PRIMO PIANO
EDOARDO CACCIATORE – 2
‘I sensi il pensiero’
nella vertigine dei versi


      
Nei ricordi della scrittrice romana un ritratto del poeta siciliano che arrivò nei primi anni Trenta nella capitale dove conobbe Vera Signorelli, giovanissima Curator della Keats e Shelley House, che poi sposò. Un autore reputato enigmatico, misterioso, irto che viveva appartato, segreto, solitario, umbratile, ma poi si rivelava nel privato della sua abitazione presso l’Orto Botanico una figura colloquiale che esibiva una totale, disarmata, quasi vulnerabile leggerezza. La sua grande, atipica, ‘difficile’ poesia lo estraniò dal mondo letterario ufficiale. Diceva: Ungaretti ebbe a dileggiarmi in pubblico, non ha capito niente, niente della mia scrittura.
      



      


di Maria Jatosti

 

 

Pomeriggio di fine settembre ’89. Scendo dall’auto, attraverso il fiume e ho davanti a me piazza Trilussa con la fontana e le macchine serrate in sosta; prendo per via della Scala senza alzare gli occhi al palazzetto grondante di edere e di ricordi. Una sosta caffè all’arco di Settimiano, poi giù per la Lungara dove non arriva il sole. Camminare mi aiuta a riordinare le idee e a controllare la preoccupazione mista a una certa emozione provocata dal pensiero di trovarmi a tu per tu con un grande poeta, quello che nel panorama letterario italiano tradizionale viene considerato un autore enigmatico, misterioso, difficile, irto, atipico, uno insomma che parla un’altra lingua e non corrisponde a nulla di conosciuto, che non sta né da una parte né dall’altra. L’appuntamento è fra qualche minuto, a casa sua. Ho in mente di chiedergli un testo da pubblicare sui fogli di Poesia in piego, mensile che curo insieme a Francesco Paolo Memmo e Achille Serrao.

 

 

 

 

Alla poesia di Cacciatore io, che appartengo alla razza e alla generazione di coloro che hanno adorato e sperperato i poeti, ci sono arrivata, in anni non più giovanissimi e neorealisti, ed è stato subito scoperta, meraviglia. Mi entusiasmava la passione che si fa energia di pensiero, ragione, proposito reale, concreto (Il modo più efficace di parlare a riguardo della poesia, è farla / questa poesia, piuttosto che star a discettare sulle sue probabilità” *), mentre ero letteralmente trascinata dalla potenza dei versi. Versi da martellare, da percuotere, accompagnandone il ritmo con le mani, con il corpo, come nella musica, nella danza. Versi che, presi uno ad uno, staccati, singoli e conclusi, mi colpivano con l’evidenza di asserzioni assolute.

 

                                   Ritmo a spasimo e all’orlo rimbrotto

                                   Tra i due Blocchi il sospetto in un attimo

                                   Trova sesto gli basta l’ammicco

                                   Sarà certo la guerra ed il trucco

                                   Vecchio nubili ostenta sembianze

                                   Enfio il sangue dirizza la lingua

                                   Crasso accordo d’urrà scherno e morchia

                                   Questo è il nostro destino – la guerra

                                   Non soffrire addèstrati al furto

                                   È il diritto e suburra è l’angoscia

                                   Stadio a libero ingresso la guerra

                                   Solo lei avrà infine tripudio

                                   Dose eroica e balsamo sùbito

                                   Sulla piaga che il vinto si asciuga

                                   Ma in un’aula adatta ora all’odio

                                   Voce è in piedi e agli antipodi dice**

 

C’è uno strano silenzio: il quartiere la città la gente i rumori gli assilli le voci sono sopra, oltre, al di là di queste mura, non turbano il corso ondulato dei miei pensieri-ricordi. Mi tornano alla mente immagini a caso di questa nostra città grassa, felice e corrotta, di fanciulli attorno a una fontana, di topi, di asfalto, di ubriachi – “crasso accordo d’urrà scherno e morchia, questo è il nostro destino” – di un Campo di Fiori da dove sale più lezzo di bruciato che odore di pesce di mare, o dove un assonnato vaga fischiettando, indifferente alla tragedia del mondo, e altri luoghi, altri orizzonti, e cieli e lune che dicono di smarrimenti e di svelamenti e di morte…

Sono arrivata. Largo Cristina di Svezia, Orto Botanico, pendici del colle Gianicolo, cuore di Trastevere, non lontano dalla torva Regina Cœli. Con la trepidazione camuffata da improntitudine, che sempre mi fa affrontare situazioni difficili, comunque importanti, varco il portoncino.

Piccolo, nervoso, compunto, Cacciatore mi ammette nella sua casa-guscio con la cautela di cui so per leggende e racconti. Appartato, segreto, solitario, umbratile, aguzzo, ritroso me lo figuravo: un hidalgo, un cavaliere siciliano d’antan, altero e armato della sua orgogliosa separatezza, isolato, escluso, estraneo, come la sua poesia; e invece, con lo scorrere dei minuti, sono felicemente smentita e rilassata e sedotta da una totale, disarmata, quasi vulnerabile leggerezza. Seduto accanto a me, stretti tra seterie, cuscini, libri, quadri, suppellettili, piante, gli occhi sottili sotto la testa arruffata e grigia, Edoardo mi scruta e parla e mi ascolta parlare incuriosito. La casa-guscio ci avvolge nella sua penombra verde, gli storni sfrecciano a bordate oblique e sinuose dal fitto dell’Orto a movenze di danza e gridi verso le cupole d’oro del tramonto romano.

 

 

 

Edoardo e Vera Cacciatore

 

 

L’amatissima Vera va e viene silenziosa, appare e scompare, proiettando la sua grande ombra consistente. Hai letto La scalinata? Devi leggere La scalinata, e anche gli altri. Lei è bravissima. Vera, ce l’hai una copia per la nostra amica? Devi procurartelo, ricorda: La scalinata. Promesso. Sai che Vera ha dedicato tutta la vita alla Keats-Shelley House, a Trinità dei Monti… È lì che ci siamo conosciuti ragazzi, ventenni, poco più, nel ’34, oltre cinquant’anni fa, mezzo secolo e passa… Si allaga d’amore parlando-ricordando, e io mi lascio affatturare da una fascinazione infinita.

 

 

 

 

Keats e Shelley House a piazza di Spagna, Roma

 

 

Parliamo da ore di lettere, di poesia – perfino della mia, che ha avuto modo di “apprezzare”, dice, una sera, nel corso di una lettura-premio in una cantina cultural-ferroviaria, poco distante da questa casa. Un testo, ricorda citandomi generosamente, che svelava una Venezia insueta di piorree, di fondachi sordi, di angoli di lebbra… Ma discorriamo e divaghiamo anche di storia, di uomini, di utopie e d’altro.

Quando me ne vado, fuori è buio – “Siamo pieni zeppi di buio” –. Riveste i muri muffi e le pietre di una “dolcezza d’autunno con abbraccio umano”. Ho con me il prezioso Carme momentaneo, quel 25 luglio 1943, poemetto in dieci stanze di dieci versi ognuna che riempirà sontuosamente quattro facciate del mio “Foglio”.

Sono passati circa due mesi ed eccomi di nuovo qui, col mio bel Piego numero 4, dicembre ’89. Cacciatore lo osserva con attenzione, lo rilegge: è contento. Un bel lavoro avete fatto, brava. Me ne lasci un po’ di copie? Guarda, Vera, è bello, no? Vera sorride, propone un caffè. No, dice Edoardo. C’è il sole, usciamo, ce lo prendiamo fuori il caffè, al Settimiano. Che ne dici, ti va? Mi va tantissimo. Sono eccitata: io e lui soli a passeggio per il quartiere. Mi infilo nel suo braccio e andiamo e mi metterei a cantare. Ti va un giro all’Orto? Mi va tantissimo. Non ci sono mai stata. Anzi sì, una sera d’estate, con Paolo. Scenario stupendo: un palco sotto la luna proteso “in un orizzonte curvato ad abbraccio”, delle gradinate scomode brulicanti, e tantissimi poeti. Ricordo Dario Bellezza, la Rosselli, Memmo, Riviello, Minore… C’era anche la musica, e molta euforia, molto chiacchiericcio…

Oltrepassati i due grandi platani che mi dice Edoardo risalgono al 1600, ci inoltriamo, intrusi turisti nel verde che muta e svaria dal giallo al ruggine al rosso vivo, tra salitelle vialetti fontane, palme rododendri, piante esotiche, succulente e ragazzini. Sopra di noi il cielo assorda di gridi: la solita buriana degli storni che si allontana e svanisce all’orizzonte. Un cinguettio isolato, insistente sorprende il silenzio. Edoardo si sofferma col naso in su. Mi assale il ricordo di una mattina a Firenze, a un convegno su Ungaretti, o a Siena, mi pare, non ricordo di preciso, fine anni Settanta: i convegnisti tutti a fare colazione, io fuori nel patio, o chiostro chissà, comunque all’aperto, col sole, gli alberi. Mario Luzi poco lontano da me, dritto, alto, col suo profilo aerodinamico, scruta il cielo. Nella grande pace si sente un canto lievissimo: Rigogolo, dice Luzi lasciandomi tramortita dalla meraviglia. Sembra finto: il chiostro, gli alberi, il silenzio, il “Poeta”… Sì, mi pare fosse un convegno su Ungaretti. Lo racconto a Edoardo che si limita a sorridere, segreto. Ungaretti, dice dopo una lunga pausa, non ha capito la mia poesia, il mio assillo, la mia ricerca costante… Mi disprezzava. Una volta mi dileggiò in pubblico: troppe rime, e addirittura baciate! si mise a gridare… Non ha capito niente. Niente.

 

 

 

Mario Luzi visto da Ottone Rosai, 1941

 

 

 

Giuseppe Ungaretti

 

 

In cima a una scalinata facciamo sosta un po’ ansanti; ci guardiano e decidiamo senza dircelo di tornare indietro, passo passo, lasciandoci alle spalle serre, laghetti, giardini, felci e bamboo, macchie e roseti, canneti e pini delle Canarie… Fa improvvisamente freddo e buio. Sul portoncino ci salutiamo. Il caffè al bar Settimiano lo prenderemo un’altra volta.

Non ci sarà un’altra volta.

 

31 marzo 2004. In una di quelle giornate di pioggia torrenziale non estranee alla primavera romana, alla Casa delle Letterature si svolge un convegno di studi dal titolo: “Edoardo Cacciatore, un pensiero in forma di poesia”. La passione e la tenacia l’hanno spuntata sull’ignoranza e sulla sordità dei burocrati: sono riuscita ad avere la prestigiosa sede istituzionale. A Edoardo piacerebbe, nel cuore di Roma, col suo bel giardino di aranci, quasi un angolo della sua Sicilia, a parte il sole. Ma lui non c’è, se n’è andato il 25 settembre ’96, sette anni fa. Venticinque settembre, come il giorno del nostro primo appuntamento nella casa-guscio di Largo Cristina di Svezia.

Al mio fianco c’è l’amico-compagno Gianni Borgna, assessore alle politiche culturali del Comune di Roma; in sala c’è tanta gente, tanti intellettuali, poeti: vedo Pagliarani, Guglielmi, qualche pittore, amici di Edoardo e miei che mi aiuteranno a tenere vivi in questo paese moribondo, di pessima memoria, di trascuratezze, di rimozioni e di colpevoli dimenticanze il pensiero, il meraviglioso universo di un poeta infinito. C’è, discreta e gentile, Anna Grazia D’Oria, Manni editore, con il libro nuovo di tutte le sue poesie curato da Patrizi. Ci sono due attrici per leggere i testi… E, sola, laggiù, “tra due sedie occupate”, c’è Vera. Mi fa arrivare sul tavolo un biglietto: poche parole commosse di ringraziamento. Nient’altro. Non posso nemmeno confessarle che il suo libro, La scalinata, tradendo la promessa fatta a Edoardo, non l’ho letto. Non l’ho neppure cercato. Perdonami Vera. Nella mia cartella c’è anche il Piego di poesia numero 4, dedicato a lui, con quel Carme momentaneo che gli chiesi quel giorno di settembre nella casa-guscio davanti all’Orto botanico. Vi spiccano parti evidenziate qua e là, la prima strofa per intero, con la vigorosa sottolineatura di quel verso finale che dice tutto e mi muove la mente, mi riscalda il cuore.

                                  

                                     Piazze vie uffici officine edifici

                                   Non secolare anzi momentaneo carme

                                   Né sregolatezze né insueti artifici

                                   Non suona nemmeno la sirena d’allarme

                                   La città non bada a spese è solo dispendio

                                   Ubriachi e sobri in un solo compendio

                                   Atteso attimo di cessato pericolo

                                   È appena un tremolare di pinne nasali

                                   Un transito effettivo di bene nei mali

                                   I sensi il pensiero in uno stesso veicolo***

 

Il chiacchiericcio si spegne. Il frastuono del diluvio percuote il silenzio. – “Noi non siamo altro che parzialmente questo imparziale nubifragio di atomi; consecutiva percussione e ripercussione di tocchi e rintocchi… Borgna saluta, ringrazia, mi passa la parola. Giù in fondo, Vera si alza, fa un cenno furtivo e se ne va.

 

 

 

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* da: “Rinforzi in disponibilità dell’energia medesima”, in Itto itto, Manni,1994

** da: Segni di poesia Lingua di pace, Manni, 1985; a cura di Filippo Bettini

*** da Carme momentaneo, in Tutte le poesie, Manni, 2003, a cura di Giorgio Patrizi

 


Poche notizie su Edoardo Cacciatore.

 

Nasce a Palermo il 18 novembre 1912. Nel 1917 si stabilisce con la famiglia a Roma. Esordisce nel 1951 con uno scritto filosofico intitolato “L’identificazione interna” . Le sue prime poesie – “Graduali” – escono successivamente sulla rivista letteraria “Botteghe Oscure”. Seguiranno numerose pubblicazioni in poesia e in prosa-saggistica. Nel 1934 conosce la giovane scrittrice Vera Signorelli che diventerà sua moglie. Muore a Roma il 25 settembre 1996.

Ha pubblicato in poesia: La restituzione,1955; Lo specchio e la trottola, 1960; Tutti i poteri (cinque presentimenti),1969 - 2007; Ma chi è qui il responsabile?, 1974; La puntura e l’assillo, 1986; Graduali,1986; Il discorso a meraviglia, 1996; Tutte le poesie, 2003, (postumo).

In prosa-saggistica: L’identificazione interna, 1951; Dal dire al fare: la lezione delle cose, 1967; Carichi pendenti, 1989; Itto itto, 1994; L’esse blesa, 1997 (postumo).

 

 

 

Tomba di Keats a Roma

 

 

 

Tomba di Shelley a Roma

 

 

Su Vera Signorelli. Nel 1933, ventunenne, diviene Curator della Keats e Shelley House, oggi Museo, al n.26 di piazza di Spagna, Roma. Carica che regge fino al 1976, superando gli anni difficili tra guerra e dopoguerra. È del ’34 l’incontro con Edoardo Cacciatore, l’uomo che sposerà e a cui la legheranno profonde e tenaci affinità, artistiche e letterarie. Muore nel 2004. Riposa con Edoardo, in eletta compagnia di Gramsci, Amelia Rosselli, Dario Bellezza, Carlo Emilio Gadda, Luce d’Eramo, ma soprattutto di John Keats e Percy Shelley, nel cimitero acattolico, già degli inglesi, dietro la Piramide Cestia, a Roma.

Ha pubblicato C’era una stanza a Roma,1970; La forza motrice; La scalinata, 1984; Disordine,1995.




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