Soliloqui del Vecchio Recchione
Il Vecchio Recchione rallentò il malfermo passo poi, di botto, l’arrestò
e si appoggiava con tutta la sua mole al suo gracile accompagnatore, a rischio
di travolgerlo.
Prese subito a dire, con quella sua voce di trent’anni più giovane di
lui, dolce-cantilenante, intralciata dall’affanno che gl’ingolfa i polmoni come
un mantice asfittico: “Tante volte mi prende una gran nostalgia dei bei
tempi... quando c’erano ancora i finocchi. Oh! era delicato fare finta...
recitare... nascondersi. Era come far parte di una matriottica società segreta . . . e la paura era un
additivo ‒ inebriante. Oggi, invece... Scusa, Rosino. Ti sto gravando
addosso... senza rendermene conto. Questo mio peso di noioso pachiderma, fatto
sta, è estraneo a me. Ecco... rifiata.”
Il giovane Badante, appena scarco, vacillò sulle gambette storte, e
cercava di parlare, ma la balbuzie, in certi casi galoppante, gli si assiepa
nella gola e riuscì soltanto a dire: “Che... che... che...”
Il Vecchio Recchione gli batteva una mano sulla schiena e, con l’altra,
l’aiutò a raddrizzarsi ‒ quel tanto.
Recitante, la voce ha ripreso: “È come se avessi cercato rifugio, dalla
vita, nel grasso. Io ci vivo, nel mio adipe, come la tartaruga nel carapace, o
come la castagna ‘nel suo riccio imbacuccata’... solo che non ci sto beato. La
mia infelicità è tanta e tale... era! prima di incontrare te, Rosino.”
Avevano ripreso a camminare. Tranne che adesso è il giovane ad
appoggiarsi – a sostenersi – al vecchio.
Era una bella, serenissima serata del maggio odoroso in cui l’estate e la
primavera governano la mano nella mano.
Giovane? Poteva avere venti come trenta-trentacinque anni. Ma il suo bel
viso biondo ne palesava appena una dozzina, soavi. Per il resto, era sgorbiato
sì da rassomigliare quasi all’Aborto Risorto della nota barzelletta che un bel
dì si presenta alla signora Pautasso: “Mamma!”
A passi scarsi e radi percorsero, in silenzio, tutta Via dei Serpenti per
poi svoltare in Via dell’Angeletto.
Ma presso l’incrocio con Via degli Zingari, Rosino si era fermato,
incantato, come al solito, davanti alla vetrina di un taxidermista, sull’orlo –
avresti detto – del fallimento, a rimirare una emblematica civetta imbalsamata
e ormai tutta spennacchiata ‒ chissà perché.
Il Vecchio Recchione scosse il capo – ancora folto di canuti capelli – e,
indulgente, come proseguendo ad alta voce un silente pensiero (avendo forse
colto una recondita armonia) mormorò: “Di morire... mi dispiace soltanto per
te. Ma c’è la mano della Provvidenza anche nella caduta di una foglia. Mia
Madre era defunta da poco... e io non agognavo che a seguirla nella tomba...
quando il buon Parroco della Madonna dei Monti mi affidò a te affinché a te,
Rosino, mi affidassi. Ma non temere!... ché non è tanto vicina. Mio Padre era
già vecchio quando nacqui e morirà centenario. E mia Madre ne aveva compiuti
novanta quando la frattura di un femore accelerò la sua dipartita. Io ho
soltanto settanta carnevali sulla groppa... sta’ tranquillo... nonché un cuore
saldo come la Rocca di Gibilterra. Sù, muoviàmoci.”
Aveva dovuto dargli una stratta per schiodarlo dalla contemplazione
(forse) dell’Inesorabile e riprendere a camminare.
Quando furono giunti in fondo a Via dell’Angeletto – e varcato un portoncino
verde con un torvo leone di bronzo per picchiotto – presero a salire, ben
pausati, un’infinità di scalini.
Di rampa in rampa, il Vecchio Recchione, un poco riposato, roco, cambiava
argomento, per riprendere però, con nuova lena, pur sempre uno dei temi, già tante volte trattati, del
suo repertorio ‒ inesorabilmente nostalgici.
“Sì, il mondo era più bello, quando c’erano i finocchi e i divieti
riguardo ai finocchi... e i rischi e la paura dei finocchi. Lo sai come li
chiamano... e essi stessi, orrore! si chiamano adesso? Nel Settecento, a
Londra, le puttane erano le gay girls. Viene
da qui l’epiteto. L’equivalente in uso a suo tempo in Italia era: donnine allegre. Io, per me, arrossirei come
Peperon de’ Peperoni a sentirmi appellare omino allegro.”
Rosino si provava, ogni tanto, di piano in pianerottolo, a dire qualcosa,
controbattere a suo ingenuo modo, ma – per via della fretta – le cuccume gli si
infocavano e, così, la balbuzie lo riduceva al silenzio.
Arrivati, spompati, al penultimo piano, il Vecchio Recchione, riscosso
fiato, disse: “C’è un film di anni fa... di cui non ricordo il titolo ma che le
diceva già allora, il protagonista, codeste cose. Un bravissimo attore
inglese... di cui ricordo soltanto il cognome: Hurt. Che suona come ‘offeso’ o
‘leso’. Eh, sì, di veramente nuovo non c’è niente, sotto il sole. Ma io sono
contento di non essere il solo a pensarla così.”
Appena entrati in casa, il Vecchio Recchione si mise a sfaccendare
intorno ai fornelli, all’acquaio, alla madia, per cuocere la cena,
infarinandosi, scottandosi, in orgasmo.
Parimenti Rosino, i cui spiritelli sembravano, al calare della notte,
elevarsi man mano e sgargiare, gli saltellava intorno, gli si strusciava come
una gattina agli stinchi, e riusciva pronunciare brevi frasi con appena qualche
impuntatura. Rimasto in perpetuo undicenne, sembrava un fuoco fatuo di gioia
infantile.
“N-nonno... m-mettici m-molto p-p-p-pepe. Sssstanotte voglio essere un
v-v-vulcano ccccome Pipipipinocchio quando c-che mi-mi leggevi che vvva in
vvviaggio p-pel P-paese dei Bbbba-balocchi. N-non vedo l’ora, n-n-nonno,
n-nonnino... spìcciati.”
Il Vecchio Recchione stentava a tener a freno la sua straripante,
balbutente baldanza.
Cenarono come due sgolfanati, l’uno con ostile, reproba e pre-pentita voracità
e l’altro piluccando avidamente: spaghetti alla carbonara, melanzane alla parmigiana,
un tocco di formaggio coi buchi, due cosce “di galletto di primo canto” – e
Rosino, come il Gatto, ripeté: “d-di p-p-primo c-canto” – e per finire della
crema corretta con schegge di cioccolata.
Leccandosi le labbra, Rosino cominciò subito a fare la sua pantomima di
sbadigli, la solita manfrina di chi casca dal sonno… ma il Vecchio Recchione
non si lasciò adescare.
Disse: “Noi adesso, da bravi bambini, ci guardiamo alla tele un bel film
che ho preso a nolo, giusto per i tuoi gusti, in bianco e nero: Capitani Coraggiosi... sennò, se ti
dessi retta, tu mi sveglieresti prima che il gallo canta, domattina.”
Così stettero a guardare il film del ’37 con Spencer Tracy e Freddie Bartholomew,
seduti a fianco a fianco sul divano, compostamente. Rosino stava tutto teso,
attento, preso, il viso d’angelo imperscrutabile, ma muoveva le mute labbra
come se, per capire meglio le battute, le inghiottisse.
Alle 23 in punto, andò in camera e cominciò a spogliarsi, ad artritica
fatica, serio serio.
Il Vecchio Recchione, seduto su una sedia, lo guardava, anch’egli come se
giocasse a poker. Poi, in un mezzo bicchier d’acqua versò undici gocce di
Laroxyl e, porgendoglielo, disse: “La tua pozione magica.”
Rosino come il Gatto ripeté: “M-magica.”
Quindi si coricò, dalla parte vicina alla parete, supino, sul letto a una
piazza e mezza, si coprì col lenzuolo e la trapunta, chiuse gli occhi.
In attesa che le ali del sonno calassero, placide e chete, su di lui, il
Vecchio Recchione prese a dire – voce sommessa come ninna-nanna – e parole che
calano lente come lacrime sul viso – raccontando: “Quando ero paggio del Duca
di Norfòlk, negli anni del castigo beato... oh, tanti di noi erano allora paggi
del Duca di Norfòlk... oh, ero sottile, talmente sottile che sarei passato attraverso un anello. E la
vita era dura, era amara... ma l’amaro
aveva un sapore strano... diverso... che
figurarselo non può chi non l’abbia provato. Un sapore fatale. Questo già te l’ho
detto tante volte. Dico le stesse cose tutte le sere, come chi prega ripete
sempre le stesse preghiere.”
Attese ancora poi, quando si accorse che il respiro del sonno era
melodico, cominciò senza prescia a spogliarsi. Quindi indossò un pigiama a
pagliaccetto ch’era come un’armatura di flanella, stretto ai polsi, alle
caviglie, collo chiuso ‒ come una tenue ma tenace pàtina di nebbia, come
la nube di Apollo che rende invisibile
Ettore.
A fatica, dopo aver spalancato le coltri, adagiò la sua mole straniera
lungo il fianco sinistro del gentile dormiente e stette immoto, ancora, per un
tempo che sembrava acronico, privo di attimi e di secoli, poi si sollevò su un
gomito, contemplativo, poi discese e depose l’orecchio destro sul candore del
ventre, come in auscultazione.
Poi finalmente cominciò a parlare, con voce teatrale, artefatta ‒ e
avrebbe seguitato, anche durante altri intervallanti spostamenti, a recitare...
ora blando, ora accorato, ora strenuo, ora stremato.
“Ecco, ora che dormi, tu sei vivo, veramente. Un poeta a me molto caro,
un poeta che si definì mostro da niente...
uno dei nostri, ha scritto: Io vivere
vorrei addormentato... non ricordo alla lettera il resto... nel bel mezzo del gaio frastuono della vita.
Ecco, ti sento fremere... con brividi di gioia, oh, sì, tu godi... e questa è
la tua vera unica vita, povero rudere umano, misero esserino crudelmente ritardato,
dolcissimo Rosino. Ecco, adesso il tuo piacere si protrae... ora esita... ora
si ritrae... va e viene... ecco adesso si avvicina all’apoteosi… Sai, Leonardo
da Vinci, citato dal D’Annunzio, scrisse: Io
farò una finzione, che significherà cose grandi. Ma finzione in sostanza
non è ‒ questa è... è la tua vera vita ch’io ti diedi... e che seguito a
darti... nella sua forma affatto naturale... è l’unica felicità concreta,
fisica, cui a te sia dato attingere... poiché non c’è felicità raggiunta che
non voli... che non voli più alto di quella alla quale prende parte la carne...
allorché tu... ecco... ecco... quasi trasumanato... tu trapassi... così...
così... dalla verosimile falsità della veglia alla realtà del sogno, angioletto,
amore mio.”
(marzo 2010)