TEATRICA
JON FOSSE

La morte è il tormento
di chi resta


      
Presentato a Roma al Teatro India un trittico di lavori del drammaturgo norvegese in odore di Nobel. “Suzannah” per la regia di Thea Dellavalle e l’interpretazione di Bruna Rossi è dedicato alla vita di Ibsen e in filigrana richiama il suo famoso testo “Spettri”. “Io sono il vento” per la regia di Alessandro Greco inscena il dialogo para-beckettiano tra due personaggi maschili su una barca in mare, uno dei quali si annegherà. Qui prevale un negativismo di superficie, troppo lineare e senza ambivalenza nel conflitto esistenzial-filosofico disperato e sentimentale tra essere e disessere.
      




      

di Marco  Buzzi  Maresca 

 

 

Il trittico dedicato dal Teatro India (Roma - 24-28 febbraio 2015) a Jon Fosse – drammaturgo norvegese in odore di Nobel – testimonia della crescente attenzione per le sue opere in Italia, ma sollecita anche ad approfondirne un bilancio critico, chiedendosi se l’autore meriti tanti onori ed attenzione.

Dei tre testi in scena    Suzannah (inedito - regia e traduzione di Thea Dellavalle ), Io sono il vento (regia di Alessandro Greco), Inverno (regia di Vincenzo Manna ) – ho visto i primi due, e nel 2011 ho visto e recensito Sogno d’autunno, per la splendida regia di Machia.

Altri testi li ho letti.

Di sicuro si può dire che Fosse si colloca più sul versante della ibseniana critica sentimentale alla famiglia ed alla sua tessitura di ipocrisia affettiva, che sulla linea della crudeltà strindberghiana e bergmaniana. Né si può dire nasconda il suo debito, dato che Suzannah è dedicato alla vita di Ibsen appunto, e in filigrana ricorda la tessitura di Spettri.

Fosse si riaggancia dunque ai veleni del tardo teatro borghese nordico, per traghettarli però in un’atmosfera di straniata rarefazione che ricorda la grammatica del teatro dell’assurdo, tematicamente richiamato dai due leitmotiv della morte e dell’attesa.

Ma l’attesa è una falsa attesa, l’attesa di un tempo già dato e contraddetto, un tempo che si sfalda in recursività, circolarità, al meglio in decostruzioni ‘cubiste’ dei punti di vista, avendo come regolatore l’a-priori della morte, come dimensione pervasiva, quasi acquatica, che tutto intride. In un certo senso sembra il suo teatro quasi un inno alla morte, salvezza dei morti e tormento dei vivi. Tuttavia l’architettura del discorso è fragile, e si fonda per la sua riuscita sulla complessità della tessitura dei tempi, dell’intreccio allucinatorio tra passato e presente, in un tempo immobile, congelato. Una tessitura che non sempre riesce all’autore, che come molti dei monotematici, nel ripetersi, spesso cade in debolezze e semplificazioni. Così, se ottimo era l’intreccio allucinatorio tra vita e morte in Sogno d’autunno, già più scoperto si fa il gioco in Suzannah, per diventare fastidiosamente elementare e sentimentale in Io sono il vento.





Una scena di Suzannah di Jon Fosse, regia di Thea Dellavalle (ph. Sefora Delli Rocioli)


In Suzannah è in scena la vita di Ibsen, rivisitata post mortem dalla moglie, vista in tre tempi diversi: la vedova – la moglie incinta – la fidanzata. Sono tre tempi di attesa unificati da un tavolo (il pranzo della vita) al quale Ibsen sembra non presentarsi mai: il pranzo di presentazione alla matrigna, un momento della vita coniugale, l’inutile attesa del marito morto al proprio compleanno di vedova. Il tutto è unificato dal rifiuto della morte da parte della vedova, dove in un ripresentarsi circolare dei tre momenti emerge progressivamente uno sfaldarsi dell’idealizzazione del marito (scrittore insicuro e nevrotico, e donnaiolo), ma soprattutto uno sfaldarsi dell’identità della moglie, costruita totalmente sull’identificazione col marito.

Certo c’è la critica dell’ipocrisia della struttura borghese della famiglia, e c’è una sottile post-ibseniana critica femminista all’idea dell’identità  femminile costruita sul maschio  (ma direi più in generale, in qualsiasi coppia, dell’identità costruita sull’altro). Ma soprattutto a dominare è la morte  come  ‘faccenda dei vivi’.  La morte, per Fosse, è il tormento di chi resta, uccide i viventi.

Il testo non è un brutto testo, ma verso la metà, quando si capisce il meccanismo, perde buona parte della sua magia, nell’alternanza meccanica dei tre momenti temporali, e nel sempre più prevedibile colare a picco delle idealizzazioni. Una cosa che non succedeva in Sogno d’autunno,  dove tutto rimane confuso e sospeso fino alla fine.

Comunque un pregio del testo è che offre buona materia e possibilità all’exploit attoriale, ed in questo caso in particolare, a Bruna Rossi, che modula sia la voce sia la corporeità con abili accelerati e rallentati, accompagnando la gestualità con l’uso sapiente del bastone da vecchia e del passo, ora strascicato, ora battuto, ora sincopato.

Brave, ma più ingenuamente strabordanti, le altre due giovani attrici. La scena è a sua volta è intelligentemente lineare e calligrafica, con una tavola centrale a fondo scena, e due postazioni a sedere, frontali, ai lati, in avanscena. Sullo sfondo nero, profilate in bianco, soglie stilizzate.

E le attrici migrano, sorgono una dall’altra, svaniscono, unendosi verso la fine più spesso in coro, al tavolo, con la scansione sonora, a tratti, di sottofondo, di un carillon e di campane (l’infanzia-sogno e  la morte ?).

Io sono il vento apparentemente è un testo più ambizioso, sospeso in un nulla simbolico beckettiano. Due personaggi maschili su una barca in mare. Uno, vitalistico, tenta disperatamente di convincere l’altro a non essere depresso, a spiegargli le sue ragioni. L’altro risponde a tratti, ma soprattutto tenta di dargli il timone della barca, e lo fa approdare a una insenatura (la calma, il silenzio). Il depresso non sa spiegare il proprio disagio. La gente, i rumori, lo soffocano. Tutti nascondono tutto. Ascoltare se stesso è pesante. Le parole sono pesanti. Si sente di essere niente. L’insenatura per un attimo (il silenzio, la pace, il grigio) sembra una alternativa. Poi riprende il mare, nonostante la disperata ribellione dell’altro, e nel mare in tempesta si butta, chiaramente affogando.

Alle domande del compagno (al morto) dice che aveva paura di farlo, ma che se prima si sentiva pesante ora era tranquillo, portato via dall’acqua leggera. “Sono andato col vento. Io sono col vento!”





Io sono il vento di Fosse, diretto da Alessandro Greco


Anche questo testo tenta un’apparente circolarità. Le prima battute infatti, saldandosi al finale, anticipano già tutto :

 

“A – io non volevo … l’ho solo fatto // B – L’hai voluto … è successo … anche se avevi paura // A –  è terribile ... è stato bene così … sono andato via con il vento // B – Sei via… non ci sei // A – No, non ci sono”

 

Poi però comincia il lungo flashback-inchiesta   “B – Senti, ma tu… ma la vita … non è poi così male …”, lineare fino alla fine, perdendo ogni complessità d’intreccio. Anche qui la morte distrugge i vivi con i propri interrogativi, anzi sembra porsi come unica soluzione, anche se con lieve ambivalenza il suicida sembra voler passare il testimone della vita all’altro (il timone nel mare in tempesta). Un passaggio padre – figlio? L’inchiesta dell’altro è la disperazione del figlio abbandonato? È una riscrittura di Gita al faro di V. Woolf ? Tutto lecito, ma il testo non va oltre un negativismo di superficie, e scorre troppo lineare nello scontro disperato e sentimentale tra vita e morte.

Mancano ambivalenza nel conflitto, e complessità, e se dobbiamo essere sul ‘mono’ manca il terrifico del tragico. E mancano l’ironia e il sadismo di certo ‘assurdo’. Il tragico è ciò che rimane, ma dissolto in sospiro e malinconia. Quasi un assurdo cechoviano.

Certo quella del vento è una immagine poetica e leggera, cecoviana appunto, ma non basta a risollevare il testo.

Così, come il testo naufraga nella propria linearità sentimentale e statica, anche la regia e la recitazione ne conseguono.

Uno zatterone su cui si agitano, tra dialoghi e microazioni fisiche, due giovani attori di buona volontà … E costante, di sottofondo (un po’ banale) il rumore del mare, con versi di gabbiani.

 

 

 




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