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Un allarmante report sul mondo ‘radioattivo’


      
Il bel libro dei fisici Mattioli e Scalia “Nucleare: a chi conviene? Le tecnologie, i rischi, i costi” illustra quanto sia stato saggio il voto referendario degli italiani contro l’opzione nuclearista. Ma oltre Chernobyl e Fukushima, resta il problema di quattrocento centrali atomiche sparse per il pianeta che producono ciascuna 25 tonnellate l’anno di scorie altamente contaminate che dureranno decine di migliaia di anni e che non si sa realmente come smaltire. Un’eredità pesantissima che graverà sulla vita delle future generazioni.
      



      


di Simona Cigliana

 

 

Dicevano: «L’immaginazione al potere» e oggi c’è chi cita questa frase come una vieta battuta. Ma la fantasia della natura, l’ironia della vita, lo sberleffo della provvidenza – chiamatelo come volete –arriva sempre a sorprenderci, là dove meno ce lo si aspetta. Come considerare altrimenti la notizia che, per bonificare le aree contaminate attorno a Fukushima, si pensa di impiantarvi estese coltivazioni di Cannabis Indica? Sperimentata con efficacia attorno a Chernobyl, la Cannabis ha dimostrato ottime capacità di depurare il suolo. Le sue radici filtrano elementi inquinanti di qualsiasi genere, dalla diossina ai metalli pesanti, e sono capaci di arrivare a ripulire il suolo sino all’80%. La chiamano «phytoremediation»  e la presentano come una delle tecnologie “bio” del futuro. Ciò non toglie che le piante, raccolte alla fine della stagione e bruciate in grandi forni dotati di filtri di sicurezza, producano ceneri radioattive, che devono essere smaltite insieme ai filtri dei forni – e che, attorno a Fukushima, una zona grande più o meno quanto l’Umbria rimarrà inabitabile per i prossimi cento anni almeno. 

Queste sono, ad oggi, le stime ufficiali. Ma la radioattività si è sparsa nell’atmosfera, si è riversata in mare, si è infiltrata per mille rivi fino nelle profondità della crosta terrestre. Di fatto, le conseguenze dell’incidente si risentiranno, in modi subdoli e probabilmente inattesi, chissà per quanto tempo.

Gli impatti delle radiazioni sulla salute umana sono estremamente diversi ma tutti assai significativi. L’incertezza riguardo alla quantità totale di particelle radioattive liberate durante un evento catastrofico, ma anche durante la normale attività di un impianto a  regime, l’irregolare distribuzione di radioattività, portata dal vento e dagli agenti atmosferici, gli effetti dell’esposizione multipla dell’organismo a diversi tipi di radioisotopi, i limiti nel monitoraggio medico, nella diagnostica e nel trattamento delle malattie, rendono inadeguati gli standard di valutazione e i metodi conosciuti.

Guardate quel che è successo dopo Chernobyl. A trent’anni dalla catastrofe, in zone anche molto lontane dall’area direttamente investita, continuano a nascere bambini deformi: dal 1985,  il numero di malattie congenite è più che quadruplicato, con un’alta incidenza di malattie cardiache, che raramente si erano registrate prima nei bambini. In Ucraina, Bielorussia e Russia la radiazione ionizzante continua a causare mutazioni genetiche e handicap mentali; il timore che il feto possa essere portatore di malformazioni, insieme alle difficoltà economiche di queste zone ormai irrimediabilmente depresse, porta due donne su tre ad interrompere la gravidanza.





Un bambino colpito dalle radiazioni dopo l'incidente nel 1986 nella centrale di Chernobyl


Tra gli adulti, si sono diffuse patologie degenerative sconosciute, tra le quali una forma di malattia alle ossa che porta il corpo a rimpicciolirsi a vista d’occhio. Il cancro alla tiroide ha assunto le proporzioni di un’epidemia, specialmente tra le donne. 

Ma le conseguenze radiologiche e sanitarie dell'incidente non riguardano solo Ucraina, Bielorussia e Russia: più della metà del Cesio 137 rilasciato in atmosfera ha raggiunto gli altri Paesi europei.  Anche in Italia, la diffusione di patologie alla tiroide ha raggiunto livelli mai conosciuti prima.  Per anni e anni, siamo andati al mare a prendere tintarella e radiazioni, convinti che la distanza da Chernobyl fosse sufficiente a tutelarci.

La verità è che nelle zone direttamente colpite, e tanto più da noi e nel resto d’Europa, una valutazione complessiva delle conseguenze sulla salute umana del disastro di Cernobyl è impossibile. Non solo perché non è mai stato effettuato un sistematico monitoraggio internazionale sull’incidenza di tumori e altre malattie nelle zone contaminate, e pertanto la vera dimensione della mortalità e delle malattie non può essere stimata. Non solo perché nessuno ha intrapreso lo studio delle conseguenze a lungo termine della contaminazione. Ma soprattutto perché le fonti  governative e ufficiali minimizzano i dati e perché, anche in questo caso, come sempre, si assiste al solito fenomeno: quelli che sono pro-nucleare qualificano gli altri di catastrofisti, e se questi producono dati inquietanti e prospettano scenari minacciosi, quelli sorridono con sufficienza degli “sproporzionati” allarmismi, sostenendo che a fronte di ogni progresso c’è sempre qualche prezzo da pagare.

I sostenitori del nucleare assumono volentieri le vesti dei difensori del progresso e della scienza di fronte ai barbari incolti e retrogradi e se potessero (non escludo che qualcuno l’abbia fatto) paragonerebbero i non-nuclearisti a superstiziosi cavernicoli sgomenti di fronte alle meraviglie dell’elettricità. Certo, la possibilità di ricavare, da un pugno di metallo scintillante, tanta energia quanta da una montagna di sporco carbone, ha qualcosa di affascinante. Bisognerebbe però andarsi a rileggere i peana sciolti da Marinetti e dai futuristi – e da tanti altri prima di loro – in onore della lampadina elettrica per comprendere quanto il sogno faustiano possa infiammare l’immaginazione e spronare l’orgoglio: quando l’uomo sarà “signore dell’atomo”  non potrà dire di avere finalmente soggiogato la materia?  E poi, indietro non si torna: molti sono convinti che di energia nucleare non si possa fare a meno, perché i bisogni energetici si accrescono di giorno in giorno, le risorse non rinnovabili vanno esaurendosi, la dipendenza dai paesi arabi ci rende ricattabili, l’inquinamento del pianeta richiede forme di energia più pulita. Eh, sì: perché anche questo sostengono i nuclearisti: che l’energia nucleare, a paragone di quella ricavata dal petrolio e dal carbone, sia – a parte qualche malaugurato incidente – una energia più “pulita”.

 

A confutare uno per uno i luoghi comuni del pensiero nuclearista, è giunto qualche mese fa, nel novembre 2010, pochi mesi prima del disastro Fukushima, volto ad inserirsi nel dibattito preliminare al referendum (il cui schiacciante esito ha scongiurato l’opzione pro-nucleare nel nostro paese), il bel libro di Gianni Mattioli e Massimo Scalia, Nucleare: a chi conviene? Le tecnologie, i rischi, i costi (Edizioni Ambiente, Milano 2010, pp. 256, € 20,00). Il libro adempie perfettamente al compito di contestare il programma proposto dal governo Berlusconi per adeguare il nostro sistema alle esigenze della “modernità”. «Se questo fosse un paese normale – scrive il fisico Marcello Cini nella postfazione i politici, gli economisti e i manager che si assumono la responsabilità della realizzazione di quel programma dovrebbero sentirsi obbligati a rendere conto delle loro decisioni  contrapponendo alle conclusioni di Mattioli e Scalia argomenti solidi e convincenti. Non lo faranno, perché quelle decisioni sono basate su argomenti molto meno trasparenti e convincenti. Ma almeno possiamo sperare che molti indecisi o agnostici traggano da esso gli elementi di conoscenza che possono convincerli a opporsi a questa ennesima “grande opera” dissennata» (p.240).

E perché il ricorso al nucleare sia operazione dissennata, è presto detto: il nucleare non è “pulito”, non è economicamente conveniente, non è una scelta obbligata o inevitabile, e per di più comporta rischi altissimi e in gran parte incontrollabili o incalcolabili a causa delle lacune delle nostre conoscenze.





Un'immagine dall'alto della centrale atomica di Fukushima dopo il disastro ad uno dei reattori


Non è “pulito” perché, contrariamente a quanto buona parte dell’opinione pubblica viene ancor oggi indotta a credere, in sede scientifica non vi è nessun dubbio sull’esistenza di gravi rischi sanitari. Anche a prescindere del tutto delle conseguenze di incidenti causati da errore umano o da guasto tecnico – benché le possibilità di tali eventi siano tutt’altro che remote, poiché le centrali sono sottoposte ad accelerati processi di obsolescenza e, per ammortizzarne gli alti costi, vengono in generale fatte funzionare ben più a lungo dei 20-22 anni, che costituiscono il loro limite massimo di funzionamento “sicuro”– bene, anche a prescindere da eventi catastrofici, la produzione di energia nucleare, in tutte le sue fasi, dalla estrazione del minerale radioattivo alla sua lavorazione, dai processi del funzionamento a regime alle problematiche fasi di smaltimento di scorie e altri rifiuti, non è MAI priva di rischi per la salute umana e dell’ambiente. Tanto che la ICRP (International Commission on Radiological Protection), che dovrebbe occuparsi della protezione sanitaria, qualifica come “massima protezione” quella quota minima di rischio dalla quale la collettività e gli individui non possono prescindere nel caso decidano di ricorrere a tecnologie nucleari: come a dire che un certo costo di vite non si può evitare se ci si vuole avvalere della risorse del nucleare. Tradotto in cifre, questo significa un minimo di dieci morti l’anno in più per tumore rispetto all’atteso tra i lavoratori addetti e, ben più grave, un incremento del 160% di tumori embriogenetici e del 220% delle leucemie tra i bambini, entro 5 chilometri da una centrale, come ha appurato l’indagine governativa condotta nel 2003 dall’Università di Mainz sulle centrali tedesche.  Molto di più del “rischio zero” che Umberto Veronesi, nominato da Berlusconi alla presidenza dell’Agenzia per la sicurezza nucleare, sostiene in una recente intervista («L’Espresso», 28 ottobre 2010). Soprattutto considerando che gli effetti sanitari di alcune radiazioni investono il patrimonio ereditario della linea germinale che è trasmissibile alle successive generazioni e dunque si manifestano nella progenie, anche non diretta, dell’individuo irradiato; che cellule irradiate dell’organismo possono degenerare in neoplasie anche molto tempo dopo  la irradiazione e che la severità del cancro prescinde dalla quantità di radiazioni incamerate (anche una “dose minima” può produrre un cancro micidiale).

Un prezzo inevitabile da pagare per non restare senza luce o per risparmiare sulla bolletta?  Difficile dirlo, perché il costo di un Kwh nucleare non può essere calcolato sulla produzione dell’impianto a regime, senza mettere in conto l’altissimo costo di costruzione delle centrali e, ancor più, gli iperbolici costi di chiusura del ciclo nucleare, a cominciare dallo smaltimento delle scorie, problema per il quale, con ben 400 centrali in funzione nel mondo, non è stata a tutt’oggi fornita una soluzione soddisfacente e definitiva. Si è rivelato infatti impossibile trovare siti di materiali inerti, non soggetti ad alcuna interazione con l’ambiente circostante (assolutamente impermeabili a infiltrazioni, per esempio, o al sicuro da eventi catastrofici), in grado di isolare totalmente elementi capaci, in alcuni casi, di emettere radiazioni  per i prossimi 17 milioni di anni (tale lo iodio 129  53 ,  che è quello prodotto dai processi di fissione). Un reattore nucleare di media potenza produce circa 25 tonnellate l’anno di rifiuti radioattivi: e la stima della quantità delle scorie prodotte a tutt’oggi nel mondo fa tremare le vene ai polsi del lettore di questo libro.

Come se non bastasse, esiste poi il problema delle strutture: l’intenso bombardamento di neutroni che, durante il funzionamento, colpisce le diverse parti del reattore, altera in profondità la struttura dei materiali di cui è composto, facendoli “invecchiare” ad un ritmo accelerato, ma soprattutto rendendoli radioattivi (così come radioattiva diventa l’acqua utilizzata per il raffreddamento). Chiusa la centrale, si pone un problema di “decommissioning”: come smaltire le imponenti strutture di acciaio e cemento nelle cui “fibre” si sono creati isotopi di nickel che saranno radioattivi per i prossimi 80.000 anni o di vanadio, la cui prospettiva di irraggiamento può arrivare a 1017 anni?  Anche un bambino si rende conto che la costruzione di un “sarcofago” in cui racchiudere la struttura è ben lontana dal costituire una soluzione “tombale”: di fatto, non è che un palliativo a breve termine, un problema tamponato, ma non risolto che lasciamo in eredità alle prossime generazioni.

Anche queste soluzioni provvisorie hanno comunque costi molto elevati, che non possono non entrare nel computo del costo del Kwh nucleare: il quale viene così a poter essere stimato attorno a circa 0,06-0,07 euro, contro lo 0,05 euro a Kwh per l’energia prodotta con olio combustibile, lo 0,04 euro per quello prodotto con gas naturale, lo 0.03 per quello prodotto da fonte eolica. Non a caso la rivista «Forbes» attribuiva al nucleare la maglia nera del più grande fallimento commerciale e non a caso sia in Francia che negli Stati Uniti (dove il mercato dell’energia è libero), il nucleare deve fare capo allo Stato ed avvalersi di ingenti incentivi pubblici per poter sopravvivere: ovvero i cittadini finiscono per pagare l’energia due volte, a livello di mercato e a livello di imposte.





Proprio per questo, l’onda verde delle energie rinnovabili si sta espandendo, tranne che in Italia, in tutto il mondo. «Se si concentra l’attenzione sull’Europa – sottolineano Mattioli e Scalia – il cambiamento in atto emerge in tutta la sua evidenza: lo scorso anno,  il 65% della nuova energia elettrica installata era infatti green, con l’eolico al primo posto, il gas al secondo, il fotovoltaico al terzo». E questo, mentre da noi i disinvestimenti nel settore delle rinnovabili sono tali da provocare la chiusura di fior di imprese, che si erano conquistate il ruolo di leader del settore nel mondo.

Il tutto, in un momento che sembra rapidissimamente avvicinarsi ad un possibile punto di non ritorno: allorquando il delicato equilibrio climatico su cui si basa il ciclo vitale del pianeta sarà troppo compromesso, potrebbero verificarsi effetti a catena. Nulla ci garantisce cioè che i mutamenti climatici seguano un andamento peggiorativo lineare e progressivo: raggiunta una certa soglia, il “malessere” accumulatosi potrebbe avviare processi entropici irreversibili di portata esponenziale, ai quali difficilmente si potrebbe porre rimedio. Se lo sciogliersi della calotta polare determinasse  l’arrestarsi della Corrente del Golfo, che cosa succederebbe all’Europa?

A chi, ancora oggi, risponde che solo il nucleare potrà salvarci dal surriscaldamento del pianeta, raccomandiamo il libro di Mattioli e Scalia, da cui apprendiamo, tra l’altro, che buona parte dell’energia termica prodotta dagli impianti nucleari per essere trasformata in energia elettrica (circa il 63 %!) – viene dispersa nell’ambiente, con evidenti e non consolanti ricadute sul riscaldamento globale…




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