LUOGO COMUNE
ANGELO GUGLIELMI
L’inganno di un’estetica fondata sulla ‘autenticità’


      
Nel suo ultimo libro “Il romanzo e la realtà”, l’ex teorico della neoavanguardia dà conto degli ultimi decenni della letteratura italiana, pronunciandosi a favore di chi, come Tondelli, ha saputo restituire ‘narratività’ alla prosa, e di chi cercando verità ed esperienze reali si affida al racconto memoriale. Però, poi, nella rosa delle sue contraddittorie preferenze troviamo Saviano e Camilleri, Cerami e gli scrittori ‘cannibali’, Lucarelli e Ammaniti. E non si capisce più qual è l’opzione critica.
      



      

di Gualberto Alvino

 

 

Rigidamente prescrittiva, se non esattamente prontosoccorsuale («credo che di indicazione, nel più semplice senso di assistenza, i narratori oggi hanno bisogno»), l’estetica di Angelo Guglielmi, professata per lustri sulla stampa letteraria e ora condensata in una ponderosa silloge recensoria travestita da saggio (Il romanzo e la realtà. Cronaca degli ultimi sessant’anni di narrativa italiana, Milano, Bompiani, 2010) mercé pianerottoli, raccordi, acrobatici aggiustamenti, abilissime attualizzazioni.

Non pago d’aver potuto fare il bello e il cattivo tempo in televisione per quasi mezzo secolo – con esiti, per carità, notevolissimi: sua l’idea della “tv verità” e di programmi storici come Specchio segreto –, il teorico della neoavanguardia (il quale, sia detto di volo, opponendo segno a significato mostra di bellamente ignorare il senso d’ambo i termini: il colmo per un teorico della letteratura) è fermamente persuaso di poter governare anche i destini della narrativa italiana, e pretende di farlo con una e una sola idea, così compendiabile: ciò in cui consiste l’impegno di uno scrittore oggi è «dare giusto conto della realtà» (si badi: «la realtà è nelle parole, non nel senso che queste sono lo strumento con cui raccontarla, ma nel senso che sono esse stesse la sola realtà disponibile»), ergo l’unica via praticabile non può non esser quella del racconto memoriale – romanzo storico, biografico, diaristico o epistolare –, ossia «tutte quelle forme di narrativa che hanno al centro eventi o situazioni appartenenti a un tempo già trascorso di cui non è consentito dubitare»; ciò in quanto «al narratore contemporaneo, non potendosi confrontare con gli eventi del presente se non in termini giornalistici e di giallo di consumo, non rimane che misurarsi con la storia di ieri quando la diaspora mediatica non aveva ancora travolto l’autenticità dell’accadere. […] Dove trovare oggi, nei nostri anni, vuoti di certezze, un uomo capace di rappresentare l’immagine pur parziale del nostro tempo? vuoi per pensieri, per le azioni, per i comportamenti? La nostra epoca ormai è priva d’eroi, cioè di uomini simbolo».

Precetti più che pittoreschi in cui si stenta a ravvisare un fondamento logico.

Che significa dar «giusto conto» della realtà? Chi ha mai decretato, con quale autorità e ai sensi di quale inviolabile norma, che a ciò deva obbligatoriamente ridursi l’impegno dello scrittore contemporaneo? Qualcuno gli vieta forse di dar «giusto conto» d’una realtà mitica, psichica, onirica, o d’una non-realtà popolata di non-eroi, e persino di non-personaggi?






Perché, di grazia, non sarebbe consentito dubitare di un «tempo già trascorso»? Non è nozione comune che ogni epoca reinterpreti il passato secondo sempre nuove e originali prospettive?

Il pregio d’un romanzo sarebbe direttamente proporzionale al novero di certezze che contiene? E a quali certezze si allude?

In che senso i media avrebbero «travolto l’autenticità dell’accadere», e che s’intende per «autenticità»? Guglielmi stima gli scrittori a tal segno da reputarli, oltreché sbandati e bisognosi d’«assistenza», in totale balìa della «diaspora mediatica», ossia perdutamente privi d’indipendenza e spirito critico?

Per quale misterioso motivo il narratore contemporaneo non potrebbe confrontarsi con gli eventi del presente se non «in termini giornalistici e di giallo di consumo»? I modi dell’arte sono o non sono proverbialmente infiniti?

Come mai gli eventi, gli eroi e gli «uomini simbolo» hanno per Guglielmi un peso così determinante? E soprattutto: se la realtà è nelle parole, giacché «sono esse stesse la sola realtà disponibile», a che fine discorrere di uomini simbolo, di eventi e d’eroi, cioè a dire di temi e contenuti? Da quando il valore di un romanzo si giudica dal genere cui appartiene e non già dalle sue intrinseche qualità? Quante narrazioni storiche biografiche diaristiche o epistolari che affollano le nostre librerie valgono meno di zero?

Guglielmi sa bene – non può non saperlo, data la sua storia personale – che generi e contenuti sono solo accidenti, perché in arte quel che conta è il modo di formare. Ciò nonostante egli non si perita di squadernare sotto il nostro sguardo inorridito le proprie singolari predilezioni: nientemeno che i romanzi-copione di Vincenzo Cerami; le “opere” dei cosiddetti cannibali («grazie ai quali il romanzo è tornato a raccontare, ha riacquistato l’esercizio della vocazione fabulatoria»: nulla conta per il Nostro in che modo e con quali esiti quella vocazione sia esercitata); le penose scimmiottature gaddesche d’un Camilleri («macchina favolistica capace di sfornare storie» il cui pregio sarebbe nello «straordinario linguaggio in cui trovano espressione: un incrocio di italiano e siciliano, assolutamente inedito e inventato» [sic!]); la narrativa di Pier Vittorio Tondelli (definito senza pudore «l’intellettuale più fascinoso degli ultimi due decenni del secolo», colui che «ha restituito la narratività al romanzo»: sicché qualsiasi opera che restituisca narratività al romanzo sarebbe automaticamente un capolavoro?); il «poderoso» Come Dio comanda di Niccolò Ammaniti; Romanzo criminale di Giancarlo De Cataldo; e poi Melania Mazzucco, Carlo Lucarelli, Roberto Saviano. Da non credere.




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