LUOGO COMUNE
NANNI BALESTRINI
La corrosiva arte
dei ‘Collage
degli anni ’60’


      
Presso la neonata casa editrice genovese Il Canneto, è uscito “Qualcosapertutti”, la raccolta pressoché completa delle opere verbo-visive realizzate dal poeta milanese nel decennio Sessanta che realizzavano un cortocircuito tra parola e immagine che, rompendo la gabbia tipografica del libro lineare, insorgeva con veemenza neofuturista e neodada e proto-pop, determinando un provocatorio impatto non soltanto sul piano estetico, ma pure concettuale, politico e socioculturale.
      



      

di Gualberto Alvino





Nanni Balestrini, Il romanzo, 1962, 28x41,5


«All’inizio degli anni ’60 scrivevo poesie in cui facevo un uso abbondante di citazioni, anche di titoli di giornale, e mi è venuto così spontaneo di ritagliarli, combinarli, incollarli su dei grandi fogli. Un’operazione che mi permetteva di uscire dalla soffocante pagina del libro, non a caso chiamata gabbia, con la sua banale linearità tipografica che permette un’unica direzione di lettura. Quei collage aprivano invece a una lettura molteplice, in tutte le direzioni possibili, su una superficie in cui gli occhi si potevano muovere come guardando la pittura di un quadro. E offrendo anche una visione complessiva, grafica e materica: un’altra dimensione estetica che si aggiungeva a quella della parola, letta e intesa come suono, ritmo e significato […]».

 

Con queste parole Nanni Balestrini introduce ‒ Qualcosapertutti. Collage degli anni ’60, prefazione di Bruno Corà, Genova, Il Canneto Editore, 2010, pp. 71, € 14,00 ‒ la raccolta pressoché completa delle sue opere verbo-visive composte nella prima metà degli anni Sessanta: un totale di cinquanta pezzi ‒ alla luce per la prima volta presso la Galleria Michela Rizzo di Venezia dell’8 Gennaio al 12 Febbraio 2011 ‒ in cui la parola altrui (rapinata a settimanali illustrati in rotocalco tra cui «Epoca» e «Tempo») è al contempo declassata a puro oggetto fisico e promossa a organismo visivo, senza mai perdere, si badi, la sostanza non meno significazionale che evocativa. Lungi, infatti, dal postulare l’egemonia della struttura sulla poesia ‒ come avvertivamo nell’Introduzione alla penultima silloge poetica del Nostro Sconnessioni (Roma, Fermenti, 2008) ‒ per operazioni vieux jeu sostanzialmente non difformi da quelle delle prime avanguardie (emittere tonitrua et pluviam non largiri) o il totale azzeramento dell’intentio communicandi o, ancora, il rifiuto del linguaggio e la distruzione del significare comune sotto il segno di cerebrali e volontaristici ludismi formali, la consolle di Balestrini intercetta, strappa alle sedi naturali e assolve da ogni peso tutti i possibili linguaggi, massime i più usurati e gravemente lesi nel valore comunicativo, smembrando toni voci registri in fasci d’echi multipli e manipolandoli sino a totale rigenerazione (chi dice, e a norma di quale inderogabile canone, che combinare è una triviale sottospecie dell’atto creativo? la poesia “tradizionale” non esige forse eguale spiegamento d’armamentarî ermeneutici per la rivelazione del Senso oltre la selva dei significati?), al fine ‒ scrive il poliartista milanese in Caosmogonia ‒ di «rendere partecipe il lettore azzerando il linguaggio contro l’abuso, la convenzione, lo svuotamento di senso». Sicché il tessuto verbale, pensato come creta da plasmare, aggredito quale luogo fisico da esplorare (così come il cortocircuito parola/immagine), può farsi insieme contenuto a sé medesimo ed efficace sonda conoscitiva.





Nanni Balestrini, Terra, 1965, 33,5x26


Primo della collana «Imagina» della neonata editrice Il Canneto di Genova, il volume ‒ graficamente curatissimo e dotato di Bibliografia, Notizia e Indici ‒ è arricchito da un denso e istruttivo vademecum del critico e storico dell’arte Bruno Corà, nel quale si traccia un conciso quadro storico dell’arte balestriniana ripercorrendone velocemente a ritroso le tappe dall’ultima raccolta (la citata Caosmogonia, «Lo Specchio», Milano, Mondadori, 2010) al giovanile quasi-esordio sul «Verri» con componimenti quali Tutto in una volta e Kelle terre.

    

«Nell’anno di celebrazione del Centenario dell’unità d’Italia (1961) ‒ scrive in particolare Corà circa i collage di Qualcosapertutti, dimostrandone l’enorme portata, oltreché estetica, concettuale, politica e socioculturale ‒ Balestrini ironizza sul patetico clima edificante artificiosamente predisposto in un paese ancora pieno di divari territoriali e sociali, e i suoi lavori Il Paradiso e Centenario (1961) mettono a nudo le evidenti retoriche nazionali con creazioni verbo-visuali in cui l’immagine fotografica è entrata nelle composizioni producendo una miscela derisoria e corrosiva che sembra invocare quale riferimento più il collage di John Heartfield che non l’iconografia proto-pop precocemente introdotta, anche in Italia, da esponenze neo-dada (Rauschenberg). Ogni avvenimento, dal primo volo dell’uomo attorno alla terra al più clamoroso fatto di cronaca quotidiana, dalla moratoria contro gli armamenti atomici ai falsi avvistamenti Ufo, dall’assidua crescita di presenza dei paesi sfruttati nella vita dell’Occidente ai deterrent di diversa natura, dalle crisi politiche internazionali alla sensazione dolceamara di uno sviluppo improprio verso un progresso incerto e indebito, è immediatamente elaborato da Balestrini in tempo reale, attraverso il filtro critico di un montaggio tra immagine fotografica e ritagli di testo a collage che si chiude iconoverbalmente per deflagrare in modo polisemico, ambiguamente attivo, al di là della propria forma».

    

Una violenta provocazione più che un libro; una energica istigazione ad agire qui ed ora contro ogni forma di sopruso e di degradazione, anziché un mero scavo archeologico.

 

 

 

 

[Prossimamente sulla rivista «Fermenti»]





Nanni Balestrini, La pazza storia, 1962, 33,5x25,5





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