SPAZIO LIBERO
CINEMA FRANCESE
Un modello economico che funziona e produce film di qualità


      
Si è svolto a Roma un incontro tra autori italiani e i colleghi transalpini, che hanno illustrato il meccanismo di tassazione della programmazione cinematografica che alimenta un consistente Fondo di sostegno per l’intera catena del sistema audiovisivo. Una formula che si potrebbe copiare e che in Francia garantisce la realizzazione di pellicole di ottimo livello artistico. Come, ad esempio, le ultime che sono state distribuite in Italia: “Angèle e Tony” di Alix Delaporte, “Tutti per uno” di Romain Goupil, “Le donne del 6° piano” di Philippe Le Guay e “Uomini senza legge” di Rachid Bouchareb.
      



      

di Enzo Natta

 

 

Dalla Francia con l’autore. L’invito a guardare verso la Francia e a seguirne il modello, già espresso a più riprese e in diverse occasioni, si è concretizzato in una vera e propria proposta, tradotta a sua volta in una “esposizione” dei criteri sui quali si fonda. A farsene promotori sono stati l’associazione 100Autori e Cinecittà-Luce che, a Roma, hanno organizzato un incontro con i colleghi francesi dell’Arp (Société civile des auteurs réalisateurs producteurs) e della Fera (Féderation euopéenne des réalisateurs de l’audiovisuelle), saliti in cattedra per spiegare il funzionamento del modello d’Oltralpe.     

 

Una scelta sbagliata e pericolosa è fare del cinema un mantenuto, ovvero provvedere al suo fabbisogno con proventi altrui. A questa errata impostazione del problema va invece contrapposto il principio base che chiunque si nutre di pellicola e sulla pellicola fonda la sua economia e i suoi commerci debba pagare una tassa. Lo ha detto chiaro e tondo Radu Mihaileanu, il regista di Train de vie, Il concerto, La source des femmes presentato all’ultimo Festival di Cannes, e presidente dell’Arp. Il 5,5% dei biglietti venduti al botteghino, il 2% della vendita dei dvd, la tassazione sulle programmazioni cinematografiche di tv e nuovi media (telefonini e Internet) vanno ad alimentare un Fondo di sostegno per l’intera catena dell’apparato: produzione, distribuzione, esercizio.

La Francia è uscita dal guado con questo sistema, che nel 2010 ha permesso alla sua industria cinematografica di poter contare su oltre 640 milioni di euro, che a loro volta hanno consentito di produrre 260 film.





A sostegno del buon funzionamento del modello francese si potrebbero citare quattro film in circolazione, o in procinto di arrivare, sui nostri schermi, testimoni della validità di un progetto politico che ha saputo convertirsi in un programma di qualità: Angèle e Tony di Alix Delaporte, Tutti per uno di Romain Goupil, Le donne del 6° piano di Philippe Le Guay, Uomini senza legge di Rachid Bouchareb. Opere non solo meritevoli di attenzione per la qualità della realizzazione, ma per la sensibilità dimostrata nei confronti di problemi sociali di rilevante attualità come il fenomeno dei flussi migratori che, ingigantito dalla crisi nordafricana, ha riproposto con crescente intensità una serie di interrogativi sollevati dal confronto tra respingimenti ed espulsioni da una parte e solidarietà umanitaria, accoglienza e integrazione dall’altra.  

 

Per suscitare sentimenti di umana solidarietà non c’è comunque bisogno di attraversare il Canale di Sicilia a bordo di carrette del mare perché anche sulle spiagge della Normandia approdano storie di solitudine e di dolore. È il caso descritto da Alix Delaporte in Angèle e Tony, in cui si racconta la vicenda di Angèle, giovane donna appena uscita dal carcere perché ritenuta responsabile di un incidente che ha provocato la morte del marito e privata del figlioletto, assegnato ai nonni paterni. Una vita “borderline”, come si dice oggi per definire un’esistenza ai confini del consesso civile. Angèle fugge da tutti, ma soprattutto da se stessa, incapace di rapporti stabili ed equilibrati, ma anche prodotto e specchio di un mondo alla deriva, relativista, spinto all’isolamento da un nihilismo di fondo che lo chiude nel pregiudizio. A salvarla e a riscattarla sarà Tony, un pescatore forgiato dal sacrificio di un duro lavoro, la cui figura non può non richiamare alla mente il monito “farò di voi pescatori d’uomini”.

 

La solidarietà come sentimento naturale emerge a chiare lettere anche da Tutti per uno di Romain Goupil (interpretato da una superba Valeria Bruni Tedeschi), ma si tratta di una solidarietà purtroppo incrinata dalla mancata realizzazione di quel “contratto sociale” che all’egoismo degli adulti sostituisce la spontanea generosità dell’infanzia. Lo spirito di Rousseau (la fondamentale bontà dell’uomo, la necessità di un ritorno alla natura, la condanna degli artifici politici) soffia nelle vele di questo film attraverso la storia di una simpatica combriccola di ragazzini di ogni colore e provenienza. Quando uno di loro è rimpatriato perché privo del permesso di soggiorno e lo stesso destino attende un’altra ragazza del gruppo, i suoi compagni inscenano un finto rapimento collettivo di modo che sotto la pressione dei media e dell’opinione pubblica le autorità rivedano le loro decisioni.





Situazione rovesciata in Le donne del 6° piano di Philippe Le Guay dove il senso della solidarietà è una scoperta tardiva per monsieur Joubert (uno splendido Fabrice Luchini), irreprensibile agente di cambio e rigido padre di famiglia, coinvolto dalla spontaneità e dalla schiettezza di un gruppo di domestiche spagnole che vive nelle soffitte del suo palazzo. Fra queste c’è Maria, una dolce creatura che schiude a monsieur Joubert l’orizzonte di un mondo fino ad allora sconosciuto.

“La verità di un testo non è ciò che dice, ma la sua forma” ammonisce Roland Barthes, e qui la forma è perfetta. Raffinato, elegante, pervaso da una delicata ironia, Le donne del 6° piano rispolvera il concetto di interclassismo, categoria che nel dizionario della sociologia politica sembrava scomparsa, sostituita dalla voce omologazione. La differenza di classe esiste tuttora, ma si supera (lo sosteneva già Antonio Rosmini quando invitava a “trattare ogni essere adeguatamente al grado che esso occupa nella gerarchia degli esseri”) quando c’è la conoscenza reciproca, la buona volontà di relazionarsi all’altro e il dialogo.

 

Come oggi, anche ieri una crisi politica del Nord-Africa ha generato un flusso migratorio verso l’Europa, tensioni, attriti  e difficoltà di integrazione. Tutti elementi riconducibili a Uomini senza legge di Rachid Bouchareb, aspramente osteggiato dall’estrema destra al Festival di Cannes 2010, candidato all’Oscar per il miglior film straniero. Uomini senza legge è un “Noi credevamo” algerino, storia di tre fratelli che vivono in modi diversi le vicende che portarono all’indipendenza dell’Algeria. Un intreccio epico e rapsodico tutto giocato su diversi palcoscenici: interni (l’Algeria), esterni (le bidonville parigine), il teatro del sangue (la famiglia), il teatro della dignità (la lotta per l’indipendenza), il teatro della Storia (la decolonizzazione, prima in Indocina e poi in Algeria). Con pagine di notevole spessore, come la confessione delle sue colpe e la richiesta di perdono del maggiore dei tre fratelli alla madre. Una scena che ha il sapore e l’intensità di una liturgia penitenziale.





Sono sufficienti quattro film, peraltro iscritti sulla stessa linea di un’identica tematica, a promuovere la validità del modello di sostegno che li ha prodotti? E lo stesso criterio potrebbe funzionare, pur con gli opportuni adattamenti, se trasferito di peso nella realtà italiana?

Poco tempo fa maggioranza e opposizione si sono confrontate in un paio di incontri di settore per fare il punto sullo stato di salute del cinema italiano. Risultato? Sotto il vestito, niente. Solo passerelle e fruste esibizioni. “Tutto chiacchiere e distintivo” come diceva Robert De Niro a Kevin Costner negli Intoccabili.

 

Nonostante il reintegro in extremis del fondo statale per il finanziamento e il rinnovo delle agevolazioni fiscali e creditizie perdura l’anomalia che nasce dall’assenza di una politica cinematografica, ferma a una legge del 1965, quando la tv era in regime di monopolio e trasmetteva in bianco e nero, quando home-video, multiplex, 3D, digitale, satellite e Internet erano di là da venire. I francesi hanno proposto un modello che funziona non solo nella raccolta dei fondi di sostegno, ma anche grazie a un apparato indipendente come il Cnc (Centre National de Cinematographie) che questi fondi distribuisce sostituendosi alla cronica lentezza e all’elefantiasi della burocrazia ministeriale. Un modello che qualcuno (i cinesi, e chi se no?) si è affrettato a copiare. Se l’hanno fatto i cinesi…

 




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