TEATRICA
FRANCO QUADRI
(1936-2011)

Il critico eminente dell’avanguardia
e l’uomo di potere


      
Un memoria assai personale dell’intellettuale ed editore milanese, creatore di Ubulibri e del Patalogo, che è stato per cinquant’anni uno dei più attenti e importanti osservatori e promotori del teatro di ricerca e di sperimentazione in Italia. Figura schierata assieme a tanti amici, contava altrettanti nemici, ma il rapporto di rispetto con antagonisti di valore nel campo della critica (da Bartolucci a Cordelli) non gli è mai venuto meno. Come dimostra, ad esempio, la lunga fedeltà a Bob Wilson, nessuno più di lui ha seguito e fatto conoscere le grandi figure internazionali del teatro d’innovazione.
      




      

di Pippo Di Marca

 

“D’altronde sono sempre gli altri che muoiono.”

(Una partita all'inferno!)

 

L’epitaffio  che Marcel Duchamp, il genio che ha rivoluzionato l’idea, il ‘concetto’ di arte a partire dal primo Novecento, volle scolpito sul marmo della propria tomba suona sinistramente eppure inappellabilmente così: “D’altronde sono sempre gli altri che muoiono”. Qualche giorno fa è morto un ‘altro’, Franco Quadri, un altro dei nostri, un altro di noi. Aveva 74 anni. È stato per quasi cinquant’anni uno dei più amati, temuti e potenti ‘critici’ del teatro italiano, in particolar modo del teatro d’avanguardia o di ricerca, di quel teatro che lui stesso, capeggiando un nutrito e qualificato gruppo di artisti, critici e intellettuali, definì già nel 1967 “Nuovo Teatro” in uno storico convegno che si tenne ad Ivrea. La morìa degli nostri compagni di strada, dei nostri ‘altri’, continua. Negli ultimi anni , come riflettevo nell’ultimo ‘coccodrillo’ che non molto tempo fa mi è toccato redigere, è stata ‒ per dirla con Leo de Berardinis, un altro grande ‘altro’ ‒ una vera ‘strage degli innocenti’, che ha colpito indistintamente artisti da una parte e critici e studiosi dall’altra.

Il risultato, la contabilità aggiornata all’odierna ‘di-partita’, calcisticamente parlando e limitatamente agli ultimi tre-quattro campionati, è di 12 (Molé, Cavallo, Picchi, Perla, Leo, Gozzi, Varetto, Margio, Diamanti, Nanni, Perriera, Ricci) a 5 (Meldolesi, Melchiori, Garrone, Dalla Palma, Quadri)  in favore degli artisti: e non perché sono migliori, ma semplicemente perché sono molti di più. Fermo restando che i più, in assoluto, sono gli altri; fermo restando che tutti siamo gli altri, non siamo altro che dei condannati all’ergastolo, un ergastolo invero bastardo, irrituale, capovolto, un ossimoro fisico-metafisico, dove il fine pena mai diventa ‘fine pena certo’ con piccole variazioni individuali nella tempistica. Come dicono chiaramente questi numeri, se appena si allargassero includendo qualche precedente altro – Neiwiller, Carmelo Bene, Grande, Bartolucci ecc... ‒ e con qualche nostro prestito a loro, ai critici, e qualcun altro qui dimenticato, si potrebbero avere schierate ben due squadre al completo, e pure con qualche riserva in panchina... Una bella ‘partita all'inferno!’... e che il campionato continui... per chi gioca e per chi rimane a guardare, più o meno attonito... per chi resta... per chi  continua a lavorare: facendo proprio, senza volerlo, uno degli ultimi, fulminanti  ‘aborismi’ di Achille Bonito Oliva : “la vita è la morte al lavoro. Non è garantita la pensione”... 

Anche se l’approccio, il tono di questo lungo prologo introduttivo è molto probabile che Franco non l’avrebbe condiviso, mi è parso che questa ‘nominazione’  di tanti altri, al limite di tutti gli altri,  sia la maniera  più giusta per iniziare a parlare di uno che ha dedicato tutta la sua vita a parlare, ad avvicinare, a valutare, a dialogare, a collocare, a stimolare gli altri; e soprattutto a ‘catalogarli’ in un empito-abbraccio onnicomprensivo, a suo modo ‘ecumenico’. Per valutare appieno il senso di quanto appena detto, bisogna tener presente che questo suo abbraccio ha avuto inizio nei primi anni ’60 e si è protratto ininterrottamente e per così dire con progressione crescente e con una dedizione pressoché totale per quasi un cinquantennio. E sarebbe durato ancora per tanti anni se lui, totalmente e indefessamente preso con dedizione e accanimento ‘estremi’ dal suo lavoro, non avesse anteposto la sua funzione-missione a una salute che il peso degli anni e delle fatiche aveva soprattutto negli ultimi tempi reso precaria. Chi ricordava la sua instancabile vena giovanile e giovanilistica, il suo attivismo, la sua disponibilità sentimentale, il suo forte amore della vita, poteva constatare già da qualche tempo una sorta di ripiegamento, nella sua voce affievolita, nella sua barba bianca, in fondo nell’accettazione pacifica, arresa, alla ‘senilità’, alla sofferenza che questa portava con sé. Dico questo a ragion veduta. Dato che in questi ultimi anni ho avuto modo di frequentarlo e di vederlo con una certa assiduità per via della pubblicazione presso Ubulibri di un mio libro sulla storia del Meta-Teatro in sintonia-sincronia con la storia del teatro di ricerca negli ultimi 40 anni. Un libro che lui stesso mi aveva suggerito, stimolandomi a scriverlo e a portarlo a termine e che, pur tra mille traversie, non ultime pesanti difficoltà economiche, doveva esser messo  in cantiere proprio nei primi mesi  di quest’anno. Man mano che il libro procedeva ci incontravamo e ne discutevamo a Roma, all’hotel Santa Chiara  oppure nello studio del figlio Jacopo, così come a Milano nella sede della casa editrice in via Ramazzini. In uno degli ultimi incontri, l’estate scorsa, proprio a Milano, nel suo ufficio pieno di carte, di libri accatastati, dall’aspetto dimesso, disadorno, ‘povero’, mi comunicò che finalmente il libro sarebbe stato messo in lavorazione all’inizio del 2011. E prima di congedarmi, aggiunse, in un sibilo uscito dalla cornice di un sorriso amaro, stranamente ironico e dolce insieme: “Speriamo che ci arrivo...”. “Ma che dici?” mi precipitai a rispondere, ridendoci su. Lui annuì, scuotendo la testa, ma allargando il sorriso fino a che ne brillarono i suoi occhi scuri. Poi vispo si alzò, andò a prendere di là una copia del libro coi testi teatrali dell’argentino Rafael Spregelburd appena stampato per regalarmela e molto affettuosamente mi accompagnò fino all’ascensore. Lì per lì, al di là dello stupore iniziale, non diedi peso a quelle sue parole. Poi, in strada, mi sovvenne di pensare alla differenza tra l’attuale sede della casa editrice, così dimessa, vecchia, polverosa, creativamente disordinata, oserei dire ‘napoletana’ e la prima sede, quella storica di via Caradosso, la sua casa-studio dove incontravi Tullio Kezich, Aldo Grasso, Tatti Sanguineti, Gianni Buttafava, Arbasino& compagnia, che ebbi modo di frequentare fin dai primi anni ’70, linda, terrazzata, ordinata, piena di luce e di libri perfettamente allineati, moderna, giovane, indubbiamente ‘cool’, per dirla tutta, decisamente ‘milanese’. E in quella differenza mi parve di intravedere il segno, ancorché puramente esteriore, dei tempi e di una parabola che volgeva al termine. E Franco, pur continuando a lavorare e a difendersi, in qualche modo dentro di sé lo presentiva. Ma noi, gli altri, no. Io no, non gli diedi peso e continuai a non dargliene anche le altre volte che successivamente lo incontrai. Per me sarebbe rimasto per tanti altri anni così: sempre più ripiegato, ‘invecchiato’, ma giovane nell’animo, se non nello spirito, immutabile. Evidentemente mi sbagliavo. Ma una cosa è certa: ‘gli eroi’ di tante stagioni, i nostri eroi, ‘sono stanchi’; noi stessi siamo stanchi.       





Franco Quadri negli ultimi tempi con folta e candida barba


E tornando alle sue ‘sedi’, che sono state senza dubbio lo specchio forse non solo esteriore della sua vita, non è per  caso che le abbia virgolettate come ‘milanese’ e ‘napoletana’. In Franco Quadri si erano manifestate, si erano date convegno, infine avevano ‘convissuto’ due anime, una settentrionale e una meridionale. Tuttavia avendo cura, scegliendo di  prendere alloggio, per così dire, in un corpo meridionale : era scuro di carnagione, con folte sopracciglia nere, occhi scuri, fisico asciutto e minuto. Insomma non sembrava propriamente un ‘nordico’. E si può dire, ‘guardandolo’ a posteriori, che abbia passato tutta la sua vita a spostare l’asse della sua anima settentrionale verso la meridionalità, facendolo coincidere con il suo aspetto esteriore, con il suo corpo; pur non negando l’aplomb, la postura, il gesto elegante, schivo, misurato, il ‘rigore’, la forma mentis del milanese.

In quanto tale, vale a dire  in quanto milanese ‘e’ meridionale, non amava particolarmente Roma; gli preferiva il ‘profondo’ Sud, quello più ancestrale o più genuino o più ‘africano’: Napoli e la Sicilia (Palermo in particolare, dove andava spesso e volentieri a partire dalla lontana ‘scoperta’ di Franco Scaldati) o persino la Calabria, tra Cosenza e in anni recenti Castrovillari. Il discorso su Roma, peraltro, ci apre le porte a  periodi importanti della sua e della nostra storia, della storia del teatro d’avanguardia italiano,  ci porta  ai primordi, agli anni d’oro del ‘nuovo teatro’ italiano tra il finire degli anni ’60 e i  ’70, a quello straordinario decennio in cui lui, Beppe Bartolucci, Franco Cordelli e altri  si fecero promotori e mentori, ‘compagni di strada e d’avventura’ di quanto veniva fuori dal lavoro, dal furore creativo di artisti, attori, registi, performer, gruppi che emergevano, venivano alla ribalta: di volta in volta etichettati come scuola romana, teatro immagine, post-avanguardia eccetera. E di tutto questo Roma fu l’epicentro, il palcoscenico principale. Sull’abbrivio e sulla spinta di quella esaltante stagione, nel ’78, nacquero le due invenzioni  culturali più importanti uscite dalla inesausta bottega intellettuale e organizzativa di Franco Quadri: Il Patalogo e la casa editrice Ubulibri. Ma nel frattempo, soprattutto dopo la parentesi della post-avanguardia, si era andata usurando la condivisione degli orizzonti e della centralità romani, l’unità di intenti, di visioni, di poetiche,  di prospettive che per tanti anni aveva accomunato bellamente personaggi tanto diversi  come lui, e appunto Bartolucci, Cordelli, Italo Moscati, Achille Mango, Filiberto Menna, per citare i più in vista, se si vuole i più ‘storici’. Da lì cominciò una sorta di lenta, progressiva ‘diaspora’, indolore e quasi ‘indifferente’ peraltro, tra lui e per così dire i ‘romani’ (più o meno tutti gli altri); come  anche, a dire il vero, all’interno di questi ultimi:  e ognuno prese una sua strada, cominciò una sua peregrinazione, comunque sotto l’ombrello sempre più ampio e largo del ‘nuovo teatro’. Tuttavia, e ovviamente, questo non vuol dire che non amasse Roma o vivere a Roma (oltretutto ‘doveva’ venirci spesso per lavoro) in quanto città. Anzi, ci stava bene. Addirittura per lunghi anni  prese in affitto una casa a Trastevere, a due passi, tra l’altro, dallo storico Meta-Teatro di via Mameli. L’idillio con Roma, dunque, non si chiuse mai del tutto; mentre quello con l’ambiente romano diciamo che un po’ alla volta si attenuò. I motivi possono essere stati tanti e non è qui il caso di sceverarli, ma per dirlo senza peli sulla lingua, alla romana, forse qui c’era troppa ‘caciara’, troppi pasticci e ‘pasticciacci’, effimero,  approssimazione, estemporaneità per lui che in fondo era un aristotelico, o meglio un cartesiano, ancorché passionale come un uomo del Sud e permeato fino al midollo dello spirito delle avanguardie (già negli anni ’60 aveva fondato una mitica rivista chiamata, indovinate un po’, ‘Ubu’).

A volte sembrava nutrire un sentimento ondivago tra distacco, sprezzo e partecipazione controllata, quasi sospettosa; ma il sentimento vero, quello del rispetto degli altri era connaturato in lui: il senso dell’amicizia, anche dell’affetto verso quelli con cui comunque aveva condiviso e condivideva battaglie culturali e ideali all’interno di quel ‘movimento’ d’artisti e di critici germinato in quegli anni e rispetto al quale con ogni evidenza e non senza un surplus di ambizione andava ritagliandosi un ruolo primario, di primissimo piano. Coi naturali contrasti e forzature che una simile posizione indubbiamente portava con sé, nel bene e nel male. In questo senso sono paradigmatici i suoi rapporti umani e ‘professionali’ con altri due grandi ‘interpreti’ e mentori di quel medesimo teatro o campo teatrale dove lui si  proponeva come ‘primattore’. Mi riferisco a Bartolucci e Cordelli. In certo senso e in periodi successivi per così dire i suoi ‘antagonisti’ naturali.  Le distanze tra lui e Bartolucci (che, bisogna dirlo, era più ‘radicale’, più settario, ma più ‘libero’, se si vuole meno compromesso) si accentuarono,  soprattutto a partire dagli anni ’80, ma quando Bartolucci venne meno Quadri fu il primo, oltre al sottoscritto, a tenere alta la sua memoria e il suo esemplare magistero critico: un modo e un moto, anche affettivo, di riconoscergli e riconoscere la sua importanza e  tutta la sua grandezza, la sua ‘superiorità’. Quanto a Cordelli, diventato a sua volta dopo la scomparsa di Bartolucci, e anche senza volerlo o accettarlo, l’antagonista naturale di Quadri, il rapporto, o non rapporto ‒ successivo al periodo in cui tutti gravitarono diciamo di ‘comune accordo’ presi e coinvolti negli astratti furori e inesauribili iniziative della ‘centralità’ di Roma ‒ acquista valenze ancora più significative, addirittura eloquenti: come ‘modalità’ di declinazione  della ‘diaspora’ cui ho prima accennato. Questo rapporto-non rapporto lo testimonia in vario modo Cordelli stesso nell’articolo scritto per il Corriere della Sera in morte del collega appena scomparso. “... Due diverse visioni del teatro, forse del mondo, della vita... Forse ci trovavamo su sponde diverse, pure eravamo vicini...”. Più in là ‒ dopo avergli riconosciuto non pochi meriti,  in primis di aver fatto molto per il teatro, di avergli dedicato la vita, di aver fatto più lui di tanti attori e registi ‒ Cordelli aggiunge: “Noi ci siamo parlati ben poco. Forse per la prima volta nel 2002, dopo vent’anni. A Parigi mi disse che non avrebbe aderito al premio ‘di destra’ degli Olimpici. Seguii il suo esempio. Qualche battibecco a distanza. Era troppo fedele alle amicizie. I registi che piacevano a me, neppure li andava a vedere. Non mi piaceva che fosse così coinvolto...”. Cordelli conclude, dopo aver elencato le cose che di Quadri gli piacevano, con un toccante ricordo personale, umano, del loro ultimo incontro relativamente recente. E chiude con parole che denunciano un sentimento che vola al di sopra, smentisce, ogni dissapore, vertenza, ‘diaspora’: “... Lo toccai per scherzo, si meravigliò d’essere addirittura toccato. Ma una luce gli brillò negli occhi”.





Adriana Asti in Giorni felici di Beckett (2010), per la regia di Bob Wilson,
uno dei grandi 'amici teatrali' di Franco Quadri


Concordo pienamente con questa ‘immagine’ finale e con il senso tutto che traspare dall’articolo di Franco Cordelli.  Franco Quadri era odiato e amato come chiunque sia stato nel suo campo quello che si dice un ‘uomo di potere’, indubbiamente all’occorrenza capace di usarlo. S’era fatto molti ‘nemici’ e aveva litigato con tanti, ma così come amava i suoi amici, amava i suoi ‘nemici’ e li teneva nella massima considerazione, con grande onestà intellettuale, senza lasciarsi minimamente influenzare nelle valutazioni e nei giudizi da livori o prevenzioni di sorta. A conferma di ciò, della considerazione per dire in cui teneva Cordelli, mi piace raccontare un episodio significativo e inedito legato alla gestazione del libro cui ho fatto cenno all’inizio. Si tratta di una delle cose più eccitanti che ho sentito fare e dire negli ultimi anni e da quando lo conoscevo a quest’uomo apparentemente controllato e impermeabile. È successo alcune estati fa. Era un pomeriggio di inizio settembre. Quadri non mi chiamava mai sul cellulare, lo usava poco, preferiva il telefono fisso del suo studio ufficio. Dunque mi chiamò, un pomeriggio qualunque, raggiante. Da Bruxelles, credo, comunque da una città del nord Europa, dove aveva appena visto uno spettacolo di Bob Wilson e aveva incontrato Cordelli. La voce quasi gli tremava per l’emozione. E per la gioia. Io ero sorpreso. Non mi aspettavo una telefonata così ‘fuori stagione’. Mi salutò e senza frapporre indugi disse che aveva appena incontrato Cordelli, che gli aveva parlato del mio libro, proposto di scrivere l’introduzione e soprattutto che Cordelli aveva accettato di farlo. Di queste cose era capace Franco Quadri. Così forte era la stima che aveva per Franco Cordelli. E per tutti quelli, naturalmente, di cui riconosceva il valore. Insomma, per finire, quest’uomo ostico e apparentemente scorbutico che aveva moltissimi amici che lo amavano e tanti che lo veneravano come un guru e tanti che lo temevano o lo adulavano per il suo potere e che aveva anche tanti nemici, più o meno giustamente divenuti tali, si commuoveva a riandare con soddisfazione autogratificante a certi suoi trascorsi,   come quando mi raccontava di quella volta che proprio Wilson lo tenne in scacco per ore e ore chiedendogli un giudizio articolato, uno per uno, su tutti i suoi spettacoli ‒ a cominciare da The Deafman Glance ‒ che lui ovviamente aveva visto senza perderne uno...

 

 

aprile 2011                                             

 

 

 




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