PRIMO PIANO
DIARIO D’AUTORE (19)
Corpi perturbanti, governanti ladri, precari senza futuro e lingotti d’oro


      
Un ‘journal’ pubblico a ridosso della cronaca di questi ultimi tempi, invero desolanti. Uno slalom di note tra polemiche politiche e querelles culturali, libri e film, spettacoli e concerti, aneddoti personali e neorevisionismi storici, eventi sportivi e news economiche. Passando da Borghezio a Cadorna, da Heidegger a Beckett, da Camus ai Cccp, da Petrucciani ad Asor Rosa, da Djokovic a zio Paperone.
      



      


di Marco Palladini

 

 

► Il fascio-leghista Mario Borghezio dice che Roma “è sporca, fa schifo, sembra Calcutta”. E i vertici politici romano-laziali, Alemanno e Polverini, che pure sarebbero suoi alleati, si adontano e promettono di querelarlo. Eppure il giudizio di Borghezio non sembra molto diverso da quello di uno dei più grandi registi del nostro cinema che a Roma aveva messo radici e che, forse, l’aveva capita e rappresentata filmicamente meglio di chiunque altro. Sto parlando di Federico Fellini che affermava: “ Roma è caotica, confusa, paludosa, maternale, placentaria. Roma è l’India”.

La differenza è che Fellini amava profondamente questa Roma ‘indiana’, mentre Borghezio razzisticamente la odia.

 

► Vedo ancora spuntare sui marciapiedi di Roma-Calcutta dei cilindrici tubi di gomma di colore verde, blu, giallo o rosso spento che traforano l’asfalto rasente i muri oppure bucano i riquadri sterrati attorno ad alberi stenterelli e fanno capolino secondo acefali tuberi di grinzosa plastica, come celibi oggetti abbandonati a se stessi: pure teratofanie metropolitane.

Stanno lì da oltre un decennio, da quando fu varato un progetto di cablatura in fibra ottica dell’Urbe che non è mai stato portato a termine. Altro, ennesimo esempio di pessima programmazione tecnico-amministrativa, di iattante spreco di denaro pubblico. Forse è giusto che i tubi postumi del cablaggio perduto continuino a fare triste mostra di sé, in mezzo alla sporcizia che abitualmente costeggia le strade capitoline. Sono i perenni, muti testimoni d’accusa della inettitudine (per non dire peggio) del ceto politico (trasversale) che (s)governa le nostre città.





Tubi 'celibi' a Roma (ph. M. Palladini)


► Nel libro-intervista Martin Heidegger. Mio zio (Morcelliana, 2011), il nipote Heinrich Heidegger, sacerdote diocesano, tratta anche la questione dell’adesione al nazismo del filosofo di Essere e tempo. E racconta che assieme al pensatore, pure la moglie Elfride entrò il primo maggio del 1933 nelle fila del partito nazionalsocialista. Anzi sembra essere stata lei la più attiva nelle organizzazioni locali e femminili del NSDAP, mentre il marito dopo aver abbandonato nella primavera del 1934 il Rettorato a Freiburg, si dedicò all’attività accademico-scientifica, evitando altre compromissioni politiche, pur se non si dimise mai dal movimento nazista e portò sino alla fine il suo simbolo all’occhiello della giacca. E anche i figli Jörg e Hermann (quest’ultimo nato da un amore adulterino di Elfride con un giovane medico) entrarono nella Hitlerjugend, assumendo “per le loro capacità una posizione direttiva”. Insomma, tutta la famiglia Heidegger è stata profondamente coinvolta con il nazismo e tanto più mi ha sempre dato molto da riflettere che dopo la guerra, per trent’anni, fino al 1976 quando morì, il maggiore cervello filosofico del ’900, autore di migliaia di pagine di alta speculazione teoretica e ontologica, non abbia mai scritto una sola riga di ripensamento, se non di resipiscenza, sul suo rapporto con il regime hitleriano. Secondo alcuni ciò esulava dai suoi compiti di sofisticato pensatore. Ma l’enormità criminale del nazismo, almeno sotto il profilo etico, avrebbe dovuto indurlo a dichiarare qualcosa. Secondo taluni proprio questa enormità politico-criminale avrebbe creato una sorta di blocco psicologico, cosa che ha impedito a gran parte dei tedeschi di parlarne. Può darsi, resta per me che questa macroscopica omissione di pensiero è, forse, per Heidegger ancora più grave dell’essere stato un convinto nazista.      

 

► Il prossimo anno cadrà il sessantesimo anniversario della prima pubblicazione di En attendant Godot, la pièce-capolavoro di Beckett, invero scritta verso la fine degli anni ’40. Ma davvero Vladimir ed Estragon sono da sei decadi sulla strada ad attendere Dio, come sostiene l’interpretazione corrente più accreditata? Io penso che i due vagabondi beckettiani, questa coppia di clowns dell’anima, in realtà stiano aspettando la morte e ingannino il tempo dell’attesa con le loro fluviali chiacchiere e ipotesi e ciarle e zuffe (para)filosofiche.

In attesa della morte si parla del meno e del più, si sbriciola il senso comune, ci si nutre con la logica dell’Assurdo che appare assai più adatta a recepire e a sciorinare il nonsenso del reale. Le discontinuità, le inframmettenze, le linee di frattura e di deviazione del ‘mondo percepito’ e rielaborato si esaltano comicamente nel logos e metalogos dei barboni inventati dallo scrittore dublinese. Così, aspettando la morte si può, persino, provare a vivere un po’ meglio.

    

► Mi sembra che fu Angelo Maria Ripellino, negli anni ’70, a chiamare Manuela Kustermann la “Dusermann” del teatro di cantina. Ma probabilmente la vera Eleonora Duse dell’avanguardia scenica romana è stata (ed è) Rossella Or, primigenia interprete del Pirandello chi? (1973) di Memè Perlini, e che ancora oggi, dopo quasi quarant’anni, porta in scena il suo corpo poetico disturbato, la sua natura di attrice eterovagante, di alienata menade, irriducibile alle convenzioni e alle ‘buone maniere’ teatrali. Sono tornato a vederla a fine giugno nello spazio del ColosseoNuovo in una intensa performance Quando penso, no, non va bene, in cui interpretava uno dei Testi per nulla di Samuel Beckett, scritto nel 1951. Rossella era accompagnata dal pianista Antonello Neri e dalle versicolori proiezioni video-pittoriche, anche simil-frattali, di Gianfranco Ucci. Neri non si limitava a suonarlo il pianoforte, lo percuoteva con una piccola mazza, lo strimpellava pizzicando o strusciando le corde della cassa armonica, creava consonanze o, più spesso, dissonanze con il testo recitato. La Or dapprima seduta ad una poltroncina d’angolo, poi in piedi, raminga, incerta, sfiorando le pareti della sala, si stropicciava la gonna, si tormentava le mani, scuoteva i capelli, litigava con la borsetta e frantumava il testo in una dizione ritmico-schizoide, ora quasi sillabandolo, ora modulandolo con la voce in molti modi stranianti e straniti. Ma più di tutto esponeva se stessa, la propria inermità, la propria candida fragilità. Rossella è oggi l’immagine decaduta più pura delle avanguardie teatrali del secolo scorso, ancora e sempre aggrappata al suo sogno “vissi d’arte, vissi d’amore per l’arte”.

I teatranti delle ultime generazioni (purtroppo largamente immemori e ignoranti del passato della scena sperimentale) dovrebbero venire a vederla per capire che cos’è un corpo d’attore che porta impresso nella carne e nell’anima i segni di una ‘differenza’ e sofferenza teatrica incolmabile, realmente irrecuperabile ad una logica di sistema, di spettacolo commerciale, di successo mediatico. Rossella Or è in scena una poesia in sé, la poesia di un angelo perduto, precipitato dal cielo utopico del ’900, tanto perturbante quanto commovente.

 

► A proposito di corpi ‘perturbanti’ non è possibile non pensare a quello della Venere nera, il film girato dal regista franco-marocchino Abdellatif Kechiche, che racconta la vicenda vera di una donna ottentotta, Saartjie Baartman, che all’inizio dell’800 veniva esibita come una selvaggia regina della giungla prima a Londra in un ‘baraccone delle meraviglie’, poi a Parigi nei salotti aristocratici, scatenando il voyeurismo razzistico del pubblico bianco, avvinto in un potente mix di paura-repulsione e di veemente, libidinosa attrazione verso il corpo debordante e animalescamente sensuale della donna sudafricana. Ancor più interessante il fatto che quel corpo ‘diverso’ e, appunto, perturbante venne studiato dagli scienziati positivisti francesi dell’epoca che ne fecero un completo calco per dimostrare che era il punto di congiunzione tra un essere umano e un orangutan. La statua della Venus noire è, peraltro, rimasta esposta presso il Musée de l’Homme di Parigi, come ci viene ricordato, fino al 1974 (sic), e i resti della donna, compreso l’apparato genitale che le era stato asportato dopo la morte e messo sotto formalina, fu restituito alla Repubblica del Sudafrica soltanto nel 2002. Come dire, ci sono voluti ben duecento anni per compiere un piccolo, simbolico gesto di risarcimento nei confronti di Saartjie. I tempi storici del riscatto della “teoria della razza” sono lenti, molto lenti. E il film di Kechiche si può avvalere dell’ottima, assai convincente performance di Yahima Torrès, una ragazza cubana che non aveva mai recitato prima. Una pronipote di schiavi per incarnare la parabola, fuori dall’ordinario, tragicamente esemplare di una donna un po’ schiava e un po’ no di due secoli or sono. Ed è sulla potenza erotico-animale, energica e malinconica, furente e umiliata del suo corpo che Kechiche costruisce tutta la sua pellicola. Anzi, in un certo senso, il film coincide con il corpo della Torrès, così come, ad esempio, The Wrestler di Darren Aronofsky (2008) coincide con il corpo, glorioso e usurato, magnetico e dannato di Mickey Rourke.

È in questa biopolitica dello sguardo che si convogliano tutte le ambiguità della società dello spettacolo occidentale, la costruzione fondamentalmente pornografica della sua visione. Ma non è una questione che insorge meramente oggi o che si è posta soltanto all’inizio della modernità. Con tutte le sue varianti storico-antropologiche, ha a che fare con le modalità costitutive dell’animale uomo, con le costanti struttural-comportamentali della ‘scimmieide’ umana e dei suoi neuroni-specchio. Tutti ci ‘specchiamo’ in questo sguardo desiderante e delinquente. Nessuno può pensare di tirarsene fuori.





Yahima Torrès, protagonista del film Venere nera (2010)


► Corpo sommamente perturbante era quello di un piccolo (molto piccolo) grande (grandissimo) uomo: ovvero Michel Petrucciani, ritratto nel bel docu-movie di Michael Radford Body & Soul. Nel film un suo amico musicista dice: “Il primo impatto con lui era, visivamente, drammatico”. Poi una volta che ci si abituava, ci si poteva rendere conto che in quel corpo deforme, affetto da osteogenesi imperfetta, alto un metro e 2 cm, che veniva portato in scena in braccio, come un pupo, si celava un mirabile talento musicale e una straordinaria energia psico-creativa. Molti flash della pellicola mi hanno colpito: un critico spiega che a causa della sua malattia la mano destra di Petrucciani aveva una reattività sulla tastiera del pianoforte analoga a quella della bacchetta di un batterista, e dunque gli consentiva una velocità percussiva sui tasti impossibile per un pianista normodotato. Uno dei fratelli racconta che da bambino Michel odiava il Natale perché nove volte su dieci era all’ospedale ingessato (si fratturava le ossa in continuazione). Una delle quattro ex-mogli molto tranquillamente e con tono ammiccante spiega che dal lato erotico non c’era alcun problema, una volta risolta la questione, come dire, logistico-anatomica, il ‘rendimento’ sessuale di Petrucciani era più che ‘soddisfacente’ per le sue partner. Ed è bello sentirlo parlare mentre minimizza il proprio handicap e rivendica appassionatamente: “Chi l’ha detto che voi siete normali e io anormale? Forse è il contrario”. Ma dà da riflettere quello che dice il figlio Alexandre, oggi ventenne, afflitto dalla medesima patologia (ma alto una decina di centimetri di più del genitore): quando sei nelle nostre condizioni devi essere eccezionale per farti accettare dagli altri e io non sono eccezionale (mentre il padre chiaramente lo era).       

Il pianista jazz francese, morto all’inizio del 1999, oggi non avrebbe ancora cinquant’anni. Il nanismo gli procurava un invecchiamento precoce, ciò che lo spinse a fare tutte le esperienze possibili, ad assumere droghe di ogni tipo, a fare 220 concerti l’anno, a non risparmiarsi mai, a voler correre parossisticamente nelle sue giornate per bruciare ogni ansa di vita. Credo sia morto senza rimpianti.

 

► Altri corpi-icone un dì perturbanti sono quelli che evoca Fabrizio Arcuri nell’incipit del suo spettacolo Orazi e Curiazi (Teatro India, Roma, 2011), derivato da uno dei drammi didattici di Bertolt Brecht. Sono i corpi di vecchi spettri – Marx, Lenin, Trotskij, Che Guevara – che un tempo si aggiravano per il mondo per diffondere il ‘morbo’ rivoluzionario comunista e che adesso sono ridotti ad ingiallite effigi, vetusti manifesti, antiche foto deposte a terra, in un sotterraneo o una ex sede di partito oramai deserta, abbandonata, anzi diventata un luogo avvelenato, ad altissimo indice di radioattività. Con un bel coup de théâtre il regista dell’Accademia degli Artefatti immagina che in questo vetero-santuario del Novecento entri una squadra di decontaminazione completa di bianche tute integrali, di maschere antigas e di contatori geiger, che provvede a rimuovere i poster in cirillico, le bandiere rosse (con la scritta “Cccp”), e altre memorabilia sovietiche. Da un giradischi d’antan si risente il canto dell’Internazionale e uno dei decontaminatori prende a singhiozzare. Ma è una mozione di trapassati affetti che resta ineffettuale, ormai l’idea o ideologia comunista è come le centrali nucleari di Chernobyl e di Fukushima: un luogo infrequentabile.

Per quanto mi riguarda lo spettacolo degli Artefatti, finisce qui. Il resto mi è sembrato un’inutile, lunga appendice, con il testo di Brecht frullato in una parodia para-demenziale poco divertente, confusa, in più punti raffazzonata. Ma quel folgorante e spietato prologo di un quarto d’ora vale da solo la visione dell’allestimento.

 

► A babbo (comunista) morto, continuano peraltro i regolamenti di conti tra rilevanti figure intellettuali dell’invecchiata sinistra italiana. Il 68enne Alfonso Berardinelli, critico e saggista oramai da tempo di post-sinistra, collaboratore del “Foglio” di Ferrara, se la prende con il 78enne Alberto Asor Rosa, studioso e barone universitario di lungo corso, rimasto fedele alla linea (comunista) che… non c’è più. Scrive Berardinelli, sferzante, di Asor: “è un professore di letteratura italiana sempre in cerca di qualcos’altro al di là della letteratura, della quale si è occupato, da sinistra, con la mano sinistra”.

Io, d’altronde, mi ricordo di quando stavo all’università nel 1977 e gli Indiani Metropolitani sui muri della Facoltà di Lettere della Sapienza occupata scrivevano ironicamente con lo spray rosso: “Asor Rosa è un palindromo”.

 

► Un secolo e mezzo fa l’Italia fu unificata politicamente, ma quell’evento che oggi si celebra in verità cadeva in un generale vuoto di coscienza generale. Il mito dell’identità italiana apparteneva a ridotte élites. Ben lo sapeva il marchese e patriota Massimo d’Azeglio che disse allora: “Fatta l’Italia, bisogna fare gli italiani”. Ancora, mi pare, ci si sta provando.

Con più realismo e/o cinismo lo scrittore catanese Federico De Roberto nei Viceré (1894) chiosava: “Ora che l’Italia è fatta, dobbiamo fare gli affari nostri”. Frase che continua tuttora a rispecchiare perfettamente l’andazzo permanente dell’immoralità della vita pubblica. Le costanti, quotidiane, persino ripetitive cronache del malaffare tangentizio, mafioso, piduistico, politico-imprenditorial-criminale restituiscono l’immagine di un sistema corrotto nelle sue fondamenta, guasto in tutti i suoi gangli, sostanzialmente inemendabile. Difficile coltivare a questo punto speranze di cambiamento. Somigliano a pie illusioni. I giovani ‘indignati’ italici dovrebbero sapere che per mutare realmente le cose ‘in questo stato’ (per dirla con Arbasino), serve né più né meno che una rivoluzione. Se ne rendono conto? Finora non mi pare.

 

► Nel meraviglioso scenario di Villa Adriana a Tivoli si replica il Caligula di Albert Camus, inscenato da Eimuntas Nekrošius con gli attori russi del Teatro delle Nazioni di Mosca. A un certo punto sul display dei sopratitoli leggo la battuta: “Governare è rubare. Lo sanno tutti, no?”. Siamo alla settima scena del primo atto, quella in cui Caligola (che regnò dal 37 al 41 d.C.) ordina che per rimettere in sesto il Tesoro dell’Impero tutti i sudditi “… devono diseredare i propri figli e fare immediatamente testamento a favore dello stato”. Controllo a casa e scopro che quella battuta, in verità, nel testo non c’è. Suppongo che sia un’efficace interpolazione del regista lituano per rendere ancora più felicemente attuale il dramma di Camus, definito dal medesimo scrittore francese una “tragedia dell’intelligenza”. Più precisamente, direi, dell’intelligenza del potere, del potere che si fa assoluto, divino, predatorio, omicida, al di sopra di ogni limite della morale comune e che per bocca di Caligola (alias Gaio Cesare Germanico) dice: “ Ecco cos’è che mi perseguita. Questo andare oltre… Ah, comincio a vivere finalmente! … Vivere è il contrario di amare… Che bello spettacolo… Mi occorre il mondo, e spettatori, vittime e colpevoli”. Il potere terrorizzante dell’imperatore-mostro ha però anche un’influenza positiva: secondo riconosce il letterato Cherea, omologo e nemico giurato del protagonista, esso “Costringe tutti a pensare. L’insicurezza, ecco cos’è che fa pensare”.

È la troppa spietata intelligenza del potere a generare, dunque, il pensiero dell’insubordinazione, della rivolta, della rivoluzione? E gli ‘insicuri’, i milioni di precari odierni ci stanno ‘pensando’?

Nella tragedia di Camus è lo stesso Caligola che, per saturazione da eccesso di delitti o per malintesa volontà di onnipotenza da pessimo demiurgo, incoraggia il capo dei congiurati a compiere il tirannicidio: “Continua, Cherea. Porta fino in fondo il magnifico piano che mi hai esposto. Il tuo imperatore ha bisogno di riposare. Di vivere ed essere felice a modo suo”.     

Ma questa è, appunto, letteratura. Nella realtà, il potere imperiale non soffre di una simile megalomania kakoromantica e filosuicida. Epperò, mi sembra, sta facendo di tutto, per intrinseca e insuperabile cecità, per suprema intelligenza che si rovescia in massima stupidità, per accelerare il proprio collasso. Allora, forse, non è meramente illusorio ‘pensare’ che la partita potrebbe ricominciare.





Una scena dallo spettacolo Caligula (2011), per la regia di Eimuntas Nekrošius


  Novak Djokovic trionfa sull’erba di Wimbledon e a Belgrado migliaia di connazionali lo accolgono come un eroe nazionale. A poche settimane dall’arresto di Ratko Mladic, il boia di Srebrenica, la vittoria del tennista, tanto bravo quanto simpatico e intelligente, è chiaramente un ersatz, un simbolico risarcimento per l’orgoglio nazionale dei serbi. Nole è la faccia pulita e nuova della Serbia post-guerra dei Balcani, mentre Ratko è la faccia cattiva, atroce, indifendibile di un passato prossimo che si vorrebbe dimenticare, se non cancellare. Ancora una volta lo sport come ‘arma di distrazione di massa’? Non è certo una novità. Ma non sarà così agevole resettare dalla memoria collettiva la ‘distruzione di massa’ delle molte migliaia di civili inermi trucidati dalle truppe serbo-bosniache. Anche se non gli daranno una coppa dorata da alzare al cielo, pure loro attendono un legittimo ersatz.          

 

  Intervistato su Repubblica, César Luis Menotti dichiara: “Mi sento un marxista ormonale, senza più spiegazione ideologica. Ho sperimentato il disastro del capitalismo in ciò che mi circonda, calcio compreso”. Il paradosso è che El Flaco, sedicente “marxista ormonale”, era l’allenatore dell’Argentina che vinse nel 1978 in casa il campionato del mondo di calcio, proprio mentre il grande paese sudamericano era dominato da una sanguinaria giunta militare fascista (30mila desaparecidos). E fu, secondo molti, il baffuto dittatore Jorge Rafael Videla che pilotò l’esito della competizione: tutti ricordano l’ultima partita del girone di semifinale con l’Argentina che doveva battere il Perù con sei gol di scarto e così fece grazie alla pessima prestazione del portiere peruviano (che era ‘casualmente’ di origine argentina). Per non dire della assai discutibile direzione dell’arbitro italiano Gonella nella finale contro l’Olanda. Al di là della patente strumentalizzazione politica, resta che quell’Argentina era, comunque, una grande squadra con Passarella, Tarantini, Ardiles, Bertoni, il centravanti Luque e il lungocrinito Mario Kempes, autentico trascinatore dell’albiceleste. E Menotti è, in fondo, un poeta del calcio, un sopravvissuto di altre, migliori epoche e mi fa venire in mente un altro poeta, il nostro Edoardo Sanguineti che, poco prima di morire, ribadiva: “Sono rimasto materialista storico e avanguardista perché, per il momento, non ho trovato di meglio”.

           

  Leggo che in Francia la “Union des photographes professionels” ha inscenato una vibrata protesta in forma di ‘funerale della fotografia’ o, meglio, di funerale del diritto d’autore dei fotografi a causa dell’alluvione di immagini che circola in rete, di fatto sottratta ad ogni tutela.

Ma del resto, rifletto, su molti siti come Flickr, sono milioni le persone comuni che ‘uploadano’ le loro fotografie, peraltro talora di ottima qualità, non facilmente distinguibili da quelle scattate dai ‘professionisti’. Come se ne esce? Forse, non se ne esce perché, parafrasando Humphrey Bogart, è difficile non dire: è la rete, bellezza. È la pervasività moltitudinaria della rete che travolge le vecchie difese di status professionale o di corporazione. E non a caso al recente Festival della fotografia di Arles è stata presentata una mostra “From Here On” che parte dal principio che non abbiamo più bisogno di nuove foto per produrre arte fotografica. Basta prendere qualcuno o molti dei miliardi di scatti che girano nel web (pure quelli dedotti, per esempio, da Google Street View) e rielaborarli, manipolarli, remixarli, sovrapporli, insomma ricrearli creativamente, per dare vita a nuove forme di ricerca dell’immagine. Similmente a ciò che fanno da decenni nel campo sonoro i musicisti-deejay con l’arte del remixing e del ‘mash-up’ (e anche in ambito teatrale, è di recente uscito un libro dedicato al duo di successo Ricci-Forte, intitolato non casualmente Mash-up Theatre).

Strillano gli obiettori: e il diritto d’autore, in questo modo, che fine fa? Forse va rimeditato dalle fondamenta. È un concetto, del resto, nato con la modernità capitalistica e legato al principio di proprietà esclusiva. Oggi nell’era dell’iper o transmodernità, con la rivoluzione telematica-reticolare, se non viene attentamente ripensato e trasformato si tramuterà presto, se già non è accaduto, in un dinosauro giuridico. Prossimo ad estinguersi.

 

  A proposito di ‘estinguersi’, si chiama “Solo una terapia: dai Cccp all’estinzione” l’ultimo tour (e disco live) di Massimo Zamboni, affiancato per l’occasione dalla brava e grintosa cantante bolognese Angela Baraldi. Ho assistito all’ottimo concerto che hanno tenuto a Roma al Casale della Cervelletta, ed è stata una felicità riascoltare gran parte dei brani del primo, mitico album della band seminale del punk emiliano Affinità-divergenze fra il compagno Togliatti e noi – del conseguimento della maggiore età (1985). E che impressione riascoltare la Baraldi quasi ‘sputare’ rabbiosamente nel microfono i versi “Io sto bene, io sto male / Io non so come stare /  Io sto bene, io sto male / Io non so cosa fare / Non studio, non lavoro, non guardo la tivù / Non vado al cinema, non faccio sport / … Io sto bene, io sto male / è una formalità … una formalità…”.

Insomma, 26 anni fa i Cccp-Fedeli alla linea avevano già, nel loro nichilismo post-politico, capito tutto e ampiamente anticipato l’attuale generazione dei venti-trentenni nella quale ci sono (lo certifica il Censis) milioni di giovani che ‘non studiano, non lavorano, non guardano la tivù, non vanno al cinema, non fanno sport e non sanno se stare bene o male’ (ma magari stanno tutti su Facebook). E, purtroppo, non è una formalità. Ma un pezzo d’Italia che si avvia, essa sì, all’estinzione, alla pura morte sociale e civile. Nella sostanziale indifferenza della classe politica.

 

  D’altronde come è possibile confidare in ‘questa’ classe politica? Un personale aneddoto: qualche tempo fa ero a cena in un ristorante del quartiere Prati a Roma con alcuni amici. Si discuteva di cultura, di teatro, dei tagli finanziari annunciati dal governo. Alzando un poco la voce mi venne da esclamare: “Ma in quale altro paese occidentale un ministro potrebbe impunemente dichiarare ‘Con la cultura non ci si mangia’ come ha fatto Tremonti?”. Come morso da una vipera, un signore vestito di blu con la spilletta tricolore del Pdl al bavero, che stava nel tavolo accanto, si voltò di scatto e mi si rivolse più o meno con queste parole: “Mi scusi se interloquisco, ma ho ascoltato quanto ha appena detto e poiché si dà il caso che io sia il consigliere economico del ministro Tremonti, posso dirle che lui non ha mai pronunciato quella frase”. Ribattei: “Però è uscita su tutti i quotidiani e lui non l’ha mai smentita”. Iniziammo così a discutere animatamente, ma anche civilmente, trovando alla fine persino una sorta di ‘accordo’. Lui ammettendo che sapevano pure ‘loro’ al ministero che avrebbero dovuto trovare da qualche parte i soldi per reintegrare i tagli al Fus (il Fondo unico per lo spettacolo) – ciò che poi è parzialmente avvenuto – e io riconoscendo che di fronte all’immane debito pubblico nazionale e ai vincoli posti dall’Europa e dai ‘mercati’ non era certo facile far quadrare i conti del bilancio dello Stato senza scontentare nessuno.     

Qualche mese dopo quel garbato deputato pidiellino che mi parve una persona ‘di parte’, ma non ciecamente partigiana, lo ritrovo su tutta la stampa nazionale. Scopro che si chiama Marco Milanese ed è accusato dalla procura di Napoli di ‘associazione a delinquere finalizzata alla corruzione e alla violazione del segreto istruttorio’. Reati assai gravi relativi, secondo i magistrati, al suo ruolo di ‘regista’ sotterraneo di nomine pubbliche e appalti da cui ricavava tangenti, auto di lusso, gioielli. Ferma restando la ‘presunzione d’innocenza fino a sentenza definitiva’, come evitare di pensare che l’attuale ceto dirigente governativo faccia di tutto per confermare la battuta apocrifa ma ‘vera’ del Caligola di Camus-Nekrošius prima ricordata: “Governare è rubare. Lo sanno tutti, no?”.

Mia nonna piemontese, donna di campagna, diceva: “Il più pulito c’ha la rogna”. Era soltanto qualunquismo? O saggezza popolare ‘basic’? E quanto può durare ancora una casta politica che oltre la lista infinita dei suoi privilegi (auto-promulgati), non si vergogna di rubare a man salva?  Quo usque tandem abutere, politica-Catilina, patientia nostra?

 

  è una lettura sfiziosa quella del libro di Raffaella De Santis Le parole disabitate – Il Novecento (Aragno, 2011). In sostanza, si tratta di un lemmario di vocaboli che sono caduti o stanno cadendo nell’oblio e che hanno contraddistinto molti, cruciali momenti sociali, culturali, politici, ideologici, ma anche di costume dello scorso secolo. Ed è interessante, senza cadere in valutazioni nostalgiche o retrò, fare talora il confronto con il presente. Fa sorridere, ad esempio, ritrovare i ‘Benpensanti’ che se la pigliano con i ‘Capelloni’ e gli urlano (magari dal finestrino delle loro lussuose berline): “Andate a lavorare!”. In effetti, nei novecenteschi anni ’60 il lavoro ancora si trovava e c’erano, invero, frange ‘Beat’ o ‘Freak’ o ‘Hippy’ o, comunque di ‘Controcultura’ che inneggiavano beatamente al ‘non lavoro’. Oggi moltissimi giovani vorrebbero ‘andare a lavorare’, ma non possono perché il lavoro (se non precario e sottopagato) non si trova più. E, forse, anche i Benpensanti al presente sono un po’ meno arroganti, perché la crisi globale sta incrinando le loro certezze e erodendo, almeno un po’, il loro potere d’acquisto. Anche se, non dimentichiamo che in questo paese, il dieci per cento della popolazione possiede il quarantacinque per cento della ricchezza. La crisi sta dilatando la forbice sociale e colpisce oltre gli strati proletari anche il ceto medio. Bisogna attendere il peggio, prima di provare ad invertire la tendenza?





  Dimenticare Cadorna? A proposito di Novecento, apprendo che sta montando un movimento revisionistico che chiede di cancellare il nome del generale da vie, piazze e piazzali a causa della ‘mancanza di umanità’ da lui esibita in veste di Capo di Stato maggiore dell’esercito italiano nel corso della Prima Guerra mondiale. Durante la quale Luigi Cadorna adottando la rigida tattica degli ‘assalti frontali’ sacrificò decine di migliaia di soldati, considerati ‘carne da cannone’ e, dunque, pronti ad essere macellati con la massima indifferenza. Col sovrammercato, poi, che dopo la rotta di Caporetto, il generale, invece di incolpare se stesso, se la prese “con la viltà e la codardia” dei nostri soldati che si erano, secondo lui, “ignominiosamente arresi al nemico”. L’ottusità bellica e l’insensibilità criminale del generale (dopo Caporetto, comunque, sostituito da Diaz) sono oggi del tutto evidenti, ma è difficile sostenere che fossero soltanto sue peculiari caratteristiche e non anche della assoluta maggioranza dei comandanti di quel conflitto che fece in tutti i fronti di battaglia milioni di morti in divisa. Con simili criteri revisionistici i francesi dovrebbero smetterla di onorare la monumentale tomba di Napoleone nella chiesa parigina di Saint-Louis des Invalides, se pensiamo che Bonaparte per i suoi sogni di gloria imperiale non esitò (ad esempio in Russia o a Waterloo) a sacrificare intere armate. E Giulio Cesare a cui sono intitolate tante scuole, strade, nonché l’aula dove si riunisce il consiglio comunale capitolino, era certamente uno straordinario generale e un grande intellettuale, ma siamo sicuri che brillasse per sensibilità umana quando guidava le sue truppe a combattere e morire per conquistare la Gallia e la Britannia o quando attaccò a sorpresa gli accampamenti delle tribù germaniche degli Usipeti e dei Tencteri e fece ammazzare, dicono gli storici, 200mila persone tra uomini, donne e bambini?

Mi pare che questo revisionismo selettivo e ‘un tanto al chilo’ serva a poco. Fermo restando che la guerra è la forma in cui si manifesta al massimo grado la volontà di potenza e di violenza, distruttiva e criminale dell’uomo, l’idea di obliterare la memoria di alcuni e salvare quella di tutti gli altri mi sembra inefficace e per nulla pedagogica. Piuttosto sarebbe il caso di concentrare l’attenzione sulle guerre che continuano al presente, sugli oggidiani (e sempiterni) ‘masters of war’: come cantava Bob Dylan “ you that build the big guns / you that build the death planes / you that build all the bombs / you that hide behind walls / you that hide behind desks / I just want you to know / I can see through your masks” (voi che costruite i grandi cannoni / voi che costruite i mortiferi aeroplani / voi che costruite tutte le bombe / voi che vi celate dietro i muri / voi che vi nascondete dietro le scrivanie / voglio solamente che sappiate / che attraverso le vostre maschere posso vedervi).

 

  Volatilità dei mercati finanziari. La Borsa va su e giù come in un toboga. I titoli salgono e scendono. I ‘bond’ di stato non danno più affidamento. La speculazione picchia duro sui PIGS (ovvero Portogallo, Italia, Grecia e Spagna, i paesi a ‘rischio bancarotta’, l’Irlanda è già perduta). Ma il vero problema, secondo alcuni, è che il centro dell’impero occidentale, ovvero gli Usa, è già da anni in virtuale default, solo che non lo si può dire per non provocare l’Armageddon, ossia l’apocalisse economica di tutto il pianeta. E allora che fare? Sperando di evitare il peggio, gli esperti suggeriscono di ritornare all’oro, unico bene rifugio che in questi tempi grami si sta rivalutando. Insomma, aveva ragione Scrooge McDuck cioè Paperon de’ Paperoni che ogni mattina apriva il suo forziere e si tuffava tra le sue adorate monetine d’oro e nuotava felice nel metallo giallo. Oggi poi ci sono persino i distributori automatici di lingottini e monete d’oro. Facile come bersi una lattina di aranciata. Allora, veramente, zio Paperone sei tutti noi?

 

 

(luglio 2011)

 

 

 




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