di Marzio Pieri
arca des ambo
- O piazza,
o dolce piazza, benché nera. E non penso alla piazza sive calvicies di
benito o a quella dell’attore zingarelli. Mi correggo; zingaretti. Quello
che venne a noi da mont aubain. Oggi, anche i bravi, son tutti degli
attori alla camilleromilla.
CORO (lontano) Chi del Sicilïano i
frisbee alletta? (Lo Zingaretta... lo zingaré-eheheh-tta)
– Venga, si
sieda accanto alla mia botte. Posso farle un caffè. Cafè-cafè? Eh. Cafè-cafè!
ora si scioglie l’euro... “Ma chi lo sciolse?”
Un dio. Iuxta illud: “Chi lo spetta la fa”.
– Ma che dice?
ha bevuto? sì sì. Del gustosissimo karkadè.
Mi viene in
mente un titolo di romanzo (ogni tanto gli amici mi chiedono perché non scrivo
un romanzo; troppa poca realtà, amici saltem saltem, troppa poca vita vista
fuori da pagine di libri; o, per converso, troppa): The last drop of karkadee.
2. Mi viene meglio la poesia.
Sta, o pensiero, sui piedi
murati
vola vola sull’iva e gli strozzi
sta con meco e godiamoci gli ozi
d’una tazza anche se non è the
del Giordano ch’è morto pur oggi
cardinale giusnapolitano
non si parli né di scarafaggi
che annegriscano il pane al Soldan
Arca d’òr!!! (sembra un
mòccolo, è un inno
che turns back dal perduto Occidente)
ma chi mai sarà quel deficente
che a rivolgere i passi tardò?
Chi favella del tempo che fu? chi scorraggio in scorreggia sviò? chi non
sente che tutto finì? chi non invidierà moustapha? Qui non
bastano più carrarmati Non ci fa superior’ l’armamento Ora sembra più grande
portento far l’amore
ma senza
l’hatù....ùùùùù......hhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhh
3. V’avverto, la piazza per
notti molte ancñra
sarà invasa da musiche di Verdi. Verdi è come la polenta di riso o la gialla
pattona quando il pasto si presume sia per riescire scarso. Si aveva fondata
impressione che l’avessero messo in quiescenza, dopo il buco nell’acqua (non
per i formiconi degli approdi, già svelti all’anniversario secondo della
nascita, per loro resta sempre qualche lira da rimbucare poi nell’Eden-Phisco)
della gazzarra per il centenario dalla morte, dove ahimè si distinse perfino il
callidissimo Sanguineti. O callo ascolta, come cantò il pedologo a un durone
indigesto. Scrissi che il laticlavio gli aveva portato male e mi scatenarono
addosso una pioggia de picce de mmerda avendo inteso (boh) che avessi inteso
offendere l’Arbasino (del quale mi son sempre giovato moltissimo, come ogni
intelligente della cosa letteraria e anche meno) o il Sanseverino, oscuro
ex-professore della Cattolica, cacciatone a pedate sacrosante, del quale invece
non m’importa un baffo. Sicuri il laticlavio gli toccherà. Ora, col
Cencinquantesimo (dell’Unità d’Italia) si replica messa solenne innanzi a un
cenotafio. Lì l’Italia non c’è.
(........................................................................................................................................................)
(fine novembre 10?)

N. B. Sono scorse parecchie
notti e lunghi, tediosi giorni invernali. Su quella Italia che manca s’era
spezzata la lagnaruola. Mancano argomenti a specchio d’una evidenza
incontrovertibile. Gloria della Tautologia! stesse per rinascerci un Ungaretti?
Mi ha sempre fatto pensare al Libro Cuore trasposto per orchestra sincopatina. M’Affumica l’Incenso.
4. Ieri, a scuotermi,
l’inaugurazione della Scala, in diretta tv (!). Un poco alla maniera in cui, il
25 marzo del 1945 (prego attenzione alla data), Mussolini avesse
affidato a un Casella, scontentando il Mascagni, un Inno alla Libertà di Stampa per Entartete Musik, con
Giovinezza giovinezza, il Corpo di John Brown e la Banda d’Affori ch’è formata
da mille e cento e cinquanta pìferi. Dopo quel mese non servette più. (*servette, verbo: uso armata
Brancaleone).
5. Arrivano anche buone notizie:
nel ‘si salvi chi può’ generale ma anche tantotanto déjà-vu, sarà l’ennesimo al
lupo al lupo e, nella pessima delle ipotesi, la bestia immonda non saprà poi
nemmeno che farsene di noi (si annusa si riannusa e ci si scansa, donde l’etimo
di rifiuto); pare che sia la volta buona, che ci perdiamo la Dante Alighieri e la farina del
diavolo in Crusca. Che via si tolgano almeno loro. (Un pensiero da bar, ma
nessuno entrerebbe mai in un bar fosse solo per prendere un caffè, o alla
Scuola di Atene dove servono coppe d’acqua avvinata, more Graecorum).
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Francesca Inaudi impersona Cristina di Belgiojoso nel film Noi credevamo (2010), regia di Mario Martone
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LORO CREDEVANO
6.
Il ricordare è di vecchiaia il segno (un’altra delle deliziose cartoline di
Ungà, pare che il carlodossola, più lieto unghaiettiano dei vigenti, si opponga
alla diffusione della notizia che il vecchio poeta visse a lungo sul libro paga
dei baci perugina). Così io mi ricordo del passato Centenario dell’Unità (1961);
ero fra lasciare il liceo (a Firenze partirono già col ’59)e lasciarci le penne
all’università. Tutti in gran fregola; Bruno Migliorini
realizzò con fiuto pubblicitario una godibilissima storia della lingua
italiana, all’Insegna del Buratto, si ebbe il Premio Viareggio e alle sue
lezioni per quell’anno il numero degli studenti fu surclassato da quello delle
damazze fiorentine, languidentisi a ogni barzelletta. Uomo delizioso, comico
irresistibile con quella sua gran testa fra Gramsci e Aldo Fabrizi in Roma
città aperta (sembrava di sentirsele, quelle pallottole nel cervello). Non si
fece intimidire: aveva un suo modo irripetibile di esprimersi, andava avanti a
giustapposizioni, a sorsate fattuali; fra l’una e l’altra un e (eeeeee....)
sovracuto e interminabile. Li contammo. Mai
una causale.
7. Sull’altro piatto, il
reggimento del ragionpercui: la storia come atlante di dimostrazioni a catena,
possibilmente (‘nonnacààso...’) con emissione didattico-nasale. La fine
dell’avventura. (“Nonacàso Gramsci citando il De Sanctis, che peraltro ne
tacque, divinava nel Verga il precursore di luigirusso, oggi peraltro
surclassato dal Salinari cui nonacàso si delega la bastonatura del decadentismo
gabrïèlgiovannèofogazzariano ad usum delphini...” Se non scendeva paracadutista
proprio dal cielo Arbasino si era fritti).
MARCETTA (sullo sfondo) “Fratè-ehlli | d’Ità-ahlia
/ la Scala o il
Sancarlo / son meglio dell’aja, non sono bugiardo / Facciamo baldoria / più
Italia ci aggrada / la unì l’Autostrada...”
8. Qualche usciata sul
muso o capata in un muro eccitarono alla prudenza: ‘nella misura in cui’. Dal
tunnel si sfociava nel cioè. Migliorini se la rideva, forse ormai nella tomba.
9. Gli anni di piombo
furono una guerra incivile. Fu presto evidente che i combattenti, i rapitori,
gli omicidi, i thughs, erano religiosissimamente
irresponsabili. Quando i mandanti ritrassero la mano, (“Deus non vult...”), si
ritrovarono senza disordini e senza profeti.
10. ‘Loro avevano
creduto’. Il torto è che noi si era letto i
Demoni di Dostojevski prima dell’Isola
del tesoro, addirittura visto il
Tesoro della Sierra Madre prima del ritorno sovra schermi italiani di Ombre rosse. Si era imparato a leggere
molto, preferibile improgrammatamente; quanto al credere (e ubbidire e
combattere, mal scialbato sui muri della casa del popolo, già fascio) c’era più
tempo che vita.
11. Come faccio a
spiegarvi senza vergogna che io ero distratto; c’era già tutto in Leone
(Sergio, il Buffalobill Circus di via Veneto... di piazza Venezia... non il Marito
di Donna Vittoria che stava sul Quirinale donde tirava alle antilopi dello zoo
con una carabina a cannocchiale). Ma Leone è la quiete camuffata da tumulto:
gli stracci vanno all’aria, il potere non sta tanto meglio, l’intelligenza
individualistica se la cava col sigaro. Il Monco era un embrione del Boccaccio
rimasto in ampolla sei secoli. (Da questo l’aria stralunata di quel Clint Eastwood che pareva formarsi
da una nuvola...)
Postilla
Mi fermo sulla tazzina di
caffè mattinale rapito da uno strano film salgariano; resto incollato fino alla
fine. Non riconosco uno neanche degli attori, men che meno l’attrice,
ignotissima; buoni e cattivi non hanno un ‘prima’, sono vizî o virtudi
imbustati: ruoli o cariche ‘sociali’ come il principe spodestato, il lord, il
capitano, lo zio buono, la bella rotariana: ai nomi, grati a chi li riascolta
dopo così gran mora di silenzio, di Tremal-Naik, di Sambigliong, di Kammamuri,
di Giro-Batòl, poco rispondono le raffigurazioni ideali che ce ne eravamo
fatti, magari per mediazione di altri film ― i tigrotti di San Rossore
girati negli anni di guerra ― ma già le cose cambierebbero se riaprissimo
quelle antiche edizioni salgariane che nel primo dopoguerra trovavi in scaffali
polverosi e te le cedevano per pochi spiccioli ― illustratori mitici
Gamba. Amato, Della Valle ― nelle quali il ‘grand’aria’ salgariano era
come prevaricato da un gusto noir, cripte, sepolcreti, foreste vergini ove mai
raggio di sole sarà filtrato mai, bunker, relitti di navi, lampade votive,
panoplie di armi bianche, scudi cuprei, fondi di caverne... Furono poi i
Chiletto, gli Albertarelli a liberare un Sàlgari più ballettistico. Anche la
dialettica, dico nel film di stamani, è delle meno controvertibili: ci sono gli
occupanti e ci sono gli oppressi: libertà non è cosa da legisti o filosofi, è
non essere bastonati, non essere costretti a lavori forzati, alla fame e alla
sete, al nessun diritto di vita o di morte. Apprendo ora che negli anni della
rivoluzione, a Cuba, giravano un ‘fumetto’ Sandokan
el tigre de la Malasia!
Livre de chevet del Che libertador?
Ovvio che, andatomi a informarmi su Wikipedia, che non va oltre i soliti
Farinini o Morandotti, del film da me, evvabbene, lo dico, scoperto, dicono peste e corna in tre righe
sdegnose; ma questi critichini o registrotti quand’è poi che se li vedono i
film? Il minimalismo ideologico e il gusto di paesaggi non proprio soliti, la
fisicità dei combattimenti mi avevano addirittura fatto pensare a un prodotto
non europeo. Ma poi stupenda era la colonna sonora, schiva di melodismi da sala
da ballo, esemplare nell’assentarsi o nel ridursi a stranità di timbri. Vedo
che è del grande Lavagnino. Ha musicato centinaia di film, partendo e poi quasi
chiudendo con l’Otello e col Falstaff di Orson Welles. Accompagnò con
memorabile squisitezza l’addio al cinema di Mario Soldati (Policarpo ufficiale di scrittura) o cercò di salvare il salvabile
di un Timbuctu in cui Rossano Brazzi
e John Wayne senz’essersi nemmeno mutato di tenuta si prodigavano in esoftalmi
per i fianchi e i labbroni di Sofia Loren. Ma Lavagnino amava l’esotico, plasmò
una musica del deserto che soccorre un Hathaway chiaramente ridotto alla
disperazione. Ma la cosa che più mi cattura sono le decine di film destinati
alle fiamme dei Moranfarinotti. Che ne dite di un L’ammutinamento (Ruggero Jacobbi vi compare come terzo
sceneggiatore) che non è che la riscrittura di un precedente Matarazzo? Se la
storia non fosse più scritta per cippi e testedibusto, tantomeno per
capidilavoro annunciati, quella sarebbe ‘la cosa’: die Dinge, the thing! E
certo pesano anche le cose che mancano: qualcuno forse potrà spiegarmi ‘come
mai’ Sàlgari non fu tentato dall’epica del Risorgimento.
12. A
Firenze, nel ’59, centenario della cacciata di Canapone (il granduca ancóra
rimpianto dai perdigiorni di una Firenze in cui Papini era sembrato un
Nietzsche ed un San Paolo e Palazzeschi un Villon-Pulci-Rabelais), risolsero
per la messinscena, rarissima, di un melodramma risorgimentale del Verdi
Giuseppe. Conoscevamo la
Battaglia di Legnano da una registrazione radiofonica del
precedente (1951) centenario verdiano (ma come fate a prendere sul serio una
cultura che si regola sulle calende) e non era granché, pareva quello che anche
probabilmente è, una illustrazione del Gonin (quello dei Promessi sposi a spese
dell’Autore), una storia a puntate del Vittorioso, testo di Renata De Barba e
illustrazioni di Ruggero Giovannini. L’aveva diretta, con mano sicura e
disoccupata, il buon Previtali, che aveva sposato la figlia del grande Vittorio
Gui. Gui, persona prima nelle vicende alto-musicali d’Italia fin dai tempi del
Gualino – torinese e casoratiano, lucumone della finanza che diede noja perfino
a Mussolini ― poi promotore con Maria Josè e Pavolini (sì, lui-lui) del
Maggio Musicale Fiorentino, viveva nella più bella villa sulla strada di
Fiesole e i fiorentini, certo estranei al suo spiritualismo monsalvatesco (da
quella scuola sarebbe sortita perfino l’inguaribile Cristina Campo, questa
figlia d’un Busoniano!), avevano imparato a coccolarselo come un padre nobile.
Ho ascoltato da lui la più elettrizzante delle Alcesti (il suo Gluck non era filologico, osso e ciccia, non gesso)
e certi Verdi maturi o Mozart classicissimi che fallivano il segno; sulla
serata vegliava un padiglione di noia. Chissà cosa dovrà essere successo in
quella casa; in quella villa. Vittorio deve aver detto al prediletto genero:
‘questa volta ti insegno io che cos’era il Risorgimento’. L’antico rustico
meraviglioso Politeama era chiuso per un ripristino che lo squalificò in
cinemone di lusso, un altro Capitol! un altro Gambrinus!... un altro Odeon ‘già
Savoja’... così la Battaglia
andò in scena alla Pergola (il secentesco teatrino di via del Cocomero) e la
‘prima’ fu un pomeriggio di domenica. Gui aveva in mano carte eccellenti (la Gencer ormai pronta a
occupare i ruoli lasciati immaturamente orfani dalla Callas finita in
rotocalco, il baritono Taddei, ora morto da poco a quasi cent’anni, ch’era un
raro baritono rotondo e cantante in epoca di bocioni e di mandrilli, e la
rivelazione Limarilli, un allievo di Del Monaco, una delle voci più belle che
dio abbia messo mai in terra, anche se non oltre i margini del si bemolle; morto
povero, dimenticato, impiccato; come un eroe della scapigliatura) ma
soprattutto quella del regista Franco Enriquez, una meteora, ma noto in quegli
anni sulle scene del teatro di prosa e sul piccolo schermo televisivo. Enriquez
era uomo colto (veniva da Visconti, da Strehler con meno ideologia e qualche
fantasiuccia dipiù) e mentre i critici dei giornali se la passavano comoda a
indottrinare il pubblico e la guarnigione (“quando la Lega Lombarda umiliò l’orgoglio
tedesco lo fece per le tasse e non per la nemmeno allora pensabile Italia, cosa
da petrarchisti e da pedanti”), si rilesse quel Verdi proprio come Manzoni
aveva chiesto al Gonin che lo aiutasse a rileggersi e a farsi rileggere nelle
dispense della Quarantana. Tutto dunque filò sui pennoni tranne il ritardato
inizio dell’opera. Passati venticinque minuti dalle cinque indicate per
l’avvio, io me ne stavo in loggione proprio sopra il palcoscenico, su la
sinistra; e dissi un poco forte: “si saranno perduti Garibaldi...” Accidenti a
questa mia voce troppo debole per avermi consentito l’approdo al tenorismo cui
aspiravo ma troppo forte per poter comunicare a bassa voce un piccolo segreto
al vicino di panca. Uscì dal taglio del sipario il venerabile Gui e disse
pacato: ‘un poco di pazienza... c’è la televisione...’ (erano delle ‘dirette’
sperimentali, avrebbero trasmesso il solo secondo atto). Credo di averlo già
rievocato anche nei ‘notturni’ di questa botte, di questa piazza. Cinque minuti
e Gui ‘entrò’ nella sinfonia. Verdi aveva tenuto presente il modello rossiniano
del Tell, idillio paesistico e
temporale estivo, come preludio al galop
della risurrezione nazionale. Ma la
Svizzera rossiniana paga ancóra il suo debito alle Quattro
stagioni del Prete rosso: invece Verdi si muove fra una strumentazione grigia,
rauca, dell’idillio padano e la frana di ottoni della carica dei Seicento.
Poche volte ascoltai un Verdi così vicino alle sue ragioni scorbutiche.
13.
Non vado più al cinema; l’uscire di sera mi è venuto di peso. Così mio figlio
mi ha fatto la sorpresa di caricarmi in macchina e scendermi a un cine della
periferia dove davano il film ufficiale della RAI for CL, Noi credevamo. Sono così poco devoto alle statuine erette
all’angeloguglielmismo (vedigli contra
Gualberto Alvino sul numero scorso e pro lo
straordinario numero dedicatogli alcuni anni sono da “Panta”) che non giungo
alla squisitezza di dire che sarebbe bene che il pubblico rimanesse fedele al
solito De Sica natalizio e disertasse il capolavoro annunciato di Martone. (“Strauss?
meglio Johann...”) Di Martone mi era piaciuto Morte di un matematico napoletano anche se nella mia limitata
esperienza (‘ars longa...’) credo di avere imparato che si ha diritto di fare
dei buoni ‘serie B’ solo se si hanno in catalogho degli eccellenti ‘serie A’;
fuori dai denti, mi sta bene il Fellini ‘minore’, o il Ford di Missione in Manciuria, perché posso
calibrarli su La dolce vita o Sentieri selvaggi. Se no si fa alla
svelta a rientrare nella ospitale pancia dell’Orco crepuscolare. Martone è una
viva intelligenza non solo teatrale: il bellissimo Teatro di guerra (nel suo flirt/combattimento con l’arca santa dei Sette a Tebe di Eschilo) inoltra la
proposta (il necessario reagente) di un classicismo che fissa il rischio
quotidiano del vivere e l’utopia dell’arte come il teatro che Leopardi non
scrisse (avrebbe potuto farlo nella Napoli dei ‘Nuovi credenti’). Non ci si
lasci tentare dal discorso sul film che è troppo teatro o sul teatro che tenta
sopravviversi andandosi a disporre nelle giunture della macchina
cinematografica. La storia ‘effettiva’ del cinema ci proverebbe che tutti i
modi son buoni se uno se ne serve in un discorso che tenga, Randolph Scott e
Ingmar Bergman, il Principe e la ballerina e la Terra trema. Nella Walchiria, ieri, ho trovato conferma
della mia predilezione per il secondo atto (con sterminati monologhi o quasi
monologhi filosofeggianti, quando, come avvertì il magnanimo Beniamino Dal
Fabbro, nemmeno Wotan sa a più che santo appellarsi) rispetto al liricissimo
primo e al pateticissimo e sfolgorante terzo. Cavalcata delle Walchirie,
incantesimo del Sonno... Nel secondo quasi vengono triturate le ragioni
dell’Opera (‘genere’): e l’Opera vi attinge diversi, imprevisti culmini (se ne
accorse per primo Verdi, che aggiunse al catalogo wagneriano il proprio
contributo di convertito, Don Carlos,
‘suo’ crepuscolo degli dèi, e Otello,
la morte di Dio; senza contare, la deliziosa trasformazione delle Walchirie in
liete comari falstaffiane).
14.
Ho letto che alcuni critici si sono rammaricati della eccessiva lunghezza del
film martonesco. ‘Un vero martone’. No, no; io mi sono accorto solo alla fine
che, senza intervalli né frammentazioni ‘per fare cassa’, ero stato seduto di
fronte al grande schermo per più di tre ore. Né mi era scappata la pipì. Non
che la lunga sequenza del carcere mi fosse sembrata un Fairbank’s vehicle o la Carica dei 101, probabilmente presentendo (io)
che sarebbe stata la parte più originale del film. Quello che invece, a schermo
spento, meno mi rallegra, nel ricordo, è che da un punto di vista ideologico la
storia – parsa addirittura ‘coraggiosa’ a una parte dei critici – è la sagra
dei luoghi comuni. E, più comune di tutto, e ora va pur detto: quasi
intollerabile, è l’avvolgente nube di luttuosa mestizia che dovrebb’essere il
miele cupo della faccenda. Il fatto è che l’Italia cattolica ha grande fiducia
nella confessione e nella assoluzione. Nessuna nel pensamento. (Séguitano a
pensare agli ‘anni di piombo’ come ad una appendice tetànica del comunismo, io
invece mi dissi sùbito: ‘cherchez la
Bête’, la Bestia
Trionfante, insomma il terrorismo diolovuole, ed anche magari
la madonna, come epifenomeno deviato del Vaticano Secondo).
(Mi
si fa notare che sagra dei luoghi comuni è impietoso, per un film così bello.
Ma io avevo detto preciso: ‘a schermo spento’. Debbo confessare la mia precaria
disponibilità a un discorso che cerchi di dribblare il melodrammismo gattopardiero,
a suo modo sublime fosse solo per la catasta di tic e tormentoni viscontiani a
correttivo ‘ingenuo’ di una vera àgape della Empàteia, e, tutt’insieme, la
pedagogia brechtianeggiante. Ho vivo ricordo del film che Roberto Rossellini
allestì nel quadro celebrativo di mezzo secolo fa. Si disse che il lievito
dell’operazione stava nell’aver sostituito al memorialismo fordiano di Abba,
del quale si era nutrito il celebre 1860
di Blasetti, il disincanto amaro e ironico – politico anziché epico, di
un’epica ‘alla Fattori’ – di Giuseppe Bandi, ma la cosa ch’è più da
avvertire... son due cose: il rapporto che con prestiti diretti Rossellini
intreccia fra Viva l’Italia! e Paisà; e il fatto che nel film
risorgimentale Rossellini fissa il modello che lo porterà alla fase
‘storico-televisiva’ del Luigi XIV,
di Anno Uno, e del Messia. La difesa di Martone fa leva
sulla esibizione impietosa dell’isteria, delle illusioni, dei pentitismi, dei
balzi uno in avanti e quattro indietro, dei quali s’imbevette la fortunata ma
gracile Operazione Unità. Ma se allo spettatore non dài né l’ingenuità
dell’epica, quand’anche fumettara [‘o Roma o morte’ non ha le ali di vento del
mito westerner], né una dettagliata informazione sui tempi, sui luoghi, sui
fini, sui personaggi, magari come in teatro fece un tempo con qualche vigore
anche didascalico il Federico Zardi dei Giacobini
[1957, poi 1962 in
tv], l’unica via d’uscita è quella di una specie di ‘poema sinfonico’ per
immagini e stati d’animo forti. Per una parte del film ho faticato a ravvisare
in volto i tre personaggi principali, a condividerne i motivi e le frenesie. E
viene anche da chiedersi: – ma che cosa cercavano? Ammazzare Carlo Alberto: ma
perché? Far saltare la carrozza del Bonaparte III: ma a che fine? Era colpa di
Crispi: – ma chi è? Mi viene idea che si intendessero mostrare i mostri della Storia. Ma ci manca la bomba, l’Eschilo che
mancherà per sempre a Serajevo... Il ‘poema sinfonico’ giunge a una fase alta e
marinata della storia dei generi orchestrali. Si dovesse iniziare dai
‘primitivi’? Perfino da Casa Ricordi dell’ex-fascista
– ma: semel abbas semper abbas –
Carmine Gallone, passato da Scipione
l’Affricano alla saga di Don Camillo).
15.
Deliro? L’Italia ne ha viste di tutte. L’Unità, tardiva e insieme gracile come
un parto che riuscisse ad essere insieme ritardato e precoce, in un paese di
rètori come il nostro fu creduta salvabile con ricostruzioni caritatevoli e
occultamenti callidi, son poi segreti di Pulcinella. Mazzini? Fin dall’infanzia
nutrita di favole da maestri più ignoranti che irresponsabili (non dev’essere
stato facile, per chi aveva anche letto il meno libri possibile per sbarcare penoso
un lunario, passare dalla fede inconcussa nel fassio alla unità di massha nel
pci) a me quel deputato alle pompe funebri, già vecchio a venticinquanni,
innamorato della mamma veneratissima, circondato di isteriche protettrici e di
giovani in odio alla vita, promotore di congiure magnanime e disorganizzate mi
parve più di quei di Suyodana che non del wild bunch di Sandokan e del suo
fratellino nicotinomane. Io stavo, è ovvio e banalissimo, per Garibaldi. Un
povero figliolo che non riusciva (succedeva anche allora) a tramutare in poveri
dobloni il titolo di dottore in lettere sudatamente guadagnato con studii
‘regolari’; e corteggiava mia zia; un paio di volte, per farmi un regalino,
povero amico, mi chiese chi fossero i miei eroi preferiti: uno fu Verdi e
l’altro Garibaldi. Beata Innocenza! Questo mi diè ventura di leggere assai presto
nella mia crescita uno dei pochi libri non straccioni scritti su Verdi, quello
a firma di Francis Toye che credo sia stato a lungo ospite onorario di Firenze
anche prima che io ci nascessi, e una biografia ufficial-fascista dell’Eroe dei
due mondi (solo perché non ce n’erano tre). Era però un bel libro (Aldo
Valori?) e quanto meno mi dava parecchie idee e più ancóra la voglia di
farmene. Mi faceva ridere solo il goffo tentativo finale (pare fosse un must di
quei tempi) di mettere in parallelo le caratteristiche del Biografato e Quelle
del Duce. Garibaldi ne usciva maluccio.
16. In
tutto Noi credevamo (vulgo: ‘no’ s’ era
tutti in bona fede...’) c’è una sola sequenza che dovrebbe poter far parte
delle storie del cinema avvenire: quella della apparizione dell’ombra di
Garibaldi, profilata sul cielo, la notte che prelude alle schioppettate
dell’Aspromonte. è insieme una
ammissione (‘pubblico caro, l’epica non è cosa per le mie corde’), un ‘se
volessi’ (‘ma se mi tóccano dov’è il mio debole..’), e una epifania
dell’utopia: ‘per questo anticristo ebbi a farmi granturco’). Questo scagiona
la committenza: ci sarebbe voluto Marco Ferreri, il 7° cavalleria in parata fra
i semafori di una Parigi divorata da nuovi picconi. Ma quel Ferreri è morto e
non si può rifare.
17.
Dicono sempre di voler sostituire l’Inno nazionale. Basterebbe suonarlo dopo
aver smenticato le parole. S’è incinta la testa, parecchie italiane si chiedono
ancóra da che parte bisogna guardarsi, che cosa proprio bisogna non ‘lasciarsi fare’. E l’elmo di
Ssipio, la schiava di Roma: – un peplum in economia, graziato dalle grazie di
Gianna Maria Canale.
18.
Tutto il film è inondato di musiche verdiane. Se Martone le ha scelte da solo,
mi piacerebbe averlo come amico; magari sarebbe riuscito (come riuscì a me) a
riconoscere le battute d’inizio della Alzira
al principio dell’Onore dei Prizzi.
Il melomane è come l’appassionato di calcio che ricorda perfino nome e cognome
dei guardalinee delle partite anche meno celebri. Se lo han consigliato, fu
bene consigliato. Ma di Verdi emerge solo il lato idealistico (da ideale, non
da idea, diceva quel tale) e traviàtico, l’onda di melodia che tutto lava.
Ritrovo il preludio al primo atto dell’Attila,
che piaceva ad Attilio Bertolucci e piacque a suo figlio Bernardo (nella Strategia del ragno). Bertolucci, molto
sensibile alla musica, veniva da lontani amori jazzistici, era stato condotto
per mano da un caro e geniale parente, un pediatra di classe, mancato
quest’anno in età tardissima da lui affrontata con umore e coraggio. L’unico
parmigiano sopportabile, fra quelli che ho conosciuto in oltre trent’anni. Da
lui era stato introdotto, il poeta, al preludietto che precede la scena di
Corrado in carcere nel Corsaro. E
torna più d’una volta in Martone, insieme con un preludio del Pirata belliniano (lo apprendemmo sui
dischi della Callas) e con quello all’aria finale di Elisabetta (“Tu che le
vanità conoscesti del mondo...”) dal Don
Carlos. Un discorso sul Risorgimento si fa con Verdi ma allora misurando la
distanza abissale che intercorre dal Nabucco
al capolavoro riflesso della grande maturità verdiana, o perfino ai meno
progettati Vespri siciliani, dai quali
torna il nome Procida (Giovanni da Procida, caricatura in Verdi del Mazzini)
fra quelli che ricorrono nel film.
19.
Non ho per ora letto il romanzo di Anna Banti, al quale Martone si ispira, ma
questa straordinaria biografa di donne eccezionali non so quanto valesse in
fatto di pronosticazione politica. Sta di fatto che il Risorgimento, anche con
le stampelle, l’ha fatto certo il coraggio (e lo snobismo bas-bleu) delle
donne, la formula è tutta bantiana (il romanzo nasce dal fatto che il figurino
di uno dei ribelli è modellato su un Lopresti, avo della Banti che così si
chiamava all’anagrafe, né amava uscire di casa, come l’unico dei possibili àtavi
miei dei quali vorrei non tacere fu un Pieri partecipe all’attentato dell’Opéra
contro Napoleone il piccolo), ma anche certo ethos, ed eros, napoleonico che
gli uomini avevano imparato e seppellirono nelle trincee d’Europa dal 1914 in avanti. Verdi è
fatto anche di cabalette: nel Trovatore
di Muti, manca il do della pira e lo infiacchisce. Nel Verdi di Martone manca
tutta la fiamma. Sarà stato per scelta, sarà stato per inosservanza, non dico. ‘Noi
credevamo’ è detto al femminile.
20.
Quando vai da una donna per parlar di politica o d’arte, portale delle calze
che non sieno bleu. Calze di gioco e di gioia. La frusta puoi in quel caso
anche lasciarla a casa.
21.
Dunque non è Martone che vacilla. Manca la prospettiva su un secolo del quale
non partecipiamo più né la lingua né l’habitat né le armi né il sesso. Resta il
coraggio ed il pianto, l’ozio e la vaga attesa. Una volta (scusatemi
l’erudizione...) Umberto Eco dedicò una ‘bustina’ a un papa oggimai arcaico,
quando er papa era sembre de noantri, che aveva sciolto un cantico a Giuseppe
Prezzolini centenario, come ‘scrittore moderno’. ‘Sarebbero brava gente questi
cattolici’ scrisse il futuro autore del Nome
della rosa. Ma non leggono, non leggono. E non fanno leggere.
(7
dicembre 2010)
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Illustrazione di Giuseppe Garibaldi ferito sull'Aspromonte il 29 agosto 1862
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DA CACCIA, DA SéGUITA
E DA FERMA
21. Ricevo, in
questa emergenza, il nuovo romanzo (ma in versi) di Gualberto Alvino. Il suo
secondo, se conto bene, e col gesto elegantissimo di pubblicarlo in e-book. Elegante
a partire dal titolo; rifletteteci, in tutta la lunga storia di nostre lettere,
non lo trovate un titolo così: Da caccia,
da séguita e da ferma. ‘Saper scrivere’ è un dono consolatorio, smondanato;
scrittura grande impone crudeltà. Non c’è bisogno di pensare alle torture
fisiche, alle titillazioni sessuali; crudele è anche la fermezza con cui Alvino
èvita l’endecasillabo che ogni orecchiante avrebbe trovato più giusto e
melodico. Il trinomio lascia l’aere e si fissa nel marmo. Il sottotitolo (distassie del melo e della folgore) più
indulgente arieggia al verso più ovvio che un italiano serbi nell’orecchio, ma
non è detto; bisogna chiamare in soccorso la disusata dieresi ed essere
convinti che il melo non sia, metticaso, il mélo. Il libro sbandiera, e la mèrita,
una insostituibile prefazione di Giovanni Fontana. Fontana e Alvino erano già
amici quando io avevo 40 anni e loro facevano insieme (con altri amici che la
varia vicenda delle vite d’ognuno mi ha poi sottratto) dopo Dismisura la Taverna di Auerbach, una rivista bella come uno
stellato e, purtroppo, di vita brevissima, non così breve che non le riuscisse
piazzare un numero tutto dedicato all’allora ancóra sub iudice, e disamato, Pizzuto. Non avrò la convalida d’un
bibliografo in forma accademica, certo per me quel fascicolo (del quale,
incredulo, mi dovetti trovare, invitato, ad esser partecipe) segna la vera partenza (anche nel senso di una
annessione, di una formattazione) critica a tutte vele dell’insigne scrittore
siciliano. Chissà se possan trovarsene in giro, del mitico fascicolo, delle
copie superstiti. Io (vecchio discorso, fra Gualberto e me) nella spinta a
Pizzuto ero stato bloccato proprio dagli sbandieramenti continiani,
insolentemente rivolti alle caratteristiche sintattiche e grammaticali
dell’autore di Ravenna. A me piace la
poesia di Saba, il melodramma più scombinato, il cinema di serie popolare
(Matarazzo, Joe Kane, a mò d’esempio), e, fra gli auteurs, preferisco Kazan a Fellini, Anthony Mann a Buñuel, e Scarpette Rosse al Potemkin; leggo volentieri Quarantotti,
Morante, Pea, Cinelli, Moretti, Cicognani. Per me la saga di Moravia è come la
collezione di Tex, che si ristampa a colori mentre del grande Alberto si
trovano ormai con crescente difficoltà la maggior parte dei titoli meno
canonici. (Ma che fa? estrae?) Fra i critici d’antan, preferisco il Settembrini
delle lezioni napoletane, fra quelli del mio secolo antepongo la scrittura
volutamente impura e debordante di un Pedullà alle squisitezze del suo maestro
Giacomino. Con eccezione del mirabile Tommaseo.
Il mio antidarmstadismo reagì come una vergine a vedere un moscone appollaiato
nel taglio d’un fico giulebbe. Ma fra le tavole innaffiate di birra della
taverna fontaniana, se si attestavano a congiura i grammatichevoli
(scambiandosi la parola d’ordine jakobsoniana, “poesia e grammatica? sorelle!”)
c’era anche chi ballava dei tango, dei fox-trot richiamando alla mente dei
dimentichi e degli increduli che a dare pubblica ed editoriale fiducia al
magnifico Pizzuto erano stati dei non continiani, Luzi Bilenchi Baldacci, una
legione post-ermetica formatasi, almeno il più giovane, nei pressi del De
Robertis anni 50, macerato a una qualche pieghevolezza e formale e
sentimentale. Il ‘numero unico’ rincollava le squadre e additava un futuro
percorribile. In fondo, nelle filigrane, dura in Pizzuto il volontarismo testardo
del Verga più grande, non mi pare sia estraneo il mondo artificioso di Lucio
Piccolo, qualche parentela anche magari luttuosa con Bufalino si potrà
indicarla. Nessuno però così devoto alla macchia come l’antico questore (volevo
scrivere macchina, mi correggo con rimpianto); e nessuno così intrinsecamente
gaudioso. Praticando Pizzuto si capisce che scrivere gli costava infinita
pazienza, costanza, sofferenza, ma era anche un modo ‘heroico’ di rimettere in
ordine il mondo. Al caos del mondo il Gran Lombardo Gadda reagisce con la
filosofia (ben temperata per fortuna da una mai appagata bulimia delle cose),
Pizzuto con l’umor freddo, con la consapevolezza che nissuno, neanche forse lo
stesso adorante-adorato Contini, vi legge del tutto addentro. Quando Pane
(l’altro maggior pizzutiano, con Alvino, degli operosi e devoti fra noi, muniti
d’ogni conforto della filologia e della ricerca erudita) ci invitò a un Pizzuto
‘leggibile’, fu anche quella una bella mossa, tranne che nulla è illeggibile a
chi vuol leggere, e viceversa. Chiaro che di Pizzuto meglio si giovi chi abbia
mantenuto dei rapporti con le delizie un poco purulente della école du regard. Solo che quelli si
prendono maledettamente sul serio. è
un cattivo collante. Anche Pizzuto? Io ho sempre tenuto gran conto della sua
passione per il cinematografo. Leggendo, cerco d’indovinare quelle barre di
vignetta che il cinema dei poveri, il fumetto, fornisce esplicitamente. Alcuni
immensi fumettisti ne hanno saputo anche far di meno. Se riesco a isolare il
fotogramma, Pizzuto diventa come un film possibile e irrigidito. Un colpo di
pollice e quello che parve estraneo diventa familiare. Si ride, perfino; senza
beninteso spanciarsi. Si piange, anche più ovvio, ma non si esibisce a riprova
il lacrimatojo. Così, negli anni del primo pizzutiano boom, era merce di
scambio che altro fosse il comico sentimentale (dickensiano) di Chaplin altro
il comico differenziale (kraussiano) di Buster Keaton. Fra una pizza e una
coca. Intitolereste un libro: ‘il leggibile Keaton’?
22. Gli amici (Alvino fra i più egregi)
sanno che non ho scritto mai recensioni in forma; poche, proprio per obbligo,
ai miei primi passi: su “Convivium”, su “Paragone” qualche schedina, ma non
sono all’altezza. Non so raccontare un libro, non risparmiare fatica al
lettore. Il mio cómpito si esaurisce nell’invogliarlo a fatica. Se volete un
parere da lettore a lettore, ritengo fermissimamente che il libro del quale si dicono,
qui liete parole a contorno, sia libro di forte – e vera – e unica scrittura.
Scrittura intransitiva, scrittura da mago e tecnico rifinito. Ha qualcosa di
metallico, vergato in làmine d’oro. Prendiamo il mago e tecnico per eccellenza,
dei nostri, a norma di manuale: – D’Annunzio. Nulla di meno dannunziano di
questo libro, nessuno meno dannunziano e di Pizzuto e di Alvino. Le correnti di
fiumi s’incrociano ma non si rendono intrinseche. D’Annunzio corre alla foce.
Diceva: superuomo e intendeva uno che si è fatto un bel nome, ha contato nel
mondo e si è garantito una villula che lo stato gli paga. Alvino, più ancóra
del suo maestro, pensa: superuomo è chi supera le prove. Vedi il Flauto ammaliato.
Fossi un De Chirico, un Savinio, ritrarrei il gran Gualberto rivestito da mastro
palombaro con in mano le trippe della piovra. Ogni bottone una perla zecchina. Aggiungi
che questo nuovo si presenta romanzo ma è (si è detto) pressoché tutto in
versi. Parola, verso, emblema, eros, qui sono nuovi come in un mondo che non
prevede la morte. O che, bachianamente, la esorcizza.
23. Il che, sappiamo, può essere
una gran fregatura. Uno dei componimenti del libro (che, composizione via
composizione, ognuna dedicata a un consorte o discorde d’elezione, dunque
oltreché ‘romanzo’, galleria di pensosi della forma contemporanei, prova di
vita di uno scambio intellettuale che giornalisti, ministri e scolastici
neanche sospettano, sennò ne tremerebbero) è rivòlto addirittura a me; si
intitola subdolamente Mal di testo e
ha bel gioco nel dribblarmi, nell’incornarmi. Sembra il duetto fra il Borromeo
e don Abbondio, o fra il padre guardiano e fra Melitone; o, anche, fra don
Giovanni e Leporello, o fra il Toro e il Matador. Finir dietro la lavagna non è
una punizione ma un bramato riscatto da culpa dimonstrata.
“se niente è escluso a priori dal
poetico non vedo perché poetare”.
“l’arte ha il dovere preciso di
costruire immagini...”
La prima dichiarazione (tecnico
e mago peritissimo) Alvino la sottoscrive, o sembra che sottoscriva, ma
potrebbe anche darsi che ora scattasse: ‘ci sei cascato! questo sei tu...’ E, come Adamo, mi coprirei le
vergogne.
Ma sul dovere di costruire,
sottraendo e scavando, Alvino ce lo ritrovo nato e sputato. Mi è difficile
parlarne, perché da sempre mi supera per quantità di letture, per perizia di
stromenti, per altezza d’ingegno e maestà del fine. Finalmente in pensione,
cessa di darmi imbarazzo una cattedra non goduta. La conclusione, poi, quasi
mallarméana, o valeriana: “passa una barca prendiamola”. Il faut tenter de vivre?
Io posso poetare (v’è anche una
più modesta, appena rilevante poesia della critica) solo se penso che tutto
sia escluso dal poetico. Non si gioca con carte segnate. La barca passa e non
ammette carichi. Forse qualcuno era a bordo da prima, pare d’intravedere dei
ciao-ciao col fazzoletto, perfino illude uno schiocco (per noi?) di baci. Già
fuori dalle viste.
L’arte sta tutta nel
decostruire. Dovere, precisioni, edificazioni, geometrie, tutto filo spinato. Aria,
aria. Zoppicando, muovo verso orizzonti da The End. Cerco da secoli una barca
squinternata, il vascello fantasma. Dice che sulla cima dell’albero sventoli
questa insegna:
ARCA DE SAMBO
Olè!
(In un vecchio film di
Pieraccioni, era la voce di Comencini che si levava da un casolare in cima al
colle, da un eremo su vette di saviezza. “Vado in Ispagna...” “Olè!” Amici
dalla barca io vedo il mondo. La
Marchesa uscì alle sette. (E chi se ne frega). Salì sopra un
fiacchere. (E chi se ne frega). Aprì la borsetta. (E chi se ne frega). Pensò ho
fatto tardi; e chi se ne frega. Frega frega; l’Odissea... Ulisse uscì
dall’acqua e svenne sfinito sul bagnasciuga... la Bibbia... Dio creò diverse
beltà e vini diversi... Sheherazade: il califfo si addormenterà con qualche
camomilla o col kamasutra ascoltato... Wagner: riusciranno i nostri amici a
rimanere svegli fino all’ultimo zompo della Valchiria à la flamme?.... O bella;
son tutti libri che mi hanno formato; e anche guerra e pace e anche i cantos di
ezra... perfino i poemi conviviali... E i più li ho dovuti leggere in
traduzione. Solo la poesia mediana è intraducibile. Quella è fatta in parole.
il resto è storia di tutti).