I chaosmuni
Non
si ricordano mai di me.
Non è vero. Qualche
volta si ricordano. Anzi, per la verità (o per la falsità) ogni tanto.
Insomma, mi
dimenticano spesso. Periodicamente. A tratti. Allora non sanno neppure se
esisto (o che esisto?).
Bene. Anzi male.
Stai esagerando. Uscendo dal campo della memoria.
E dell’oblio,
anche?
Insottrazione,
si ricordano di te, quando ti dimenticano.
Non credo, si
dimenticano di me anche quando si ricordano di me. Si ricordano di me come di
uno da dimenticare, anche se non sempre. Non definitivamente. Ecco.
Ecco che?
Ecco che cosa
sono, io. Uno dimenticabile. Uno che può uscirti di mente, e poi anche
rientrarci, quando la mente è vuota,
disponibile, anzi disposta a riempirsi della ignozione di me.
Hm.
Perché fai “hm”?
Tu non credi all’immemoria. L’immemoria è una memoria che si nega. Una memoria dunque, ma che si nega. È questa, la memoria di
me. Una memoria che si ricorda di negarm’io. Io stesso, del resto.
Tu stesso che,
del resto?
Io stesso, del
resto, mi dimentico spesso di me. Anzi, quasi sempre. Mi ricordo di
dimenticarmi, e riesco a ricordarmelo.
Non mi pare
proprio. Mi pare che tu sia un ricordo. Lo vedi? Un ricordo, uno che è stato.
Dimenticabile, dunque.
Va bene, va
bene, anzi va male, va male, è così.
Sì? Va benemmale che sia così? Ma lo sai che mi
sto dimenticando che mi sto dimenticando. Mi sto dimenticando di che cosa?
Te lo dico io che, come vedi, mi ricordo di te. Ti
stai dimenticando, e sempre più spesso, sì, diciamo quasi sempre, chi eri.
Chi ero?
Un cosmunista, eri. Uno che metteva sempre il
caòsmo in cosmune, e viveva per la
cosmunità, militando nel Tuttìto Cosmunista Infiniversale, per la realizzazione
del Progetto Antropico. Cosmantropoetéchi
di tutto l’infiniverso, uniamoci e terminiamo la preistoria e cominciamo
la storia, non diciamo “vediamo come va a finire” perché non andrà “a finire” ma dopo se stessa, nella postoria, andrà da un’altra parte, anzi dall’altra
parte, o dall’altro tutto, negli altri infiniversi oscillanti dove
ci sarà l’abbondanza dell’abbondanza, di quella “abbondanza” che avrà reso possibile e poesibile il caosmunismo, libero il tempo e infinito lo spazio-tempo e tuttilresto,
che non sarà silenzio...
Ero tutto questo, io? E perché l’ho dimenticato?
Perché era tutto questo, e tu uno per cui anche l’io
era troppo, troppo identico e mutabile, dubbioso di non essere, di essere
magari tu o lei. O noi. Non volevi essere noi; esserci, non volevi. Adesso sei
contento, ma soffri di questa sofisima: l’immemoria, ma quella degli
altri: quella, più della tua, di cui, infondinfondo, dubiti.
Ma io, tutto questo, lo sapevo?
Si capisce che lo sapevi. Non te lo stai dicendo?
No. Non me lo
sto dicendo. Sto dimenticando di dirmelo.
Di essertelo
detto.
Detto? Taciuto. Non lo
senti, il silenzio? Cercalo, deve stare da qualche riga. Forse nelle prime,
forse in quelle che si scriveranno adesso, da sole. Se ne deve star appostato
da qualche parte, e mi sta per balzare addosso. Un silenzio da accumulazione
primitiva e mafiosa di capitali nello Stato con il governo invisibile. Lo vedi,
il silenzio?
Lo senti, vorrai chiedermi.
No, sentirlo no, ho
sbagliato a chiederti se lo sentivi. Non lo si può sentire, il silenzio. Perché
è come il diavolo: non c’è. O come dio, etcetera.
Però si deve poter vedere: almeno la parola, scritta.
Ma quella l’abbiamo
vista, come la radiazione di fondo, negli sciami dei raggi cosmici, nell’odoscopio.
E allora?
Eccola, la parola. Me
l’ero dimenticata. Come mi ero dimenticato di dimenticarmi di ricordarmi di
dimenticarmi che ero un chaosmunista.
Adesso arriva, come un treno. O una tigre. O la fine. Arriva: leggilo:
SILENZIOleggendotelo, che sei morto, ormai, chaosmunista...
E questi... che cosa
significano, questi puntini puntini?
Che segnofanno?
Il segno dei puntini puntini.
E ciossarà?
Lo saprai, lo saprai.
Non aver fretta, almeno adesso che sei morto. Hai tutta la morte davanti a te.
Tutta
la morte? Ma se ancora interrogo, e dubito e?
Io parlo della morte
della morte, naturalmente. Che cosa credevi? Che parlassi della tua misera,
pesante, stolta morte fisica? No, io parlavo della vera morte, quella del chaosmunista. Senza la acca, senza la a, senza la esse. Quella morte della morte la stai
mormoridendo. A lungo. Anzi, spesso. Quasi sempre.
Penti-menti
Poi mi pentii anche di
vivere. Ormai compativo tutto, la specie, il pianeta, la galàssiula nostra, l’universùcolo
oscillante fra le sue mille possibili e impossibili storie. Certo, avrei dovuto
lasciar freddare il silenzio dentro di me, il silenzio del rumore di fondo che
non avevo mai ascoltato non seppi mai come fare per. Prima di tacere, più o
meno per sempre, se così posso tacere, bisognerebbe proprio affacciarcisi più
futuraggiosamente alla finestrella delle palpebre, e vuotare boccali enormi di
sogghigni mai sottoghignati veramente. Sentire, anzi vedere i suoni nudi, il
rumore di fondo nella sua singolarità nuda. Invece niente o quasi niente, che è
peggio. Adesso – o allora? – avrei dovuto imparare a pentirmi anche di morire.
Ma per pentirsi sul serio, bisognerebbe saper bene che segno faccia il
pentimento. Chi paenitet, ed è paenitus, “non ha abbastanza”, “ha
quasi”; è paenur, non è satur, mancante non bastante di/a se
stesso. E, pentendomi dunque, non avrei avuto abbastanza; di che cosa? Della
vita? E poi, della morte? Il segno era stato fatto, evideva; si era perduto,
poi, e inevideva. Ma il pentimento non era la “metánoia”, transmentale? Ce l’avrei
fatta, ad attraversare la mente, passare dall’altra parte della mancanza
bastante per...
?
Non mi pentii, voilà, guarda qui
E che non mi pentii di
vivere, passi! Ma di morire... Ecco perché sono rimasto cosmunista. Sì, con
quella esse in più! Non ne ho
abbastanza, del chaòsmo...
Sonneria
È insonne, e gli hanno
consigliato di sognare di dormire. Allora lui sogna di dormire. Spera di
dormire a forza di sognare di dormire, questo sonno randagio e renitente. Ma
non sembra che funzioni. Invece di sognare di dormire, sogna di sognare che
dorme. Questo suo sogno non è un sonno. In
realtà sogna, ma da sveglio. È, sveglio. Stanotte però aveva cominciato
a dormire... Fino a quando ha cominciato anche a sognare che sognava di
dormire. Si è svegliato. Oggi, ci si è rimesso, a dormire – di buzzo buono,
sapete com’è – la pancia, la büsa, l’alvo,
la canna, il flauto, questo è il buzzo, buono. Ma lo stiamo vedendo
soprassaltare dal letto: sogna di svegliarsi continuamente, con mente dontinua.
E non si sveglia più: sta sempre a ri-sognare di svegliarsi. Dorme. E non si
sveglia più perché si sveglia sempre in ogni istante
del suo sonno. Che fare? Lasciarlo dormire. Per sempre?
Vetustula textura
Io, nonnarca sono. Patriarca è mio figlio,
matriarca mia figlia (o sua moglie?), figliarchi i loro figli da cui i
nipotarchi e, insomma, tutti i futurarchi che saranno a capo degli eternarchi,
spero. I miei bisnonnarchi mi dicevano di non preoccuparmi del morterialismo
eternario, del maternalismo storico, e neppure del futuriarcato idiolettico.
Noi poetriarchi, siamo tutti oltre, in Ultonia destinati, ad andare su e giù ma
non longitudinalmente nel tempo, piuttosto laterando e blaterando,
diagonicalmente e di sclimbescio. Attraversando la morte altrui, un atomo di
tempo come tutti gli altri, però vuoto, assolutamente vuoto, anche delle
quantistiche fluttuazioni. Io ci ho creduto e peggio me n’è incolto di coloro
ai quali mal gliene incolse. Poiché adesso vago dentro me stesso, e sento
ancora che dicono sono uscito dalla mente, e questo è pur vero, ma che questa è
demenza che dicono, ed è forse vero anche questo, ma non nel senso che loro
danno a questo termine topoillogico. Io sono uscito dalla mente mia troppo
tempo fa per irritarmi di questi spregiativi. Sono uscito, e sono rientrato
così come entresco adesso, ma non più soltanto dalla mia mente, anche dalla
vostra e dalle altre menti, de-menti-cando poi, con discrezione, ciò che vi
trovo e, soprattutto, ciò che non, vi trovo. O il nulla, il vuoto della morte
non ancora morta, che sarà doppia quando. Non siamo soltanto noi vetulardi, a
passare dentro queste porte che per gli altri sono chiuse, o sembrano. Sono le
specie, anche. La nostra, che si illude di uscire da quella porta totale,
speciale appunto, solo con i piedi delle sue cellule terminali, e invece. Il
genere è ormai fuori, ma non se lo dice, e questo è segno di generalis dementia, infatti. Non dovrei forse scriver(me)lo, ma anche
il corpo celeste così coloritamente detto, è uscito d’orbita, eppure continua
nell’orbita spettrale a fingersi ruotante con lo stesso nobile spin. E
la galàssiula, e l’ammasso e il superammasso e l’universo e gli altri universi
oscillanti che formano poi, in fondo, lo stesso universo ((non ci può essere un
secondo universo che non sia, appunto, universo con il primo, volto verso la
stessa uscita dalla uni-versata mente, de-menta(bi)le, dementata)). Non mi dico
da quanto dio, la sua idea, che vaga per gli spazi senza una testa in cui
riposarsi, ogni tanto, come faccio io quando in-mente rientro, e allora non più
de-mente sono. Una pagina io sono che si scrive da sola; o una penna che ha per
pagina cieli, orizzonti, vortici, e universoteche. Nulla di universale nella
mia universalità, ottiminteso. Nihiloverso, io, non c’è un filo solo che sia
ritorto vorrei dirmi, me lo dico, aggrovigliando il filo che già al mio dito si è legato. Io sono passato, non
passo più, il mio passo ripassa el
paseo de desgracia, è la disgrazia del mio passeggiare nonnegliardo.
Veglio e ardo, le parole non giocano più con me, nel morizzonte degli ineventi
dove cento miliardi di morti sognano la vera fine, e il vero inizio.
* Questi testi provengono dall’ultimo volume
di Gianni Toti, Inenarraviglie (totìusque tandem totìlina), uscito nel settembre
2006, a
cura di Massimiliano Borelli, come autopubblicazione in cento copie numerate. E
appaiono qui per gentile concessione degli eredi.