LE VIE DEL RACCONTO
MARIA JATOSTI
 

 

 

 

Rivelare segreti mascherandoli da verità oggettive, questo è il mio modo di scrivere: raccontare traendo dall’esperienza privata riflessioni di carattere generale. Questa la mia ambizione. Potrei raccontare storie fantastiche solo apparentemente prive di collegamenti con la realtà e di elementi utili per interpretazioni psicologiche, ma la mia verità io voglio mostrarla come un corpo nudo: vecchio repellente deforme o integro che sia. Ciò che conta nello scrivere credo siano essenzialmente lo stile che libera l’idea e la fa esistere, la lingua, la concordanza tra pensiero e forma... Ciò che temo di più è di scivolare nella melma delle seduzioni che blandiscono l’immaginazione, nell’effetto che commuove facilmente, ciò che mio fratello pittore partigiano chiama il gnau-gnau. Questo che segue è uno stralcio, ovvero due anzi tre fusi insieme, tratto dal mio nuovo libro, attualmente in lettura da Feltrinelli, che si intitola Per amore e per odio ma sarebbe meglio dire per rabbia. È la dolente presa di coscienza dell’impotenza di fronte a una realtà che non riconosco più e che mi angoscia. E molto altro, di conseguenza. (marzo 2009)

 

***

 

 

Spegni quella maledetta tivù, tanto non si sentono che cavolate, volgarità, ovvietà. Tutti sanno tutto: anchor-men, psicologi, touch-à-tout, maghi, mestatori, imbonitori, manipolatori di verità, politici d’avanspettacolo, soubrette e veline. Stanno lì, mostrano le tette il culo o la faccia che è lo stesso e parlano, parlano... Ti riempiono di parole. Ora, se le spogli delle idee, se le privi del pensiero, le parole sono nulla: pura astrazione. Senza la forza del pensiero filosofico non si muove foglia.

Quello era Dio: che “Dio” non voglia.

Non scherzare: siamo nella merda. Tu sei poeta e con le parole ci giochi, ti innamori dei suoni,  ma per costruire ci vuole l’idea che si fa pensiero che si fa progetto. Sul nulla si edifica il nulla. E dal nulla nasce il nulla. Ma un nulla assordante, che fa paura.

D’accordo. E dunque? Che fare? Darsi allo yoga, allo yogurt, alla meditazione? Coltivare le filosofie orientali, indagare il proprio profondo ascoltando il pensiero. Abbracciare il buddismo. Adottare la medicina alternativa. Intonare preghiere e canti mantrici Imparare il sanscrito. Selezionare le immagini. Vivere pacificati l’Adesso – domani è un altro giorno –… Contemplare il movimento incessante delle nuvole, il mare e il cielo che scolorano spegnendo l’orizzonte, la prima stella che s’accende, il sorriso di un malato terminale. Ascoltare il ritmo della pioggia sui tetti delle auto, sul porfido dei selciati romani. Osservare la furia distruttiva delle onde anomale, le colate di fango e di lava, la melma che inghiotte le abitazioni indiane, gli effetti del fosforo bianco sulla pelle delle donne e dei bambini di Falluya, la faccia del giornalista decapitato dai talebani. Inseguire il passaggio delle oche sul lago del Circeo, lo zampettare di un gabbiano sui montarozzi de monnezza in riva al tuo fiume giallo. Cercare il fantasma del poeta di Ario, tra le mura del castello di Ballylee. Fissare negli occhi l’assassino prima che sferri il colpo fatale. Scrivere a un amico lontano che sai di non vedere mai più. Scrutare il terrore sul volto dell’adultera lapidata, dell’infedele sgozzata. Rifiutare la pappetta edulcorata quotidiana, il gradevole che avvolge, che macina e rode il pensiero critico. Acuire l’attenzione. Difendere il dubbio, la forza della fragilità Rifiutare la politica dei politici, senza cadere nella china del nichilismo, del vittimismo sterile, del mugugno distruttivo. Negare la letteratura dei letterati; scrivere come andare in battaglia, misurando i mezzi, studiando il campo, lo scenario, il nemico. Ridare forza alle idee. Diffidare dell’alibi della contingenza. Denunciare la propria condizione di ospiti ingrati in un mondo impermeabile, molteplice e confuso. Liberarsi delle mitologie ideologiche, prima che diventino meri simboli metafisici: la Resistenza, la Grande Madre Russia, il Potere del Proletariato, la Rivoluzione permanente... Che immane pasticcio.

E io, cos’è che volevo fare, io? Vivere. Capire. Affrontare i conflitti. Coltivare a tutti i costi la Speranza, l’Utopia. Sì, compagni, questo volevo fare. Scrivere, mettere insieme i pezzi della vita, produrre linguaggi diversi. Affilare le parole perché buchino sanguinosamente la scorza dell’indifferenza, facciano male... Uccidere i ricordi che vorrebbero uscire dalla nebbia, prendere corpo e premono, chiedono ordine, rigore, giustizia. No. Non ora. Ora voglio scrivere un libro diverso: la storia di un Jean Sorel nella Francia opaca di oggi, un giovane che ignora le passioni e ne finisce travolto. O magari la storia di un afroamericano che da ragazzino ha visto impazzire la madre di fame, morire il padre per mano degli uomini col cappuccio, che ha conosciuto il crimine, il carcere, la lotta dura per affermare i diritti del suo popolo, e poi il tradimento, la diaspora, e infine, non ancora quarantenne, l’assassinio da parte degli stessi fratelli. Voglio raccontare la storia di un Richard, piccolo, sgorbio, più corto di un braccio e di una gamba, deriso dai compagni, bastonato dal padre, che morde la vita suonando e cantando per strada, nei bordelli, e inventando il rock’n’roll. Oppure la vicenda umana di una donna nera, cresciuta tra emarginazione, fame, rabbia: il pianoforte, la fuga dalla miseria, i night. Ehi, tu, basta con questa solfa o canti o te ne vai. Di lei che si costruisce una voce, unica, da brivido, cambia nome, ha successo, incontra uomini potenti i quali, amandola, la umiliano, la massacrano di botte. Di lei dura, Jenny dei pirati tutta vele e cannoni, che segue i grandi brothers Malcolm e Cassius-Mohamed e porta in giro la sua voce struggente, fino alla fama: Parigi, Brel, ne me quitte pas, la prima casa a Aix-en-Provence. L’alcool, la morte…

La sua voce mi graffia la pelle, scava fosse di dolore – quanto dolore! – dal computer di Paolo, questa mattina di primo gennaio primo dell’anno di pioggia e di silenzio, il suo francese impastato nella bocca, tra i denti: nemmechitteppà nefottiubblié... la mia emozione fino alle lacrime: fammi essere l’ombra della tua ombra, l’ombra della tua mano, l’ombra del tuo cane… Parole terribili: si può amare fino a questo punto? Non lo so. Ho dimenticato. Ma no. L’ombra della tua ombra, l’ombra del tuo cane, no, miei amatissimi amori. La canzone è struggente e Brel è davvero il più grande di tutti. I borghesi più invecchiano e più sono brutti i vecchi sono soli ad Amsterdam il paese piatto che è il mio e non è la Lombardia mio disperato amore che vieni e che vai ne me quitte pas non andare via non andare via non andare via. Non andare via... (Su una spiaggetta selvatica del litorale nord di Roma guardo il mare di marzo, ancora invernale. Cerco di assuefarmi ai ritmi di una nuova vita. Lo sciaguattìo regolare dell’onda lunga induce una quiete ipnotica. Poco più in là brancolano le ricerche del covo brigatista in cui muore Aldo Moro.). Sì, se avessi il tempo, i mezzi, la convinzione dell’utilità di continuare a scrivere, mi piacerebbe raccontarla la storia di questa Nina Simone, cantante afroamericana poco conosciuta in Italia, amica di Malcolm X, una donna del Sud. Nata nel sud degli Stati Uniti, morta nel sud della Francia. O quella di Giuliana, anima bella, che a ottant’anni scopre la dolcezza dell’amore e della libertà. Ma prima Nina. La sua voce dal computer oggi mi colpisce al cuore, mi inchioda alla poltrona, ammutolita e sono gelosa di questa emozione e vorrei trattenerla ma un clic rompe l’incantesimo. Si va avanti. Altro cantante. Altra storia. Il momento è passato. Incalza la vita febbrile categorica approssimativa ingannevole come i titoli del giornale spalancato sul tavolo: la lotta all’evasione fiscale, l’indulto, i bombardamenti su Beirut, la scommessa di Nasrallah, il terremoto nel calcio, la malattia del Lider máximo, il petrolio alle stelle, le minacce di Pechino, le confessioni di Günter Grass, il giovane pacifista assassinato in Palestina, l’esodo biblico dei somali… Fermatevi. Una goccia di anestetico, una coppa di vino rosso, una canzone, una carezza, una cosa qualsiasi, un attimo di sospensione, per favore, ridatemi la speranza, l’innocenza, il silenzio...

 

***

 

Il giorno sta alle porte, già è qui vento di notte.

Altro mattino non verrà.

Bertolt Brecht

 

Poi venne l’inverno, si spensero i roghi cessarono i sibili notturni, il frullare dei canadair e sulle macerie si stese un’uniforme cupezza. Venne il diluvio. Tracimarono fiumi e torrenti franarono ripe smottarono boschi disboscati rotolarono massi crollarono baracche asili d’infanzia e carrozzoni rigurgitarono fogne e condotti invasero sciami di topi le città abbuiate. Il cielo si oscurò di corvi e cornacchie di cattiva sorte. Sparsero lezzo leziosi dicitori, apparenze subreali snocciolarono mea culpa, sciorinarono promesse le bande discese da nordici lidi. Sfidando scongiuri, scaramanzie cabale e sortilegi, superciliose cassandre in cravatta oracolarono orrende sciagure scenari apocalittici di morte. Chist’è ’o paese d’ ’o sole!

Fissa in una immobilità funerea, immersa in un senso di lugubre stranezza, la città mostrava, “a touch of insanity”. Montagne purulente attossicavano strade piazze cortili e marciapiedi. Munnezze antiche e rumente e zelle e fetenzie ricoperte e scoperchiate esalavano soffi mefitici cancrene e veleni, refoli e fiati di morte. Contro la minacciata espansione di scavi e piscine di percolato a cielo aperto, a difesa della vita presente e futura, si ersero nottetempo barricate e barriere umane, passi e passaggi vennero bloccati. A guardia dei munnezzari, riuniti in bivacchi notturni, hadda passà ’a nuttata, uommene femmene e figliuole all’acqua al vento al freddo dicevano ’e pparole. Arravugliate ’n copp’a’ munnezza, ’e guagliune bell’‘e mammà, ohimà tengo famme, facevano ’e taluorne. Benite alluccate chiagnite maniate vociavano ’e cchiu’ guappune lazzarune, hann’ ’a schiattà, imbeccavano ’e capurale: ma chi ’e tene mente. Ô cchiù capo aiza ’a voce: ’A corpa è e isso, isso hadda pagà. Se n’hadda ji. L’aimmo mannà â casa. L’aimmo caccià! L’aimmo menà, rinfocolava ’o caporione cu voce abbrucata. Facitele murì, echeggiavano ’e femmene spuntute. Jammo, che aspettate? Appicciammo tuttecose, facimmo veré a sti fetiénte ’e comunisti ’e mmerda chi cumanna ’a munnezza ’e casa nosta. Jammo, guagliù, gridate! Alluccate: Jatevenne! E cummencia n’ata vota ammuina. E accussì, appiccianno e stutanno stutanno e appiccianno se facette ’o quarantotto: Oh Maronna! e che s’ha ‘a veré ’e pupe appise a ll’arbere! Gesummaria! E pe’ ttramente chiove e scioscia ’o viento e tremmànno p’‘o friddo, annure ‘n copp’‘e strate vanno e veneno ’e vaiasse, cu ’e mmane tise pe se scarfà… Ô terzo juorno vèneno l’uommene d’‘a pulisse cu ’e màschere ’nnanze. Stanno quiete, aspettanno ’o puparo ca lle fa mòvere. E tutt’‘o popolo ’nfernuso, onesto e mmalamente, guagliune e figliulelle, scugnizze e mariuncelle, ’ntufate ’e masaniellico furore, reccummencia a sfrennesià – ’o siente? – Accire! Accire! Hann’ ’a murì. Jatevenne! Chest’ è ’a terra nosta. Chist’è ’o surore nuosto! Jatevenne. E, lagni pacchere papagni pprète sische e pernacchiune, tricche-e-tracche-e-putipù, runzeno ’e commediante. E bbène ’a voce. E s’arape ’o triato. Só turnate li Spagnuole! è fernuta ’a zezzenella!

 

Quattro secoli fa un giovane pescivendolo analfabeta di nome Tommaso Aniello guidò a Napoli la rivolta popolare contro il governo che aveva imposto un’odiosa gabella sul grano e sulla frutta. So’ turnate li taluorne ’ncopp’ ’e frutte torna ’a tassa! Pane niro e chianto amaro chianto amaro e pane niro!

Un chilo di pane negli anni Quaranta costava due lire. Oggi dai due ai cinque euro. C’era la guerra e la carta annonaria. Oggi la pace e la social-card. Il potere d’acquisto dei quasi-poveri, cioè la maggioranza del paese, è dimezzato, ma il governo promette misure adeguate per arginare la crisi che sta mettendo in ginocchio tutto il mondo. Basta crederci, essere ottimisti. Sorridere. Neve alluvioni e disoccupati bloccano le strade. Un tir scaglia all’aria le ruote simili a bestemmie. Periferie spente. Negozi chiusi come fabbriche. Mo vene Natale nun tengo renare. I pescatori incrociano le braccia, da Marsiglia ad Aci Trezza pescherie vuote. La frutta marcisce nei magazzini, la merce sbadiglia nelle vetrine, le facce si allungano. Niente regali sotto l’albero. Niente albero. Niente vacanze in montagna. Niente vacanze. A casa a guardare la pubblicità. Mammà, che mi porta Gesù Bambino? Hai scritto la letterina? Scrivi, scrivi... Mammà, niente capitone quest’anno? Stoccafisso e  fichi secchi e datteri magrebini. Mangia mangia. Neve alluvioni mareggiate e sbarchi clandestini. Tanti civili per le strade. Tanti bambini tra i morti a centinaia, migliaia i feriti e i fuggiaschi in terra santa sotto la pioggia di bombe assassine. Fermi voi cosa fate? Dove volete andare? Non è con le manifestazioni, con la violenza, che sì si aiuta la pace tra i popoli. Vergogna! Bruciare le bandiere d’Israele! E quegli slogan, quei simboli criminali, sono da condannare. Noi li condanniamo. Condanniamo! Condanniamo! Via, a casa, a casa. La musica è finita. Le luci si spengono. C’è una lì distesa, nel sangue. È ferita. Respira. Chiamate la polizia... Dov’è la polizia? Ha da fare coi dimostranti. Questi sono pazzi, inferociti. Ma è Natale, la festa dell’amore. Dio benedica le vostre famiglie. Portiamola all’ospedale. Nessuno ha visto niente? Sì, erano quattro o cinque, sono scappati... 

Sul selciato di Roma imperiale, la notte del ventiquattro di dicembre.

Il Sindaco Tedesco sul palco: rockechampagne. Buon anno.

Erano quattro o cinque.

Negri? Slavi? Stranieri?

No.

Rumeni.

No. Bianchi. Italiani. Quattro bravi ragazzi.

Andiamocene a casa.

Chiudi tutto. Attento ai botti.

Mo vène Natale non tengo renare, m’accatto ’o fucile e cummenz’ a sparà...




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