TEATRICA
DOPO IL CAMBIO
DI DIREZIONE

Napoli Teatro Festival Italia atto II: e adesso come sarà?


      
I nuovi vertici di centrodestra della Regione Campania hanno defenestrato Renato Quaglia e Rachele Furfaro e messo alla guida della manifestazione Luca De Fusco, da poco direttore anche del Teatro Stabile della città. Il tutto secondo una logica non artistica, ma di mero ‘spoil system’ politico. Per quest’anno il Festival manterrà in gran parte il programma già fissato, ma in futuro cosa avverrà, visto pure che nel 2013 verranno meno i fondi dell’Unione Europea? Come sottrarre l’azione culturale alla perenne e miope trama di lottizzazione degli schieramenti partitici?
      




      

di Rossella Grasso

 

Raramente Napoli è citata per meriti e realtà positive. Il Napoli Teatro Festival Italia è stata l’occasione per far parlare della città per qualcosa di bello. Un’organizzazione impeccabile, enorme, che ha attratto tantissimi spettatori napoletani e non, tanto che per ogni spettacolo i biglietti sono andati esauriti appena messi in vendita. Molti pregi, ma altrettanti difetti come l’aver impiegato un finanziamento enorme di denaro pubblico, con tanto di pubblicità martellante, per organizzare quella che poi è risultata essere una kermesse per addetti ai lavori o intenditori, con nomi e un genere di teatro che ha lasciato indifferente gran parte della popolazione.

Nonostante tutto, il Festival è stata l’occasione per accendere i riflettori su Napoli, e, sfruttando la retorica più diffusa, rendere il capoluogo davvero “la capitale europea della cultura”, crocevia di artisti di tutta Europa, dove le culture si uniscono all’insegna del confronto e dello scambio. Un clima che tutti i cittadini hanno potuto respirare. Un successo che, al di là delle possibili obiezioni, è stato tangibile e ha fatto respirare alla città, incastrata nel loop dei tanti problemi continui, un bel cambio d’aria, che ogni tanto ci vuole.

A sostegno di questi poco presunti risultati, alcuni mesi fa uno studio fatto dall’Università degli Studi di Napoli Federico II, dalla Bocconi di Milano e dalla Confindustria Campana ha dimostrato, con numeri alla mano, il positivo impatto territoriale del Festival, sia in senso economico che culturale. Eppure, sembra che l’ organizzazione del Napoli Teatro Festival avesse così tante pecche che la Regione, guidata oggi da Stefano Caldoro, è stata costretta a liquidare in tutta fretta Rachele Furfaro e Renato Quaglia, menti e braccia di tutto l’apparato del Campania Festival. I due sono stati artefici delle precedenti tre edizioni del Festival, a partire dalla sua nascita sotto l’egida di Antonio Bassolino. Con l’avvento del nuovo governatore, la Regione Campania ha bloccato per parecchi mesi l’erogazione dei finanziamenti europei, tra l’altro già precisamente rendicontati e approvati, alla Fondazione del Napoli Teatro Festival Italia: un controverso decreto legge nazionale, a causa dello sforamento del patto di stabilità,  ha imposto fin dal giugno la revoca dei contratti a tempo determinato (anche agli enti partecipati della Regione). In qualità di  presidente della Fondazione e ritenendo quest’ ultima un organismo di diritto privato, la Furfaro fece ricorso al Tar e la questione arrivò fino al Consiglio di Stato che in definitiva fece prevalere la tesi della Regione.

Così la Fondazione, il cui successo si è basato sempre sul supporto di tutto il numeroso staff, si è ritrovata con soli sette dipendenti. Rachele Furfaro è stata diffidata e costretta alle dimissioni e con lei anche Renato Quaglia. Al loro posto è stato collocato Luca De Fusco, direttore artistico  uscente del Teatro Stabile del Veneto, e dal primo giugno direttore del Teatro Stabile di Napoli: due cariche prestigiose che permettono ad un solo uomo di regnare sullo scenario teatrale partenopeo. Per alcuni giorni si è parlato addirittura della soppressione del Festival stesso, smentita da una conferenza stampa indetta da Caterina Miraglia, assessore per la Promozione Culturale.





Napoletango diretto da Giancarlo Sepe, uno degli spettacoli di punta
del Napoli Teatro Festival Italia 2010


Durante il mese di marzo a Napoli le polemiche sono state molto accese: i numerosi dipendenti del Napoli Teatro Festival Italia, compresi quelli con contratto a tempo indeterminato, di punto in bianco si sono trovati senza lavoro, l’edizione 2011 del Festival cassato a soli tre mesi dalla sua realizzazione e con esso tutti gli artisti di tutta Europa e gli operatori che già da mesi stavano lavorando alla sua realizzazione bloccati, seppure con regolare contratto. Durante la conferenza stampa l’assessore Miraglia ha sottolineato che “il blocco della macchina del Festival non è dovuto al cambio di partito al vertice della Regione, ma al fatto che i fondi europei non erano destinati al genere di attività previste da questa manifestazione” e per tale motivo Rachele Furfaro e Renato Quaglia si erano dovuti dimettere. L’assessore  ha inoltre dichiarato che Luca De Fusco metterà in pratica il programma già steso da Quaglia, con l’aggiunta di qualche “novità” come lo spettacolo sui 150 anni dell’ Unità d’Italia (del tutto inaspettato!); che il Festival verrà posticipato a settembre per motivi tecnici, ma che tuttavia ci sarà una breve anteprima a giugno; la volontà di riconfermare tutto lo staff; ma soprattutto che il Festival punterà a maggiore qualità e minore quantità all’insegna, dichiaratamente, del risparmio.     

Ci sono molte cose che lasciano perplessi. Il problema del NTFI è che mancano i fondi: per quale motivo sostituire la vecchia gestione con una nuova, altrettanto pagata e con gli stessi problemi da affrontare? Rachele Furfaro e Renato Quaglia hanno diretto le scorse edizioni egregiamente, cercando di migliorare sempre di più la sua qualità, forti ogni volta dell’esperienza fatta. O forse risultano inadeguati perché troppo vicini all’ex governatore Bassolino? Le coincidenze sono molte, a partire dal fatto che il neo direttore artistico del Festival Luca De Fusco avesse dichiarato da mesi alla stampa di voler assumere la direzione sia del Teatro Stabile di Napoli che dell’NTFI. E dopo gli insuccessi già riportati sia come direttore (dallo Stabile del Veneto è stato allontanato dallo stesso Pdl, allora Forza Italia, che lo aveva nominato), sia come organizzatore di festival (quello da lui organizzato alle Ville Vesuviane finì con un’enorme buco economico), risulta difficile credere che la scelta sia ricaduta su di lui per rinomate qualità, tali da poter proporre un buon Festival ma a basso costo.

In realtà, nei mesi scorsi a Napoli ci sono stati altri eventi simili a quanto accaduto per l’NTFI che lasciano presumere una forte interferenza della politica nella cultura: licenziamento di Nino D’Angelo dalla direzione del Teatro Trianon-Viviani e la sua immediata chiusura (visto che il teatro era nato e aveva successo solo grazie al prestigio del suo direttore); il licenziamento del direttore del Teatro Stabile di Napoli Andrea De Rosa a metà mandato con motivazioni pretestuose, sostituito poi da Luca de Fusco; il licenziamento di Sergio Segalini, ex direttore artistico del Teatro San Carlo, rimpiazzato da Salvo Nastasi come commissario straordinario e contemporaneamente anche Capo di Gabinetto dell’allora ministro Sandro Bondi (un caso?). Insomma tutto ciò ha l’aria di un vero e proprio “risanamento” operato dalla nuova giunta regionale pidiellina.

Tuttavia perché stupirsi? Questo modo di fare politica così invasivo, anche in affari che non le competono, e prepotente nel voler sistemare a tutti i costi gli “amici” non è tipico di tutta l’Italia? E d’altronde questa situazione prolifera sempre di più soprattutto per l’assenza di un governo forte. Basti pensare alla vacanza e alle polemiche relative al Ministero per i Beni Culturali dei mesi scorsi, e alla totale assenza di vere linee guida e di un progetto per risanare la delicata situazione della cultura in cui versa l’Italia. Manca totalmente una progettualità che non sia solo la pluridichiarata affermazione che “mancano i fondi”, ma la capacità di trattare la cultura come un bene comune, capace di produrre lavoro e progresso. E la politica italiana, a tutti i livelli, si sta dimostrando molto miope nell’analizzare e gestire la situazione, preferendo fare i propri interessi a scapito del bene comune. Anche per quanto riguarda il Festival partenopeo, chi sarà a farne le spese? Chi perderà un’occasione? Tutti. La rassegna partenopea è solo un piccolo specchio di quanto accade in tutta la nazione.





The Blue Dragon di Robert Lepage, annunciato al Festival di quest'anno


A questo punto viene da domandarsi cosa ne sarà del Napoli Teatro Festival Italia. Caterina Miraglia ha detto che sarà necessario aprire la gestione del Festival anche ai privati perché entro il 2013 finiranno anche i fondi dell’Unione Europea. E si sa in Italia l’ingresso dei privati nelle cose pubbliche finisce sempre per farle degenerare. L’assessore pronostica un nuovo festival all’insegna del risparmio? È noto anche questo: come si dice a Napoli “O sparagno nun è maje guadagno”  (ovvero: il risparmio non è mai guadagno).

Luca De Fusco ha dichiarato di voler proseguire la vecchia linea, tanto da proporre il programma di Quaglia, con l’aggiunta di uno o due titoli napoletani, ovviamente sfruttando la sinergia con il Teatro Stabile di Napoli, e di approfittare dell’occasione per promuovere i “Premi Olimpici per il Teatro”. Inoltre ha annunciato che dal 24 al 27 giugno ci sarà l’anteprima del Festival con la messa in scena al San Carlo della punta di diamante del Festival ideato da Quaglia, The Blue Dragon di Robert Lepage e di voler riassumere metà dei 45 dipendenti licenziati. Dal sito ufficiale dell’organizzazione si deduce soltanto che l’accesso non è possibile temporaneamente per manutenzione, ma già è aperto il bando di partecipazione al E45 Napoli Fringe Festival, il Festival parallelo, e forse la sezione più internazionale di tutta la rassegna. La sua persistenza, assieme a quella di altre realtà, lasciano pensare che non ci sarà un effettivo e totale cambiamento.

Forse la realtà del Napoli Teatro Festival Italia è diventata troppo forte per poterla sopprimere del tutto, nonostante la scarsità dei fondi, ed è meglio dire che si sta cercando di salvarla in qualche modo. Ma pare più plausibile l’idea che tutta questa bufera sia servita solo per permettere un cambio di poltrone, anche all’interno di realtà culturali che hanno acquisito, appunto, molta importanza, diventando altri punti strategici di potere, dove collocare uomini di fiducia. La cultura non può morire uccisa dai giochi di potere della politica, come si sta facendo in Italia già da un po’.

 

 

 

 

 

 




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