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di Pippo Di Marca
“D’altronde
sono sempre gli altri che muoiono.”
(Una
partita all'inferno!)
L’epitaffio che Marcel Duchamp, il genio che ha
rivoluzionato l’idea, il ‘concetto’ di arte a partire dal primo Novecento,
volle scolpito sul marmo della propria tomba suona sinistramente eppure
inappellabilmente così: “D’altronde sono sempre gli altri che muoiono”. Qualche
giorno fa è morto un ‘altro’, Franco Quadri, un altro dei nostri, un altro di
noi. Aveva 74 anni. È stato per quasi cinquant’anni uno dei più amati, temuti e
potenti ‘critici’ del teatro italiano, in particolar modo del teatro d’avanguardia
o di ricerca, di quel teatro che lui stesso, capeggiando un nutrito e
qualificato gruppo di artisti, critici e intellettuali, definì già nel 1967 “Nuovo
Teatro” in uno storico convegno che si tenne ad Ivrea. La morìa degli nostri compagni
di strada, dei nostri ‘altri’, continua. Negli ultimi anni , come riflettevo
nell’ultimo ‘coccodrillo’ che non molto tempo fa mi è toccato redigere, è stata
‒ per dirla con Leo de Berardinis, un altro grande ‘altro’ ‒ una
vera ‘strage degli innocenti’, che ha colpito indistintamente artisti da una parte
e critici e studiosi dall’altra.
Il risultato, la
contabilità aggiornata all’odierna ‘di-partita’, calcisticamente parlando e
limitatamente agli ultimi tre-quattro campionati, è di 12 (Molé, Cavallo,
Picchi, Perla, Leo, Gozzi, Varetto, Margio, Diamanti, Nanni, Perriera, Ricci) a
5 (Meldolesi, Melchiori, Garrone, Dalla Palma, Quadri) in favore degli artisti: e non perché sono
migliori, ma semplicemente perché sono molti di più. Fermo restando che i più,
in assoluto, sono gli altri; fermo restando che tutti siamo gli altri, non siamo
altro che dei condannati all’ergastolo, un ergastolo invero bastardo,
irrituale, capovolto, un ossimoro fisico-metafisico, dove il fine pena mai
diventa ‘fine pena certo’ con piccole variazioni individuali nella tempistica.
Come dicono chiaramente questi numeri, se appena si allargassero includendo
qualche precedente altro – Neiwiller, Carmelo Bene, Grande, Bartolucci ecc... ‒
e con qualche nostro prestito a loro, ai critici, e qualcun altro qui
dimenticato, si potrebbero avere schierate ben due squadre al completo, e pure
con qualche riserva in panchina... Una bella ‘partita all'inferno!’... e che il
campionato continui... per chi gioca e per chi rimane a guardare, più o meno
attonito... per chi resta... per chi
continua a lavorare: facendo proprio, senza volerlo, uno degli ultimi,
fulminanti ‘aborismi’ di Achille Bonito
Oliva : “la vita è la morte al lavoro. Non è garantita la pensione”...
Anche se l’approccio,
il tono di questo lungo prologo introduttivo è molto probabile che Franco non
l’avrebbe condiviso, mi è parso che questa ‘nominazione’ di tanti altri, al limite di tutti gli
altri, sia la maniera più giusta per iniziare a parlare di uno che
ha dedicato tutta la sua vita a parlare, ad avvicinare, a valutare, a
dialogare, a collocare, a stimolare gli altri; e soprattutto a ‘catalogarli’ in
un empito-abbraccio onnicomprensivo, a suo modo ‘ecumenico’. Per valutare appieno
il senso di quanto appena detto, bisogna tener presente che questo suo
abbraccio ha avuto inizio nei primi anni ’60 e si è protratto ininterrottamente
e per così dire con progressione crescente e con una dedizione pressoché totale
per quasi un cinquantennio. E sarebbe durato ancora per tanti anni se lui,
totalmente e indefessamente preso con dedizione e accanimento ‘estremi’ dal suo
lavoro, non avesse anteposto la sua funzione-missione a una salute che il peso
degli anni e delle fatiche aveva soprattutto negli ultimi tempi reso precaria.
Chi ricordava la sua instancabile vena giovanile e giovanilistica, il suo
attivismo, la sua disponibilità sentimentale, il suo forte amore della vita,
poteva constatare già da qualche tempo una sorta di ripiegamento, nella sua
voce affievolita, nella sua barba bianca, in fondo nell’accettazione pacifica,
arresa, alla ‘senilità’, alla sofferenza che questa portava con sé. Dico questo
a ragion veduta. Dato che in questi ultimi anni ho avuto modo di frequentarlo e
di vederlo con una certa assiduità per via della pubblicazione presso Ubulibri
di un mio libro sulla storia del Meta-Teatro in sintonia-sincronia con la
storia del teatro di ricerca negli ultimi 40 anni. Un libro che lui stesso mi
aveva suggerito, stimolandomi a scriverlo e a portarlo a termine e che, pur tra
mille traversie, non ultime pesanti difficoltà economiche, doveva esser
messo in cantiere proprio nei primi
mesi di quest’anno. Man mano che il
libro procedeva ci incontravamo e ne discutevamo a Roma, all’hotel Santa
Chiara oppure nello studio del figlio
Jacopo, così come a Milano nella sede della casa editrice in via Ramazzini. In
uno degli ultimi incontri, l’estate scorsa, proprio a Milano, nel suo ufficio
pieno di carte, di libri accatastati, dall’aspetto dimesso, disadorno, ‘povero’,
mi comunicò che finalmente il libro sarebbe stato messo in lavorazione all’inizio
del 2011. E prima di congedarmi, aggiunse, in un sibilo uscito dalla cornice di
un sorriso amaro, stranamente ironico e dolce insieme: “Speriamo che ci
arrivo...”. “Ma che dici?” mi precipitai a rispondere, ridendoci su. Lui annuì,
scuotendo la testa, ma allargando il sorriso fino a che ne brillarono i suoi
occhi scuri. Poi vispo si alzò, andò a prendere di là una copia del libro coi
testi teatrali dell’argentino Rafael Spregelburd appena stampato per
regalarmela e molto affettuosamente mi accompagnò fino all’ascensore. Lì per
lì, al di là dello stupore iniziale, non diedi peso a quelle sue parole. Poi,
in strada, mi sovvenne di pensare alla differenza tra l’attuale sede della casa
editrice, così dimessa, vecchia, polverosa, creativamente disordinata, oserei
dire ‘napoletana’ e la prima sede, quella storica di via Caradosso, la sua
casa-studio dove incontravi Tullio Kezich, Aldo Grasso, Tatti Sanguineti,
Gianni Buttafava, Arbasino& compagnia, che ebbi modo di frequentare fin dai
primi anni ’70, linda, terrazzata, ordinata, piena di luce e di libri
perfettamente allineati, moderna, giovane, indubbiamente ‘cool’, per dirla
tutta, decisamente ‘milanese’. E in quella differenza mi parve di intravedere
il segno, ancorché puramente esteriore, dei tempi e di una parabola che volgeva
al termine. E Franco, pur continuando a lavorare e a difendersi, in qualche
modo dentro di sé lo presentiva. Ma noi, gli altri, no. Io no, non gli diedi
peso e continuai a non dargliene anche le altre volte che successivamente lo
incontrai. Per me sarebbe rimasto per tanti altri anni così: sempre più
ripiegato, ‘invecchiato’, ma giovane nell’animo, se non nello spirito,
immutabile. Evidentemente mi sbagliavo. Ma una cosa è certa: ‘gli eroi’ di tante
stagioni, i nostri eroi, ‘sono stanchi’; noi stessi siamo stanchi.
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Franco Quadri negli ultimi tempi con folta e candida barba
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E tornando alle
sue ‘sedi’, che sono state senza dubbio lo specchio forse non solo esteriore
della sua vita, non è per caso che le
abbia virgolettate come ‘milanese’ e ‘napoletana’. In Franco Quadri si erano
manifestate, si erano date convegno, infine avevano ‘convissuto’ due anime, una
settentrionale e una meridionale. Tuttavia avendo cura, scegliendo di prendere alloggio, per così dire, in un corpo
meridionale : era scuro di carnagione, con folte sopracciglia nere, occhi
scuri, fisico asciutto e minuto. Insomma non sembrava propriamente un
‘nordico’. E si può dire, ‘guardandolo’ a posteriori, che abbia passato tutta
la sua vita a spostare l’asse della sua anima settentrionale verso la
meridionalità, facendolo coincidere con il suo aspetto esteriore, con il suo
corpo; pur non negando l’aplomb, la postura, il gesto elegante, schivo,
misurato, il ‘rigore’, la forma mentis del milanese.
In quanto tale,
vale a dire in quanto milanese ‘e’
meridionale, non amava particolarmente Roma; gli preferiva il ‘profondo’ Sud,
quello più ancestrale o più genuino o più ‘africano’: Napoli e la Sicilia (Palermo
in particolare, dove andava spesso e volentieri a partire dalla lontana
‘scoperta’ di Franco Scaldati) o persino la Calabria, tra Cosenza e in anni
recenti Castrovillari. Il discorso su Roma, peraltro, ci apre le porte a periodi importanti della sua e della nostra
storia, della storia del teatro d’avanguardia italiano, ci porta
ai primordi, agli anni d’oro del ‘nuovo teatro’ italiano tra il finire
degli anni ’60 e i ’70, a quello straordinario
decennio in cui lui, Beppe Bartolucci, Franco Cordelli e altri si fecero promotori e mentori, ‘compagni di
strada e d’avventura’ di quanto veniva fuori dal lavoro, dal furore creativo di
artisti, attori, registi, performer, gruppi che emergevano, venivano alla
ribalta: di volta in volta etichettati come scuola romana, teatro immagine,
post-avanguardia eccetera. E di tutto questo Roma fu l’epicentro, il
palcoscenico principale. Sull’abbrivio e sulla spinta di quella esaltante
stagione, nel ’78, nacquero le due invenzioni
culturali più importanti uscite dalla inesausta bottega intellettuale e
organizzativa di Franco Quadri: Il Patalogo e la casa editrice Ubulibri. Ma nel
frattempo, soprattutto dopo la parentesi della post-avanguardia, si era andata
usurando la condivisione degli orizzonti e della centralità romani, l’unità di
intenti, di visioni, di poetiche, di
prospettive che per tanti anni aveva accomunato bellamente personaggi tanto
diversi come lui, e appunto Bartolucci,
Cordelli, Italo Moscati, Achille Mango, Filiberto Menna, per citare i più in
vista, se si vuole i più ‘storici’. Da lì cominciò una sorta di lenta,
progressiva ‘diaspora’, indolore e quasi ‘indifferente’ peraltro, tra lui e per
così dire i ‘romani’ (più o meno tutti gli altri); come anche, a dire il vero, all’interno di questi
ultimi: e ognuno prese una sua strada,
cominciò una sua peregrinazione, comunque sotto l’ombrello sempre più ampio e
largo del ‘nuovo teatro’. Tuttavia, e ovviamente, questo non vuol dire che non
amasse Roma o vivere a Roma (oltretutto ‘doveva’ venirci spesso per lavoro) in
quanto città. Anzi, ci stava bene. Addirittura per lunghi anni prese in affitto una casa a Trastevere, a due
passi, tra l’altro, dallo storico Meta-Teatro di via Mameli. L’idillio con
Roma, dunque, non si chiuse mai del tutto; mentre quello con l’ambiente romano
diciamo che un po’ alla volta si attenuò. I motivi possono essere stati tanti e
non è qui il caso di sceverarli, ma per dirlo senza peli sulla lingua, alla
romana, forse qui c’era troppa ‘caciara’, troppi pasticci e ‘pasticciacci’,
effimero, approssimazione, estemporaneità
per lui che in fondo era un aristotelico, o meglio un cartesiano, ancorché
passionale come un uomo del Sud e permeato fino al midollo dello spirito delle
avanguardie (già negli anni ’60 aveva fondato una mitica rivista chiamata,
indovinate un po’, ‘Ubu’).
A volte sembrava
nutrire un sentimento ondivago tra distacco, sprezzo e partecipazione
controllata, quasi sospettosa; ma il sentimento vero, quello del rispetto degli
altri era connaturato in lui: il senso dell’amicizia, anche dell’affetto verso
quelli con cui comunque aveva condiviso e condivideva battaglie culturali e
ideali all’interno di quel ‘movimento’ d’artisti e di critici germinato in
quegli anni e rispetto al quale con ogni evidenza e non senza un surplus di
ambizione andava ritagliandosi un ruolo primario, di primissimo piano. Coi
naturali contrasti e forzature che una simile posizione indubbiamente portava
con sé, nel bene e nel male. In questo senso sono paradigmatici i suoi rapporti
umani e ‘professionali’ con altri due grandi ‘interpreti’ e mentori di quel
medesimo teatro o campo teatrale dove lui si
proponeva come ‘primattore’. Mi riferisco a Bartolucci e Cordelli. In
certo senso e in periodi successivi per così dire i suoi ‘antagonisti’ naturali. Le distanze tra lui e Bartolucci (che,
bisogna dirlo, era più ‘radicale’, più settario, ma più ‘libero’, se si vuole
meno compromesso) si accentuarono, soprattutto
a partire dagli anni ’80, ma quando Bartolucci venne meno Quadri fu il primo,
oltre al sottoscritto, a tenere alta la sua memoria e il suo esemplare
magistero critico: un modo e un moto, anche affettivo, di riconoscergli e
riconoscere la sua importanza e tutta la
sua grandezza, la sua ‘superiorità’. Quanto a Cordelli, diventato a sua volta
dopo la scomparsa di Bartolucci, e anche senza volerlo o accettarlo,
l’antagonista naturale di Quadri, il rapporto, o non rapporto ‒ successivo
al periodo in cui tutti gravitarono diciamo di ‘comune accordo’ presi e
coinvolti negli astratti furori e inesauribili iniziative della ‘centralità’ di
Roma ‒ acquista valenze ancora più significative, addirittura eloquenti:
come ‘modalità’ di declinazione della
‘diaspora’ cui ho prima accennato. Questo rapporto-non rapporto lo testimonia
in vario modo Cordelli stesso nell’articolo scritto per il Corriere della Sera
in morte del collega appena scomparso. “... Due diverse visioni del teatro, forse
del mondo, della vita... Forse ci trovavamo su sponde diverse, pure eravamo
vicini...”. Più in là ‒ dopo avergli riconosciuto non pochi meriti, in primis di aver fatto molto per il teatro,
di avergli dedicato la vita, di aver fatto più lui di tanti attori e registi
‒ Cordelli aggiunge: “Noi ci siamo parlati ben poco. Forse per la prima
volta nel 2002, dopo vent’anni. A Parigi mi disse che non avrebbe aderito al
premio ‘di destra’ degli Olimpici. Seguii il suo esempio. Qualche battibecco a
distanza. Era troppo fedele alle amicizie. I registi che piacevano a me,
neppure li andava a vedere. Non mi piaceva che fosse così coinvolto...”.
Cordelli conclude, dopo aver elencato le cose che di Quadri gli piacevano, con
un toccante ricordo personale, umano, del loro ultimo incontro relativamente
recente. E chiude con parole che denunciano un sentimento che vola al di sopra,
smentisce, ogni dissapore, vertenza, ‘diaspora’: “... Lo toccai per scherzo, si
meravigliò d’essere addirittura toccato. Ma una luce gli brillò negli occhi”.
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Adriana Asti in Giorni felici di Beckett (2010), per la regia di Bob Wilson,
uno dei grandi 'amici teatrali' di Franco Quadri
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Concordo
pienamente con questa ‘immagine’ finale e con il senso tutto che traspare dall’articolo
di Franco Cordelli. Franco Quadri era
odiato e amato come chiunque sia stato nel suo campo quello che si dice un
‘uomo di potere’, indubbiamente all’occorrenza capace di usarlo. S’era fatto
molti ‘nemici’ e aveva litigato con tanti, ma così come amava i suoi amici,
amava i suoi ‘nemici’ e li teneva nella massima considerazione, con grande
onestà intellettuale, senza lasciarsi minimamente influenzare nelle valutazioni
e nei giudizi da livori o prevenzioni di sorta. A conferma di ciò, della considerazione
per dire in cui teneva Cordelli, mi piace raccontare un episodio significativo
e inedito legato alla gestazione del libro cui ho fatto cenno all’inizio. Si
tratta di una delle cose più eccitanti che ho sentito fare e dire negli ultimi
anni e da quando lo conoscevo a quest’uomo apparentemente controllato e
impermeabile. È successo alcune estati fa. Era un pomeriggio di inizio
settembre. Quadri non mi chiamava mai sul cellulare, lo usava poco, preferiva
il telefono fisso del suo studio ufficio. Dunque mi chiamò, un pomeriggio
qualunque, raggiante. Da Bruxelles, credo, comunque da una città del nord
Europa, dove aveva appena visto uno spettacolo di Bob Wilson e aveva incontrato
Cordelli. La voce quasi gli tremava per l’emozione. E per la gioia. Io ero
sorpreso. Non mi aspettavo una telefonata così ‘fuori stagione’. Mi salutò e
senza frapporre indugi disse che aveva appena incontrato Cordelli, che gli
aveva parlato del mio libro, proposto di scrivere l’introduzione e soprattutto
che Cordelli aveva accettato di farlo. Di queste cose era capace Franco Quadri.
Così forte era la stima che aveva per Franco Cordelli. E per tutti quelli,
naturalmente, di cui riconosceva il valore. Insomma, per finire, quest’uomo
ostico e apparentemente scorbutico che aveva moltissimi amici che lo amavano e
tanti che lo veneravano come un guru e tanti che lo temevano o lo adulavano per
il suo potere e che aveva anche tanti nemici, più o meno giustamente divenuti
tali, si commuoveva a riandare con soddisfazione autogratificante a certi suoi
trascorsi, come quando mi raccontava di
quella volta che proprio Wilson lo tenne in scacco per ore e ore chiedendogli
un giudizio articolato, uno per uno, su tutti i suoi spettacoli ‒ a cominciare
da The Deafman Glance ‒ che lui
ovviamente aveva visto senza perderne uno...
aprile 2011
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