TEATRICA
UNA RASSEGNA
ALLA CENTRALE PRENESTE

“Il corpo elettrico della parola”


      
Presso il nuovo spazio romano nel quartiere del Pigneto si è svolto un breve ciclo di reading scenici poetico-musicali che si è articolato in tre appuntamenti insieme diversi e correlati nella volontà di performare la scrittura versificata in una chiave polifonica, materica, corporale. Si è partiti con “Solo in versi” di Michele Fianco accompagnato da un trio jazz, per proseguire con “Epigenetic Poetry” di Giovanni Fontana con i suoni elettronici di Massimiliano Cerroni. Ha chiuso “Ho visto le migliori menti – Beat Poetry Machine” di Marco Palladini che interagiva con la Titubanda, la più famosa banda di strada della capitale.
      




      

di Francesca Fiorletta

 

 

Si è conclusa venerdì 13 maggio la rassegna di reading poetico-musicali curata da Marco Palladini, presso il Teatro Centrale Preneste di Roma, che ha ospitato, nel decorrere dei mesi precedenti, i tre appuntamenti del ciclo “Il corpo elettrico della parola”.

 

Tre differenti livelli interpretativi del logos artistico, dunque, ma non certo performances squisitamente disgiunte fra loro; tre chiavi di volta prospettiche e disvelanti, piuttosto, in grado di far vibrare il multisfaccettato linguaggio poetico, pizzicando le più svariate corde di una musicalità pluritonale, assonante e materica, dissonante e provocatoriamente polifonica.

L’elettricità del messaggio espositivo, col suo portato mordacemente ideologico, carico di tensione interpretativa ad alto voltaggio esperienziale, traspone in versi l’istinto primigenio dell’uomo alla sinuosità del ritmo, e, viceversa, la studiata consonanza strumentale sonorizza le asperità di un linguaggio saldo e autocosciente.

Il risultato espressivo, fascinatorio e demistificante ad un tempo, vaporizza – quindi, spande, diffonde incontrastata – l’essenza di una comunicazione panica, a volte turbolenta, spesso frammentaria o, altresì, piacevolmente illanguidita, ma sempre razionalmente sensibile, programmaticamente liberatoria e criticamente consapevole della propria, indomita, spettacolarità.

 

Ad aprire la rassegna, lo scorso 21 gennaio, è stato il jazz Solo in Versi di Michele Fianco, accompagnato dalle chitarre di Stefano Nencha e Francesco Poeti, e dalla splendida voce di Alessia Piermarini.

Progetto nato nel 2007, e negli anni collaudato e portato in scena in varie occasioni, questo accattivante concerto letterario, non per voce sola, svela da subito una libertaria indole ondivaga, esplicata e ricompresa in un sagace gioco di rimandi dia-logici, fra lo spirito più propriamente poetico e l’andamento più sintatticamente narrativo della stessa espressività.

Quella musicale, non strettamente musicata, di Michele Fianco, è una parola tanto in grado di riflettere su se stessa in modo vivace e spregiudicato, quanto pronta a rifrangere oculatamente le complicate determinazioni del vivere odierno, mediatizzate e ritmate, nelle diacroniche sfaccettature di una realtà intima e socializzata.

Una quotidianità spesso frammentaria, dunque, scandita da burocrazie faccendiere e viaggi metafisici, popolata da contraltari virtuali e fantasmi del passato, trova, infine, una corposa prospettiva di omogeneità, ragionativa e sensibile, proprio al ritmo di sensuali e nostalgiche ballads poetiche, tra surreali rivisitazioni critiche di brani classici, ed evocativi innesti letterari  dall’andamento misteriosamente “swing”.

Uno stralcio, ancora inedito, a darne la misura:

 

E all’ennesimo star qui, finì. Finì per dire che fu patologia, anzi, più patologie, ma in equilibrio, questa vita. Tutta. Un sangue storto di routine, un su e un giù, un respiro che devia. Altri tempi, avresti detto. E io con te, ora. Che li vedo, quasi fosse appena ieri, i batteri di qualche era fa. Erano, semplicemente erano. Facili, senza ordigni fisici e non mentali, figuriamoci. Così, da questi passi, da queste soste, penso un’altra cosa, altre cose, che nemmeno nomino.





Giovanni Fontana, Canzone per Marinetti, 2001


Il secondo appuntamento, seconda declinazione dell’elettricità intrinseca dell’ente espositivo della parola, in scena il successivo 12 febbraio, squarcia, diremmo, chirurgicamente, i fisiologici meandri, ancora poco indagati, dell’Epigenetic Poetry.

“Poesia della voce e del gesto. Percorsi della vocalità”, di e con Giovanni Fontana, si presenta quale diretta esternazione di un’espressività proteiforme, in vorticosa disgregazione, che si articola,  dilatando i corpi e rimodellando i rumori, in un incessante processo creazionista, dalla sinossi unitaria, benché inframmezzata da impressionistici stacchi diacronici, sotto il controllo tecnologico, attento e competente, di Massimiliano Cerroni.

Una simultaneità echeggiante e rifratta, dagli esiti performativi spesso imprevedibili, scioglie il linguaggio deterministico dell’alfabetizzazione informatica e dissotterra i gangli dell’accademismo poetologico, per partorire, su di essi, una comunicazione plurivoca e trasversale, intimamente fotografata e giocosamente ritrasmessa, più e più volte, sulla scia sonora di un movimento demistificante, direzionato da una conclamata ironia d’intenti.

La performance, allora, progettata per il festival “New Territories” di Glasgow e lì presentata in anteprima, rintraccia il suo perno, energetico e concettuale, nella figura stessa del poliartista, quale infaticabile demiurgo e al contempo mediale viatico morfosintattico, che subisce e affronta, nel processo costitutivo della sua “iperpoesia”, una pressante trasfigurazione fisica, impiegato com’è nell’eziologica ricerca del senso ultimo – ossia, fondante – del gesto artistico della comunicazione, eticamente ed esteticamente intesa.

Un’onda(ta) genotipica, da “Sento [dunque suono” :

 

è il rischio della parola del niente [

nel niente del niente

→ che è parola del vuoto [

parola di un niente vuoto [

un vuoto di niente [

la parola dell’inflessione inflessa [

è lì che intesse a strati i canti →

tra vuoto e vuoto [

tutti di là del baricentro [

dove il canto è nel canto e nel canto al centro

→ dove il canto è nel canto di un canto

→ racchiuso nel canto [

un canto di dentro →

→ un canto d’accanto → d’acconto ←

un canto riverso sul canto converso →

un canto nel canto del canto nel canto del core

ch’è nella plica interiore del canto e che il canto riflette

→ se è un canto che flette →

che flutta che onda e marèa

→ che pulsa nel canto del centro

un canto di amplessi convessi →

un canto plasmato in essenza di canto

] sublimato →

] circonflesso →

] reclino e trasverso →

] in transito ] in conto d’armonia →

] in tutto riflesso →

] è un canto ch’è nudo →

] è un canto ch’è crudo →

giù [

sul punto dell’origine degli assi [





Michele Corleone, Allen Ginsberg, Milano, 1996


A chiudere la magmatica e magnetica trilogia, infine, è la Beat Poetry Machine di Marco Palladini, cultore della poesia beat e della “oral poetry” americana, accompagnato dalla Titubanda, collettivo musicale aperto, autocratico e irridente, composto ad oggi da una trentina di elementi, attivo dal 1998 e particolarmente sensibile alle problematiche sociali, più specificatamente incline ad occuparsi di quelle che riguardano la diretta integrazione nel reticolo territoriale urbano.

Ho visto le migliori menti, dunque, svela, fin dalle prime note-battute, il forte portato ideologico e civile che compete ad un discorso poetico “altro”, estetizzato in un furore libertario che sappia incarnare lo spirito generazionale del dissenso politico, del diniego etico, del disvelamento ultimo, materializzato e storicizzato, di una profondissima crisi plurifocale e stratificata.

Crisi delle coscienze, indottrinate e sopite da una trasformazione sociale corrotta e fraudolenta, che si abbevera dal mare magnum di un’informazione mistificata, compiaciuta, parassitaria; crisi della comunicazione, quindi, che l’ordine gerarchicamente costituito vorrebbe slabbrata e leziosamente ingentilita, plasticamente omologata ad una formalità sempre obbediente alle norme, siano esse religiose o politiche, familiari o consumistiche.

Col supporto delle immagini fotografiche di Michele Corleone, perciò, va in scena un’orchestrazione sagace ed empatica, che traduce oltretutto, in dissonante musicalità e nettezza gestuale, anche testi di Ginsberg, Corso, Ferlinghetti e Amiri Baraka, a testimoniare e contestualizzare il sempre imprescindibile portato vitalistico e sovversivo della parola stessa.

Un richiamo, da “Beat-a Generazione”:

 

Beat-a Generazione infomemorizzata microsoft-deglutita dalla new Bit Generation

internauti mutanti irRetiti nel desituato spaziotempo di cyberchaos

 

Beat-a Generazione degli eroi trovati e perduti che no hay mañana

indicami la strada la musica il ritmo per farcela a non arrivare

 

Beat-a Generazione più mi sbatto e ti penso

più beato o beota mi ottenebro d'immenso

 

“Il corpo elettrico della parola”, perciò, si determina attivamente nella sua indole più propriamente liberatoria, concretizzando la veridicità dell’istanza poetica nell’impossibilità oggettiva del verso di soccombere al preordinamento di stilemi stantii e modulazioni canonizzate.

Visceralmente autocosciente e criticamente pianificata, dunque, una siffatta comunicazione artistica non può prescindere da quelle che sono le consustanziali componenti, spettacolari e dirompenti, fulminee e roboanti, di una parola che sappia farsi corpo, e di un corpo che voglia smaterializzarsi, infine, in pura elettricità.

 

 

 

 

>   Per vedere Ho visto le migliori menti – Beat Poetry Machine  /  Marco Palladini & Titubanda:

 

http://www.e-theatre.it/play.php?vid=1324

 

 

 

 

 

 

 




Scarica in formato pdf  


      
Sommario Teatrica

Il contatore dei visitatori Shiny Stat è attivo da dicembre 2006