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GIORGIO FONTANA
L’Italia peggiore? Quella dell’era craxiano-berlusconiana


      
“La velocità del buio” del giovane scrittore milanese è un brillante, acuto, amaro pamphlet sulle ultime tre decadi politico-sociali del nostro paese, viste dalla parte della generazione, in piena ‘sindrome precaria’, dei trentenni. Che hanno molti motivi di acrimonia anche verso la sinistra rimasta ferma a sorpassate concezioni della modernità e verso gli ex-sessantottini oggi sessantenni che raccontano vecchie storie e sono incapaci di capire le dinamiche di chi oggi vuole scrivere ‘nuove pagine’ per il cambiamento di un sistema bloccato e immorale.
      



      


di Ilenia Appicciafuoco

 

 

Sono trascorse poche settimane dalla caduta di stile – una delle tante – del ministro Brunetta che non ha esitato a definire i dipendenti pubblici precari l’Italia peggiore, nel corso del Convegno Nazionale dell’Innovazione tenutosi a Roma. Poco tempo dopo, la ritrattazione: il ministro per la Pubblica Amministrazione e l’Innovazione non intendeva riferirsi ai precari italiani ma alla casta di privilegiati molto romani (1), i ‘figli di’ – spicca fra tutti il nome di Maurizia Russo Spena – che vengono con telecamerine e striscioni per avere visibilità mediatica (2) …

È sempre buffo e tragicomico ascoltare un rappresentante della politica italiana ed in particolare un membro del Governo Berlusconi esternare disprezzo per le ‘caste’. Buffo è anche constatare la progressiva degenerazione del crollo nervoso di cui risulta vittima, da un po’ di tempo a questa parte, la compagine del Cavaliere che, tra la disfatta di Milano e Napoli, i risultati del Referendum del 12 e del 13 giugno ed i lenti, inesorabili e squallidi segnali di abbandono della ‘nave che affonda’ di ex alleati – prima fra tutti la Lega Nord – inizia a dare i primi ed avvertibili segni di cedimento ed a cercare tutti i possibili capri espiatori.

E mentre l’onorevole Stracquadanio sbraita sostenendo che il Popolo delle Libertà non è che una vittima dell’accidia degli impiegati pubblici che alle due del pomeriggio tornano a casa e non fanno un cazzo, la sensazione di una serpeggiante e crescente disapprovazione degli italiani nei confronti del governo in carica aumenta, diviene sempre più percepibile, anche fra molti ex elettori ed affezionati …

‘Troppo tardi’, sosterrà qualcuno. Troppo tardi per poter vivere o ri-vivere un’Italia migliore, per vedere una gioventù realizzata, per essere guidati da un leader non onnipotente ma semplicemente operoso e giusto, per poter sperare in un futuro decente – un futuro più semplice da conquistare – in cui sarà di nuovo la bellezza e non la decadenza e l’incompetenza mascherate dallo stravolgimento della verità e dal sotterfugio… per fortuna non tutti la pensano così.

 

«Del berlusconismo, cause ed effetti, ha tracciato un’analisi acuta e sofferta un giovane scrittore lombardo, Giorgio Fontana, che ha trent’anni e ha vissuto dell’Italia solo gli anni craxi-berlusconiani, che sono stati anche quelli dei peggiori compromessi da parte della sinistra nell’adesione in economia come in cultura a un’idea di civiltà non diversa da quella dei suoi rivali. Il saggio che ha scritto (…) convince più delle ipocrite indignazioni degli “uomini di cultura” e opinionisti che hanno contribuito a fare di noi le mediocrità antropologiche e morali che siamo diventati. La parola d’ordine del suo percorso è stata “come evitare di diventare uno stronzo”, e come un certo numero di suoi coetanei c’è riuscito meglio di una massa di “adulti”». (3)





Il libro La velocità del buio (Editrice Zona, Arezzo 2011, pp. 179, € 16,00) pubblicato dal trentenne Giorgio Fontana, non è solo un’opera che si colloca a metà strada fra la forma del diario e quella del pamphlet, ma è anche uno sguardo alle potenzialità future di un paese che sembra andare alla deriva, un’analisi lucida di un organismo che appare oggi in condizioni disperate e della situazione giovanile, di color che son sospesi, di quella fetta di popolazione che oggi non è più sorpresa e scandalizzata quando, fra gli annunci di lavoro sui vari siti Internet, spuntano anche offerte di stage non retribuiti in parcheggi auto o negozi di abbigliamento o quando constata che nel mondo del lavoro, dell’istruzione e nelle università ancora vige quel nepotismo e quel baronismo tanto combattuti da molti ex sessantottini oggi perfettamente integrati nel sistema. Quando, volgendo lo sguardo verso sinistra, si accorge di non trovare risposte a nessuna domanda ma solo un blocco che si tiene in vita ‘grazie’ all’odio per Berlusconi, una figura che per Giorgio Fontana è sia la malattia che il sintomo di questa deriva.

 

(…) Il berlusconismo è un prodotto dell’Italia, pura marca nostrana – non dovremmo nemmeno stupirci. Mi è sempre parso un argomento interessante. Più sottile rispetto alla banalizzazione di un leader nato quasi per caso e subito padrone dell’intero stato, capace di scuoterne le fondamenta sociali, culturali ed etiche. (…) Il popolo l’ha eletto, il popolo si rispecchia in lui. Ma la storia mi è stata raccontata anche in un altro modo: e cioè che prima non era così: prima di cosa o di che periodo non si sa bene, ma in ogni caso prima questa degenerazione non esisteva, l’Italia era un paese civile, non si vendeva l’umanità, non si badava al solo profitto, la gente era migliore, la cultura popolare aveva un senso più alto di questo, la borghesia non era becera. (…). Così in questi due modi me l’hanno raccontata. A volte prevaleva l’uno, a volte l’altro, ma le storie sono queste.

Possiamo raccontarne una migliore?

 

È in questa domanda che sono racchiusi gli intenti del trentenne giornalista e filosofo Giorgio Fontana, un giovane che si affida ad un maestro ‘coetaneo’, anzi ancor più piccolo di lui. Un ragazzo di nome Piero Gobetti che sognava una rivoluzione liberale ed un mutamento che oggi, per l’autore di La velocità del buio, comincia con la riabilitazione di un diritto elementare che tutti noi abbiamo dimenticato esercitare per troppo tempo: dire no. No a quell’arte di arrangiarsi nata come rimedio per combattere la miseria ed ora cristallizzatasi nella veste di alibi, no al lassismo ed all’incuria per l’ambiente che ci circonda, all’approssimazione, all’assenza di capitale sociale e di rispetto per lo spazio comune, all’eccedenza di localismo e di familismo amorale (4), al potere dell’individualismo che si ripercuote anche sulla storia collettiva di una terra che fonda la propria identità popolare su singoli individui e non sulle azioni compiute – su Garibaldi, ma non sulle guerre d’indipendenza: su Galileo, ma non sul metodo scientifico (5).

Nel suo Discorso sulla servitù volontaria, Etienne de La Boétie è convinto che la causa della tirannide risieda nell’incapacità dei sudditi non di togliere qualcosa al despota ma di non dargli nulla ed anche se la soluzione proposta dal filosofo e giurista francese sembra a prima vista semplicistica ed inefficace, si avvertono i primi sintomi di questo collettivo rifiuto. Il 12 ed il 13 Giugno l’Italia ha detto no tracciando una croce su quattro sì. Nel corso delle ultime amministrative, i milanesi hanno deciso di dire no, non solo ad un singolo rappresentante di uno schieramento politico, quanto ad una campagna di diffamazione messa in atto ai danni dell’attuale sindaco. Un secco rifiuto di ciò che Giorgio Fontana, cercando di applicare una definizione al berlusconismo, definisce il tentativo di legittimare che verità, razionalità ed etica siano cose insignificanti di fronte al proprio tornaconto (6). Ed è proprio il totale e continuo stravolgimento del concetto di verità lo strumento che più di altri ha assicurato diciassette anni di consenso a Silvio Berlusconi. Scrive Fontana, citando un piccolo saggio di Harry Frankfurt, intitolato Stronzate, che queste ultime non sono altro che affermazioni non false ma finte, perché non si curano neanche della dicotomia fra vero e falso.

(…) Perché non è tanto la menzogna in quanto tale a essere la cifra del berlusconismo, ma la menzogna pronunciata con disinteresse (7) (…).





Anna Boschi, Penombra, 2011, (dedicato a Lalla Romano)


O, aggiungiamo, affermazioni folli, opinioni parziali, sostenute o ritrattate con argomentazioni di dubbia solidità, come quelle pronunciate dal ministro della Pubblica Amministrazione e dall’onorevole Stracquadanio e da tanti altri esponenti della politica attuale.

La velocità del buio dovrebbe essere letto da tanti trentenni italiani. Da quelli che non si crogiolano nella condizione di precari e disoccupati, ma che sono abituati a stage non retribuiti ed all’indifferenza mascherata dalle parole di conforto ed indignazione di cinquantenni e sessantenni che non potranno mai capire. Da quelli che non si sentono né vittime né figli del berlusconismo, ma che allo stesso tempo sanno di subire effetti di azioni sbagliate e non causate da loro. Da tutti quelli che, da bambini o poco più, assistettero all’avvento di ‘Sua Emittenza’ e che si accorgevano, nonostante la tenera età, delle enormi differenze che sussistevano fra i programmi proposti dalla ‘vecchia’ mamma Rai e dall’ammiccante Fininvest: quella dalle luci più forti, dai colori più accesi, dalle donne più nude e dalle paillettes che ricoprivano i juke box, sfondo del falso sogno americano in ‘Drive in’.

L’irruzione dello spettacolo e dell’intrattenimento fine a se stessi negli schermi di tutti gli italiani, incoraggiata anche dall’eterna avversione degli intellettuali all’incoraggiamento di forme e canoni efficacemente e dignitosamente popolari (8), secondo l’autore, precede quella di Berlusconi nell’esecutivo come alternativa all’uomo politico di retaggio democratico cristiano che, dopo Tangentopoli, non avrebbe potuto più riconquistare la credibilità perduta. Non solo: Berlusconi è anche corpo/immagine sempre presente ed alla ricerca dell’immortalità, promotore di un nuovo linguaggio che si fonda su anacronismi e stravolgimenti semantici, uomo potente e gaudente e soprattutto ‘sagoma’: un leader improbabile che grazie a barzellette, magre figure, ridicole uscite, appare più ‘umano’, colpevole sì, ma alla stregua di un bambino pescato con le mani nella marmellata…

 

È proprio da questo godimento che si fa beffe della condizione del paese che Fontana trae paradossalmente spunto per identificare una delle colpe più grandi della sinistra italiana.

(…) La sinistra è rimasta attaccata a una visione materialistica e antiedonistica della modernità, che intanto è stata sostituita da immaterialismo ed edonismo spinto: immagini e spettacolo in luogo di produzione, consumo a ogni costo in luogo di equilibrio e risparmio. Tutto quello che sa proporre di ‘popolare’ sono le salsicce e la birra delle feste dell’Unità. (…) Non ha saputo creare un paradigma culturale entro il quale si potesse essere felici e godere (…) senza per questo essere dei mostri (9) (…)

Le intuizioni di Fontana, espresse con una prosa limpida e corroborate da argomentazioni ed esempi che traggono spunto dalla storia, dall’attualità, dalla filosofia ma anche da episodi di vita personale dell’autore – dalle esperienze come giornalista free lance allo scambio di battute finali con il padre - fanno di La velocità del buio un libro onesto, un’opera che, nella sua modernità, sembra quasi avvolta da un alone antico: l’intento di questo giovane scrittore non è quello di ‘fare colpo’, di strizzare l’occhio al lettore, stupirlo o ingannarlo, ma quello di manifestare la volontà di assumersi una “responsabilità intellettuale ed etica che derivi anche da piccoli gesti” (10), e di raccontare ‘una storia’ dal finale aperto.

La storia per un pubblico che non si limiti alla pura e semplice lettura.

Ho citato Piero Gobetti come uno dei miei numi ispiratori: chiudendo La Rivoluzione Liberale il grande pensatore scrisse che non si attendeva dei lettori ma dei collaboratori. Non voleva, insomma, spettatori passivi del suo ricamo concettuale: non voleva che la rabbia e l’immedesimazione terminassero a pagina chiusa.

Bene: nemmeno io. (11)

 

 

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(1) «Corriere della Sera.it», 16 giugno 2011.

 (2) Ibidem.

 (3) Goffredo Fofi, «L’Unità», 12 giugno 2011

 (4) Cit. Edward Banfield, Le basi morali di una società arretrata, 1958.

 (5) Ivi, pag. 45.

 (6) Ivi, pag. 79.

 (7) Ivi, pag. 87.

(8) Edmondo Berselli, Post italiani, pag. 193

(9) Ivi, pag. 110

(10) L’autore, nel corso della presentazione dell’opera tenutasi a Roma il 10 giugno 2011.

 (11) Ivi, pag 151.

 




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