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di
Ignazio Delogu
Cerdeña come isola di “cerdos” non è mai
esistita. Quel toponimo è una contraffazione castigliana del nome ”Sardinya”
che i Catalano-Aragonesi davano all’Isola, seguendo la tradizione iniziata coi
Romani che quell’Isola chiamavano “Sardinia”. Prima ancora il suo nome era
stato “Ichnusa” e “Argirofles”, entrambi datele dai Greci, probabilmente sulla
scorta di Fenici e poi dei Punici.
Ichnusa faceva riferimento all’immagine di
“impronta” stampata nel mare, ricavata dalla circumnavigazione di piloti che
dal bacino orientale si erano spinti nel bacino occidentale del Mediterraneo, i
“Popoli del mare” o Tirrenoi, dei
quali avevano fatto parte Etruschi e Sardi, o Sardana provenienti dall’Anatolia, sulla rotta di Olbios e più
oltre di Marsiglia, sul versante tirrenico e, a occidente verso le Isole
Baleari, i porti dell’Iberia e, ancora una volta, di Marsiglia.
Argirofles o Vena
d’argento, era nome dettato dalla presenza di ricche miniere d’argento già
note ai Fenici, ai Punici, ai Romani, che ad
metalla erano soliti inviare schiavi e cristiani e poi ai Pisani che le
sfruttarono a lungo. Ciò non vuol dire che Sardinia non fosse terra di cerdos o meglio ancora di cinghiali, da
sempre una componente fondamentale della sua fauna. Il territorio aspro e
boscoso, ricco di querce ghiandifere, la scarsità della popolazione anche
nell’età nuragica durante la quale essa raggiunse il massimo, forse, della sua
densità, ne favorirono lo sviluppo e la persistenza. I cinghiali furono i soli
predatori, la sola minaccia per l’uomo del paleolitico e del neolitico, capace
di contrastarli con armi di selce e di ossidiana, la Sardegna era la terra più
ricca di quel prezioso minerale che veniva esportato fino nel Continente e
persino nella lontana Britannia.
Anche oggi è possibile rinvenire interi
nuclei, punte di freccia, raschietti e altri minuscoli utensili in prossimità
delle “domus de janas”, le antiche sepolture
che si contano a migliaia nei ripari rocciosi sparsi per tutta l’Isola,
o presso le esedre delle “Tombe di giganti” e negli insediamenti neolitici e
nuragici, migliaia anch’essi
Terra di cinghiali, di stambecchi, di cervi,
di capre e di pecore, ricchezza inesauribile alla quale i Sardi di tutte le
epoche, come pure gli altri popoli del Mediterraneo, da quelli rivieraschi e
costieri ai più distanti e remoti, fino ai Monti Carpazi e ai Monti Urali, come
pure gli Svizzeri, se è vero che a Zurigo soffia un vento dal Sud simile al
“ghibli” dei deserti africani (per maggiori informazioni vide F. Braudel, Civiltà e
imperi del Mediterraneo nell’età di Filippo II) devono la loro
sopravvivenza.
Della pecora, infatti, si utilizza tutto: la
lana, la pelle, le ossa, lo sterco. Dalla lana si otteneva l’orbace, il rustico
ma indistruttibile tessuto delle mastrucas
(in quell’opera razzista e odiosa, a prescindere dai suoi pregi più oratori
che letterari che è la Pro Scauro in
difesa del console ladro e violento (orazione che qualche sadico insegnate di
latino ci faceva tradurre nei Licei sardi), Cicerone parla dei “sardi
mastrucati” e selvaggi, incapaci di
parlare e di intendere il latino, lingua nella quale era loro permesso soltanto
di assentire: Adsum rispondevano a
domanda, nel mezzo delle bianche toghe di azzeccagarbugli, lenoni e lestofanti
di ogni risma che popolavano il Foro), dei gabbani e delle berrittas, componenti indispensabili insieme alle pelli, del
costume tradizionale.
Essa ha ispirato più di un poeta, primo fra
tutti il dorgalese Antoni Cucca, autore del poema, splendido per la sua vena
epico-lirica e insieme umanissima e ironica, intitolato Sa croza, appunto, e cioè “la corazza”, perché tale era per il
pastore, che se ne sentiva protetto durante le lunghe notti inverrnali di neve,
di pioggia e di vento nei cespugli di rovo spinoso, di corbezzolo o di chessa (fitonimo d’indubbia origine
estrusca alla pari di altri e di numerosi toponimi) dei pascoli di montagna o
di pianura.
Noto è a molti Sardi l’aneddoto pieno di
umana compassione dell’anziano pastore al pastoreddu
nel fitto della macchia sferzata dalla tramontana che guardava l’opulento paese
di Bonorva dall’altipiano della Campeda. E
a cando nois cun sa mastruca, Comente an a essere sos ricos de Bonorva nudos in
su lettu! (Se soffriamo noi avvolti nella mastruca, come staranno i ricchi
di Bonorva nudi nel letto!).
Dalle ossa si ricavava di tutto: armi,
punteruoli, aghi, fibbie, pettini e persino dadi per il gioco della mazzucca, che anch’io ho praticato da
bambino insieme a quello delle pedruscheddulas
o delle “cinque pietre”, del “sottomuro”, del galici e della marrocula
o bardufula, cioè della trottola.
Infine, la carne e le interiora, e sa conchedda o concuzza o testina, mangiare principe per il sapore inconfondibile
delle sue barrutzas, che nessuno sa
cucinare meglio dei pastori sardi. Petta
de anzone, arrosto sulla brace o de
arveghe in cappotto”, con osso di prosciutto, patate, cipolle e altre
verdure, il tutto in un gran pentolone, nei banchetti omerici delle feste
campestri, dei matrimoni o nei semplici incontri fra pastori, contadini e furisteris, o meglio ospiti, ai quali i
Sardi aprono con ineguagliabile e ingenua ospitalità le loro case e i loro
ovili, ripagati troppo spesso con avidità ingorda e assai poco riconoscente.
Per non dire de sa cordedda o cordula
ossia treccia di visceri intrecciati e cucinati sulla brace o al forno o in
padella con favette o piselli, una fogliolina di menta e tanta cura. Ma ottimo
é il sanguinaccio di pecora oltre che di maiale, confezionato in mille modi,
arrosto o in padella, caldo o freddo, dolce o salato, con vino, erbe e tanti
ingredienti, o puro e semplice com’è sgorgato dalle ferite al tempo del
sacrificio della bestia
E
dalla pecora viene il “pecorino”, su
casu, dolce o salato, fresco o stagionato, in piccole forme, o in grandi pezzas, affumicato, a volte, altre
lasciate invecchiare con una fermentazione anomala ma saporitissima, da
mangiarsi in compagnia secondo detta il proverbio: casu cun binu a rasu.
Cultura antica, quella della pecora,
irrinunciabile fondamento non unico ma indispensabile dell’identità dei Sardi,
inseparabile dalle colline e dai supramontes,
dai boschi, dalle pianure e dalle stoppie fra le quali si muovono le greggi nel
loro perpetuo andare in un nomadismo incessante, che nessuna stabulazione sarà
capace di sostituire, anche perché la pecora ha bisogno di andare, di brucare,
di inerpicarsi e di meriggiare, in quell’andare, riposare, ruminare secernendo
umori che fanno del latte un prodotto squisito per l’alimentazione e una fonte
irrinunciabile di guadagno per un’economia che non dispone di molte altre
risorse.
I pastori distinguono nel gregge la arveghe o berbeche (pecora); berbeche
anzada o madrighe (pecora figliata) e madrigadu
è l’insieme delle pecore figliate, che costituisce il nerbo del gregge; anzone, angioni, anzoneddu (agnello, agnellino); masciu,
mascru (montone). Ma ogni età e ogni funzione ha la sua definizione. I
pastori ne conoscono i pregi e i difetti, le malattie e le affezioni (baddinosas sono quelle affette da una
sorta di capogiro), runzosa se ha la
rogna, e altre patologie. Le curavano con piante naturali delle quali la
Sardegna è ricchissima e adesso con vaccini e altri farmaci E le amano, le
vezzeggiano, le proteggono dalle tante insidie della natura, degli animali e di
quegli autentici predatori che sono gli uomini, abigeatari e bardaneris, scaltri e spregiudicati, curtzos, corti, quando rubano in casa, abiles quando rapinano nei paesi vicini,
secondo l’antico codice che vige nei pascoli.
I luoghi nei quali si raccolgono il cubile (ovile), mandra il chiuso dove si mungono. Al centro sa pinneta (la capanna con copertura di canne e frasche dove il
pastore dorme sulla uda (juta) e dove
sta acceso su fochile (il focolare) e
dove su un incannicciato si mettono spesso il formaggio e le salsicce a
stagionare e affumicare. Le altre operazioni si facevano all’aperto, oggi in
appositi locali.
La marcatura fa parte della loro cultura: innida, pertunta, rundinina (intatta,
forata, rondinina), sono segni e simboli che abitano l’inconscio individuale e
collettivo dei Sardi e al quale sarebbe irresponsabile sottrarsi pena il
rischio concreto e attualissimo di un’irreparabile perdita d’identità. A
confermarlo sono i cognomi Angioi e Angioni, assai diffusi nell’Isola.
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Due simboli della Sardegna: il nuraghe e le pecore
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Non c’è geografo o viaggiatore dall’antichità
greco-romana ai giorni nostri, che non abbia parlato della pecora come
componente indispensabile del paesaggio sardo, della sua cultura e come
fondamento dell’identità dei Sardi. C’è chi, come il filologo tedesco M. L.
Wagner ha posto la pecora e il lessico che la riguarda al centro della sua
analisi nel “logudorese aulico” che inspiegabilmente detestava e che ha
prodotto poeti come Paulicu Mossa, famoso l’incipit della poesia alle rondini: Benennidas siades rundines a domo mia /
avantzade non timedas / chi isettende deo bos fia, che richiama il grande
Antonio Machado di Volveran las oscuras
golondrinas) e chi, come il sociologo e geografo francese F. Le Lannou alla
pecora e ai pastori ha dedicato un libro di grande pregio, Patres et paisans de la Sardaigne.
Inoltre
pecore, pascoli e pastori più di stambecchi, cinghiali e cavalli sono
protagonisti della poesia e della narrativa in lingua sarda e italiana,
dell’incisione, della pittura e della scultura. Da Sebastiano Satta dei Canti barbaricini (1910) e dei postumi Canti del salto e della tanca (1924), al
Premio Nobel Grazia Deledda, a Salvatore Cambosu di Miele amaro e di Una stagione
a Orolai, che tanto interesse suscitò in Elio Vittorini che lo volle
collaboratore del Politecnico fin dai
primi numeri del 1945, a Salvatore Satta de Il
giorno del giudizio.
Ma già nel Settecento gli autori dell’Arcadia
sarda, il reverendo Pisurzi e il leggendario scolopio “Padre Luca”, aedo fra i
pastori nei covili e nei villaggi, che ben merita quanto il poeta spagnolo
Rafael Alberti ha detto del grande Antonio Machado “padre en las aldeas /
hermano entre pastores”, alla pecora avevano dedicato poemi e ottave.
A Pisurzi si deve il poemetto S’anzone, metafora trasparente della
donna amata: S’anzone mia est una bianca
nida / senz’ateru colore cambiadu / mesulinedda e cantos l’ana bida / la tenen
pro gerrile o madrigadu / tota aneddada e lani cumpartida / pertunta innida,
gighet de broccadu / sa collana in su tuju cun ischiglia. / Bider a issa est
una meraviglia.
(L’agnella mia è bianca senza macchia / e
senza altro colore / mesulinedda e
quanti l’hanno vista / la tengon per gerrile o madrigadu / tutta anelli e lana
ben distribuita / pertunta candida porta di broccato / al collo la collana con
la squilla / vederla è una meraviglia.)
Non diversamente dai numerosi e valorosi
poeti barbaricini e logudoresi soprattutto, in
limba (fra i maggiori Cubeddu, Contene, Tucconi, Soza e Piras), poetes estemporanei dalla vena epico
ironica, della fine dell’800 ai giorni nostri, nelle numerosissime saghe paesane
cui partecipano migliaia di ascoltatori attenti e competenti.
Un esempio dalla “gala” che vide i due
maggiori contendenti Antoni Cubeddu e Gavinu Contene affrontarsi ad armi pari
davanti al pubblico entusiasta che gremiva la piazza. Canta il primo in piedi
sul palco: Turres palatos riccos
monumentos / vapores vaporinos bastimentos / e coratzadas in combattimentos / a
piccu a fundu apo idu calare / armadas sas armadas a distruere / e tue
disarmadu no as a ruere?
(Torri palazzi ricchi monumenti / vapori
vaporini bastimenti / e corazzate nei combattimenti / a picco a fondo ho visto
calare / armate distruggere le armate / e tu disarmato non cadrai?)
Dritto all’altro estremo del palco adorno di
palme, canta il secondo: Cand’as a bidere
su monte ‘e Pattada / fattu a cumbentu de padres Caputzinos / cand’as a bidere
sa notte isteddada e s’aba falendedi a cadinos / cand’as a bidere sa morte
torrada / cand’as a bidere sa notte pro die / tando Gavinu ad a ruere sutt’a
tie.
(Quando vedrai il monte di Pattada fatto
convento di padri Cappuccini / Quando vedrai la notte stellata e l’acqua cadere
a catini / Quando vedrai la morte risorta / quando vedrai la notte fatta giorno
/ allora Gavino cadrà sotto di te)
Dalla folla si ode un grido: Tronend’este! Sta tuonando.
Prima di questi poetes i Sardi hanno sempre cantato, mutos, mutetus, disisperada,
a boghe sola o a tenore o cuncordu, con
chitarra, sonette o bomboromboi spesso insieme al ballo tundu, de ischina o de tres passos. Canti
religiosi e spesso parodie anticlericali come i gosos, molti dei quali di un’irrefrenabile comicità nella loro
icastica ingenuità.
Quanto ai pittori, la Scuola sassarese di Biasi e P. A. Manca, cui si affiancarono il
cagliaritano Figari e i barbaricini Carmelo Floris, Antonio Ballero e Francesco
Ciusa Romagna, sono pieni di pascoli, di greggi, di cavalli e di abbeveratoi.
Maria Lai, la grande pittrice di fama internazionale, ha fatto del volto della
pecora e della capra una sorta di emblema della sua splendida arte.
Nella ceramica e nella scultura brillano
artisti di fama internazionale come Francesco Ciusa, Premio Internazionale di
Scultura all’Esposizione Internazionale di Venezia del 1906, Salvatore Pintori,
Salvatore Fancellu e Gantine Nivola, fondatori nei primi anni ’30 del mitico
Ufficio pubblicità della Olivetti di Ivrea
(Fancello, un autentico genio, morì a soli 24 anni nell’infausta guerra
di Grecia, Nivola emigrato in America per sfuggire alle leggi razziali che
minacciavano la moglie ebrea, compagno di Le Corbusier è stato fra i maggiori:
scultori-architetti degli USA, autore del campus
della Yale University e di altri campus
non meno illustri, alla sua morte il New
Yorker gli dedicò la copertina).
L’ultima generazione, di Giovanni Canu di
Mamoiada, la terra dei mamutones, del
campidanese Pinuccio Sciola, inventore delle “pietre sonore” e del sassarese
Igino Panzino, conferma l’originalità di una grande tradizione plastica.
Senza dimenticare i creatori di maschere in
legno di mamutones e merdules e gli autori delle crete istoriate segnalati e studiati dal
poeta e etnologo nuorese Raffaello
Marchi, numerosi nei nostri villaggi.
L’antica tradizione della decorazione planare
si conferma nell’arte degli arazzi e dei tappeti. Ma, attenti a non confondere
tradizione con staticità e inerzia. Nell’arte sarda pur legata a Miti Tipi Archetipi (così s’intitolava
la grande rassegna Cento anni di scultura
in Barbagia e dintorni (Nuoro 1989), tutto é in movimento, tutto è in
divenire, con funzioni di supplenza, spesso, di una storiografia a volte
reticente o indifferente alla complessità della “circostanza” sarda.
Neanche la critica d’arte e letteraria sono
esenti da questo difetto, come mostrano molteplici esempi che, quasi a
incoraggiare la tendenza di certa narrativa recente a destoricizzare la vicenda
isolana, per fissarla in sterili stereotipi e ridurla ad archeologia
letteraria, applicano una metodologia “generalista”, il contrario di quella
seguita dal grande Walter Benjamin tutta mirata a cogliere la specificità che
rende unico ogni libro e ogni autore.
Ma le greggi e i pascoli, i villaggi come
grumi distanti e solitari, hanno colpito fortemente anche scrittori come Elio
Vittorini (ripubblicato da Mondadori nel 1952) Sardegna come un’infanzia, 1936), Virgilio Lilli, del quale è
uscito da poco un suo Viaggio in
Sardegna... (C. Delfino editore, Sassari 1999) risalente al 1932. Entrambi
avevano partecipato, insieme a una ventina di altri giornalisti, al viaggio in
Sardegna organizzato dalla rivista Italia
letteraria, al quale era abbinato un
concorso, vinto poi da entrambi gli scrittori. Lo storico dell’arte
medievale in Sardegna, Raffaello Delogu salutò con entusiasmo l’arrivo di
quella curiosa “carovana intellettuale”.
Fra tutti s’impone Carlo Levi, l’autore di Cristo s’è fermato a Empoli, Coraggio dei
miti e Paura della libertà, che
nel suo Tutto il miele è finito
(1964), che conclude Miele amaro di
S. Cambosu, ha mostrato di aver capito e di aver penetrato, unico fra i
viaggiatori e gli scrittori italiani, quella che chiamava “l’anima sarda”. Dei
Sardi conosceva qualità e vizi. Esaltava le prime e, alieno com’era da
moralismi e luoghi comuni, tendeva a giustificare i secondi, che faceva
discendere dalla tormentata storia dell’Isola, stretta fra isolamento e
cupidigia di invasori stranieri.
Nel corso dei suoi due viaggi aveva
conosciuto soprattutto le Barbagie, Nuoro, Orgosolo, Mamoiada, Belvì, Fonni e
Orune che considerava una sua piccola patria. E “Orune” si chiamava la
cornacchia che aveva portato con sé e che scomparve “forse in preda a una
struggente nostalgia della sua terra”, come ebbe modo di dirmi, dal modesto
giardino del suo studio nella romana Villa Ströhlfern. Io gli feci da guida in
un viaggio dalle Barbagie al Logudoro che non conosceva. Ne rimase sorpreso e
incantato. Di fronte alla severa basilica romanica di Ardara, antica Cappella
Palatina della reggia dei re di Torres, edificata dall’ignoto Maestro di Ardara
per voto di Agnese, moglie prima di Comita de Lacon Gunnale, poi di Mariane II
re di Logudoro, esclamò: “Il Logudoro sta alle Barbagie come il Rinascimento
sta al Medioevo”.
Amava entrambi, ma preferiva il secondo. E
aveva capito ciò che gli storici di terraferma tardano a capire, che l’età dei
Giudici-Re dei quattro Regni di Kalares, Arborea, Torres e Gallura, durata dal
IX al XIV secolo, non era da confondere col Medioevo europeo.
Come rimase stupito quando gli dissi che
quando, nell’ottobre del 1238, l’Imperatore Federico II di Svevia volendo
procurare un trono al suo figlio naturale Enzo di Hoehenstaufen, aveva inviato
ad Ardara un’Ambasceria per chiedere la mano della triste e sfortunata
Adelasia, vedova di Ubaldo Visconti re
di Gallura, il suo inviato aveva letto alla corte riunita lo splendido sonetto
di Jacopo da Lentini, e che nel carroz
del famoso trobador Rambaldo de
Vaqueiraz (quello del “contrasto” tra una popolana genovese e un suo
corteggiatore, che aveva respinto dicendo Non
t’entend plui ch’un Todesco d’un Sardo o un Barbarì) aveva inserito Maria
la Sarda, sorella di Comita II (?), fra le dodici più belle donne del suo
tempo!
Tutto ciò contraddiceva la leggenda nera
interessatamente divulgata da personaggi come Fazio degli Uberti e dallo stesso
Dante Alighieri. L’uno autore nel Dittamondo
di un giudizio frutto di pura ignoranza (Viddi
io una gente che niun non l’intende né essi sanno ciò ch’altri bisbiglia,
l’altro, di una non meno immotivata sentenza nel De vulgari elocuentia: Sardi
sicut simiae gramaticam imitantur.
Osservava stupito le tante basiliche e
chiesette romaniche immerse nel verde, le colline ricche di olivi e le stoppie
dorate del Campo di Ozieri, le straordinarie pitture del Maestro di Ozieri e
del Maestro di Castelsardo, entrambi del XVI secolo. Volle entrare in un
piccolo nuraghe monotorre, lungo la strada da Sassari a Tempio. Poiché tardava
a uscirne, gli chiesi il perché. Mi disse “non avevo mai provato prima la
sensazione che il tempo e l’eternità fossero la stessa cosa”.
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Senza titolo, installazione dalla mostra "Discontinua", Montedoro 2004 (ph. Agostino Tulumello)
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Gli Inglesi, isolani anch’essi, non furono da
meno dei Continentali. Prima di D. H. Lawrence e del suo Mare e Sardegna (Londra, 1923), avevano visitato l’Isola J. Warre
Tyndale (L’Isola di Sardegna, Londra
1849), e J. E. Crawford Flich (Note di un
viaggio in Sardegna, Londra 1914). Lawrence dovette sentire la suggestione
dei racconti di quei viaggiatori, per decidersi a un viaggio, singolare proprio
perché prossimo.
L’idea
di viaggio si afferma in
Europa già nel XVI secolo, ma il richiamo fu allora per l’Italia del
Rinascimento. Solo a partire dal XVIII secolo essa divenne un metodo
organizzato e strutturato per impadronirsi
del mondo raccogliendo il maggio numero possibile di notizie. Il
viaggiatore si trasforma in reporter. Fu quell’idea a spingere viaggiatori
francesi, tedeschi e inglesi a visitare l’Isola nell’indifferenza, diventata
poi tradizionale, degli Italiani. Sono numerosi quelli che hanno scritto
sull’Isola cose fantasiose e persino inverosimili. Un esempio fra tutti, quello
del pio Abate Lambert in quattro pagine della sua Storia generale, civile, naturale, politica e religiosa (1778). Più
corrette quelle dell’enciclopedico cavaliere De Jancourt nel 30° vol. dell’Enciclopedia di Diderot e D’Alembert.
Molto cambiò a partire dal XIX secolo, con le
due opere del grande giurista sassarese, padre del Diritto della navigazione,
Domenico Alberto Azuni, Saggio sulla storia geografica, politica e naturale del
Regno di Sardegna e Storia politica e naturale della Sardegna, entrambe degli
inizi del XIX secolo; Descrizione della
Sardegna di un Anonimo piemontese (1759 c.a), e il fondamentale Vojage en Sardaigne (Paris/Turin, Artus
libraire, 1839) del Generale e poi Viceré dell’Isola, conte Alberto Ferrero de
La Marmora (che benché nato a Torino, fu
sardo, veramente e profondamente sardo nello spirito, nelle opere e nei
propositi, come lo definì Pasquale Marica, traduttore nel 1917 del
successivo Itinerario dell’Isola di
Sardegna).
Per tutti questi viaggiatori il paesaggio
geografico, agricolo e soprattutto pastorale costituisce elemento di curiosità
e di indagine che rivela gli aspetti più segreti, le cause e le conseguenze
profonde della vita degli isolani, ancora oggi così esposti alla gravitazione
di archetipi e di miti dalle remote radici ancestrali.
La storia della pecora coincide con quella
dell’uomo. Pur non essendo un animale cornuto, essa fa parte di quei miti e
archetipi che presiedono alla civiltà e alla cultura del popolo dei Sardi.
Pecora vuol dire pasture, pasture vuol dire
pastori e lana, pelle, latte, formaggi e ricotte. Prodotti ai quali hanno
sempre guardato con avidità quanti, non essendo pastori, hanno preteso di
vivere sulla loro fatica e sui loro sacrifici.
Che sono tanti, a partire dal distacco dalle
famiglie che la pastorizia seminomade impone, dalla solitudine che ne è la
necessaria conseguenza (“Torbidi e soli nel fatale andare”, li rappresenta il
Satta), dai rischi che essa comporta per gli infiniti pericoli dai quali il
pastore è minacciato. Ma la minaccia più grave, storica e attuale è quella dei
padroni dei pascoli e dei caseari unicamente preoccupati di sfruttare la fatica
dei pastori troppo spesso non solo indifesi, ma angariati da Editti, Leggi e
Circolari. La storia, ma sarebbe meglio dire il calvario, ha inizio con
“l’Editto delle chiudende” e quello sulla “Eversione dei feudi” emanati
rispettivamente nel 1820 e nel 1838 cui seguì la occhiuta politica fiscale
dovuta alla “piemontizzazione” dell’Isola, dopo la cosiddetta “fusione
perfetta” con le province di terraferma, a conclusione della quale lo storico
sardo Siotto Pintor scrisse: “Ci lasciarono soltanto gli occhi per piangere”.
L’abolizione del “comunismo agrario”, che
aveva caratterizzato per secoli l’economia e la società dell’Isola, consentì la
frenetica privatizzazione delle terre. Cantava il poeta Melcioro Murenu: Tancas serradas a muru / fattas a s’afferra
afferra / si s’inferru fit in terra / si lu serraian puru, con una quartina
indelebilmente impressa nella memoria dei Sardi e che costò al suo autore
l’assassinio ad opera di sicari assoldati dai ricchi proprietari di Macomer.
L’eversione
dei feudi, meno quella del feudo D’Arcais, le cui terre furono effettivamente
distribuite ai membri delle comunità, giovò ai feudatari spagnoli e piemontesi
ai quali le terre furono generosamente pagate dalle comunità, dissanguate due
volte! Non di restituzione, si trattò, ma di un ulteriore esproprio. Anche
perché le terre distribuite a così caro prezzo ai contadini e pastori delle
ville, privi di capitali e degli stessi arnesi di lavoro (aratri, zappe, falci
e cavalli e buoi), caddero ben presto nelle mani di usurai senza scrupoli
diventati in breve più esosi, se possibile, dei vecchi padroni.
Il Parlamento subalpino dichiarò per bocca di
Cavour, di non avere più di una mezz’ora da dedicare alla Sardegna. A nulla
valsero le continue interrogazioni dei deputati sardi. Quando nel 1868 fu
istituita la Commissione parlamentare d’inchiesta, i suoi risultati furono tali
da meritare il laconico e sarcastico commento del deputato Vincenzo Bruscu
Onnis (unico garibaldino a chiedere al Generale di sbarcare una volta arrivato
a Porto Talamone, “perché non intendeva contribuire a conquistare un regno per
il Savoia”): “Vennero, videro, mangiarono e ripartirono”.
Anche Gabriele D’Annunzio, col poeta
romanesco Pascarella, fece un rapido viaggio in Sardegna, con sosta barbaricina
in Oliena. Anche i due videro, mangiarono e se ne andarono, ma sopratutto
bevettero copiosamente del meraviglioso vino rosso di Oliena. D’Annunzio gli
diede un nome, Nepente, che lo
distingue ancora fra i tanti ottimi cannonau.
Ma soprattutto ne bevette tanto da rimanerne tramortito per un paio di giorni!
Non bastò mettere un freno a quell’infame
rapina degli usurai l’istituzione dei Monti di pietà, poi granatici, e
l‘impegno di Sindaci e sacerdoti, fra i quali, come denunciò Sa prediga de predi Antiogu, che tanto
piaceva ad Antonio Gramsci da chiedere alla mamma e alla sorella Teresina di
inviargliene una copia al carcere di Turi, dove scontava la dura pena
impostagli dal Tribunale speciale per la difesa dello Stato (fascista) su
ordine perentorio di Mussolini, per “impedire a questo cervello di pensare”!
Quando, agli inizi dell’ultimo terzo del
secolo XIX, le condizioni dei pastori, servi o anche piccolissimi allevatori,
divennero sempre meno tollerabili, anche per l’avidità e per l’arroganza dei
nuovi proprietari, suscitarono quelli che gli storici conoscono come i moti de su connotu, la richiesta del ritorno
a un impossibile passato, essa apparve a molti un soprassalto della vecchia
società contro la modernizzazione che avanzava.
Che essa si prestasse anche a questa
interpretazione era inevitabile, ma la storia si è incaricata di dimostrare il
contrario. Il tragico errore fu di affrontare quei moti con la sola
repressione, senza alcuna misura che riportasse un minimo di serenità nelle
campagne. L’espropriazione dei pascoli e delle terre, il successivo intervento
degli industriali caseari romani determinarono un impoverimento non solo delle
Barbagie ma di tutta l’Isola, cui si aggiunse la crisi dell’industria
mineraria.
Intanto “i bianchi e salsi caci di Sardegna”
cessano di arrivare nei porti di Tolone e di Marsiglia a causa della “guerra di
dogane” che il governo italiano aveva dichiarato alla Francia, provocando il
crollo delle esportazioni di tutto ciò che è produzione pastorale dell’Isola e,
segnatamente, della pecora. Guerra persa in partenza che pregiudicò gravemente
l’economia dell’intero Mezzogiorno, colpendo inesorabilmente gli interessi
sardi e siciliani in Tunisia. E avviando quella corrente migratoria che colpirà
anche l’Isola, contribuendo a spopolare proprio i paesi dove la pastorizia è
praticamente l’unica cultura.
Ai primi del secolo scorso, la protesta
esplose nei moti de su casu, del
formaggio, che i pastori che lo producono non potevano mangiare per l’altissimo
prezzo imposto dai caseari, che preferivano esportare il pregiato ”pecorino
romano” negli Stati Uniti. Recita il proverbio: Chie mandicat casu giughet dentes de oro.
L’epicentro fu il paese di Bonorva, ma tutte
le campagne attorno ne furono interessate. L’opinione pubblica italiana,
informata da grandi giornali come l’Avanti! Il
Messaggero e Il Corriere della sera
ne fu scossa nel profondo. Per qualche mese la Sardegna, il formaggio e la
pecora che lo produce divennero protagonisti. Ai morti della miniera di
Buggerru del 1904 si aggiunsero quelli di pastori e contadini di Bonorva e di
Villasalto.
Anche quei moti non sortirono grandi
risultati. I caseari romani, insieme ai nuovi imprenditori sardi, continuarono
a taglieggiare pastori e contadini. Poi fu la I Guerra Mondiale, l’enorme
sacrificio di vite umane cui furono chiamati ”i piccoli Sardi della Brigata
Sassari“. Un’intera generazione fu inghiottita in quella carneficina. Interi
villaggi si spopolarono. Crebbe la solitudine delle terre e dei pascoli. E
quella delle pecore incustodite per l’assenza di pastori!
In cambio di quei sacrifici i reduci di
guerra avevano avuto la promessa dell’assegnazione delle terre ai singoli e
alle cooperative. Il Decreto Visocchi, però, non fu sostanzialmente mai
applicato. Le lotte nelle campagne sostenute dal Partito Sardo d’Azione di
Lussu e di Bellieni si spensero con l’avvento del fascismo che s’incaricò di
liquidare al più presto le residue cooperative di pastori e contadini.
Pascoli e pecore continuarono ad arricchire i
caseari romani e qualche esportatore sardo fino alla crisi di Wall Street del
1929, che provocò s’ispastorigamentu,
cioè l’abbandono della pastorizia e la riduzione a “servi” dei proprietari di
piccole greggi e il suicidio del principale esportatore di quegli anni.
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Una recente manifestazione di protesta dei pastori sardi
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Da allora ben poco è cambiato. Le guerre coloniali,
quella di Spagna e la II Guerra Mondiale assorbirono solo in parte l’endemica
disoccupazione bracciantile e quella dei pastori delle zone interne, costretti
anche ad abbandonare i villaggi per cercare un umiliante posto di lavoro come
manovali nella costruzione di Carbonia fra il 1936 e il 1938.
Ha scritto l’ingegnere e poi grande
epistemologo cattolico Valerio Tonini, che con la sua impresa aveva partecipato
alla costruzione della città mineraria, nel suo eccellente romanzo Terra del carbone (Guanda, 1943):
“Intanto laggiù i manovali, per farsi caldo, avevano acceso un gran fuoco e vi
sedevano in giro. Nel silenzio una voce sola, accompagnata a intervalli da
un’altra o due, cantava un canto accorato e disperato: Tristas campanas, sonade / annunziende angòstia / a tottu annunziu dade
/ a tottu annunziu dade. I tre, uno che cantava e due che rispondevano,
così accorati, stavano stretti fra loro, e chiusi nei loro gabbani formavano un
mucchio solo, un po' discosti dagli altri: erano scesi dalla selvaggia montagna
in cerca di lavoro”.
E più avanti, riportando un dialogo: “Non
sono poi tutti come tu dici. Sono soprattutto degli abbandonati. Se guardiamo
in fondo, questa gente che viene a Carbonia a lavorare e si adatta a tutto, a
mangiar male, a dormir peggio, a prendersi la malaria, a non aver mai uno svago
o un divertimento, è ben dura gente lavoratrice: ognuno, in fondo, pensa al
bisogno della sua famiglia, e sopporta tutto”.
Da allora poco è cambiato nonostante
l’impegno di tanti allevatori a migliorare i pascoli, a favorire la
stabulazione creando stalle e ripari, meccanizzando la mungitura, migliorando e
diversificando la produzione nonostante l’incontrollata concorrenza del latte
straniero importato impunemente che rischia di screditare il prodotto.
Può darsi che qualche allevatore abbia
ecceduto nelle spese e, incoraggiato dalle banche, abbia vissuto al di sopra
delle sue possibilità, ma la realtà è che in Sardegna manca qualsiasi
programmazione della pastorizia, qualsiasi difesa del prodotto da parte della
Regione e del governo centrale. I regolamenti comunitari giocano anch’essi a
sfavore degli allevatori sardi. Gli industriali, continentali e non, sono
tornati a taglieggiare i pastori imponendo prezzi esosi per gli affitti dei
pascoli, svalutando il prodotto, pagando quanto e quando gli pare per prendere
alla gola i pastori oppressi da esosi mutui bancari che non ammettono ritardi.
Intanto un litro d’acqua costa più di un litro di latte!
Questo il background della pastorizia e dei
pastori.
Non c’è niente di folkloristico nelle
pacifiche proteste che hanno visto migliaia di pastori e di contadini invadere
gli aeroporti di Elmas, di Olbia e di Alghero, la strada statale 131, Porto
Rotondo e altri luoghi esclusivi di villeggiatura. C’è rabbia, legittima. Parte
della stampa non ha saputo resistere alla rinnovata tentazione di rappresentare
il mondo pastorale sardo ancora come un mondo arcaico estraneo alla storia
dell’economia globale e della crisi che la sconvolge da anni, conseguenza di
quel “nuovo modo di produzione” rivelatosi incapace di assicurare sviluppo con
stabilità.
Ma è proprio quel mondo ad esserne vittima e
non da oggi. Non è vero che la storia non si ripete. Spesso continua
inesorabilmente simile a se stessa emarginando proprio quelli che dovrebbero
esserne i protagonisti. Ai pastori non servono più chiacchiere, promesse,
parole e neppure soltanto solidarietà spesso pelosa. Servono provvedimenti che
sottraggano la pastorizia a un inesorabile declino, foriero oltre che di
accresciuta povertà di nuova emigrazione e di un’irrimediabile perdita
d’identità del popolo sardo.
Non vogliamo che i pascoli, i pastori, le
pecore diventino oggetto di nostalgia e di rimpianto, oltre che motivo di
poesia e di speranza com’è stato per secoli. Intanto sono state nuovamente la
narrativa e la poesia a trovare ispirazione nel mondo pastorale, non per
inopportune operazioni di narrativa archeologica, ma per approfondirne la
condizione che contribuisce a determinare la “circostanza” che rende più che
singolari, unici autori e opere sardi in lingua sarda e italiana.
Michelangelo Pira, Bachisio Zizi, Larentu
Pusceddu, Natalino Piras, hanno proseguito nell’impegno di Grazia Deledda, Salvatore Cambosu, Salvatore
Satta, Michele Columbu, tutti barbaricini.
Alla lotta dei pastori e alla solidarietà
degli onesti il compito di salvare la pecora, animale eponimo della civiltà dei
Sardi.
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