LETTURE
ALICE CLARINI
      

Dischi rotti

 

G. Perrone Editore, Roma, 2008, pp. 62, € 10,00

    

      


di Domenico Donatone

 

 

So solo perdere di vista

una musica uguale a ieri nella mia testa

suona

un disco rotto

il solito lamento

che sono io.

(A.  Clarini, «Dischi rotti», 2008)

 

 

 

Un ridicolo balletto improvvisato

 

Che cos’è la poesia? Se la risposta deve darla un critico ci si addentra in disquisizioni molto più ampie della reale portata di un’opera, se la risposta la dà direttamente il poeta, il gioco diventa estremamente attraente, tipico di una folgorazione. Per Alice Clarini, nata a Roma il 15 settembre 1979, vincitrice della terza edizione del premio Pensieri d’inchiostro indetto da Giulio Perrone Editore, autrice del libro Dischi rotti, la poesia è «un ridicolo balletto improvvisato». “Un ridicolo balletto improvvisato!”: definizione che indica la spontaneità dei versi però con un che di informale, di assurdo, di non voluto per essere realmente poesia, piuttosto un rituale interiore che si plasma su remote ragioni d’origine. Ed è questo il punto focale del libro di Alice Clarini, incentrato su un divenire di immagini che hanno come base di partenza una costante auscultazione del proprio “io”, della propria esistenza messa davanti allo specchio della ragione e dei sentimenti, nel tentativo di afferrarla definitivamente.

Alice Clarini va a caccia di se stessa, è una giovane predatrice dei propri desideri, dei propri amori, soprattutto perché così come si dipana il testo poetico, per lo più fatto di versificazioni brevi che indicano l’efficacia del pensiero che supporta la poesia – frasi stagliate sulla pagina che determinano un punto di equilibrio sintattico che contiene una forza espressiva che diversamente da così tracimerebbe e sarebbe troppo invasiva – è chiara la volontà di fare della propria persona il sunto di esperienze che tardano a riconoscersi nel circuito del confronto. Psicologa, la Clarini mostra di sé lati che intimamente andrebbero preservati, custoditi, racchiusi in un antro dove poter sempre riparare. Lei fa il contrario, ed io sono felice che lo faccia, altrimenti non avrebbe senso la sua poesia così fitta di aritmie e di confusi quanto sicuri sillogismi, di argomentazioni profondamente specifiche che tentano di lacerare un vissuto che i versi devono ricucire.

Nella prefazione, curata da Monica Maggi, a ragione, si fa riferimento ad una continua esplosione di colori, ovvero ad una qualità genuina di fare poesia tipica di certe espressioni giovanili. Per completezza d’espressione direi che si assiste ad un continuo produrre “forma di un dolore”, meglio ancora di una “prigionia” che la sensibilità della poetessa traduce in richiesta di ascolto. L’esemplarità di tale rivelazione al lettore è data da una precisa e concisa versificazione che mostra i moduli specifici di questo «balletto improvvisato», propriamente per dare senso alla figurazione di sé come sintesi di una ricerca attiva di pacificazione.

Gli esempi sintattici che la Clarini offre sono determinati da un moto di specificazione ancestrale, da una volontà di essere precisa per precisare una vacuità, una nebbia di sentimenti, di valori, di amori e di sofferenze che prostrano la scrittrice. Infatti scrive: «Passo per il mio corpo come si passa per un motel | per farsi una scopata ||»; «Questa pelle (s)tesa sul mio scheletro | è tutto quello che ho.»; «Madre che non ti accorgi | che ti bagni i piedi nelle mie lacrime ||»; «Madre che ti perdono | di non avermi perdonato.»; «Il dolore | si mangia il mio nome | scava nella pelle.»; «Catene || di cui ho ingoiato la chiave».

Oltre a questi dati immediati, quasi immanenti, la poetessa esprime anche una vera e propria ritualità del quotidiano, forse la parte più ammiccante del libro a questa operazione di riconquista e riqualificazione del proprio stare al mondo: «Sul sudore degli incubi notturni | ho deposto le mie uova.»; «Bevi la tua memoria adultera»; «Siamo rimasti a guardare il non senso | che strisciava sulla nostra pelle sudata. || Abbiamo fatto e disfatto il mondo stasera io e te.»; «Sfilano via le angosce | come tante perline sul pavimento.»; «la mia fica resta appesa | colando sperma di notti voraci e spasmodiche.»; «Incastro il solito vizio tra queste quattro mura. | Mi coloro la faccia | E sto | Come un pagliaccio | Dietro la porta».

Appare evidente che nei versi di Alice Clarini permane un disincanto a conferma che la poesia è quel vuoto che abbiamo dentro, più che il vuoto che riempie. Le sue storie sono intrecci sottili, a volte descritti con una crudezza che non appartiene ad un canto propriamente femminile. Invece questo hanno di bello le poetesse, che ci fanno ricredere che la dolcezza non stia in un monito, in un lamento troppo a lungo inascoltato. Dischi rotti è un libro all’apparenza timido, ricco di fragilità e di insicurezze, ma che evoca al suo interno una notte brava, un percorso antitetico, un lamento che funge da rifrazione con le cose che circondano la poetessa (come l’amore, il sesso, il rapporto con la madre, con le donne maestre di vita), e non riesce a trovare una connessione proficua col significato del mondo, dell’essere, dello stare in contatto con gli altri.

Dei suoi rapporti la poetessa ci lascia intuire una sofferenza che non è solita lamentela, bensì coordinamento tra astanti di cui il senso lirico rappresenta la soluzione estrema: un dire non solo per raccontare ma per contraddire, per rivelare segreti dell’anima che sono tagli ormai impressi sul corpo di una generazione cha ha poco futuro. In quest’ottica postmoderna Alice Clarini chiarisce il suo rapporto col mondo, facendo avanzare nel testo il racconto di sé (una lirica pura), con raffiche semantiche di “chiaroscuri”, di contrasti filosofici lampanti tra l’essere e l’avere, che sono profluvio di resoconti amari che inseguono un incanto che sopravvive nella forma e nel ritmo di un delirio e, di conseguenza, trovano riscontro nel loro risvolto esorcistico: «Sto. || Come sta chi non sa stare | eppure vuole | eppure spera. ||».

Breve, concisa, lampante, la nostra Alice non è una creatura perduta in una giungla di significati, piuttosto è una poetessa che ha intuito il fare poesia nel farsi quasi estremo delle sue esperienze, delle sue paure, dei suoi tormenti. Qualcosa che lascia liberi di contraddire uno stile che non vuole consenso, ma essere soltanto letto con la semplicità del tratto lessicale unito al desiderio della scoperta della propria intimità, che non può non invogliare ad una lettura complice dello stesso interesse: farsi leggere per farsi comprendere, gettare nell’alveo dei significati un ulteriore frammento di verità, di passione, di vita.

 

 

Il mio merito[1]

 

Il mio merito comincia dove finisco io

È sull’ala trasparente che mi prolunga all’infinito

È inchiodato in un punto oltre lo specchio.

 

Il mio merito finisce dove cominci tu

Muore nei gesti che indossi per me

Si riflette appena sulla tua borsetta di plastica

E in un guizzo prepotente si porta via i colori



[1] Vedi Dischi rotti, di A. Clarini, G. Perrone ed., p. 49, Roma, 2008.




Scarica in formato pdf  


      

Il contatore dei visitatori Shiny Stat è attivo da dicembre 2006