LE VIE DEL RACCONTO
PIER FRANCESCO PAOLINI
 


Soliloqui del Vecchio Recchione

 

Il Vecchio Recchione rallentò il malfermo passo poi, di botto, l’arrestò e si appoggiava con tutta la sua mole al suo gracile accompagnatore, a rischio di travolgerlo.

Prese subito a dire, con quella sua voce di trent’anni più giovane di lui, dolce-cantilenante, intralciata dall’affanno che gl’ingolfa i polmoni come un mantice asfittico: “Tante volte mi prende una gran nostalgia dei bei tempi... quando c’erano ancora i finocchi. Oh! era delicato fare finta... recitare... nascondersi. Era come far parte di una matriottica  società segreta . . . e la paura era un additivo ‒ inebriante. Oggi, invece... Scusa, Rosino. Ti sto gravando addosso... senza rendermene conto. Questo mio peso di noioso pachiderma, fatto sta, è estraneo a me.  Ecco... rifiata.”

Il giovane Badante, appena scarco, vacillò sulle gambette storte, e cercava di parlare, ma la balbuzie, in certi casi galoppante, gli si assiepa nella gola e riuscì soltanto a dire: “Che... che... che...”

Il Vecchio Recchione gli batteva una mano sulla schiena e, con l’altra, l’aiutò a raddrizzarsi ‒ quel tanto.

Recitante, la voce ha ripreso: “È come se avessi cercato rifugio, dalla vita, nel grasso. Io ci vivo, nel mio adipe, come la tartaruga nel carapace, o come la castagna ‘nel suo riccio imbacuccata’... solo che non ci sto beato. La mia infelicità è tanta e tale... era! prima di incontrare te, Rosino.”

Avevano ripreso a camminare. Tranne che adesso è il giovane ad appoggiarsi – a sostenersi – al vecchio.

Era una bella, serenissima serata del maggio odoroso in cui l’estate e la primavera governano la mano nella mano.

Giovane? Poteva avere venti come trenta-trentacinque anni. Ma il suo bel viso biondo ne palesava appena una dozzina, soavi. Per il resto, era sgorbiato sì da rassomigliare quasi all’Aborto Risorto della nota barzelletta che un bel dì si presenta alla signora Pautasso: “Mamma!”

A passi scarsi e radi percorsero, in silenzio, tutta Via dei Serpenti per poi svoltare in Via dell’Angeletto.

Ma presso l’incrocio con Via degli Zingari, Rosino si era fermato, incantato, come al solito, davanti alla vetrina di un taxidermista, sull’orlo – avresti detto – del fallimento, a rimirare una emblematica civetta imbalsamata e ormai tutta spennacchiata ‒ chissà perché.

Il Vecchio Recchione scosse il capo – ancora folto di canuti capelli – e, indulgente, come proseguendo ad alta voce un silente pensiero (avendo forse colto una recondita armonia) mormorò: “Di morire... mi dispiace soltanto per te. Ma c’è la mano della Provvidenza anche nella caduta di una foglia. Mia Madre era defunta da poco... e io non agognavo che a seguirla nella tomba... quando il buon Parroco della Madonna dei Monti mi affidò a te affinché a te, Rosino, mi affidassi. Ma non temere!... ché non è tanto vicina. Mio Padre era già vecchio quando nacqui e morirà centenario. E mia Madre ne aveva compiuti novanta quando la frattura di un femore accelerò la sua dipartita. Io ho soltanto settanta carnevali sulla groppa... sta’ tranquillo... nonché un cuore saldo come la Rocca di Gibilterra. Sù, muoviàmoci.”

Aveva dovuto dargli una stratta per schiodarlo dalla contemplazione (forse) dell’Inesorabile e riprendere a camminare.

Quando furono giunti in fondo a Via dell’Angeletto – e varcato un portoncino verde con un torvo leone di bronzo per picchiotto – presero a salire, ben pausati, un’infinità di scalini.

Di rampa in rampa, il Vecchio Recchione, un poco riposato, roco, cambiava argomento, per riprendere però, con nuova lena, pur sempre  uno dei temi, già tante volte trattati, del suo repertorio ‒ inesorabilmente nostalgici.

“Sì, il mondo era più bello, quando c’erano i finocchi e i divieti riguardo ai finocchi... e i rischi e la paura dei finocchi. Lo sai come li chiamano... e essi stessi, orrore! si chiamano adesso? Nel Settecento, a Londra, le puttane erano le gay girls. Viene da qui l’epiteto. L’equivalente in uso a suo tempo in Italia era:  donnine allegre. Io, per me, arrossirei come Peperon de’ Peperoni a sentirmi appellare omino allegro.”

Rosino si provava, ogni tanto, di piano in pianerottolo, a dire qualcosa, controbattere a suo ingenuo modo, ma – per via della fretta – le cuccume gli si infocavano e, così, la balbuzie lo riduceva al silenzio.

Arrivati, spompati, al penultimo piano, il Vecchio Recchione, riscosso fiato, disse: “C’è un film di anni fa... di cui non ricordo il titolo ma che le diceva già allora, il protagonista, codeste cose. Un bravissimo attore inglese... di cui ricordo soltanto il cognome: Hurt. Che suona come ‘offeso’ o ‘leso’. Eh, sì, di veramente nuovo non c’è niente, sotto il sole. Ma io sono contento di non essere il solo a pensarla così.”

Appena entrati in casa, il Vecchio Recchione si mise a sfaccendare intorno ai fornelli, all’acquaio, alla madia, per cuocere la cena, infarinandosi, scottandosi, in orgasmo.

Parimenti Rosino, i cui spiritelli sembravano, al calare della notte, elevarsi man mano e sgargiare, gli saltellava intorno, gli si strusciava come una gattina agli stinchi, e riusciva pronunciare brevi frasi con appena qualche impuntatura. Rimasto in perpetuo undicenne, sembrava un fuoco fatuo di gioia infantile.

“N-nonno... m-mettici m-molto p-p-p-pepe. Sssstanotte voglio essere un v-v-vulcano ccccome Pipipipinocchio quando c-che mi-mi leggevi che vvva in vvviaggio p-pel P-paese dei Bbbba-balocchi. N-non vedo l’ora, n-n-nonno, n-nonnino... spìcciati.”

Il Vecchio Recchione stentava a tener a freno la sua straripante, balbutente baldanza.

Cenarono come due sgolfanati, l’uno con ostile, reproba e pre-pentita voracità e l’altro piluccando avidamente: spaghetti alla carbonara, melanzane alla parmigiana, un tocco di formaggio coi buchi, due cosce “di galletto di primo canto” – e Rosino, come il Gatto, ripeté: “d-di p-p-primo c-canto” – e per finire della crema corretta con schegge di cioccolata.

Leccandosi le labbra, Rosino cominciò subito a fare la sua pantomima di sbadigli, la solita manfrina di chi casca dal sonno… ma il Vecchio Recchione non si lasciò adescare.

Disse: “Noi adesso, da bravi bambini, ci guardiamo alla tele un bel film che ho preso a nolo, giusto per i tuoi gusti, in bianco e nero: Capitani Coraggiosi... sennò, se ti dessi retta, tu mi sveglieresti prima che il gallo canta, domattina.”

Così stettero a guardare il film del ’37 con Spencer Tracy e Freddie Bartholomew, seduti a fianco a fianco sul divano, compostamente. Rosino stava tutto teso, attento, preso, il viso d’angelo imperscrutabile, ma muoveva le mute labbra come se, per capire meglio le battute, le inghiottisse.

Alle 23 in punto, andò in camera e cominciò a spogliarsi, ad artritica fatica, serio serio.  

Il Vecchio Recchione, seduto su una sedia, lo guardava, anch’egli come se giocasse a poker. Poi, in un mezzo bicchier d’acqua versò undici gocce di Laroxyl e, porgendoglielo, disse: “La tua pozione magica.”

Rosino come il Gatto ripeté: “M-magica.”

Quindi si coricò, dalla parte vicina alla parete, supino, sul letto a una piazza e mezza, si coprì col lenzuolo e la trapunta, chiuse gli occhi.

In attesa che le ali del sonno calassero, placide e chete, su di lui, il Vecchio Recchione prese a dire – voce sommessa come ninna-nanna – e parole che calano lente come lacrime sul viso – raccontando: “Quando ero paggio del Duca di Norfòlk, negli anni del castigo beato... oh, tanti di noi erano allora paggi del Duca di Norfòlk... oh, ero sottile, talmente sottile  che sarei passato attraverso un anello. E la vita era dura, era amara...  ma l’amaro aveva un sapore strano...  diverso... che figurarselo non può chi non l’abbia provato. Un sapore fatale. Questo già te l’ho detto tante volte. Dico le stesse cose tutte le sere, come chi prega ripete sempre le stesse preghiere.”

Attese ancora poi, quando si accorse che il respiro del sonno era melodico, cominciò senza prescia a spogliarsi. Quindi indossò un pigiama a pagliaccetto ch’era come un’armatura di flanella, stretto ai polsi, alle caviglie, collo chiuso ‒ come una tenue ma tenace pàtina di nebbia, come la nube  di Apollo che rende invisibile Ettore.

A fatica, dopo aver spalancato le coltri, adagiò la sua mole straniera lungo il fianco sinistro del gentile dormiente e stette immoto, ancora, per un tempo che sembrava acronico, privo di attimi e di secoli, poi si sollevò su un gomito, contemplativo, poi discese e depose l’orecchio destro sul candore del ventre, come in auscultazione.

Poi finalmente cominciò a parlare, con voce teatrale, artefatta ‒ e avrebbe seguitato, anche durante altri intervallanti spostamenti, a recitare... ora blando, ora accorato, ora strenuo, ora stremato.

“Ecco, ora che dormi, tu sei vivo, veramente. Un poeta a me molto caro, un poeta che si definì mostro da niente... uno dei nostri, ha scritto: Io vivere vorrei addormentato... non ricordo alla lettera il resto... nel bel mezzo del gaio frastuono della vita. Ecco, ti sento fremere... con brividi di gioia, oh, sì, tu godi... e questa è la tua vera unica vita, povero rudere umano, misero esserino crudelmente ritardato, dolcissimo Rosino. Ecco, adesso il tuo piacere si protrae... ora esita... ora si ritrae... va e viene... ecco adesso si avvicina all’apoteosi… Sai, Leonardo da Vinci, citato dal D’Annunzio, scrisse: Io farò una finzione, che significherà cose grandi. Ma finzione in sostanza non è ‒ questa è... è la tua vera vita ch’io ti diedi... e che seguito a darti... nella sua forma affatto naturale... è l’unica felicità concreta, fisica, cui a te sia dato attingere... poiché non c’è felicità raggiunta che non voli... che non voli più alto di quella alla quale prende parte la carne... allorché tu... ecco... ecco... quasi trasumanato... tu trapassi... così... così... dalla verosimile falsità della veglia alla realtà del sogno, angioletto, amore mio.”

 

 

(marzo 2010)   




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