> Le seguenti traduzioni inedite,
dall’originale norvegese, sono dello scrittore e poeta
Luigi Di Ruscio <
HENRIK IBSEN
(1828-1906)
Dal quaderno di programmi del compositore
Orfeo ha impresso
con le sue note pulite
anima negli
animali feroci, fuoco alle pietre.
Di pietre ne
abbiamo abbastanza in Norvegia;
di animali
feroci ne abbiamo a branchi.
Suona! Così
che le pietre scintillino!
Suona! Sino a
che la scorza animale si spezzi!
Ad un amico rivoluzionario
Lei dice che
io sono diventato un conservatore.
Sono quello
che sono stato per tutta una vita.
Non sono fatto
per spostare le pedine.
Sarò con voi
quando spingerete il gioco alle conseguenze finali.
Io ricordo una
sola rivoluzione
che non è
stata truccata,
e si è
caricata di tutte le glorie future.
Certamente
intendo il diluvio universale;
ma anche
quella volta Lucifero fu truffato
tanto che Noè
si investì, come voi sapete, della dittatura.
Rifacciamo
tutto in maniera radicale
ma per questa
faccenda sono necessari uomini e oratori.
Voi allagate
il mondo
ed io con
gioia metto sotto l’arca la mina.
Quattro versi
Vivere è la
lotta con i mostri
nel profondo
del cuore e del cervello
scrivere è
tenere
giudizio
finale contro se stessi.
La mia patria
Così lontano
come la mia poesia brucia il suo fuoco,
così lontano
corre i confini della mia patria.
Il potere e la memoria
Ascolta! Sa
lei come il domatore
insegna al suo
orso quello che non sarà mai dimenticato?
Lega l’animale
in un tegame di ferro
e sotto il
tegame fa fuoco.
Nello stesso
tempo suona con l’organetto
la canzone:
“Goditi la vita”.
Per l’atroce
dolore con i sensi accecati
non può star
fermo e deve danzare.
Quando
risuoneranno per lui la melodia
sfugge al
pericolo rifacendo la danza diabolica.
Anche io sono
stato messo dentro il tegame
a tutta musica
a difesa nostra
la bruciatura
andò più a fondo nella pelle
ed è fissa per
sempre nella memoria.
Ed ogni volta
che risuonano quelle note,
è come se mi
legassero nell’infuocato fornello.
Sento che s’infilzano
alla radice delle unghie
e ballo con
tutti i piedi dei miei versi.
Le navi bruciate
Rivolta la
prora
delle navi dal
nord,
cerca luminosi
dèi
le giocate
tracce.
I fuochi delle
terre gelate
si spensero
nel mare;
e fauni solari
sulla fossa
sostarono.
Così
bruciarono le navi;
azzurrino fumo
come striscia
di un ponte
verso nord
sparisce.
Dalle spiagge
assolate,
verso i tuguri
glaciali,
un cavaliere
cavalca
tutte le notti.
In quel posto stavano i due seduti
(Primo lavoro preparatorio per il “costruttore Solness”)
Stavano seduti
loro due in così riparata casa
in autunno e
nei giorni invernali.
Poi la casa
bruciò. Tutto fu squallore e rovina.
I due ora
devono rastrellare nella cenere.
Per terra un
pietra preziosa è nascosta,
una pietra che
non può bruciare,
se fedelmente
cercheranno potrà capitare
che lui o lei
la ritrovino.
Ma anche se i
due bruciati ritroveranno
il prezioso
incombustibile gioiello,
mai lei
ritroverà la bruciata fede
mai lui
ritroverà la bruciata felicità.
***
SIGBJØRN OBSTFELDER
(1866-1900)
Può lo specchio parlare!
Lo specchio ti
guarda ogni mattino,
investigatore,
ti guarda con
i suoi profondi, acuti occhi
– i tuoi
propri occhi!
ti saluta con
caldi ceruli occhi:
Sei pulito?
Sei ancora un
credente?
Le tracce
La morte non mi mette più paura.
Ci arrivano continuamente tanti
compagni.
Troverò la strada
seguendo tranquillamente
le loro fresche tracce.
***
AXEL
SANDEMOSE (1899-1965)
Le leggi di Jante
1. Non devi credere di essere qualcuno
2. Non devi credere di essere come noi
3. Non devi credere di essere più
intelligente di noi
4. Non devi credere che tu sei meglio di
noi
5. Non devi credere di sapere più di noi
6. Non devi credere che sei meglio di
noi
7. Non devi credere di essere più capace
di noi
8. Non devi credere di poterci irridere
9. Non devi credere di essere
considerato da qualcuno
10. Non crederai mica che tu hai
qualcosa da insegnarci
***
ROLF
JACOBSEN (1907-1994)
A voce bassa
Le parole,
minuscole parole
a bassa voce
quasi senza
fiato
come steli
troncati
parole senza
luce
quasi senza
forma
come parole
sugli alberi,
piccole mezze
parole,
come per un
sonno
in tutti noi.
L’erba
È invincibile
come la speranza.
Se non stai
attento
ti cresce tra
le dita,
lungo i
marciapiedi, tra le gambe,
sui monumnti
nazionali.
Gli basta meno
di un anno
per ricoprire
di verdi tappeti i campi di battaglia
ed
improvvisamente senti il profumo del verde
sulle ceneri
sui crateri delle distruzioni.
Indistruttibile
come la vita stessa
come le
dimenticanze.
Dei poveri la
consolazione. (I ricchi
hanno i
tagliarba.)
Ma l’erba non
si cura di niente e di nessuno,
è il dono
della terra, più forte dell’eros. Sopporta tutto.
Prova ad
andare scalzo sull’erba fresca.
Senti come si
curva sotto i tuoi piedi
e si raddrizza
subito appena il tuo piede è passato.
Lava i tuoi
piedi come Cristo ha fatto con i discepoli
piedi di bontà
e silenzio. Lo stesso
uomo con la
falce è solo un soffio, un sorriso.
L’erba invade
tutto. Ritorna ancora,
ritorna come
la vita stessa
tutti i
giorni. E questa poesia volerà via,
però non tutta
una parte
ti rimarrà
dentro per sempre.
Adesso
tu sei
diventato più vecchio
subito dopo la
prima strofa. Adesso, ora
come nella
cascata,
l’arrampicato
cuore. Ora
come le nuvole
che coprono il sole. Ora
quell’uccello
che vola via. E tu
ti scordi di
tutto.
Volta pagina,
spostati!
Ora
Adesso ora
se tu leggi
prima di
dimenticarti di tutto.
Ora
passa un
pezzettino d’infinito,
la millesima
parte di un secondo
passa
attraverso le tue mani, attraverso gli occhi,
come farfalla
di neve, come perle che rotolano,
una freccia
lanciata nell’aria,
prima che
cada.
La punta di
tutto quello che è stato
e che non è
mai stato.
Mai come oggi
Mai abbiamo
avuto
così profonde
poltrone
e così larghi
divani attorno ai tavoli.
Mai i
tecnologi
avevano creato
tante meraviglie mondiali
e il cervello
è pieno di ansie
e ci nascondiamo
dietro le nostre ombre.
Mai le parole
furono così
gridate e le immagini e i ritmi
devono mescolarsi
con le cocacole
per far
indietreggiare i pensieri e diventare innocui.
Mai abbiamo
avuto
così poco
tempo. Mai
tanta
nostalgia per una parola umana dietro i nostri versi
e verità e
calore umano dietro l’urlo dei corvi.
Una poesia dell’inverno
Ancora
inverno.
Ancora notte.
Il sole scappa
via
come la
cancellatura della gomma sulla carta.
Anche qui ecco
cancella tutto!
Cancella
proprio tutto!
Poi scrivi
ancora una volta.
Consuma la
carta, tutto il foglio
però alla fine
voglio la tua risposta.
Maggio in linea
Oggi maggio è
in linea
nei casamenti
quando le condutture sibilano,
quando negli
ospedali portano via i morti,
nelle carceri
tutto il giorno comprese tutte le notti
maggio è in
linea con il suo viso bianco
che cerca di
catturare un tuo sguardo
e mettere la
sua mano di gelo attorno al tuo cuore
in questa
terra nelle primavere nostre.
Agosto
Dopo un luglio
di seta
arriva agosto
con i suoi organi
la luce
bruciata.
Il mese delle
gote arrossate
i petti
appesantiti
e bruciati dal
sole. Tempi maturi.
Il mese
imperiale. Tu non aspettare.
Ama agosto.
Settembre
verrà con le
sue rughe
la bocca
secca.
Guarda: le
rondini sfrecciano dagli archi.
Ascolta i risi
ed improvvisamente
arriva il tuo
turno.
Espatriati
Quello che
abita le mezze oscurate stanze.
Quello che
conta le terre bruciate.
Quello delle
piccole mani ed odia la vista dei violini.
Quello che
viene da te senza suonare e vola via senza salutare.
Quello che sta
a guardarti da una zona futura.
Quello che
delle mille e mille parole della sua lingua
non può dirne
neppure una.
L’amico dei
cani, quello che lascia bruciare la luce.
Quello che
assomiglia ai ciechi.
Sui marciapiedi
I marciapiedi
contengono tutto,
le nostre emicranie,
quelli che fanno l’amore presso gli alberi,
quelli che
vendono conigli vivi e la banda militare,
i marciapiedi
dove abbiamo dormito,
i marciapiedi
per le nostre sbronze, per tutte quelle nevicate,
i marciapiedi
per le preoccupazioni mezzane,
i marciapiedi
per le piccole rose,
i marciapiedi
per arrivare alla fine del mondo
e gridare al
cielo e al mare:
Guardateci,
qui ci siamo anche noi!
La lumaca
Il pacifico
vagabondaggio
con il
trombone sulle spalle e la ricurva antenna
vibratile e
direzionata est-ovest
e per il suo
candore cieco, essa
bene educata
sempre
bacia la
terra.
Con cautela
curva
ogni stelo. Poi
suona
col suo
trombone
il più sublime
dei canti
dedicati alle
erbe.
Senza patria,
senza tempo
la nana delle
erbe, essa
che vaga sugli
abbracci nostri.
L’inverno dei fili spinati
Quando ci
siamo sposati era freddo allora.
Come minimo 25
sotto zero, era il solstizio del 1940,
guerre e peste
nera.
La via della
chiesa era sbarrata dai fili spinati.
Ti ricordi? Dovemmo
scavalcare quel muro.
– Guarda che
la gonna si è impigliata!
Non lì, ma
qui!
Dovemmo
pestare tutto il fango dell’orto.
Il prete ci
aspettava per la confessione.
Ci fu solo un
caldo amore per tutto l’inverno
anche perché
tanto era il freddo fuori di noi.
Eravamo
infangati sino alle ginocchia.
Quando andammo
a letto ci accorgemmo dei nostri umidi occhi.
Solo Iddio sa
il perché.
Fu così che
iniziò la nostra lunga vita.
Le lucciole
Quella sera
con le lucciole
quando stavamo
ad aspettare la corriera per Velletri
e vedemmo quei
due vecchi che si baciavano.
Allora tu
dicesti metà all’aria e metà a me:
quei due
devono essersi molto amati
e non hanno
vissuto invano.
E fu proprio
in quel momento che vidi
la prima
lucciola della notte, crepitante
come segnali
luminosi diretti proprio verso di noi.
C’è stato quel
giorno, te lo ricordi di certo!
Ci siamo veramente conosciuti
Ci siamo
veramente conosciuti?
Non ce lo
siamo mai domandato
abbiamo
lasciato perdere. Fu come una metà
di pensiero.
Un’ombra
che accarezza
un viso.
Qualcosa nell’occhio.
No! Non credo.
Però ritorna. La
notte
che non ha
rumori,
solo strani
pensieri. Quelle parole che salgono dal sonno.
Ci siamo
veramente conosciuti?
La casa e le mani
Due mani come
un casa.
Tu hai detto:
abiteremo qui.
Al riparo
della pioggia, del gelo e della paura.
Abitammo la
casa
riparati dalla
pioggia, dal gelo e dalla paura.
Poi venne il
tempo che spazzò via tutto.
Siamo ancora
una volta per strada.
Soprabito
sottile. Aspira profondamente
sino ad
inalare la neve.
Camera 301
– Adesso posso
entrare.
Ti hanno
vestita di bianco.
Ho preso le
tue mani per un momento.
Non hanno
risposto. Non ci saranno più risposte.
Quella mano
che mi ha accarezzato i capelli
sino
all’ultima nostra estate. Dalla fronte
alla nuca. Tu
che cercavi
qualcosa o che
sospettavi qualcosa.
Ormai le tue
mani sono state richiuse
sul tuo petto
come rose. Rosso sul bianco.
Ormai è l’ora.
Stanno aspettando.
(Viso, fronte,
mani).
Io vado verso
la porta,
che un’aurora
boreale, un crepitio delle stelle,
possano
riceverti.
La mano sull’apertura
della porta.
Scricchiolii
nel corridoio. Klipp-klapp,
klipp-klapp,
il rumore degli zoccoli
dell’infermiere.
Così
finisce la
vita nostra.