TRADUCENDO MONDI
DIVULGAZIONE SCIENTIFICA
Da Central Park
al Circo Massimo


      
Un’efficace illustrazione delle ‘temerarie libertà’ che può o deve prendersi un traduttore di saggi divulgativi, nel tentativo di rendere il discorso più accessibile al lettore. La casistica degli esempi è ampia ed amena: così il ‘rice pudding’ utilizzato da un autore anglosassone per spiegare un effetto di termodinamica diventa nella versione italiana un risotto al pomodoro.
      



      

di Luisa Doplicher 

 

 

Quando ho cominciato a tradurre saggi scientifici divulgativi non avrei mai immaginato fino a che punto potesse trattarsi di un’operazione creativa. Non mi riferisco alla creatività ampiamente prevista in ogni traduzione, quella che si esercita nella scelta del sinonimo o del giro di frase, ma a vere e proprie sostituzioni di riferimenti culturali del paese di origine con equivalenti italiani.

Prima che saltiate sulla sedia vi chiederei di ricordare che non si tratta di romanzi: il traduttore non deve restituire l’atmosfera di una cultura lontana, o ricostruire la narrazione mantenendone ogni dettaglio in armonia con tutti gli altri. In parole povere, il risultato non è di far mangiare spaghetti alla carbonara a Oliver Twist. Il traduttore di letteratura divulgativa può intervenire sugli esempi pratici, sostituendoli con elementi analoghi presenti nella cultura di arrivo, al solo e perdonabile scopo di facilitare la comprensione dei concetti illustrati nel libro.

Né, d’altro canto, una simile operazione viene sempre effettuata: a un intero libro di quiz di fisica ispirati alla vita quotidiana[1] non è stato torto neanche un capello, dando il via libera a comparse originarie come caffettiere inusitate in Italia, sport poco noti, dolci per noi esotici e così via. In questi casi, insieme alla redazione ho deciso di chiarire con... note a volontà! (Ebbene sì, succede anche questo.)

 

Ma all’estremo opposto, per arrivare finalmente agli esempi concreti, c’è il caso di un libro di stime numeriche rapide ma efficaci applicate al mondo circostante[2], rifatte da zero nei casi in cui quest’ultimo si identificasse con gli Stati Uniti d’America. Così l’elettricità consumata in un anno da tutte le famiglie statunitensi è stata ricalcolata nel caso delle famiglie europee; altrettanto è stato fatto per la spazzatura prodotta in un anno, per la quantità di anidride carbonica emessa da tutte le automobili del paese e così via. Naturalmente con il beneplacito degli autori. Alcuni tocchi più leggeri hanno riguardato singoli elementi utilizzati come termini di paragone: volendo dare un’idea dello spazio che occuperebbe un milione di partecipanti a un comizio, gli autori hanno fatto l’esempio del National Mall di Washington e del Central Park di New York, entrambi cassati in favore del Circo Massimo di Roma. In questo modo si è finito per fare un commento indiretto su una recente manifestazione di un certo partito, cosa che personalmente avrei voluto evitare; ma l’alternativa proposta, il Prato della Valle di Padova, a quanto pare la più grande piazza d’Italia, mi risultava del tutto ignota, e temevo di non essere l’unica. Il calcolo proseguiva con la stima del numero di bagni chimici necessari per una tale folla, e approdava al confronto con una realtà esistente, il Virginia Children’s Festival di Norfolk, sostituito con Gardaland, che nel giro di un anno totalizza un numero di visitatori dell’ordine di grandezza giusto ai fini del calcolo.

Un altro problema studiato dagli autori riguardava l’energia potenziale guadagnata superando un certo dislivello; per fare un esempio concreto ne consideravano uno di duemila metri, corrispondente alla vetta più alta della costa orientale degli Stati Uniti. Probabilmente esisterà una montagna italiana di altezza simile, ma non trovandone fra le più famose abbiamo scelto di far riferimento al passo dello Stelvio, che ha buone probabilità di essere noto al pubblico visto che riveste un interesse anche ciclistico: ci passa il giro d’Italia.




Paul Harbutt, Whispers, 2009


E veniamo al caso più eclatante, e forse anche più critico, quello del rice pudding. Questo dolce anglosassone, sorta di budino di riso, veniva menzionato in un libro che tratta del mondo fisico a scale intermedie fra quelle ben più famose dell’infinitamente piccolo o dell’infinitamente grande[3], e veniva tirato in ballo, insieme a un po’ di marmellata, per illustrare come i due una volta mescolati non fossero più separabili e come la termodinamica interpretasse la faccenda. Si trattava di una dotta citazione da uno spettacolo di Tom Stoppard[4], che per di più non si esauriva in un rapido accenno: l’autore impiegava pagine intere a disquisire delle traiettorie dei chicchi di riso, non mancando di fare osservazioni sul colore della marmellata e su come il risultato del mescolamento fosse poi buono da mangiare. Occorreva senz’altro sostituire il rice pudding con qualcosa di più familiare al lettore italiano perché questi potesse concentrarsi sul lato scientifico del discorso, senza farsi distrarre da dolci sconosciuti. Pensavo di aver risolto con il risolatte, da mescolare con marmellata: ma in redazione mi è stato detto che da breve sondaggio risultava poco noto. Abbiamo allora ripiegato su un semplice risotto in bianco, da mescolare con sugo di pomodoro. Malgrado fosse di gran lunga meno invitante di un rice pudding alla marmellata, si trattava pur sempre di un cibo conosciuto, granuloso (in modo tale da consentire le osservazioni sulle traiettorie dei chicchi) e in cui il sugo colorato risaltava bene.

 

Potrei fare altri esempi, ma tengo a sottolineare ancora una volta come questi interventi non siano arbitrari né dettati da bassi istinti normalizzatori. L’intento non è quello di risparmiare al lettore uno shock culturale o un intoppo nel godimento di un romanzo, ma di facilitargli l’assimilazione di concetti e ragionamenti che, pur non necessariamente ostici in modo particolare, risultano senza dubbio più accessibili se appoggiati a esempi familiari, un po’ come riesce sempre più facile contare nella propria lingua madre, per quante altre se ne padroneggino, e quanto bene.

Spero così che, arrivando alla fine di questa breve carrellata delle nefandezze di cui può arrivare a macchiarsi un traduttore di saggi divulgativi, rimaniate convinti che agisce a fin di bene, e non scandalizzati come il disgusted from Tunbridge Wells: la personificazione dell’estensore di lettere indignate ai giornali, scomparsa dalla versione italiana di un altro testo inglese, non altrettanto a ragione.

 

 

 

*  Luisa Doplicher (www.doplicher.eu) ha conseguito laurea e dottorato in Fisica alla Sapienza di Roma. Dopo alcuni postdoc in Italia e all’estero ha lasciato la ricerca in fisica teorica delle alte energie per dedicarsi alla traduzione. Ha tradotto saggi scientifici divulgativi di fisica e matematica, soprattutto per la collana Chiavi di lettura di Zanichelli, e anche un romanzo di prossima pubblicazione per E/O. Attualmente vive a Parigi.



[1] J. Walker, Il luna park della fisica I: Moti, liquidi e gas, calore, Zanichelli 2008; e II: Elettricità, magnetismo, suono e colore, Zanichelli 2009

[2] L. Weinstein e J.A. Adam, Più o meno quanto?, Zanichelli 2009 (in corso di pubblicazione)

[3] M. Haw, Nel mondo di mezzo, Zanichelli 2008

[4] T. Stoppard, Arcadia, 1993






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