TEATRICA
RICCARDO REIM
(1953-2014)

Il teatro di un libertino umanista


      
Un personale ricordo dell’attore, regista e drammaturgo romano, morto lo scorso dicembre, che era anche poeta, narratore, traduttore (dal francese), copioso antologista, saggista e critico letterario con le competenze più varie. Un’artista molteplice dai gusti fantasiosi ed eclettici che lo portavano ad inscenare col medesimo slancio Carolina Invernizio e il Marchese de Sade. Intellettuale gay militante aveva debuttato nel 1972 con la pièce “Ragazzo e ragazzo” diretta da Dacia Maraini e, poi, nel 1997 aveva allestito “I Mignotti”, tratto dall’omonimo libro scritto con Antonio Veneziani sulle vite dei prostituti omosessuali.
      




      

di Marco Palladini





Una immagine giovanile di Riccardo Reim (ph. Dino Ignani)


Parafrasando Guido Morselli, potrei pensare ad una ‘dissipatio h. g. t.’. Una dissipazione dell’umano genere teatrale della scena capitolina che ancora negli ultimi mesi ha visto altre illustri scomparse (da Mario Prosperi all’artista-regista Renato Mambor). Ultima, imprevista morte quella di Riccardo Reim che se ne va a sessantuno anni in seguito ad una subitanea, rara malattia non diagnosticata in tempo che, mi hanno detto, lo ha portato nella tomba in meno di venti giorni.

Avevo conosciuto Reim all’inizio degli anni ’80 quando era un arrembante ventenne riccioluto, talora rivestito con ampi mantelli da eroe romantico o con floreali camicie fru-fru, già iperattivo sia sul versante teatrale che su quello letterario. La nostra conoscenza si approfondì e divenne una amicizia nel 1987 quando uscì Et ego in movimento, il mio primo libro in versi che Riccardo recensì favorevolmente ed ebbe a presentare in una occasione. Di lui ammiravo l’essere un intrepido intellettuale che faceva teatro con una preparazione e uno spessore culturale nettamente superiore alla stragrande maggioranza dei suoi colleghi. Oltreché attore, regista e drammaturgo Reim era anche poeta, narratore, traduttore (dal francese), copioso antologista, saggista e critico letterario con le competenze più varie. Era, per esempio, un colto e sagace esperto di feuilleton e di letteratura d’appendice popolar-amorosa ottocentesca sia sul versante italiano che su quello transalpino. E aveva una, per me insana, passione per scrittrici come Carolina Invernizio, a cui dedicò, se non ricordo male, almeno un paio di spettacoli, amando il suo lato noir, fantastico, folle e sadico. Ciò che spiega anche, a rovescio, il forte interesse di Reim per Sade che lo spinse a tradurlo e a dedicargli più di un allestimento (io rammento Marquis de Sade, Vierge et Martyr del 2004).

Ecco la capacità di ‘linkare’ e di trapassare figure apparentemente antitetiche come la Invernizio e Sade, la dice lunga sulla perspicacia critica di Riccardo, sulla sua vena di autore e regista mai banale ed eminentemente libertino – non a caso il suo primo romanzo si intitolava appunto Lettere libertine (1982). Via via, conoscendolo meglio e frequentandolo un poco, risaltava questa sua dimensione di fulgente intellettuale libertino e libertario e omosessuale che aveva, in pratica, fatto ‘outing’ in tempi in cui neppure esisteva in Italia il concetto di militanza gay. Il suo debutto a soli 19 anni nel 1972 con la pièce Ragazzo e ragazzo, diretta da una illuminata Dacia Maraini, è appunto la storia di un triangolo omoerotico che suscitò immediatamente grande scandalo e gli rimeritò denunce alla magistratura. Dunque, fin da subito Reim aveva perimetrato il suo campo da gioco ed esternato artisticamente la sua collocazione, ma senza pose da ‘maledetto’ o da ‘Genet de noantri’.  Lui ha sempre difeso la sua natura borghese e colta, fantasiosa e quasi snob, semmai più vicina a un certo dandysmo alla Oscar Wilde.





Peraltro, dal lato teatrale l’incontro per lui determinante fu nel 1978 con Aldo Trionfo per il quale interpretò Edoardo II in Lady Edoardo (titolo esplicito nel rimarcare lo spostamento di identità ‘transessuale’). Il talento registico e visivo di Trionfo segnò profondamente e definitivamente il teatro di Reim che si è sempre connotato per una estrosità sia testuale che scenica, ma anche per una forte ironia e per un gusto grottesco ed eteroclito e spudorato che lo portò a collaborare con Copi per realizzare insieme la frizzante pièce Tango-charter (1980). Lo spettro della sua poetica teatrale oscillava da certi classici dell’erotismo alla parodia per risibili vicende melò o larmoyante, rivisitando certa narrativa d’appendice di cui era sapiente per ibridarla e sfregiarla con risvolti gay e ‘camp’, mixando un po’ la cifra alla D’Origlia-Palmi con accensioni felliniane. E sempre suggestivi erano i suoi titoli. Basta citarne qualcuno: Carne in scatola (1974), Bello l’amore mio che se ne andò in marina (1984), Gamiani de Musset (1984), Frau Sacher-Masoch (1989), Notturno Barocco (1991), Vita, peccati e redenzione di suor Virginia Maria de Leyda, monaca di Monza (1991), Maîtresse (1992), Dodi Meringa (1993) Cuoricini (1999), Requiem per Gilles de Rais (2000), Caminito (2005), Turbamenti notturni (2007).        

Sul fronte editoriale rammento anche la sua intensa collaborazione con il poeta Antonio Veneziani che lo condusse alla pubblicazione di Pornocuore – Sogni e desideri segreti dei giovani omosessuali e di I Mignotti – Vite vendute e storie vissute di prostituti e gigolò, che erano una sorta di inchieste realizzate sul campo e seguendo la pista della ‘cultura della strada’ riguardo alla esistenza quasi sempre nascosta e non detta e da sottosuolo delle persone omosessuali nel nostro paese. Ne derivò nel 1997 l’omonimo spettacolo I Mignotti, assai crudo e crudele, coinvolto ed aspro, mai ‘buonista’ o clemente sui rapporti nell’ambiente gay ‘marchettaro’, che lui conosceva in modo approfondito. Ecco in Reim c’era sempre una doppia anima: quella barocca-trionfesca, lussureggiante di citazioni immaginifiche (era laureato in storia dell’arte) e quella verista-naturalista (non a caso aveva tradotto émile Zola) che lo portava a cercare di ‘toccare’ la dura realtà delle cose. Il double mind (e bind) della sua arte lo si riscontra anche nel suo secondo romanzo, quello della maturità, Il tango delle fate (2007): in cui il maschile e il femminile si frammischiano in uno stranito conflitto interiore, proiettandosi in un ego schizzato e multiforme, laddove si moltiplicano anche le lingue passando dall’italiano al francese, dallo spagnolo al latino, al napoletano, impastando empiti mistici e pulsioni erotiche, con una ballerina di tango che si sdoppia nelle visioni della santa di Lourdes, Bernadette.





Antonio Veneziani e Riccardo Reim


Per me Riccardo era, però, anche lo spiritosissimo commensale che a cena col suo eloquio sempre brillante e ben coltivato ti raccontava aneddoti osceni incredibili, facendoti sbellicare dalle risate o spargeva con soave nonchalance succulenti pettegolezzi a iosa e saettanti e taglienti giudizi un po’ su tutto il démi-monde cultural-teatrale romano. Anche questo lato mondano e ‘gossiparo’ me lo faceva assai apprezzare e stimare per il suo vivo ingegno e per la sua intelligenza. E altrettanto mi piaceva il suo vorace eclettismo e la sua generosità culturale che lo faceva passare da Tolstoj a Francesco Mastriani, da Moravia ad uno sconosciuto giovane poeta contemporaneo. A Reim non è mai mancata l’attenzione ai rapporti umani al pari di uno sguardo satirico e smagato sulle cose della vita. Era un caro libertino umanista, un compagno di gioventù che mi mancherà e mancherà, penso, a tutti quelli che l’hanno conosciuto e gli hanno voluto bene.

 

 

(dicembre 2014)




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