SPAZIO LIBERO
UNA MOSTRA ALL’ACQUARIO ROMANO
Comunisti italiani: immagini
da un mondo politico tramontato
con il secolo passato


      
La bella e ben realizzata esposizione “Avanti popolo. Il PCI nella storia d’Italia” consente di ripercorrere i settant’anni della vicenda storica del partito di Bordiga, Gramsci, Togliatti, Longo e Berlinguer, attraverso una ricca documentazione d’archivio, videografica e giornalistica. Viene testimoniata la complessità, piena di contraddizioni, utopie, nobili lotte vincenti, amare sconfitte, persistenti ottusità, che ha contraddistinto un movimento che ha coinvolto nel bene e nel male milioni di persone. Oggi, però, quell’universo ideologico-partitico sembra appartenere ad un remoto Novecento. Nondimeno se lo si confronta con la scena politica attuale è difficile dire che siamo di fronte a un progresso.
      



      

di Simona Cigliana

 

 

Il percorso cronologico tracciato dalla grande mostra Avanti popolo. Il PCI nella storia d’Italia si snoda tutt’intorno allo storico edificio dell’Acquario romano, e seguendone la pianta circolare, sotto l’egida trionfale di una grande bandiera rossa con falce e martello, che è proprio la prima bandiera, quella del ’21. Il visitatore cammina sui sentieri del tempo: un rosso itinerario sinottico luminoso, su cui si dipanano i tre fili  intrecciati della storia d’Europa, della storia d'Italia, della storia del PCI. Attorno a questo percorso, narrate da grandi schermi interattivi, si organizzano le vicende storiche del partito, suddivise in sei sezioni documentarie che corrispono ad altrettante tappe cruciali del dialogo che il PCI ha intrecciato con la vita del nostro Paese, a partire dalla sua fondazione, a Livorno, il 21 gennaio 1921, sotto la guida di Amadeo Bordiga, fino al suo scioglimento a Rimini, il 4 febbraio 1991: 70 anni, durante e dopo i quali il mondo è cambiato così profondamente da rendere incomprensibili o quasi, per i più giovani, molti dei punti di riferimento sui quali si è giocata, nel secolo scorso, la scommessa dell’attuazione di una utopia. Un’utopia di cui, tuttavia, si coglie qui, ancora, la forza persuasiva e l’onda d’urto.




1° maggio 1937


Uscito nel ’44 dalla clandestinità, il PCI riuscì a divenire infatti nel dopoguerra un partito di massa, un polo ineludibile della dialettica sociale, un volano del progressivo e contrastato distacco dalle tradizioni culturali dell’Italia fascista: un partito  attrezzato sia per le battaglie parlamentari che per le mobilitazioni di massa. Qualche cosa di più di un partito di opposizione legato alla Russia sovietica: una formazione politica che aveva l’ambizione di aiutare l’Italia a superare l’atavico dualismo tra nord e sud così come la sua arretratezza industriale e culturale; di mutare l’equilibrio sociale dei rapporti economici e di forza come il ruolo degli intellettuali in seno alla società civile. Se il legame con l’Unione sovietica e con Stalin pesò a lungo e considerevolmente sulle sue capacità decisionali, purtroppo anche dopo il 1956, dal 1968,  dopo la repressione della «Primavera di Praga», il PCI, sotto la guida di Luigi Longo e di Enrico Berlinguer,  avviato il suo progressivo distacco dalla Russia di Brežnev, fece sue in particolar modo – in aggiunta alle battaglie che da sempre avevano costituito il fondamento del suo programma (l’eguaglianza sociale, la perequazione dei diritti, la gestione cooperativa delle terre, il lavoro, i diritti dei lavoratori e la loro rappresentanza sindacale) – le rivendicazioni per la pace, per l’emancipazione femminile, per l’ampliamento e l’estensione dei diritti.




Partigiani comunisti nella lotta di Resistenza contro i nazi-fascisti


Di questo lungo percorso, denso di pagine sofferte e di grandi speranze,  di difficoltà, tradimenti ed errori ma anche di generoso impegno e di slancio collettivo, la mostra all’Acquario rende ampiamente conto: dagli archivi dell’Istituto Gramsci e della Fondazione Cespe, depositarie della memoria interna del Partito, da quelli dell’«Unità», del CRS (Centro Riforma dello Stato), dalla Fondazione Di Vittorio, dell’Unione Donne Italiane, dell’Archivio audiovisivo del movimento operaio, dell’Istituto Luce e della Rai, sono stati tratti articoli, lettere, libri, foto, giornali e filmati che documentano le tappe dell’intenso dialogo del Pci con la società italiana, in uno stretto intreccio tra la dimensione nazionale e quella internazionale.

L’impostazione prevalentemente multimediale della mostra offre molteplici chiavi di lettura che forniscono al visitatore  gli strumenti per una puntuale ricostruzione storico-documentaria ma che, contemporaneamente, permettono una serie di approfondimenti monografici in grado, da una parte, di restituire il senso di una vicenda politica che ha attraversato l’Italia del XX secolo, dando voce e speranza alle istanze di riscatto e di cambiamento; capace, dall’altra, di tracciare, anche con pochi tratti, il profilo di alcune biografie esemplari, biografie di uomini e di donne il cui nome resta legato alle battaglie che la nostra società ha intrapreso per il riconoscimento e la difesa dei diritti fondamentali della democrazia. 




La tribuna del V congresso nazionale del Pci (Roma, 1946)


Di fronte ai monitor che consentono di navigare la storia allargando il quadro di riferimento documentario ed iconografico, altri schermi tematici ricordano momenti e volti topici dei decenni trascorsi: «Il calendario dei comunisti» offre una carrellata storica dei manifesti prodotti nel corso degli anni per il 1° maggio, per il 25 aprile e l’8 marzo; «Donne in lotta»  ripercorre, per immagini, le tante campagne per i referendum e in favore di leggi la cui approvazione ha rappresentato una conquista e una svolta di civiltà per il nostro Paese: dal voto alle donne al nuovo diritto di famiglia, dal divorzio alla parità delle retribuzioni, dalla tutela della maternità alla istituzione dei consultori familiari, dalla legge 194 alla campagna per le pari opportunità; di «Presidenti della Camera» sono protagonisti Pietro Ingrao, con la sua serena forza persuasiva, e la lucida, signorile, razionalità di Nilde Iotti; «I sindaci comunisti» traccia i profili di Giuseppe Dozza, Maurizio Valenzi, Luigi Petroselli; sfilano immagini della guerra in «Partigiane e partigiani»; e, in «Compagni di tutto il mondo», compaiono i volti di tanti protagonisti degli anni ’60, ’70 e ’80, da Che Guevara a Fidel Castro, da Arafat a Mao Tse Tung, da Angela Davis a Gorbaciov; in «Artisti per il PCI», ecco le opere di Mimmo Rotella, Antonio Tapies, Sebastian Matta, Ernesto Treccani, Renato Guttuso, Michele Cascella, e Emilio Tadini e di tanti altri.




Palmiro Togliatti (a destra), segretario del Pci fino al 1964


A fianco di questi, poi, altri video offrono scorci di forte risonanza sentimentale, assemblati sul filo della memoria, volti a riproporre al “popolo della sinistra” le immagini di un “come eravamo” che non può non sollecitare le corde emotive di tutti coloro che in quegli anni c’erano. E sono forse queste immagini ad attirare maggiormente l'attenzione dei numerosi visitatori più giovani, che, se già erano rimasti colpiti dallo sfondo di folla che fa da cornice alla maggior parte degli eventi documentati, ora, di fronte a sezioni come quelle dedicate alle «Feste dell’Unità» o a «Il popolo in piazza», non possono fare a meno di soffermarsi, contemplando così tante testimonianze di partecipazione: immagini di città e strade gremite di gente di tutte le età e condizioni sociali, uscita dalle proprie case per manifestare pubblicamente, in innumerevoli occasioni, la propria opinione.

A complemento di filmati e fotografie, vari cimeli di valore commemorativo e memoriale: gli originali dei quaderni dal carcere di Antonio Gramsci – la cui figura, ovviamente, risalta tra tutte le altre; le lettere di Rafael Alberti a Enrico Berlinguer; la scrivania che fu per anni di Pajetta a Botteghe Oscure; il proiettore superotto usato per anni per le proiezioni festive ai figli dei compagni;  la macchina da scrivere su cui furono dattilografati comunicati e circolari. E ancora, a testimonianza della struttura organizzativa e propagandistica che il PCI  aveva costruito negli anni in cui era stato parte integrante della società italiana, alcuni numeri di fotoromanzi di argomento politico («Cuore di emigranti», «Il destino in pugno», «La grande speranza») che venivano distribuiti nelle sezioni e durante le feste della Unità negli anni ’60 (spiace però che non ci si soffermi sulle scuole di partito che per anni si incaricarono di alfabetizzare le masse operaie). Tra i documenti, persino un giornale a fumetti, una specie di «Corriere dei Piccoli» in versione politica, «Il Pioniere», di cui fu direttore Gianni Rodari, che proponeva ai piccoli lettori strisce con la storia di Garibaldi o Il Milione di Marco Polo. A Bobo di Staino e Cipputi di Altan e ai loro dialoghi acri e surreali è dedicato poi un intero circuito al piano superiore dell’edificio. 




Manifesti elettorali


Che dire? L’impressione complessiva è quella di trovarsi di fronte ad mondo tramontato da moltissimo tempo: un mondo fondato su un sistema di valori oggi affievoliti, come risucchiati entro nuovi e diversi parametri di comunicazione e di vita associata. Un mondo di parole e di libri, di cui lo studio, il confronto, la discussione, la condivisione erano elementi fondativi, un mondo dove i discorsi avevano una loro ponderata gravità e le posizioni personali erano frutto di una convinzione politica. Osservando la fitta carrellata di immagini, si percepisce che questi volti hanno una storia riconoscibile, che gli atteggiamenti di questi uomini sono improntati ad una, a volte un poco impacciata, ma sincera serietà – e che persino gli oggetti hanno un peso diverso. È un’epoca di luci e di ombre definite, di posizioni che si fronteggiano nettamente – e in cui i leader sembrano spesso vestiti un po’ come capita, o tutt’al più, nelle occasioni ufficiali, con una eleganza sobria e severa; in cui parlano donne che hanno facce senza trucco, in cui i politici leggono quasi sempre i loro discorsi e portano con dignità i loro capelli bianchi.

Sarà forse questa mancanza di maquillage, a farli sembrare più adulti di tanti attuali finto-giovani?  E sarà  la pervasiva presenza dei libri a sottolineare così vistosamente, in questa mostra, la distanza del tempo trascorso, il divario morale e il salto antropologico che ci separano da quegli anni ? Tanti ce ne sono all’Acquario di Roma, allineati nelle bacheche, come reperti di quella civiltà della lettura che è naufragata nella società dello spettacolo. Libri presentati come pietre miliari, come padrini di passioni vissute che sicuramente parlano ancora a chi li ha letti: gente un po’ strana, come dicevo, a cui basta citare un autore o un titolo per riprendere a parlarne come se l’avesse letto ieri.




Aldo Moro e Enrico Berlinguer: il "compromesso storico" (1978)


Nonostante qualche polemica sulla sua riuscita, la mostra Avanti popolo. Il PCI nella storia d'Italia è dunque una mostra, oltre che importante, anche bella e ben fatta. Certo: sarebbe stata perfettibile: ci è sembrato infatti vi fossero alcuni vuoti o  "assenze" che quasi ci hanno fatto  pensare a una resipiscenza di dirigismo censorio. Per esempio: tra i tanti intellettuali citati, aderenti e  simpatizzanti, che fine ha fatto Nanni Loy? E come mai nella mostra non si trova traccia del sofferto itinerario di alcuni intellettuali in seno al partito, dall’iniziale entusiasmo postbellico fino alle reprimende e all’espulsione? Basti pensare al “caso” Vittorini: niente si dice del suo «Politecnico», della polemica con Togliatti e del successivo, ma non meno malinconico epilogo. E di Italo Calvino? Poco ci si sofferma anche sui rapporti con la tradizione socialista e sulla filiazione dal partito di Turati. E pure ad alcune pagine epocali della vita dello stesso PCI si sarebbe potuto dare più risalto: per esempio alla scelta togliattiana di tracciare una «via italiana al socialismo» implicante l’accettazione di un concetto di «democrazia progressiva» e una leale fedeltà alla nostra Costituzione; oppure alla svolta del «compromesso storico» voluto da Enrico Berlinguer negli anni Settanta.

Ma proprio i diversi piani del percorso espositivo, la complessità degli eventi da esporre, nonché il grande concorso di folla hanno reso forse meno visibili alcune “pagine” di questa storia. Il risultato complessivo è però notevole come anche l’interesse e l’emozione che la mostra suscita, e non soltanto in coloro che furono iscritti al PCI, ma anche presso tutti quelli che ricordano un’Italia che aspirava ad essere migliore, certo diversa da quella che oggi ci si mostra. 




Achille Occhetto e Mikhail Gorbaciov: a un passo dal crollo del 'socialismo reale' e dalla fine del Pci





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