LE VIE DEL RACCONTO
GIANNI TOTI
 

 

 

I chaosmuni

 

Non si ricordano mai di me.

Non è vero. Qualche volta si ricordano. Anzi, per la verità (o per la falsità) ogni tanto.

Insomma, mi dimenticano spesso. Periodicamente. A tratti. Allora non sanno neppure se esisto (o che esisto?).

Bene. Anzi male. Stai esagerando. Uscendo dal campo della memoria.

E dell’oblio, anche?

Insottrazione, si ricordano di te, quando ti dimenticano.

Non credo, si dimenticano di me anche quando si ricordano di me. Si ricordano di me come di uno da dimenticare, anche se non sempre. Non definitivamente. Ecco.

Ecco che?

Ecco che cosa sono, io. Uno dimenticabile. Uno che può uscirti di mente, e poi anche rientrarci, quando la mente è vuota, disponibile, anzi disposta a riempirsi della ignozione di me.

Hm.

Perché fai hm? Tu non credi all’immemoria. L’immemoria è una memoria che si nega. Una memoria dunque, ma che si nega. È questa, la memoria di me. Una memoria che si ricorda di negarm’io. Io stesso, del resto.

Tu stesso che, del resto?

Io stesso, del resto, mi dimentico spesso di me. Anzi, quasi sempre. Mi ricordo di dimenticarmi, e riesco a ricordarmelo.

Non mi pare proprio. Mi pare che tu sia un ricordo. Lo vedi? Un ricordo, uno che è stato. Dimenticabile, dunque.

Va bene, va bene, anzi va male, va male, è così.

Sì? Va benemmale che sia così? Ma lo sai che mi sto dimenticando che mi sto dimenticando. Mi sto dimenticando di che cosa?

Te lo dico io che, come vedi, mi ricordo di te. Ti stai dimenticando, e sempre più spesso, sì, diciamo quasi sempre, chi eri.

Chi ero?

Un cosmunista, eri. Uno che metteva sempre il caòsmo in cosmune, e viveva per la cosmunità, militando nel Tuttìto Cosmunista Infiniversale, per la realizzazione del Progetto Antropico. Cosmantropoetéchi di tutto linfiniverso, uniamoci e terminiamo la preistoria e cominciamo la storia, non diciamo “vediamo come va a finire” perché non andrà “a finire” ma dopo se stessa, nella postoria, andrà da un’altra parte, anzi dallaltra parte, o dallaltro tutto, negli altri infiniversi oscillanti dove ci sarà l’abbondanza dellabbondanza, di quella abbondanza” che avrà reso possibile e poesibile il caosmunismo, libero il tempo e infinito lo spazio-tempo e tuttilresto, che non sarà silenzio...

Ero tutto questo, io? E perché l’ho dimenticato?

Perché era tutto questo, e tu uno per cui anche l’io era troppo, troppo identico e mutabile, dubbioso di non essere, di essere magari tu o lei. O noi. Non volevi essere noi; esserci, non volevi. Adesso sei contento, ma soffri di questa sofisima: limmemoria, ma quella degli altri: quella, più della tua, di cui, infondinfondo, dubiti.

Ma io, tutto questo, lo sapevo?

Si capisce che lo sapevi. Non te lo stai dicendo?

No. Non me lo sto dicendo. Sto dimenticando di dirmelo.

Di essertelo detto.

Detto? Taciuto. Non lo senti, il silenzio? Cercalo, deve stare da qualche riga. Forse nelle prime, forse in quelle che si scriveranno adesso, da sole. Se ne deve star appostato da qualche parte, e mi sta per balzare addosso. Un silenzio da accumulazione primitiva e mafiosa di capitali nello Stato con il governo invisibile. Lo vedi, il silenzio?

Lo senti, vorrai chiedermi.

No, sentirlo no, ho sbagliato a chiederti se lo sentivi. Non lo si può sentire, il silenzio. Perché è come il diavolo: non c’è. O come dio, etcetera. Però si deve poter vedere: almeno la parola, scritta.

Ma quella l’abbiamo vista, come la radiazione di fondo, negli sciami dei raggi cosmici, nell’odoscopio. E allora?

Eccola, la parola. Me l’ero dimenticata. Come mi ero dimenticato di dimenticarmi di ricordarmi di dimenticarmi che ero un chaosmunista. Adesso arriva, come un treno. O una tigre. O la fine. Arriva: leggilo: SILENZIOleggendotelo, che sei morto, ormai, chaosmunista...

E questi... che cosa significano, questi puntini puntini?

Che segnofanno? Il segno dei puntini puntini.

E ciossarà?

Lo saprai, lo saprai. Non aver fretta, almeno adesso che sei morto. Hai tutta la morte davanti a te.

Tutta la morte? Ma se ancora interrogo, e dubito e?

Io parlo della morte della morte, naturalmente. Che cosa credevi? Che parlassi della tua misera, pesante, stolta morte fisica? No, io parlavo della vera morte, quella del chaosmunista. Senza la acca, senza la a, senza la esse. Quella morte della morte la stai mormoridendo. A lungo. Anzi, spesso. Quasi sempre.

 

 

 

Penti-menti

 

Poi mi pentii anche di vivere. Ormai compativo tutto, la specie, il pianeta, la galàssiula nostra, l’universùcolo oscillante fra le sue mille possibili e impossibili storie. Certo, avrei dovuto lasciar freddare il silenzio dentro di me, il silenzio del rumore di fondo che non avevo mai ascoltato non seppi mai come fare per. Prima di tacere, più o meno per sempre, se così posso tacere, bisognerebbe proprio affacciarcisi più futuraggiosamente alla finestrella delle palpebre, e vuotare boccali enormi di sogghigni mai sottoghignati veramente. Sentire, anzi vedere i suoni nudi, il rumore di fondo nella sua singolarità nuda. Invece niente o quasi niente, che è peggio. Adesso – o allora? – avrei dovuto imparare a pentirmi anche di morire. Ma per pentirsi sul serio, bisognerebbe saper bene che segno faccia il pentimento. Chi paenitet, ed è paenitus, “non ha abbastanza”, “ha quasi”; è paenur, non è satur, mancante non bastante di/a se stesso. E, pentendomi dunque, non avrei avuto abbastanza; di che cosa? Della vita? E poi, della morte? Il segno era stato fatto, evideva; si era perduto, poi, e inevideva. Ma il pentimento non era la “metánoia”, transmentale? Ce l’avrei fatta, ad attraversare la mente, passare dall’altra parte della mancanza bastante per...

?

Non mi pentii, voilà, guarda qui

E che non mi pentii di vivere, passi! Ma di morire... Ecco perché sono rimasto cosmunista. Sì, con quella esse in più! Non ne ho abbastanza, del chaòsmo...

 

 

 

Sonneria

 

È insonne, e gli hanno consigliato di sognare di dormire. Allora lui sogna di dormire. Spera di dormire a forza di sognare di dormire, questo sonno randagio e renitente. Ma non sembra che funzioni. Invece di sognare di dormire, sogna di sognare che dorme. Questo suo sogno non è un sonno. In realtà sogna, ma da sveglio. È, sveglio. Stanotte però aveva cominciato a dormire... Fino a quando ha cominciato anche a sognare che sognava di dormire. Si è svegliato. Oggi, ci si è rimesso, a dormire – di buzzo buono, sapete com’è  – la pancia, la büsa, l’alvo, la canna, il flauto, questo è il buzzo, buono. Ma lo stiamo vedendo soprassaltare dal letto: sogna di svegliarsi continuamente, con mente dontinua. E non si sveglia più: sta sempre a ri-sognare di svegliarsi. Dorme. E non si sveglia più perché si sveglia sempre in ogni istante del suo sonno. Che fare? Lasciarlo dormire. Per sempre?

 

 

 

Vetustula textura

 

Io, nonnarca sono. Patriarca è mio figlio, matriarca mia figlia (o sua moglie?), figliarchi i loro figli da cui i nipotarchi e, insomma, tutti i futurarchi che saranno a capo degli eternarchi, spero. I miei bisnonnarchi mi dicevano di non preoccuparmi del morterialismo eternario, del maternalismo storico, e neppure del futuriarcato idiolettico. Noi poetriarchi, siamo tutti oltre, in Ultonia destinati, ad andare su e giù ma non longitudinalmente nel tempo, piuttosto laterando e blaterando, diagonicalmente e di sclimbescio. Attraversando la morte altrui, un atomo di tempo come tutti gli altri, però vuoto, assolutamente vuoto, anche delle quantistiche fluttuazioni. Io ci ho creduto e peggio me n’è incolto di coloro ai quali mal gliene incolse. Poiché adesso vago dentro me stesso, e sento ancora che dicono sono uscito dalla mente, e questo è pur vero, ma che questa è demenza che dicono, ed è forse vero anche questo, ma non nel senso che loro danno a questo termine topoillogico. Io sono uscito dalla mente mia troppo tempo fa per irritarmi di questi spregiativi. Sono uscito, e sono rientrato così come entresco adesso, ma non più soltanto dalla mia mente, anche dalla vostra e dalle altre menti, de-menti-cando poi, con discrezione, ciò che vi trovo e, soprattutto, ciò che non, vi trovo. O il nulla, il vuoto della morte non ancora morta, che sarà doppia quando. Non siamo soltanto noi vetulardi, a passare dentro queste porte che per gli altri sono chiuse, o sembrano. Sono le specie, anche. La nostra, che si illude di uscire da quella porta totale, speciale appunto, solo con i piedi delle sue cellule terminali, e invece. Il genere è ormai fuori, ma non se lo dice, e questo è segno di generalis dementia, infatti. Non dovrei forse scriver(me)lo, ma anche il corpo celeste così coloritamente detto, è uscito d’orbita, eppure continua nell’orbita spettrale a fingersi ruotante con lo stesso nobile spin. E la galàssiula, e l’ammasso e il superammasso e l’universo e gli altri universi oscillanti che formano poi, in fondo, lo stesso universo ((non ci può essere un secondo universo che non sia, appunto, universo con il primo, volto verso la stessa uscita dalla uni-versata mente, de-menta(bi)le, dementata)). Non mi dico da quanto dio, la sua idea, che vaga per gli spazi senza una testa in cui riposarsi, ogni tanto, come faccio io quando in-mente rientro, e allora non più de-mente sono. Una pagina io sono che si scrive da sola; o una penna che ha per pagina cieli, orizzonti, vortici, e universoteche. Nulla di universale nella mia universalità, ottiminteso. Nihiloverso, io, non c’è un filo solo che sia ritorto vorrei dirmi, me lo dico, aggrovigliando il filo che già al mio dito si è legato. Io sono passato, non passo più, il mio passo ripassa el paseo de desgracia, è la disgrazia del mio passeggiare nonnegliardo. Veglio e ardo, le parole non giocano più con me, nel morizzonte degli ineventi dove cento miliardi di morti sognano la vera fine, e il vero inizio.

 

 

 

 

*  Questi testi provengono dall’ultimo volume di Gianni Toti, Inenarraviglie (totìusque tandem totìlina), uscito nel settembre 2006, a cura di Massimiliano Borelli, come autopubblicazione in cento copie numerate. E appaiono qui per gentile concessione degli eredi.  

 

 

 




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