di Ilenia Appicciafuoco
(…)
Emanuel Carnevali, morto di fame nelle cucine d'America
sfinito dalla stanchezza nelle sale da pranzo d'America
scrivevi
E c’è forza nelle tue parole
Sopra le portate lasciate a metà, i tovaglioli usati
Sopra le cicche macchiate di rossetto
Sopra i posacenere colmi
Sapevi di trovare l'uragano
Dire qualcosa mentre si è rapiti dall'uragano
Ecco l'unico fatto che possa compensarmi
di non essere io l'uragano
Emanuel
Primo dio
Rimbaud
Preghiera a cose più belle di me
Rimbaud
Avvento della giovinezza
Immagine perfetta
Senzazione perfetta
è nella pioggia, oggi, il vostro grido
(Primo
dio Massimo Volume)
Nella
prefazione a L’invenzione dei giovani (Feltrinelli, Storie, Milano 2009, pp.
496, € 30,00, trad. di Giancarlo Carlotti), l’autore, Jon Savage, dichiara di
aver utilizzato una metodologia che potrebbe apparire bizzarra agli occhi di
molti lettori e che, al contrario, si rivela estremamente efficace e
contribuisce a rafforzare la singolarità e la forza delle proprie convinzioni.
Nel
1945, poco prima dell’esplosione della bomba atomica su Hiroshima e Nagasaki,
il “New York Times” annuncia la nascita di una nuova “invenzione americana”: la
categoria dei “teenagers”, ragazzi in una fascia d’età compresa all’incirca fra
i quattordici ed i ventiquattro anni. Questa nuova fase della vita, un ponte
che separa e collega la pubertà e l’età matura, sembrò quasi essere stata
creata a tavolino dagli Stati Uniti, o meglio dalle dinamiche consumistiche e
capitalistiche statunitensi, desiderose di stabilire un nuovo target di
consumatori che fosse, allo stesso tempo, capace di veicolare sogni, desideri e
stili di vita della maggior parte della popolazione.
Sappiamo
benissimo che l’american way of life, entro breve, si sarebbe espanso,
fino ad invadere l’economia, i costumi, le usanze, le abitudini ed infine il
concetto stesso di civiltà della Vecchia Europa.
La
teoria propugnata da Jon Savage si basa su presupposti molto differenti: egli
non si limita ad individuare caratteristiche tipiche del fervore adolescenziale
in individui vissuti alla fine dell’Ottocento, dunque molto prima della fine
della Seconda Guerra Mondiale, ma sottolinea anche gli sviluppi che la
categoria del “teenager” conobbe non solo in America, ma anche in molte nazioni
europee, come la Francia, il Regno Unito, la Germania e anche se in misura
minore, l’Italia.
Come
sottolineato all’inizio, l’autore di Il
sogno inglese. I Sex Pistols e il punk rock, dichiara di aver preferito
procedere per induzione: partendo da casi particolari da esperienze di persone
che hanno, nel bene e nel male, cercato di modificare lo status quo, Savage
dona all’intreccio argomentativo di ogni paragrafo un aspetto tentacolare,
quasi rizomatico, trasformando il caso singolo e utilizzandolo come una
piattaforma per espandere il proprio discorso.
Savage
sceglie di prediligere quelli che J.M. Greenwood definì in maniera sprezzante i
“fenomeni da baraccone della razza” [1].
Se
volessimo provare a trasformare in un film-documentario questo libro ciò non
risulterebbe affatto impossibile, visto che l’autore sa alternare sapientemente
le descrizioni oggettive del panorama e del periodo osservato e le
testimonianze individuali, estrapolate grazie all’ausilio delle fonti più varie:
lettere, diari, cartoline, giornali dell’epoca…
La
tematica dell’adolescenza viene trattata da Savage seguendo una doppia
traiettoria: quella dell’arte, della ricerca continua, dell’ambizione giovanile
e dell’edonismo e quella della morte, della violenza, delle pulsioni
adolescenziali concretizzate nel desiderio di distruzione di se stessi, degli
altri o del passato.
Il
primo paragrafo di questo testo è fondamentale proprio perché le storie di
Marie Bashkirtseff e di Jesse Pomeroy rappresentano questi due aspetti
estremi dell’adolescenza.
Marie
Bashkirtseff è figlia di due ricchi emigrati russi, vive a Nizza e nel 1875 ha
diciassette anni. Come molte ragazze della sua età trascrive i propri pensieri
in un diario:
(…)
“Questo diario contiene tutta la mia vita, i miei momenti più sereni sono
quelli in cui scrivo. Sono probabilmente gli unici istanti di calma che mi
restano. Bruciare tutto, vivere in uno stato di esasperazione, piangere, patire
tanto e vivere, e vivere! Perché mi lasciano vivere? Oh quanto sono impaziente.
Verrà la mia ora. Voglio crederlo. Però qualcosa mi dice che non verrà mai, che
passerò la vita intera ad aspettare, aspettare” (…) [2]
(…)
“Se dovessi morire giovane brucerò questo diario, ma se diventerò vecchia la
gente lo leggerà. Credo, se posso permettermi di dirlo, che non esista tuttora
una fotografia dell’esistenza di una donna, di tutti i suoi pensieri” (…) [3]
Leggendo
questi due capoversi è impossibile non pensare ad un’opera come I dolori del giovane Werther di Goethe
ed in generale alla visione della giovinezza che il Romanticismo ha contribuito
a diffondere in buona parte del mondo occidentale. Gli sbalzi d’umore, la
speranza e la disperazione, il desiderio di vivere fino all’ultimo respiro e la
spinta al suicidio, l’autocommiserazione e la voglia di rivalsa nei confronti
della società e dell’ambiente familiare, sono tutti in queste pagine, scritte
da una ragazza che, inconsapevolmente, si rivelerà una delle capostipiti del
movimento femminista:
(…)
“Bene, si divertono sul serio… gli uomini. La donna è sempre la vittima. Vorrei
essere un uomo. Supererei tutti quei signori” (…)
Ma
Marie rappresenterà anche una delle prime icone del “genio adolescente e
martire”: dopo essere riuscita ad esporre molte sue tele al Salon di Parigi,
guadagnando anche ottime critiche, dopo aver conseguito quella fama che da
sempre aveva desiderato, la ragazza contrae la tubercolosi e muore a soli
venticinque anni. Non basta: il suo diario venne pubblicato dopo la sua morte
ed il candore e la potenza della sua scrittura contribuirono a farne un
bestseller già dalla prima edizione francese. Il diario di Marie fu paragonato
alle Confessioni di Rousseau, anche
se esso presentava due distinzioni fondamentali: era l’opera di una donna ed
era una sorta di testimonianza trascritta in “tempo reale”.
Ci
piace pensare che, se solo Marie Bashkirtseff fosse stata meno “individualista”
nel suo percorso e si fosse servita dell’arte per cercare di sovvertire le
consuetudini sociali e non solo la sua storia privata, sarebbe stata, a tutti
gli effetti, una “pioniera” di avanguardie come il Surrealismo o il Dadaismo.
Savage ci spiega che, se il primo nacque dall’esigenza di farsi guidare, nella
creazione artistica, dall’inconscio e dagli impulsi ferini, il secondo, venuto
alla luce dopo la Prima Guerra Mondiale, era specchio fedele del volto
distruttivo e nullificatore dell’arte che rispondeva alla distruzione reale,
quella generata dal conflitto.
Anche
se fu ideato dal rumeno e ventitreenne Tristan Tzara a Zurigo, fu André Breton
che, nel 1920 in Francia recitò il Manifeste cannibale dada, ossia la
risposta, a distanza di dieci anni, ad un altro manifesto, quello Futurista,
che aveva predicato l’utilità della guerra come “sola igiene del mondo”, la
potenza della macchina e la distruzione dell’arte classica…
Ben
altro esempio “distruttivo” sarà quello di Jesse Pomeroy. Nato a Boston nel
1860, Jesse verrà ricordato come il più giovane serial killer della storia.
Compirà la sua prima aggressione nel 1871, a soli undici anni; spedito in
riformatorio, uscirà per buona condotta e nel 1874 sequestrerà e ucciderà
la piccola Katie Curran e massacrerà Horace H. Millen, un bambino di soli
quattro anni. Il corpo del piccolo Horace presentava numerosissime ferite da
arma da taglio, un bulbo oculare perforato e la testa quasi staccata dal
tronco. Interrogato dalla polizia Jesse risponde semplicemente (…) “Suppongo
di averlo fatto io” (…) [4]
Contro
la volontà della maggioranza della popolazione statunitense che reclamava a
gran voce la sua testa, Jesse Pomeroy viene condannato all’ergastolo.
Apparentemente
sarebbe impossibile riscontrare affinità fra la storia e la personalità di
Pomeroy e quella di Marie Bashkirtseff, ma anche Savage ci fa notare che sia
l’uno che l’altra desideravano ottenere una cosa più di tutte le altre:
notorietà e fama.
(…)
Era affascinato dalla fama. “Dimmi tutto quello che hai sentito su di me (…) chiederà Jesse
ad un compagno di carcere, (…) “anche tutte le cose cattive, non credo che
mi arrabbierò” (…)
[5]
Jesse
Pomeroy rappresenta il “lato oscuro” dell’adolescenza, quello sanguinario e
bestiale che, prendendo idealmente le mosse dalla sua vicenda, si
manifesta nei volti rudi e sprezzanti degli “hooligans” e degli “apaches”, i
più pericolosi gruppi criminali nati nelle metropoli statunitensi a cavallo tra
la fine dell’Ottocento e gli inizi del Novecento. Queste gang erano interamente
composte da ragazzini ed i membri più vecchi, spesso, non superavano la soglia
dei vent’anni.
Savage
sceglie di introdurre il discorso del triplice rapporto fra delinquenza
minorile, mass media ed intervento statale, ancora tramite una testimonianza
individuale: nel 1890 Jacob Riis, fotoreporter “ante litteram”, girovagando per
le strade di Manhattan, s’imbatte in una pericolosa gang. Per evitare di essere
(…) massacrato di botte (…) [6], Riis propone ai membri del gruppo di farsi
immortalare in una fotografia: lo sguardo truce, la sigaretta in bocca, le pose
da “duri”, perfino l’abbigliamento da “gangster” sono tutti elementi che penetreranno
nell’immaginario collettivo dell’epoca.
Jacob
Riis conferma perfettamente, secondo Savage, le teorie di Gustave Le Bon sulla
nascita della massa, della folla, che inizia a pensare sempre più il mondo
attraverso le immagini. I mass media dell’epoca avvertono subito questo bisogno
voyeuristico dell’uomo moderno e sono molto abili nel cercare di descrivere
alla perfezione l’aspetto fisico e lo stile dei componenti delle gang. Questi
ultimi, dal canto loro, non erano refrattari a queste dimostrazioni di
interesse: così come Jesse Pomeroy, anche Hooligan e Apache non disdegnavano la
notorietà, anche se essi, a differenza del serial killer, godevano anche di
questa nuova complicità dei mezzi d’informazione.
Ma
c’è di più. Clarence Rook, nel 1899, descrive nel suo romanzo The Hooligan Nights la figura di Alf,
diciassettenne capo di una gang. Il ragazzo, che viene descritto come
longilineo, avvenente ed elegante, rappresenta uno dei primi esempi di “modello
negativo”, che però scatena improvvisamente un processo di fascinazione
soprattutto tra i giovani. Il romanzo di Rook, infatti, subirà delle critiche
da parte dell’opinione pubblica del tempo, critiche la cui incidenza, tuttavia,
si dimostrerà flebile e trascurabile, soprattutto se consideriamo quanto, soprattutto
nella nostra epoca, la figura del “criminale affascinante” sia ormai parte
integrante non solo dell’immaginario adolescenziale. L’esempio forse più
efficace è rappresentato dalla figura di Alexander Delash, leader dei Drughi in
A clockwork orange, romanzo di
Anthony Burgess che, negli anni Settanta, Stanley Kubrick trasforma in una
delle pellicole più famose al mondo…
La
parabola di Marie Bashkirtseff, del genio incompreso e quasi “destinato” ad una
morte prematura, ma anche all’esclusione dalla società civile, si esplica
pienamente anche nelle esperienze esistenziali ed artistiche di Arthur Rimbaud
ed Oscar Wilde.
Il
poeta francese, anarchico, sensuale, portatore di una “bellezza diabolica” e
pervaso di una follia inarrestabile, distruttiva ed autolesionista e l’uomo di
lettere, colto e stravagante, ma allo stesso tempo disperato perché
discriminato da una società ancora terrorizzata dal “diverso”, anche se
considerati “decadenti” dalla maggioranza dell’opinione pubblica, si
riveleranno portatori di un vitalismo superiore, di una “brama di vivere” che,
come scrive Savage, “(…) si sarebbe affermata di nuovo dopo l’olocausto al
quale i loro ‘sani’ avversari s’erano preparati con tanto entusiasmo (…)”. [7]
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Kurt Cobain (1967-1994), il leader dei Nirvana è l'ultima grande rockstar morta suicida
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I
“sani avversari” di cui parla Savage sono i seguaci delle teorie propugnate dal
colonnello e barone Colmar von der Goltz, che nel suo libro del 1883 La
nazione armata stravolge completamente le “regole” che, fino a quel
momento, avevano caratterizzato la guerra. Il cambiamento rivoluzionario
consisteva nell’istituzione della cosiddetta “guerra totale” e cioè di
conflitti che avrebbero coinvolto tutta la popolazione e non solo i soldati. Il
barone colonnello teorizzava, inoltre, che sarebbe stata proprio quella degli
adolescenti la “carne” adatta da sacrificare sui campi di battaglia poiché ad
essi non sarebbero mai mancati vigore ed un “pizzico di noncuranza”…
I
giovani di mezza Europa, dunque, indottrinati sia dalla mitizzazione
dell’immagine dell’eroe che trova la morte sul campo di battaglia per difendere
la propria patria, sia da anni di frequentazione dei gruppi che mettevano in
pratica le teorie del “cristianesimo muscolare”, si gettano a capofitto nell’
“avventura” della Grande Guerra. Torneranno distrutti e psicologicamente sconvolti,
traumatizzati ed ancor più arrabbiati con la generazione dei “padri”, quei
“vecchi” che li avevano sfruttati per combattere una guerra in cui, infine, le
vittime ammontarono a più di sedici milioni.
Questi
che abbiamo appena accennato sono solo alcune tematiche che Savage affronta
all’interno del testo, ma a poco a poco notiamo che la caratteristica
principale dell’opera consiste nel porre l’accento sui “corsi ed i ricorsi”,
sia per quanto riguarda la storia mondiale (l’alternanza fra periodi di benessere
e miseria, di desiderio di mutamento e di volontà di mantenere l’ordine
costituito…), sia per quanto riguarda quella particolare degli adolescenti.
Savage
ci dimostra come da sempre canoni, modelli, desideri e conflitti non siano mai
davvero sostanzialmente mutati: l’immagine dell’atleta, playboy, ricco e
superficiale, emblematica del ragazzo popolare delle high school americane e
consacrata da molti film degli anni Ottanta made in Usa, ad esempio, è la
stessa che riportano molte interviste e sondaggi realizzati all’interno dei
licei negli anni Venti; la creazione di gruppi come il Wandervogel e i
Neopagani, movimenti per il ritorno ad un contatto stretto con la natura,
somigliano alle comuni che nacquero a cavallo tra la fine degli anni Sessanta e
l’inizio dei Settanta e dunque anche agli hippies; la condanna odierna da parte
di una fetta consistente dell’opinione pubblica, nei confronti di un certo tipo
di musica (come il death metal) presentava caratteristiche molto affini a
quella mossa nei confronti del ragtime, del jazz e della musica “nera”, generi
sviluppatisi fra la fine dell’Ottocento ed i primi anni del Novecento in
America. La scomparsa della stella del cinema e di uno dei primi sex symbol,
Rodolfo Valentino e soprattutto la conseguente scoperta del “valore aggiunto”
che la morte precoce donava ad una star, sono delle peculiarità che permangono
anche nella nostra epoca: basti pensare alla morte di Michael Jackson (eterno
“Peter Pan”, anche se cinquantenne, della musica pop), degli attori River Phoenix
ed Heath Ledger, di Kurt Cobain, Ian Curtis, Janis Joplin e tanti altri ancora.
Anche
per quanto riguarda i delitti perpetrati dagli adolescenti il discorso non
cambia: il terribile omicidio compiuto da Nathan Leopold e Richard Loeb,
rampolli di famiglie facoltose, ai danni del quattordicenne Bobby Franks nel
1924 presenta molte coincidenze con la vicenda del “Ludwig”, il gruppo
filo-nazista legato al nome di Marco Furlan e Wolfgang Abel, spietati serial
killer ventenni, figli dell’alta borghesia di Verona. Ma non è tutto:
l’attenzione che, negli anni Venti, la stampa dedicò a Leopold e Loeb,
benestanti, eleganti, astuti e carismatici, ricorda l’ossessione di certa
stampa odierna per la figura dell’assassino “giovane e bello” che relega, senza
ombra di dubbio, la figura della vittima, delle indagini e del processo, in
secondo piano. [8]
Un’altra
peculiarità dell’analisi di Savage riguarda l’attenzione per le trasformazioni
degli stili e delle mode giovanili: queste trasformazioni evidenziano come la
tendenza dei giovani ad “uniformarsi” al proprio “branco” d’appartenenza, anche
al livello di vestiario o acconciatura, nasce anche prima dell’avvento della
società di massa.
Savage
evidenzia come questi mutamenti di stile venissero stimolati, prima dell’ingresso
della televisione, dalla musica e dai libri ed anche riguardo al consumo ed
all’abuso di alcol e di droghe il discorso non cambia.
Ci
sarebbero ancora molte, troppe cose da annotare riguardo a questo splendido
saggio… Scegliamo, però, di concludere con uno stralcio di un manifesto scritto
da un ventenne e pronunciato da un collega, amico e coetaneo nel 1920. Sarà
forse avventato dirlo, ma in queste parole potremmo ritrovare non poche
affinità con la sensazione che, in questi anni (e in questo paese) attanaglia
la maggioranza dei giovani. Macerie che rimangono dopo un’esplosione. E forse
sogni che anche se hanno tutta l’aria di volersi auto-negare, sembrano
aspettare comunque di essere ricostruiti.
Dal
nulla con il nulla.
“(…)
Il dada da solo non puzza; non è nulla, nulla, nulla. È come le vostre
speranze: nulla. Come il vostro paradiso: nulla. Come i vostri idoli: nulla.
Come i vostri politici: nulla. Come i vostri eroi: nulla (…)” [9]
[1] L’accusa di
Greenwood era rivolta a G. Stanley Hall e alla sua opera “Adolescence”, saggio
colossale che Savage stesso definisce profetico e pionieristico
poiché identifica l’adolescenza come (…) stadio a sé stante della vita,
soggetto a enormi tensioni e stress, e quindi da trattare con speciali cautele
e attenzioni (…) Hall, secondo l’autore (…) si basava per la prima volta
su una definizione anagrafica molto puntuale (…). In “L’invenzione dei
giovani”, pag. 11.
[2] Op. cit. pag. 17
[3] Op. cit. pag. 18
[4] In “Serial
Killer”, pag. 75 (Carlo Lucarelli e Massimo Picozzi. 2003, Mondadori)
[5] In “L’invenzione
dei giovani”, pag. 22
[6] Ivi, pag. 47
[7] Ivi, pag. 46
[8] Penso al delitto
Nadia Roccia (nel 1998 a Castelluccio dei Sauri) e alle due “affascinanti”
assassine, Maria Filomena Sica ed Annamaria Botticelli, ma anche al più recente
di Meredith Kercher, massacrata dalla bionda, “angelica” e folle Amanda Knox
[9] Manifeste Cannibale Dada. Scritto da
Tristan Tzara e recitato da André Breton al Théâtre de l’Œuvre nel 1920.