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CINELETTERATURA
Hitch e gli uccelli dell’amore


      
Pia Arletti e Franco Ferrini sono gli autori di “Agapornis - Suite Hitchcock”, un effervescente incrocio tra un romanzo noir e un saggio storico-critico, in cui s’immagina che il regista di “Psyco” vada a cercare dopo vent’anni la psicoanalista May E. Romm, sua consulente sul set al tempo del film “Io ti salverò”. Seduto nello studio della terapeuta il grande Alfred ingaggia uno scintillante duello di intelligenze analitiche tra suggestioni di memoria, pettegolezzi cinefili, segreti personali e infelici rapporti sentimentali come quello con l’attrice Tippi Hedren.
      



      

di Enzo Natta

 

 

Dov’è la realtà e dov’è la finzione? si chiederebbe Borges. Perché la realtà traspare dalle cronache del tempo, da testimonianze e interviste passate alla storia (come quelle di François Truffaut), mentre la finzione – in questo caso – è il risultato di quell’elaborazione razionale, quasi matematica, secondo la quale una serie di dati accertati devono necessariamente produrne altri che ancora accertati non sono (il metodo giornalistico adottato da Carl Bernstein e Bob Woodward nel caso Watergate).

In questo intreccio di cose certe e altre non certe ma presumibili la prima sorpesa coincide con la prima scena, quando l’ultima persona al mondo che May E. Romm (psicoanalista, ebrea scampata alle persecuzioni naziste, terapeuta dei più famosi tycoon di Hollywood) si sarebbe aspettata di sentire bussare alla porta del suo studio di Beverly Hills era proprio lui: Alfred Hitchcock.

Non si erano lasciati nel migliore dei modi lei e Hitchcock, e tutto era cominciato con l’atteggiamento infastidito del regista inglese quando David O. Selznick (che nel 1940 aveva prodotto il primo film americano di Hitchcock,  Rebecca, la prima moglie) gliela aveva messa a fianco nel 1945 come “consulente psichiatra” in Io ti salverò, interpretato da Gregory Peck e Ingrid Bergman.

Si resta subito intrigati da questo fulmineo avvio in Agapornis - Suite Hitchcock di Pia Arletti e Franco Ferrini (No Reply, Milano, 2011, pp. 174, € 12,00) e anche un po’ disorientati. Di che cosa si tratta? Di un romanzo? Di una docu-fiction? Della prima stesura per una pièce teatrale? O magari di un dossier frutto di carte segrete a lungo inseguite e alla fine rintracciate e messe in ordine?

Le qualifiche degli autori aiutano a muoversi con più facilità su un percorso che si presenta accidentato fin dall’inizio. Pia Arletti è psicoterapeuta e criminologa; Franco Ferrini è sceneggiatore di lungo corso (una cinquantina di film più svariate serie televisive), una lunga collaborazione con Dario Argento e fra gli autori dello script di C’era una volta in America di Sergio Leone. Due private-eye, dunque, che si sono messi sulle tracce del “mago del brivido” per scoprirne gli altarini e carpirne i più intimi segreti ricorrendo alle stesse armi e sfidandolo sul suo stesso terreno: il voyeurismo, lo sguardo indiscreto furtivamente lanciato attraverso una “finestra sul cortile” e con l’orecchio teso a cogliere ogni parola, ogni sussurro e sfumatura di un dialogo fitto fitto tra i due.

È il 17 luglio del 1965 e, preceduto da una telefonata, Alfred Hitchcock si presenta nello studio della dottoressa May Romm, lapidariamente descritta come “signora di mezza età inoltrata”.

I rapporti fra i due non erano stati idilliaci vent’anni prima, ai tempi di Io ti salverò. Battute pungenti, battibecchi, continue diversità di opinioni. Normale amministrazione quando un regista dalla forte personalità è pressato senza sosta da un consulente. Che di solito fa rima con invadente e supponente. Se poi il tutto è acuito da due caratteri forti, egocentrici e testardi le scintille sono garantite.





Perché Hitchcock si è presentato nello sudio di May Romm? Per sottoporsi a una terapia? Improbabile. Per una delle sue burle alle quali non rinuncerebbe per tutto l’oro del mondo? Dopo aver messo subito le cose in chiaro (“… solo Hitch, senza cock”, che in inglese significa gallo, ma anche pene, uccello), non si sdraia sul lettino ma, con fare arrogante, sprofonda in una grande poltrona di cuoio nero.

Più che una seduta psicoanalitica l’incontro si preannuncia come un duello, una lunga schermaglia in cui ognuno dei duellanti studia l’altro per scoprirne i punti deboli e vulnerabili. Si chiacchiera, si tergiversa con dialoghi finissimi e brillanti. Se li avesse letti Nanni Moretti per il suo Habemus Papam, tutte le sequenze dell’incontro con il Sacro Collegio avrebbero avuto ben altro spessore.

Hitch attacca e si difende con grande sfoggio di calembour, di aneddoti conditi con autoironia, raccontando le storie di Padre Righello che nel collegio dei gesuiti infliggeva le punizioni corporali o di quando il padre lo mandò al commissariato di polizia con una lettera per un amico poliziotto in cui lo pregava di chiudere in gattabuia quel bambino disubbidiente. Richiesta prontamente esaudita.

Alle chiacchiere si accompagnano e si sovrappongono i pensieri. “Accidenti a me e alla mia immaginazione, si dice sconsolato Hitchcock… L’ossessione di un’idea per il mio nuovo film mi fa vedere trame delittuose dappertutto”. Poco alla volta prende forma così un’altra costruzione narrativa che si arrampica sulla precedente. Le suggestioni di Hitch, i suoi pensieri improvvisi e tutto ciò che gli frulla per la mente diventano le occasioni per un’idea da elaborare e da sfruttare per il prossimo film. Ma ogni idea si trasforma subito in uno stato d’animo fatto di ansia, angoscia, smarrimento. Il quadro è netto: “Al 9629 di Brighton Way, a Beverly Hills, seduto su una poltrona di pelle nera, nello studio della famosa psicanalista ebrea tedesca May E. Romm, c’è un uomo turbato, indifeso, confuso e depresso.”

A mano a mano che si procede nella lettura le carte si scoprono e l’imponente figura di Hitch si rivela in tutta la sua fragilità. Il re è nudo! Ma non si arrende e contrattacca. Al punto che la dottoressa May gli chiede: “Le cose si sono rovesciate? È sicuro che non è venuto per psicanalizzare me?”

Ora è infatti la dottoressa May che fruga nella sua memoria. Vien fuori fra l’altro che in Io ti salverò c’è una battuta che dice: “Le donne sono gli psicanalisti migliori… finché non si innamorano. Allora diventano i migliori pazienti…”. La dottoressa accenna a un suo flirt con David O. Selznick e senza cercare scuse riconosce come quella storia non fosse sfuggita alla perspicacia del “maestro”. “E lei ha visto bene quello che mi stava succedendo… Certo io non ho mai dubitato della sua grande capacità di osservazione…” dice la dottoressa. E Hitch di rimando: “Quella battuta la feci aggiungere io ai dialoghi durante le riprese. Ispirato dalla sua storia manqué con Selznick…”.

La cortesia è resa, il ghiaccio si è sciolto e i due sono in vena di confidenze. Sincerità per sincerità, Hitch racconta quel che era successo fra lui e Tippi Hedren, la protagonista degli Uccelli e di Marnie. La figlia Melanie (Melanie Griffith, sposata con Antonio Banderas, protagonista di film come Omicidio a luci rosse di Brian De Palma, Qualcosa di travolgente di Jonathan Demme, Una donna in carriera di Mike Nichols) aveva allora 6 o 7 anni e Hitch le inviò per regalo una bambola uguale identica a sua madre, vestita come negli Uccelli, quando entra in un negozio di animali e compra una coppia di volatili in gabbia. “Accidenti a me e a quella bambola. È stata l’idea peggiore che potessi avere.” Tippi non glielo perdonò, dicendogli che era stato uno scherzo di cattivo gusto che aveva traumatizzato sua figlia. “Maledetta bambola. Oltretutto mi è costata 39 dollari e 25 cents.”





"Chiaroscuri", omaggio ad Alfred Hitchcock, 2010


Amore/odio, ammirazione/rancore. Il risentimento verso Tippi Hedren emerge lentamente dal profondo. “Ingrata e irriconoscente. E pensare che prima di me non era nessuno.”

Ormai Hitch è un fiume in piena, inarrestabile. I suoi incubi e le sue paure rivivono nel ricordo di un’infanzia tormentata, le sue fobie e le sue ossessioni si trasformano in fantasmi e questi a loro volta riaffiorano in uno stato di trance regressivo fino a prendere corpo in celebri scene ricostruite nei suoi film. Come il laudano che i genitori somministravano a Charlie, il gemello immaginario, prototipo del bicchierone di latte del Sospetto e delle tazzine di caffè con il veleno di Notorius. Hitch non si ferma più. Fino al colpo di scena finale che svela appieno il titolo del libro. Gli uccellini regalati a Tippi Hedren, tali e quali a quelli che l’attrice acquistava all’inizio del film, erano due “agapornis”, in greco uccelli dell’amore, da “agape”, amore, e “ornis”, uccello.

Uccelli che ritorneranno nel finale per un ultimo e traumatico colpo di scena in perfetta sintonia con la beffarda fantasia di Hitch, il suo gusto macabro e il suo humour nero.

In un contesto di autenticità che si vela dell’artificio letterario, vero e verosimile si intrecciano e si confondono in questo romanzo/saggio storico-critico (non dimentichiamo che la psicoanalisi non è soltanto un metodo terapeutico, ma anche uno strumento di analisi e indagine critica) fino ad abolire ogni confine fra ciò che è stato e ciò che è soltanto immaginato, ma che avrebbe potuto essere. Racconto realistico di un incontro improbabile, ma non impossibile fra il geniale artefice di film di culto e una psicoanalista di fama, Agapornis è un ironico e cinico noir con fuochi d’artificio finali scoppiettanti di sarcastica perfidia. Un noir che sarebbe piaciuto a quel feroce burlone che ne è il protagonista. Di sicuro l’avrebbe accolto con una risata liberatoria, ricordando che tutto è cinema e che prima o poi tutto diventa materiale adatto per un film.

 




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