LUOGO COMUNE
L’ISOLA E I SUOI ANTICHI CONFLITTI
La Sardegna,
la pecora e
la pastorizia:
una storia sociale
e culturale che affonda nei secoli


      
Un articolo-saggio ricchissimo di informazioni ed analisi storico-economiche e artistiche che aiuta a comprendere che cosa c’è dietro le recenti proteste dei pastori sardi che hanno invaso gli aeroporti di Olbia e Alghero, nonché i centri della Costa Smeralda, simbolo del turismo miliardario e del lusso arrogante e pacchiano. È falsa e sviante la contrapposizione tra un mondo pastorale arcaico e l’odierna economia globalizzata. È dall’Ottocento che l’industria casearia sfrutta pesantemente gli allevatori, riducendone progressivamente i margini di sopravvivenza.
      



      

di Ignazio Delogu

 

 

Cerdeña come isola di “cerdos” non è mai esistita. Quel toponimo è una contraffazione castigliana del nome ”Sardinya” che i Catalano-Aragonesi davano all’Isola, seguendo la tradizione iniziata coi Romani che quell’Isola chiamavano “Sardinia”. Prima ancora il suo nome era stato “Ichnusa” e “Argirofles”, entrambi datele dai Greci, probabilmente sulla scorta di Fenici e poi dei Punici.

Ichnusa faceva riferimento all’immagine di “impronta” stampata nel mare, ricavata dalla circumnavigazione di piloti che dal bacino orientale si erano spinti nel bacino occidentale del Mediterraneo, i “Popoli del mare” o Tirrenoi, dei quali avevano fatto parte Etruschi e Sardi, o Sardana provenienti dall’Anatolia, sulla rotta di Olbios e più oltre di Marsiglia, sul versante tirrenico e, a occidente verso le Isole Baleari, i porti dell’Iberia e, ancora una volta, di Marsiglia.

Argirofles o Vena d’argento, era nome dettato dalla presenza di ricche miniere d’argento già note ai Fenici, ai Punici, ai Romani, che ad metalla erano soliti inviare schiavi e cristiani e poi ai Pisani che le sfruttarono a lungo. Ciò non vuol dire che Sardinia non fosse terra di cerdos o meglio ancora di cinghiali, da sempre una componente fondamentale della sua fauna. Il territorio aspro e boscoso, ricco di querce ghiandifere, la scarsità della popolazione anche nell’età nuragica durante la quale essa raggiunse il massimo, forse, della sua densità, ne favorirono lo sviluppo e la persistenza. I cinghiali furono i soli predatori, la sola minaccia per l’uomo del paleolitico e del neolitico, capace di contrastarli con armi di selce e di ossidiana, la Sardegna era la terra più ricca di quel prezioso minerale che veniva esportato fino nel Continente e persino nella lontana Britannia.

Anche oggi è possibile rinvenire interi nuclei, punte di freccia, raschietti e altri minuscoli utensili in prossimità delle “domus de janas”, le antiche sepolture  che si contano a migliaia nei ripari rocciosi sparsi per tutta l’Isola, o presso le esedre delle “Tombe di giganti” e negli insediamenti neolitici e nuragici, migliaia anch’essi

Terra di cinghiali, di stambecchi, di cervi, di capre e di pecore, ricchezza inesauribile alla quale i Sardi di tutte le epoche, come pure gli altri popoli del Mediterraneo, da quelli rivieraschi e costieri ai più distanti e remoti, fino ai Monti Carpazi e ai Monti Urali, come pure gli Svizzeri, se è vero che a Zurigo soffia un vento dal Sud simile al “ghibli” dei deserti africani (per maggiori informazioni vide F. Braudel, Civiltà e imperi del Mediterraneo nell’età di Filippo II) devono la loro sopravvivenza.

 

Della pecora, infatti, si utilizza tutto: la lana, la pelle, le ossa, lo sterco. Dalla lana si otteneva l’orbace, il rustico ma indistruttibile tessuto delle mastrucas (in quell’opera razzista e odiosa, a prescindere dai suoi pregi più oratori che letterari che è la Pro Scauro in difesa del console ladro e violento (orazione che qualche sadico insegnate di latino ci faceva tradurre nei Licei sardi), Cicerone parla dei “sardi mastrucati” e  selvaggi, incapaci di parlare e di intendere il latino, lingua nella quale era loro permesso soltanto di assentire: Adsum rispondevano a domanda, nel mezzo delle bianche toghe di azzeccagarbugli, lenoni e lestofanti di ogni risma che popolavano il Foro), dei gabbani e delle berrittas, componenti indispensabili insieme alle pelli, del costume tradizionale.

Essa ha ispirato più di un poeta, primo fra tutti il dorgalese Antoni Cucca, autore del poema, splendido per la sua vena epico-lirica e insieme umanissima e ironica, intitolato Sa croza, appunto, e cioè “la corazza”, perché tale era per il pastore, che se ne sentiva protetto durante le lunghe notti inverrnali di neve, di pioggia e di vento nei cespugli di rovo spinoso, di corbezzolo o di chessa (fitonimo d’indubbia origine estrusca alla pari di altri e di numerosi toponimi) dei pascoli di montagna o di pianura.

Noto è a molti Sardi l’aneddoto pieno di umana compassione dell’anziano pastore al pastoreddu nel fitto della macchia sferzata dalla tramontana che guardava l’opulento paese di Bonorva dall’altipiano della Campeda. E a cando nois cun sa mastruca, Comente an a essere sos ricos de Bonorva nudos in su lettu! (Se soffriamo noi avvolti nella mastruca, come staranno i ricchi di Bonorva nudi nel letto!).

Dalle ossa si ricavava di tutto: armi, punteruoli, aghi, fibbie, pettini e persino dadi per il gioco della mazzucca, che anch’io ho praticato da bambino insieme a quello delle pedruscheddulas o delle “cinque pietre”, del “sottomuro”, del galici e della marrocula o bardufula, cioè della trottola.

Infine, la carne e le interiora, e sa conchedda o concuzza o testina, mangiare principe per il sapore inconfondibile delle sue barrutzas, che nessuno sa cucinare meglio dei pastori sardi. Petta de anzone, arrosto sulla brace o de arveghe in cappotto”, con osso di prosciutto, patate, cipolle e altre verdure, il tutto in un gran pentolone, nei banchetti omerici delle feste campestri, dei matrimoni o nei semplici incontri fra pastori, contadini e furisteris, o meglio ospiti, ai quali i Sardi aprono con ineguagliabile e ingenua ospitalità le loro case e i loro ovili, ripagati troppo spesso con avidità ingorda e assai poco riconoscente.

Per non dire de sa cordedda o cordula ossia treccia di visceri intrecciati e cucinati sulla brace o al forno o in padella con favette o piselli, una fogliolina di menta e tanta cura. Ma ottimo é il sanguinaccio di pecora oltre che di maiale, confezionato in mille modi, arrosto o in padella, caldo o freddo, dolce o salato, con vino, erbe e tanti ingredienti, o puro e semplice com’è sgorgato dalle ferite al tempo del sacrificio della bestia

 E dalla pecora viene il “pecorino”, su casu, dolce o salato, fresco o stagionato, in piccole forme, o in grandi pezzas, affumicato, a volte, altre lasciate invecchiare con una fermentazione anomala ma saporitissima, da mangiarsi in compagnia secondo detta il proverbio: casu cun binu a rasu.

           

Cultura antica, quella della pecora, irrinunciabile fondamento non unico ma indispensabile dell’identità dei Sardi, inseparabile dalle colline e dai supramontes, dai boschi, dalle pianure e dalle stoppie fra le quali si muovono le greggi nel loro perpetuo andare in un nomadismo incessante, che nessuna stabulazione sarà capace di sostituire, anche perché la pecora ha bisogno di andare, di brucare, di inerpicarsi e di meriggiare, in quell’andare, riposare, ruminare secernendo umori che fanno del latte un prodotto squisito per l’alimentazione e una fonte irrinunciabile di guadagno per un’economia che non dispone di molte altre risorse.

I pastori distinguono nel gregge la arveghe o berbeche (pecora); berbeche anzada o madrighe (pecora figliata) e madrigadu è l’insieme delle pecore figliate, che costituisce il nerbo del gregge; anzone, angioni, anzoneddu (agnello, agnellino); masciu, mascru (montone). Ma ogni età e ogni funzione ha la sua definizione. I pastori ne conoscono i pregi e i difetti, le malattie e le affezioni (baddinosas sono quelle affette da una sorta di capogiro), runzosa se ha la rogna, e altre patologie. Le curavano con piante naturali delle quali la Sardegna è ricchissima e adesso con vaccini e altri farmaci E le amano, le vezzeggiano, le proteggono dalle tante insidie della natura, degli animali e di quegli autentici predatori che sono gli uomini, abigeatari e bardaneris, scaltri e spregiudicati, curtzos, corti, quando rubano in casa, abiles quando rapinano nei paesi vicini, secondo l’antico codice che vige nei pascoli.

I luoghi nei quali si raccolgono il cubile (ovile), mandra il chiuso dove si mungono. Al centro sa pinneta (la capanna con copertura di canne e frasche dove il pastore dorme sulla uda (juta) e dove sta acceso su fochile (il focolare) e dove su un incannicciato si mettono spesso il formaggio e le salsicce a stagionare e affumicare. Le altre operazioni si facevano all’aperto, oggi in appositi locali.

La marcatura fa parte della loro cultura: innida, pertunta, rundinina (intatta, forata, rondinina), sono segni e simboli che abitano l’inconscio individuale e collettivo dei Sardi e al quale sarebbe irresponsabile sottrarsi pena il rischio concreto e attualissimo di un’irreparabile perdita d’identità. A confermarlo sono i cognomi Angioi e Angioni, assai diffusi nell’Isola.




Due simboli della Sardegna: il nuraghe e le pecore


Non c’è geografo o viaggiatore dall’antichità greco-romana ai giorni nostri, che non abbia parlato della pecora come componente indispensabile del paesaggio sardo, della sua cultura e come fondamento dell’identità dei Sardi. C’è chi, come il filologo tedesco M. L. Wagner ha posto la pecora e il lessico che la riguarda al centro della sua analisi nel “logudorese aulico” che inspiegabilmente detestava e che ha prodotto poeti come Paulicu Mossa, famoso l’incipit della poesia alle rondini: Benennidas siades rundines a domo mia / avantzade non timedas / chi isettende deo bos fia, che richiama il grande Antonio Machado di Volveran las oscuras golondrinas) e chi, come il sociologo e geografo francese F. Le Lannou alla pecora e ai pastori ha dedicato un libro di grande pregio, Patres et paisans de la Sardaigne.

 Inoltre pecore, pascoli e pastori più di stambecchi, cinghiali e cavalli sono protagonisti della poesia e della narrativa in lingua sarda e italiana, dell’incisione, della pittura e della scultura. Da Sebastiano Satta dei Canti barbaricini (1910) e dei postumi Canti del salto e della tanca (1924), al Premio Nobel Grazia Deledda, a Salvatore Cambosu di Miele amaro e di Una stagione a Orolai, che tanto interesse suscitò in Elio Vittorini che lo volle collaboratore del Politecnico fin dai primi numeri del 1945, a Salvatore Satta de Il giorno del giudizio.

Ma già nel Settecento gli autori dell’Arcadia sarda, il reverendo Pisurzi e il leggendario scolopio “Padre Luca”, aedo fra i pastori nei covili e nei villaggi, che ben merita quanto il poeta spagnolo Rafael Alberti ha detto del grande Antonio Machado “padre en las aldeas / hermano entre pastores”, alla pecora avevano dedicato poemi e ottave.

A Pisurzi si deve il poemetto S’anzone, metafora trasparente della donna amata: S’anzone mia est una bianca nida / senz’ateru colore cambiadu / mesulinedda e cantos l’ana bida / la tenen pro gerrile o madrigadu / tota aneddada e lani cumpartida / pertunta innida, gighet de broccadu / sa collana in su tuju cun ischiglia. / Bider a issa est una meraviglia.

(L’agnella mia è bianca senza macchia / e senza altro colore / mesulinedda e quanti l’hanno vista / la tengon per gerrile o madrigadu / tutta anelli e lana ben distribuita / pertunta candida porta di broccato / al collo la collana con la squilla / vederla è una meraviglia.)          

 

Non diversamente dai numerosi e valorosi poeti barbaricini e logudoresi soprattutto, in limba (fra i maggiori Cubeddu, Contene, Tucconi, Soza e Piras), poetes estemporanei dalla vena epico ironica, della fine dell’800 ai giorni nostri, nelle numerosissime saghe paesane cui partecipano migliaia di ascoltatori attenti e competenti.

Un esempio dalla “gala” che vide i due maggiori contendenti Antoni Cubeddu e Gavinu Contene affrontarsi ad armi pari davanti al pubblico entusiasta che gremiva la piazza. Canta il primo in piedi sul palco: Turres palatos riccos monumentos / vapores vaporinos bastimentos / e coratzadas in combattimentos / a piccu a fundu apo idu calare / armadas sas armadas a distruere / e tue disarmadu no as a ruere?

(Torri palazzi ricchi monumenti / vapori vaporini bastimenti / e corazzate nei combattimenti / a picco a fondo ho visto calare / armate distruggere le armate / e tu disarmato non cadrai?)

Dritto all’altro estremo del palco adorno di palme, canta il secondo: Cand’as a bidere su monte ‘e Pattada / fattu a cumbentu de padres Caputzinos / cand’as a bidere sa notte isteddada e s’aba falendedi a cadinos / cand’as a bidere sa morte torrada / cand’as a bidere sa notte pro die / tando Gavinu ad a ruere sutt’a tie.

(Quando vedrai il monte di Pattada fatto convento di padri Cappuccini / Quando vedrai la notte stellata e l’acqua cadere a catini / Quando vedrai la morte risorta / quando vedrai la notte fatta giorno / allora Gavino cadrà sotto di te)

Dalla folla si ode un grido: Tronend’este! Sta tuonando.

Prima di questi poetes i Sardi hanno sempre cantato, mutos, mutetus, disisperada, a boghe sola o a tenore o cuncordu, con chitarra, sonette o bomboromboi spesso insieme al ballo tundu, de ischina o de tres passos. Canti religiosi e spesso parodie anticlericali come i gosos, molti dei quali di un’irrefrenabile comicità nella loro icastica ingenuità.  

 

Quanto ai pittori, la Scuola sassarese di Biasi e P. A. Manca, cui si affiancarono il cagliaritano Figari e i barbaricini Carmelo Floris, Antonio Ballero e Francesco Ciusa Romagna, sono pieni di pascoli, di greggi, di cavalli e di abbeveratoi. Maria Lai, la grande pittrice di fama internazionale, ha fatto del volto della pecora e della capra una sorta di emblema della sua splendida arte.

Nella ceramica e nella scultura brillano artisti di fama internazionale come Francesco Ciusa, Premio Internazionale di Scultura all’Esposizione Internazionale di Venezia del 1906, Salvatore Pintori, Salvatore Fancellu e Gantine Nivola, fondatori nei primi anni ’30 del mitico Ufficio pubblicità della Olivetti di Ivrea  (Fancello, un autentico genio, morì a soli 24 anni nell’infausta guerra di Grecia, Nivola emigrato in America per sfuggire alle leggi razziali che minacciavano la moglie ebrea, compagno di Le Corbusier è stato fra i maggiori: scultori-architetti degli USA, autore del campus della Yale University e di altri campus non meno illustri, alla sua morte il New Yorker gli dedicò la copertina).

L’ultima generazione, di Giovanni Canu di Mamoiada, la terra dei mamutones, del campidanese Pinuccio Sciola, inventore delle “pietre sonore” e del sassarese Igino Panzino, conferma l’originalità di una grande tradizione plastica.

Senza dimenticare i creatori di maschere in legno di mamutones e merdules e gli autori delle crete istoriate segnalati e studiati dal poeta  e etnologo nuorese Raffaello Marchi, numerosi nei nostri villaggi.

L’antica tradizione della decorazione planare si conferma nell’arte degli arazzi e dei tappeti. Ma, attenti a non confondere tradizione con staticità e inerzia. Nell’arte sarda pur legata a Miti Tipi Archetipi (così s’intitolava la grande rassegna Cento anni di scultura in Barbagia e dintorni (Nuoro 1989), tutto é in movimento, tutto è in divenire, con funzioni di supplenza, spesso, di una storiografia a volte reticente o indifferente alla complessità della “circostanza” sarda.

 

Neanche la critica d’arte e letteraria sono esenti da questo difetto, come mostrano molteplici esempi che, quasi a incoraggiare la tendenza di certa narrativa recente a destoricizzare la vicenda isolana, per fissarla in sterili stereotipi e ridurla ad archeologia letteraria, applicano una metodologia “generalista”, il contrario di quella seguita dal grande Walter Benjamin tutta mirata a cogliere la specificità che rende unico ogni libro e ogni autore.

Ma le greggi e i pascoli, i villaggi come grumi distanti e solitari, hanno colpito fortemente anche scrittori come Elio Vittorini (ripubblicato da Mondadori nel 1952) Sardegna come un’infanzia, 1936), Virgilio Lilli, del quale è uscito da poco un suo Viaggio in Sardegna... (C. Delfino editore, Sassari 1999) risalente al 1932. Entrambi avevano partecipato, insieme a una ventina di altri giornalisti, al viaggio in Sardegna organizzato dalla rivista Italia letteraria, al quale era abbinato un  concorso, vinto poi da entrambi gli scrittori. Lo storico dell’arte medievale in Sardegna, Raffaello Delogu salutò con entusiasmo l’arrivo di quella curiosa “carovana intellettuale”.

Fra tutti s’impone Carlo Levi, l’autore di Cristo s’è fermato a Empoli, Coraggio dei miti e Paura della libertà, che nel suo Tutto il miele è finito (1964), che conclude Miele amaro di S. Cambosu, ha mostrato di aver capito e di aver penetrato, unico fra i viaggiatori e gli scrittori italiani, quella che chiamava “l’anima sarda”. Dei Sardi conosceva qualità e vizi. Esaltava le prime e, alieno com’era da moralismi e luoghi comuni, tendeva a giustificare i secondi, che faceva discendere dalla tormentata storia dell’Isola, stretta fra isolamento e cupidigia di invasori stranieri.

Nel corso dei suoi due viaggi aveva conosciuto soprattutto le Barbagie, Nuoro, Orgosolo, Mamoiada, Belvì, Fonni e Orune che considerava una sua piccola patria. E “Orune” si chiamava la cornacchia che aveva portato con sé e che scomparve “forse in preda a una struggente nostalgia della sua terra”, come ebbe modo di dirmi, dal modesto giardino del suo studio nella romana Villa Ströhlfern. Io gli feci da guida in un viaggio dalle Barbagie al Logudoro che non conosceva. Ne rimase sorpreso e incantato. Di fronte alla severa basilica romanica di Ardara, antica Cappella Palatina della reggia dei re di Torres, edificata dall’ignoto Maestro di Ardara per voto di Agnese, moglie prima di Comita de Lacon Gunnale, poi di Mariane II re di Logudoro, esclamò: “Il Logudoro sta alle Barbagie come il Rinascimento sta al Medioevo”.   

Amava entrambi, ma preferiva il secondo. E aveva capito ciò che gli storici di terraferma tardano a capire, che l’età dei Giudici-Re dei quattro Regni di Kalares, Arborea, Torres e Gallura, durata dal IX al XIV secolo, non era da confondere col Medioevo europeo.

Come rimase stupito quando gli dissi che quando, nell’ottobre del 1238, l’Imperatore Federico II di Svevia volendo procurare un trono al suo figlio naturale Enzo di Hoehenstaufen, aveva inviato ad Ardara un’Ambasceria per chiedere la mano della triste e sfortunata Adelasia, vedova di Ubaldo Visconti re di Gallura, il suo inviato aveva letto alla corte riunita lo splendido sonetto di Jacopo da Lentini, e che nel carroz del famoso trobador Rambaldo de Vaqueiraz (quello del “contrasto” tra una popolana genovese e un suo corteggiatore, che aveva respinto dicendo Non t’entend plui ch’un Todesco d’un Sardo o un Barbarì) aveva inserito Maria la Sarda, sorella di Comita II (?), fra le dodici più belle donne del suo tempo!

Tutto ciò contraddiceva la leggenda nera interessatamente divulgata da personaggi come Fazio degli Uberti e dallo stesso Dante Alighieri. L’uno autore nel Dittamondo di un giudizio frutto di pura ignoranza (Viddi io una gente che niun non l’intende né essi sanno ciò ch’altri bisbiglia, l’altro, di una non meno immotivata sentenza nel De vulgari elocuentia: Sardi sicut simiae gramaticam imitantur.

Osservava stupito le tante basiliche e chiesette romaniche immerse nel verde, le colline ricche di olivi e le stoppie dorate del Campo di Ozieri, le straordinarie pitture del Maestro di Ozieri e del Maestro di Castelsardo, entrambi del XVI secolo. Volle entrare in un piccolo nuraghe monotorre, lungo la strada da Sassari a Tempio. Poiché tardava a uscirne, gli chiesi il perché. Mi disse “non avevo mai provato prima la sensazione che il tempo e l’eternità fossero la stessa cosa”.




Senza titolo, installazione dalla mostra "Discontinua", Montedoro 2004 (ph. Agostino Tulumello)


Gli Inglesi, isolani anch’essi, non furono da meno dei Continentali. Prima di D. H. Lawrence e del suo Mare e Sardegna (Londra, 1923), avevano visitato l’Isola J. Warre Tyndale (L’Isola di Sardegna, Londra 1849), e J. E. Crawford Flich (Note di un viaggio in Sardegna, Londra 1914). Lawrence dovette sentire la suggestione dei racconti di quei viaggiatori, per decidersi a un viaggio, singolare proprio perché prossimo.

L’idea di viaggio si afferma in Europa già nel XVI secolo, ma il richiamo fu allora per l’Italia del Rinascimento. Solo a partire dal XVIII secolo essa divenne un metodo organizzato e strutturato per impadronirsi del mondo raccogliendo il maggio numero possibile di notizie. Il viaggiatore si trasforma in reporter. Fu quell’idea a spingere viaggiatori francesi, tedeschi e inglesi a visitare l’Isola nell’indifferenza, diventata poi tradizionale, degli Italiani. Sono numerosi quelli che hanno scritto sull’Isola cose fantasiose e persino inverosimili. Un esempio fra tutti, quello del pio Abate Lambert in quattro pagine della sua Storia generale, civile, naturale, politica e religiosa (1778). Più corrette quelle dell’enciclopedico cavaliere De Jancourt nel 30° vol. dell’Enciclopedia di Diderot e D’Alembert.

Molto cambiò a partire dal XIX secolo, con le due opere del grande giurista sassarese, padre del Diritto della navigazione, Domenico Alberto Azuni, Saggio sulla storia geografica, politica e naturale del Regno di Sardegna e Storia politica e naturale della Sardegna, entrambe degli inizi del XIX secolo; Descrizione della Sardegna di un Anonimo piemontese (1759 c.a), e il fondamentale Vojage en Sardaigne (Paris/Turin, Artus libraire, 1839) del Generale e poi Viceré dell’Isola, conte Alberto Ferrero de La Marmora (che benché nato a Torino, fu sardo, veramente e profondamente sardo nello spirito, nelle opere e nei propositi, come lo definì Pasquale Marica, traduttore nel 1917 del successivo Itinerario dell’Isola di Sardegna).

Per tutti questi viaggiatori il paesaggio geografico, agricolo e soprattutto pastorale costituisce elemento di curiosità e di indagine che rivela gli aspetti più segreti, le cause e le conseguenze profonde della vita degli isolani, ancora oggi così esposti alla gravitazione di archetipi e di miti dalle remote radici ancestrali.

           

La storia della pecora coincide con quella dell’uomo. Pur non essendo un animale cornuto, essa fa parte di quei miti e archetipi che presiedono alla civiltà e alla cultura del popolo dei Sardi.

Pecora vuol dire pasture, pasture vuol dire pastori e lana, pelle, latte, formaggi e ricotte. Prodotti ai quali hanno sempre guardato con avidità quanti, non essendo pastori, hanno preteso di vivere sulla loro fatica e sui loro sacrifici.        

Che sono tanti, a partire dal distacco dalle famiglie che la pastorizia seminomade impone, dalla solitudine che ne è la necessaria conseguenza (“Torbidi e soli nel fatale andare”, li rappresenta il Satta), dai rischi che essa comporta per gli infiniti pericoli dai quali il pastore è minacciato. Ma la minaccia più grave, storica e attuale è quella dei padroni dei pascoli e dei caseari unicamente preoccupati di sfruttare la fatica dei pastori troppo spesso non solo indifesi, ma angariati da Editti, Leggi e Circolari. La storia, ma sarebbe meglio dire il calvario, ha inizio con “l’Editto delle chiudende” e quello sulla “Eversione dei feudi” emanati rispettivamente nel 1820 e nel 1838 cui seguì la occhiuta politica fiscale dovuta alla “piemontizzazione” dell’Isola, dopo la cosiddetta “fusione perfetta” con le province di terraferma, a conclusione della quale lo storico sardo Siotto Pintor scrisse: “Ci lasciarono soltanto gli occhi per piangere”.

L’abolizione del “comunismo agrario”, che aveva caratterizzato per secoli l’economia e la società dell’Isola, consentì la frenetica privatizzazione delle terre. Cantava il poeta Melcioro Murenu: Tancas serradas a muru / fattas a s’afferra afferra / si s’inferru fit in terra / si lu serraian puru, con una quartina indelebilmente impressa nella memoria dei Sardi e che costò al suo autore l’assassinio ad opera di sicari assoldati dai ricchi proprietari di Macomer.

 L’eversione dei feudi, meno quella del feudo D’Arcais, le cui terre furono effettivamente distribuite ai membri delle comunità, giovò ai feudatari spagnoli e piemontesi ai quali le terre furono generosamente pagate dalle comunità, dissanguate due volte! Non di restituzione, si trattò, ma di un ulteriore esproprio. Anche perché le terre distribuite a così caro prezzo ai contadini e pastori delle ville, privi di capitali e degli stessi arnesi di lavoro (aratri, zappe, falci e cavalli e buoi), caddero ben presto nelle mani di usurai senza scrupoli diventati in breve più esosi, se possibile, dei vecchi padroni.

Il Parlamento subalpino dichiarò per bocca di Cavour, di non avere più di una mezz’ora da dedicare alla Sardegna. A nulla valsero le continue interrogazioni dei deputati sardi. Quando nel 1868 fu istituita la Commissione parlamentare d’inchiesta, i suoi risultati furono tali da meritare il laconico e sarcastico commento del deputato Vincenzo Bruscu Onnis (unico garibaldino a chiedere al Generale di sbarcare una volta arrivato a Porto Talamone, “perché non intendeva contribuire a conquistare un regno per il Savoia”): “Vennero, videro, mangiarono e ripartirono”.

Anche Gabriele D’Annunzio, col poeta romanesco Pascarella, fece un rapido viaggio in Sardegna, con sosta barbaricina in Oliena. Anche i due videro, mangiarono e se ne andarono, ma sopratutto bevettero copiosamente del meraviglioso vino rosso di Oliena. D’Annunzio gli diede un nome, Nepente, che lo distingue ancora fra i tanti ottimi cannonau. Ma soprattutto ne bevette tanto da rimanerne tramortito per un paio di giorni!

Non bastò mettere un freno a quell’infame rapina degli usurai l’istituzione dei Monti di pietà, poi granatici, e l‘impegno di Sindaci e sacerdoti, fra i quali, come denunciò Sa prediga de predi Antiogu, che tanto piaceva ad Antonio Gramsci da chiedere alla mamma e alla sorella Teresina di inviargliene una copia al carcere di Turi, dove scontava la dura pena impostagli dal Tribunale speciale per la difesa dello Stato (fascista) su ordine perentorio di Mussolini, per “impedire a questo cervello di pensare”!

           

Quando, agli inizi dell’ultimo terzo del secolo XIX, le condizioni dei pastori, servi o anche piccolissimi allevatori, divennero sempre meno tollerabili, anche per l’avidità e per l’arroganza dei nuovi proprietari, suscitarono quelli che gli storici conoscono come i moti de su connotu, la richiesta del ritorno a un impossibile passato, essa apparve a molti un soprassalto della vecchia società contro la modernizzazione che avanzava.

Che essa si prestasse anche a questa interpretazione era inevitabile, ma la storia si è incaricata di dimostrare il contrario. Il tragico errore fu di affrontare quei moti con la sola repressione, senza alcuna misura che riportasse un minimo di serenità nelle campagne. L’espropriazione dei pascoli e delle terre, il successivo intervento degli industriali caseari romani determinarono un impoverimento non solo delle Barbagie ma di tutta l’Isola, cui si aggiunse la crisi dell’industria mineraria.

Intanto “i bianchi e salsi caci di Sardegna” cessano di arrivare nei porti di Tolone e di Marsiglia a causa della “guerra di dogane” che il governo italiano aveva dichiarato alla Francia, provocando il crollo delle esportazioni di tutto ciò che è produzione pastorale dell’Isola e, segnatamente, della pecora. Guerra persa in partenza che pregiudicò gravemente l’economia dell’intero Mezzogiorno, colpendo inesorabilmente gli interessi sardi e siciliani in Tunisia. E avviando quella corrente migratoria che colpirà anche l’Isola, contribuendo a spopolare proprio i paesi dove la pastorizia è praticamente l’unica cultura.

Ai primi del secolo scorso, la protesta esplose nei moti de su casu, del formaggio, che i pastori che lo producono non potevano mangiare per l’altissimo prezzo imposto dai caseari, che preferivano esportare il pregiato ”pecorino romano” negli Stati Uniti. Recita il proverbio: Chie mandicat casu giughet dentes de oro.

L’epicentro fu il paese di Bonorva, ma tutte le campagne attorno ne furono interessate. L’opinione pubblica italiana, informata da grandi giornali come l’Avanti!  Il Messaggero e Il Corriere della sera ne fu scossa nel profondo. Per qualche mese la Sardegna, il formaggio e la pecora che lo produce divennero protagonisti. Ai morti della miniera di Buggerru del 1904 si aggiunsero quelli di pastori e contadini di Bonorva e di Villasalto.

Anche quei moti non sortirono grandi risultati. I caseari romani, insieme ai nuovi imprenditori sardi, continuarono a taglieggiare pastori e contadini. Poi fu la I Guerra Mondiale, l’enorme sacrificio di vite umane cui furono chiamati ”i piccoli Sardi della Brigata Sassari“. Un’intera generazione fu inghiottita in quella carneficina. Interi villaggi si spopolarono. Crebbe la solitudine delle terre e dei pascoli. E quella delle pecore incustodite per l’assenza di pastori! 

In cambio di quei sacrifici i reduci di guerra avevano avuto la promessa dell’assegnazione delle terre ai singoli e alle cooperative. Il Decreto Visocchi, però, non fu sostanzialmente mai applicato. Le lotte nelle campagne sostenute dal Partito Sardo d’Azione di Lussu e di Bellieni si spensero con l’avvento del fascismo che s’incaricò di liquidare al più presto le residue cooperative di pastori e contadini.

Pascoli e pecore continuarono ad arricchire i caseari romani e qualche esportatore sardo fino alla crisi di Wall Street del 1929, che provocò s’ispastorigamentu, cioè l’abbandono della pastorizia e la riduzione a “servi” dei proprietari di piccole greggi e il suicidio del principale esportatore di quegli anni.




Una recente manifestazione di protesta dei pastori sardi


Da allora ben poco è cambiato. Le guerre coloniali, quella di Spagna e la II Guerra Mondiale assorbirono solo in parte l’endemica disoccupazione bracciantile e quella dei pastori delle zone interne, costretti anche ad abbandonare i villaggi per cercare un umiliante posto di lavoro come manovali nella costruzione di Carbonia fra il 1936 e il 1938.

Ha scritto l’ingegnere e poi grande epistemologo cattolico Valerio Tonini, che con la sua impresa aveva partecipato alla costruzione della città mineraria, nel suo eccellente romanzo Terra del carbone (Guanda, 1943): “Intanto laggiù i manovali, per farsi caldo, avevano acceso un gran fuoco e vi sedevano in giro. Nel silenzio una voce sola, accompagnata a intervalli da un’altra o due, cantava un canto accorato e disperato: Tristas campanas, sonade / annunziende angòstia / a tottu annunziu dade / a tottu annunziu dade. I tre, uno che cantava e due che rispondevano, così accorati, stavano stretti fra loro, e chiusi nei loro gabbani formavano un mucchio solo, un po' discosti dagli altri: erano scesi dalla selvaggia montagna in cerca di lavoro”.

E più avanti, riportando un dialogo: “Non sono poi tutti come tu dici. Sono soprattutto degli abbandonati. Se guardiamo in fondo, questa gente che viene a Carbonia a lavorare e si adatta a tutto, a mangiar male, a dormir peggio, a prendersi la malaria, a non aver mai uno svago o un divertimento, è ben dura gente lavoratrice: ognuno, in fondo, pensa al bisogno della sua famiglia, e sopporta tutto”.

Da allora poco è cambiato nonostante l’impegno di tanti allevatori a migliorare i pascoli, a favorire la stabulazione creando stalle e ripari, meccanizzando la mungitura, migliorando e diversificando la produzione nonostante l’incontrollata concorrenza del latte straniero importato impunemente che rischia di screditare il prodotto.

Può darsi che qualche allevatore abbia ecceduto nelle spese e, incoraggiato dalle banche, abbia vissuto al di sopra delle sue possibilità, ma la realtà è che in Sardegna manca qualsiasi programmazione della pastorizia, qualsiasi difesa del prodotto da parte della Regione e del governo centrale. I regolamenti comunitari giocano anch’essi a sfavore degli allevatori sardi. Gli industriali, continentali e non, sono tornati a taglieggiare i pastori imponendo prezzi esosi per gli affitti dei pascoli, svalutando il prodotto, pagando quanto e quando gli pare per prendere alla gola i pastori oppressi da esosi mutui bancari che non ammettono ritardi. Intanto un litro d’acqua costa più di un litro di latte!

Questo il background della pastorizia e dei pastori.

Non c’è niente di folkloristico nelle pacifiche proteste che hanno visto migliaia di pastori e di contadini invadere gli aeroporti di Elmas, di Olbia e di Alghero, la strada statale 131, Porto Rotondo e altri luoghi esclusivi di villeggiatura. C’è rabbia, legittima. Parte della stampa non ha saputo resistere alla rinnovata tentazione di rappresentare il mondo pastorale sardo ancora come un mondo arcaico estraneo alla storia dell’economia globale e della crisi che la sconvolge da anni, conseguenza di quel “nuovo modo di produzione” rivelatosi incapace di assicurare sviluppo con stabilità.

Ma è proprio quel mondo ad esserne vittima e non da oggi. Non è vero che la storia non si ripete. Spesso continua inesorabilmente simile a se stessa emarginando proprio quelli che dovrebbero esserne i protagonisti. Ai pastori non servono più chiacchiere, promesse, parole e neppure soltanto solidarietà spesso pelosa. Servono provvedimenti che sottraggano la pastorizia a un inesorabile declino, foriero oltre che di accresciuta povertà di nuova emigrazione e di un’irrimediabile perdita d’identità del popolo sardo.

Non vogliamo che i pascoli, i pastori, le pecore diventino oggetto di nostalgia e di rimpianto, oltre che motivo di poesia e di speranza com’è stato per secoli. Intanto sono state nuovamente la narrativa e la poesia a trovare ispirazione nel mondo pastorale, non per inopportune operazioni di narrativa archeologica, ma per approfondirne la condizione che contribuisce a determinare la “circostanza” che rende più che singolari, unici autori e opere sardi in lingua sarda e italiana.

Michelangelo Pira, Bachisio Zizi, Larentu Pusceddu, Natalino Piras, hanno proseguito nell’impegno di  Grazia Deledda, Salvatore Cambosu, Salvatore Satta, Michele Columbu, tutti barbaricini.

Alla lotta dei pastori e alla solidarietà degli onesti il compito di salvare la pecora, animale eponimo della civiltà dei Sardi.

                            




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