo magico fra i simboli più tossici dell’attualità malavitosa, il potere mafioso zona franca e mandamento politico, Palermo-New York andata e ritorno.





Cadaveri eccellenti (1976), regia di F. Rosi, dal romanzo di Leonardo Sciascia


Qual è la lezione di Francesco Rosi?

 

La lezione che ci consegna Francesco Rosi è prima di tutto una lezione di stile e di coerenza. Stile chiaro, brechtiano, impegnato, forte e robusto. Coerenza di atteggiamento e di motivazioni, di visioni e impostazioni. Un cinema insieme morale e politico. Denso e commovente. Che riempie gli occhi per la sua fragranza e vigoria visiva, il suo ritmo musicale, e la mente per il suo raffinato, indomito, apparato intellettuale che riesce comunque a dispiegare. Una lezione esemplare e fortificante di come alla fine il cinema resta spettacolo puro e semplice per il popolo (massa anonima e sensibile di spettatori paganti) e magma sismico per incuneare il dubbio nella verità e il forse nelle trame che la storia sembra tramandarci. Rosi indaga il suo (il nostro) paese col suo sguardo critico e appassionato. Dotato di forza penetrante mai supponente o superficiale. Le tessere di un affresco che comunica disagio e indignazione, che si lega a un’attualità che sembra non venire mai meno anticipando spesso temi e scenari, una questione meridionale che diventa una questione globale. Una lezione di passione civile, coraggiosa nelle denunce e sottile nelle ricognizioni. Una lezione di chi sa osservare la realtà che lo circonda, sa decifrarla, decodificarla, renderla leggibile e all’occorrenza non ha paura di sporcarsi le mani. Quasi un cinema che non si fa più. Che ha splendidamente rappresentato una stagione super, il lato serio e civile del nostro cinema, riconosciuta all’estero forse più che da noi, come attesta la Palma d’oro a Cannes 1972 per Il caso Mattei condivisa con il collega Elio Petri di La classe operaia va in paradiso. Due facce della stella medaglia e di uno stesso modo di intendere il “valore” non approssimativo e formativo del cinema.




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