PRIMO PIANO
DIARIO D’AUTORE (38)
Viaggio nel cuore della Sicilia orientale


      
Assai colte e raffinate e criticamente sagaci note letterarie di soggiorno agostano e di visite turistico-culturali tra Acitrezza e Catania; tra il fumante vulcano Etna con la sua lunare ‘sciara’ e i Giardini di Naxos; tra la riserva naturale ‘protetta’ e invero bruttata dagli scarichi abusivi presso Fiumefreddo e il territorio di Augusta, cuore del polo petrolchimico siracusano, devastato e abbandonato; tra la festa ‘piccola’ catanese in onore di Sant’Agata, patrona della città e le tombe rupestri di Pantalica, celebrate da Vincenzo Consolo, vicino a cui si sono insediate tribù di campeggiatori in barba ad ogni regolamento. Comunque, pur nella canicola a volte allucinante, sorbendo un drink locale di limone e sale, si può godere di un senso di bellezza mediterranea impagabile.
      



      


di Simona Cigliana

 

 

Quindici di agosto: in tutta Italia la stagione è stata implacabile, ha rovesciato cateratte d’acqua sui vacanzieri delusi, legati alle ferie aziendali, che si programmano nel mese di aprile. Qui,  in piena Trinacria, il sole splende trionfante nel cielo terso e senza nubi, promettendo giornate più gradevoli rispetto alle medie stagionali, caratterizzate da una soffocante canicola.  All’aeroporto di Catania, la calura sale dall’asfalto bollente come un soffio infero; ma vigorose folate salmastre e freschi zefiri giungono, ora dal litorale ora dalle lontane pendici dell’Etna, a temperare l’aria, in un piacevole mix di profumi. Sin da qui, il mare, anche se nascosto alla vista, s’indovina arbitro dei ritmi della vita quotidiana: è una presenza perentoria e vitale, che s’ impone nei riverberi sfavillanti, nel mutare incessante della luce, negli odori che ingentiliscono l’aria satura di gas di scarico.

La nostra base è Acitrezza: un tempo piccolo villaggio dedito alla pesca, oggi rinomato centro balneare. C’era una volta le sciacquio delle onde, l’aria salata, il ritmo lento delle ore scandito dall’orologio del campanile… Adesso, basta affacciarsi al balcone per sentirsi al centro di una frenetica attività. Tutto ferve e si agita, incessantemente. Da una parte c’è il minuscolo porticciolo dove  i lavoratori del mare riparano pazienti le loro reti, dove anziani maestri d’ascia costruiscono nuove imbarcazioni, dove, su un esiguo bacino beccheggiano alla fonda natanti da diporto e barche da lavoro dai nomi altisonanti (la Motonave Ciccio, il peschereccio Ciclone, la Bella Galatea); dall’altra, si accalca una lunga sequela di osterie, ristoranti,  taverne, rosticcerie,  tavole calde, bar, caffè e perfino lounge bar che hanno occupato i fondachi, gli androni dei palazzi, le terrazze, le altane, le scalinate e i sottoportici.

Il ricordo del passato si tramanda soprattutto per via di memorie letterarie, alle quali, si tratti di Omero o di Giovanni Verga, è affidata la responsabilità di ricreare il fascino perduto d’antan, resuscitando fantasmi mitologici e atmosfere marinaresche. La parte del leone la fanno i Malavoglia, la famiglia di pescatori – che di cognome facevano Toscano – la cui epopea Verga per primo e Luchino Visconti  dopo di lui consacrarono all’immaginario collettivo. Ci sono dunque il Ristorante Malavoglia e il Ristorante Verga, la Trattoria del Nespolo, la Cambusa del Marinaio e il Caffè Visconti: una costellazione di luoghi evocativi cui anche la toponomastica stradale si ispira. Ma del romanzo verghiano ben poco resta nelle reminescenze comuni, oltre ai nomi appresi dalle pagine delle antologie scolastiche. Basta scambiare quattro chiacchiere al caffè per capire che della Mena e di Compare Alfio, della Longa e di zio Crocifisso e perfino di padron ’Ntoni e di suo nipote nessuno conosce granché. Lo aveva già capito Borgese: «La gloria di Verga è senza popolarità» e I Malavoglia sono forse il meno amato tra i capolavori della nostra letteratura. Nel 1881, il romanzo non piacque, risultò poco gratificante e addirittura ostico. Difatti, lasciava nel lettore l’impressione di una soffocante malinconia: non offriva lo svago di scenari esotici e non faceva sfoggio di storica erudizione; non permetteva alcuna possibilità di immedesimazione né di compianto sentimentale; l’erotismo vi era bandito e la luce della fede del tutto assente. Rappresentava un mondo duro, soggetto alle leggi economiche e alla necessità del fato, chiuso tra le anguste viuzze di un borgo marinaro e la sconfinata quinta del mare; dove le voci del più vasto mondo arrivavano prive di seduzione, cariche di minaccia. E i  suoi eroi, per giunta, erano tali solo perché su di loro, più innocenti degli altri, si accaniva maggiormente la sfortuna e il conseguente ostracismo della comunità. Agli antipodi del provvidenzialismo manzoniano, chiudeva insomma l’orizzonte  non solo alla speranza di un lieto fine, ma anche di una redenzione, di una oltremondana palingenesi di tante imperscrutabili sofferenze.

I decenni e la fama non hanno mutato di molto le sorti di questo romanzo, il cui mondo ideale rimane per lo più ignoto. Anche l’antico borgo è ormai irriconoscibile: a soli nove chilometri da Catania, su un tratto di costa jonica intensamente urbanizzato, si è trasformato in una fiorente località turistica, costretta, tra il litorale roccioso e le pendici collinari dell’Etna, lungo la statale 114, la cosiddetta “Orientale sicula” che collega Messina con Siracusa, passando per Catania e per Taormina. Assai trafficata, la strada si trasforma qui, d’estate, in una fatale strettoia, dove rimane intrappolato, ad arroventarsi sotto la canicola, l’andirivieni diportistico e commerciale di mezza Sicilia.





Acitrezza


Resta il porticciolo, ingombro di yacht e di più modesti gozzetti su cui i locali conducono i bagnanti ai prospicienti faraglioni dei Ciclopi, quelli che compaiono su tutte le cartoline: otto massicci scogli basaltici che, secondo la leggenda, furono scagliati in mare da Polifemo quando, accecato dall’ira ma soprattutto dal palo arroventato che Ulisse gli aveva conficcato nell’occhio, cercò di distruggere le navi con le quali il callido Odisseo prendeva il largo insieme ai compagni, come lui scampati alla voracità del mostro. Il solitario gigante-pastore, secondo gli acitrezzini, avrebbe avuto dimora sulle alture circostanti, dominate dal vulcano, in una delle tiepide grotte perennemente riscaldate dal magma sotterraneo. Il tormentone omerico mitologico affianca così quello verghiano nella nomenclatura pubblica e alberghiera: ecco il Lungomare dei Ciclopi e il Galatea Sea Palace, il Bed & Breakfast Epos e la Creperia Ulisse – e mentre i faraglioni compaiono sugli stemmi di ben altri quattro comuni (Aci Castello, Acireale, Aci Bonaccorsi, Aci Catena), Acitrezza rivendica tutta per sé l’identificazione della antistante Isola Lachea (anch’essa poco più di uno scoglio) con l’Isola delle Capre, descritta nel libro IX dell’Odissea e dai più identificata invece con Favignana, una delle Eolie, che si trova all’altro capo della Sicilia.

Il colpo d’occhio sulla insenatura è comunque bello, nonostante la folla, il via vai dei mezzi, un po’ di eccessiva trascuratezza e la mescolanza nauseante degli effluvi culinari. D’altronde, Acitrezza è per i catanesi ciò che Frascati è per i romani, con il vantaggio di essere molto più vicina: vi si viene a passeggiare, ad amoreggiare, a mangiare un gelato o un piatto di spaghetti ai ricci di mare. Noi, per il momento, ci accontentiamo della rinfrescante bevanda – seltz, spremuta di limone e sale che due serissimi giovanotti, costretti entro un minuscolo spazio, offrono al “Chiosco dei Marinai”,  preparandola letteralmente su due piedi con un curioso attrezzo, a metà tra una pinza, uno spremiagrumi e un colino, che manovrano con piglio e velocità da giocolieri fino a notte inoltrata.

 

E ora dove si va? ci domandiamo. Non al mare, è Ferragosto,  c’è troppa gente.  Poiché in questi giorni il Mongibello si è risvegliato, e fuma dalle sue bocche, e tutto, intorno, si è coperto da una impalpabile polvere grigia, decidiamo di andare a trovarlo. Prendiamo  dunque la 114, nel tratto che  passa alto sulla costa, sporgendosi sull’azzurro frastagliato della riserva di macchia mediterranea della Timpa; attraversiamo Acireale; poi una località chiamata Zummo, che mi ricorda l’avvocato di una ben nota novella “spiritica” di Pirandello, La casa del Granella; quindi Giarre.  Poco dopo Mascali, tagliamo per Santa Venerina, puntiamo su Linguaglossa e imbocchiamo Via Mareneve, la quale, come la parola suggerisce, congiunge la zona litoranea con le alture etnee, d’inverno imbiancate e sede di sport sciistici. Corriamo tra olivi e palme, vigneti e bouganvillee purpuree;  passiamo per paeselli divenuti paesoni, che accanto a graziosi palazzetti barocchi, fioriti di stucchi sbreccati e di viticchi in ferro battuto alle ringhiere, ostentano orridi edifici anni ’70, villette nouveaux riches, supermercati da quattro soldi e negozi di cineserie. Sui muri, manifesti in bianco e nero, un po’ funebri, appena controbilanciati dagli addobbi luminari, inneggiano ai santi patroni: W Sant’Alfio, W San Giovanni, W  Sant’Antonio da Padova, W  Sant’Egidio. Ogni tanto, sul ciglio della strada, una bancarella di lupini; oppure,  sotto un sughero o un carrubo, un vecchio  che vende sacchetti di carbonella o pezzi di ghiaccio.

 Su su! Vogliamo arrivare al rifugio Citelli, da cui partono molti dei sentieri che conducono verso i crateri. L’aria si fa deliziosamente corroborante, la vegetazione tipicamente collinare. Attraversiamo un bel bosco ombroso, dove numerosi gitanti, stesa all’ombra la loro tovaglia, cercano riposo e quiete lontano dalla bolgia del litorale. Ci abbandoniamo al piacere di un’atmosfera da valli prealpine, pregustiamo il piacere di una riposante altitudine. Ma poi, ad una curva,  tutt’a un tratto, lo scenario cambia: siamo in mezzo alla sciara, al centro di un caos scomposto di nere rocce scabrose, brulle, inospitali, spazzate da forti raffiche rabbiose. Le forme fantastiche dei massi sollecitano la fantasia, ma suscitano anche un senso di spaventoso ribrezzo, al pensiero che si tratta di lava pietrificata, di onde di materia rovente raffreddatasi in pieno tumulto. È vero: come ha scritto il mio amico Joerg Zimmermann, che da studioso eterodosso di estetica si è appassionato alla riflessione sui paesaggi “estremi”, l’Etna, da lontano come da vicino, ha una sua speciale fotogenia, che domina tutta la regione: talvolta pacifico e quasi pastorale; altre volte inquieto, col suo denso sbuffo mosso dal vento; altre ancora tempestoso e temibile, col suo corteggio di nubi nere, la sua voce tonante, il suo vomito incandescente. Sempre inquietante ed enigmatico però: perché, a differenza dello Stromboli, che è in perenne attività eruttiva, e del Vesuvio, che alterna periodi di quiete a periodi di attività parossistica, l’Etna, anche quando è quiescente, appare sovrastato da un mutevole pennacchio di fumo.

 “Circondato da tante reti mitologiche, metafisiche, storiche, artistiche, sociali ecc., un fenomeno così sublime come l’Etna è veramente straordinario, perfino in concorrenza con il Vesuvio”, si appassiona Joerg, che cita il saggio Le cinématographe vu de l’Etna (1926) di Jean Epstein, la cantata drammatica Aci, Galatea e Polifemo, di  Georg Friedrich Haendel, Teorema di Pasolini e il proprio soggiorno a Trecastagni come pietre miliari del suo entusiasmo flegreo. Certo, e a ragione, da Omero, da Ovidio e da Orazio fino a epoche relativamente recenti, l’Etna, ben più del Vesuvio, è stato nei secoli oggetto di trasfigurazione animistica: ogni volta che si risveglia e che inizia a rigettare, la sua forma si altera, e cambia il suo profilo contro l’orizzonte. È capriccioso e imprevedibile: facile immaginare che la sua tendenza al cambiamento nel tempo e nello spazio scaturisca da una essenza quasi umana o semidivina. Per questo si diceva che un gigante, Tifone, il cui nome significa “fumo stupefacente”, fosse imprigionato sotto il monte e, dal buio delle profondità,  eruttasse ira incandescente. Altri attribuivano il fenomeno ad Encelado, un titano il cui corpo giace a fondamento dell’intera Sicilia, che grida attraverso la bocca del vulcano. Nell’interno dell’Etna si pensava avesse sede la fucina di Efesto, che vi forgiava i fulmini, le munizioni di cui il bellicoso Zeus si serviva per ridurre all’obbedienza uomini e dei. Sotto le sue pendici si immaginava anche fosse situato il Tartaro, la dimora dei defunti, dove Ade/Plutone trascinò la fanciulla Kore/Persefone/Proserpina, dopo averla rapita. Per il suo influsso sulla meteorologia e sul regime atmosferico, si disse pure che Eolo avesse confinato nelle sue profonde caverne brezze, zefiri e cicloni che solo la sventatezza degli uomini poteva sfidare.

Dalla suggestione dei miti antichi si dipanano poi altre numerose leggende, cristiane e medievali, che finiscono per coinvolgere nella rete immaginativa che riguarda l’Etna persino Parsifal, Re Artù, il vescovo affamatore di Magonza Hatto II ed Elisabetta I di Inghilterra. 

Per conto nostro, dopo esserci soffermati ad ammirare il bel panorama che si stende ai piedi del rifugio, preferiamo tornare tra le rovine inospitali della sciara, rese ancora più suggestive dalla  luce del tramonto: e quasi ci perdiamo nella landa dell’impietrata lava che davvero “sotto i passi al peregrin risona”. Solo a crepuscolo inoltrato ci riavviamo verso la base, lasciandoci tentare, a Zafferana Etnea, da una trattoria specializzata in pizze farcite. Il proprietario, che si dà molte arie per via della terrazza panoramica del locale, non ha molto d’altro da offrire: la maggior parte dei piatti proposti dal menu non può essere preparata; il servizio è scandalosamente lento – e il cameriere ci scherza pesantemente su, credendo di essere spiritoso; l’aperitivo che ci hanno a richiesta servito è un similcrodino tiepido corredato da noccioline stantie. Ma la pizza è accettabile e, del resto, anche volendo, sarebbe difficile protestare: ci toglie la parola, sullo sfondo, lontano, lo spettacolo di un vermiglio fiume di lava che scende lentamente, implacabile, sormontato dalla sua nube di vapori sulfurei.





I Giardini di Naxos


Nel mio letto, stento ad addormentarmi: penso all’Etna. Al suo ergersi tra terra e mare, in intimo colloquio con cielo e fuoco. E mi sembra significativo che proprio il nome di Empedocle sia legato all’Etna nella leggenda. Attratto fin qui da amore di conoscenza, il filosofo agrigentino si sarebbe gettato nel cratere pensando di poter scoprire il segreto della attività eruttiva. Ma forse, mi dico, non fu un suicidio volontario, non poteva essere così stupido: probabilmente Empedocle perse i sensi, sopraffatto dall’occhio purpureo che lo fissava, o si lasciò stordire dall’intensità dei quattro elementi che sulla sommità del vulcano gli parlavano, esaltandosi in un parossismo di potenza simbolica e percettiva. Chissà?

Mi tornano poi in mente altri versi leopardiani:

 

… d’alto piombando,
Dall’utero tonante
Scagliata al ciel, profondo
Di ceneri e di pomici e di sassi
Notte e ruina, infusa
Di bollenti ruscelli,
O pel montano fianco
Furiosa tra l’erba
Di liquefatti massi
E di metalli e d’infocata arena
Scendendo immensa piena,
Le cittadi che il mar là su l’estremo
Lido aspergea, confuse
E infranse e ricoperse
In pochi istanti: onde su quelle or pasce
La capra, e città nove
Sorgon dall’altra banda, a cui sgabello
Son le sepolte…

 

Si rivela dunque nell’osceno e grandioso “utero tonante” del vulcano l’essenza matrigna della natura? Ha fatto questa fine la misteriosa Aitna, la polis fondata dal tiranno Gerone, di cui parlano Diodoro Siculo e Strabone e di cui gli archeologi hanno per secoli cercato le tracce? e perché, qui come sul Vesuvio, si continua a costruire ai piedi di quelle che si potrebbero considerare bombe innescate?

Mi giro e mi rigiro nel letto mentre dalla piazza sottostante sale l’acciottolio dell’eterna mangiatoia; mentre un inesausto coro di voci intona litanie di risa e conversevoli grida; mentre  sfrecciano a tutto gas, con la musica a palla, auto di allegre comitive, fino a tarda notte, fino all’alba; mentre rombano moto e motorette di tutti i tipi, su cui i giovani del luogo sfidano sgargiuli la notte, villo toracico e folti capelli al vento. Indossare il casco, sembra essere qui un’usanza del tutto facoltativa, che il caldo e la movida non incoraggiano affatto. Sono fuori di testa questi siciliani, sempre eccessivi, sempre sopra le righe, intenti a farsi strenuamente gli affari propri, testardi, pertinaci, capaci di complicare con fantasioso estro le cose più semplici e poi di andare fattivamente dritti al nocciolo della questione. Anche i vecchi, li vedi fermi sulle panchine a taliare per ore ed ore, sembrano intenti a valutare le minne di tutte quelle che passano ma intanto pensano, strologano, architettano …

Rammento alcuni episodi di un mio precedente viaggio in Sicilia, per conto del Teatro di Roma, dalla parte del messinese e di Capo d’Orlando: la visita alla casa del poeta Lucio Piccolo, ancora popolata di fantasmi; la storia del mondo scolpita nel parco di pietra di Jalari; lo sterminato tesoro di oggetti tradizionali e contadini raccolti da un privato, che li aveva radunati in un vasto magazzino alla stregua di un museo per pochi intimi; la festa del patrono san Cono da Naso; il festival estivo nel lillipuziano convento di Frazzanò, nel cuore dei Nebrodi. Pittori ciechi che dipingono come se ci vedessero, poeti serissimi e torrenziali che rimano appassionatamente cuore con fiore, con colore e con amore (tutti pronunciati con la “o” molto larga), donne intense come fattucchiere, bianche e nere come arabe, sofisticate come principesse, ciarliere come postulanti. È forse  il caldo che dà alla testa? forse la “corda pazza” e la capacità di darle sfogo sono prerogative del sangue igneo dei sicilioti?  

Il sonno mi vince, suggerendomi risposte di cui nulla ricorderò al mio risveglio. Almeno, non ci sono zanzare.

 

Al mattino, ci accorgiamo che il frigo è proprio vuoto e che è necessario fare un po’ di spesa. La ristorazione veloce offre nel catanese delizie da non trascurare: arancini al pistacchio, cartocciate alle melanzane, pizze-calzone alla siciliana, gelati al gelso e granite alla mandorla, ma non è il caso di esagerare. Sulla piazzetta del paese, già di prima mattina, sostano carrettini carichi di pesche e meloni, ambulanti con secchi e catinelle di telline e cozze, con ceste di fichi e casse di angurie. Al mercato di Acireale, invece, la fa da padrone il pesce: tranci di tonnetti e pescespada, ricci e fasolari, spigole e murene. Il senso innato dell’ospitalità fa sì che gli amici siciliani mi promettano una cena di specialità isolane: calamarata, pane di grano duro e muccu. La prima, a base di spaghetti e calamari, meglio se molto giovani, è considerata, insieme con la pasta ai ricci di mare, il non plus ultra delle delizie; il muccu è invece una frittella di avanotti, impastati con uova, aceto, formaggio e prezzemolo. Sono un po’  perplessa: c’è una quantità di “neonata” esposta sui banchi,  però mi sembra che ne sia severamente vietata la pesca e la vendita, soprattutto nei mesi cruciali della riproduzione ittica e in prossimità delle Aree Marine Protette.  Ho ragione ma questo non preoccupa nessuno. Anche per i ricci la legge stabilisce limiti molto restrittivi: non più di 100 per ogni pescata e per ogni banco di vendita. Tuttavia, mi spiegano, sono tanti i sommozzatori che, in vista dell’afflusso turistico, spingendosi un po’ al largo con le bombole, ne catturano a migliaia e li lasciano al fresco in grandi reti sommerse, nascosti nelle grotte marine, per smerciarli, un po’ per volta, al dettaglio; oppure ne estraggono le uova, con cui riempiono grandi barattoli che poi congelano e rivendono ai ristoranti. Tutti lo sanno ma non c’è controllo e questo finisce col costituire uno dei più lucrosi commerci della zona. Però dicono – e non mi  meraviglia che i ricci comincino a scarseggiare.





Siracusa


Di ritorno dal mercato, decidiamo di concederci finalmente un po’ di relax al mare, ma nei dintorni, perché c’è ancora troppo movimento di turismo giornaliero. Detto fatto, muoviamo ciabattando verso uno dei tanti “lidi” del lungomare acitrezzino. Si tratta per lo più di rozze impalcature di assi, che vengono smontate d’inverno e che, grazie a lunghe stanghe, come palafitte, si mantengono in equilibrio sugli scogli, offrendo in spazio ridotto un servizio bar, qualche materassino, una doccia e una scaletta di legno per una più agevole discesa a mare. Sono tutti gremiti, e ingombri di tavole da windsurf, tra le quali non è confortevole giacere. Man mano che procediamo, realizzo che saremo presto obbligati ad allontanarci dal litorale per proseguire sulla strada interna, che sembra il Grande Raccordo Anulare all’ora di punta. Cosa produce questo disagio? Un megastabilimento, il cui proprietario, notabile del luogo, ha ottenuto, chissà come, la concessione per un “lido” molto più grande di tutti gli altri, che dalla riva si spinge fino alla statale, inglobando una intera porzione di fascia costiera e di relativa via lungomare.  Noi, che non vogliamo contribuire ai suoi introiti né affrontare il traffico e il lungo détour,  ce ne torniamo indietro, e ci dirigiamo dalla parte opposta del porto, dove non ci sono stabilimenti, solo qualche casa che arriva fin quasi agli scogli ma lascia un po’ di spazio ai bagnanti.

Però, sorpresa!, ci troviamo davanti un bel  Divieto di balneazione. Trasecolo: come può essere? e come può la gente tuffarsi allegra proprio sotto l’avviso? Domando ad alcuni passanti se il divieto sia cosa tutt’ora vigente. Mi confermano che il divieto c’è, da diversi anni, ma che non bisogna dargli peso: vengono anche da lontano a bagnarsi qui, la zona è comunque Area Marina Protetta! Mi faccio coraggio, seguo il loro esempio e mi immergo anch’io: l’acqua non è visibilmente sporca ma neanche limpida; ci sono grossi pesci pasciuti ma non vedo molluschi sul fondo fangosetto. A disagio riemergo e mi rivolgo altrove. Adocchiata la barchetta che fa la spola coi faraglioni, pago i tre euro di pedaggio e mi faccio portare verso il largo. Saro, il mio Caronte, mi spiega che da tempo ci sono problemi di fognature, anzi, per dirla tutta, i cessi e le docce della maggior parte delle abitazioni scaricano dritto a mare: chi è a casa tira serenamente la catena e affida le deiezioni alla corrente. Sul momento, questo mi scandalizza: scoprirò nei giorni a venire che su tutta questa costa, dove si è fatto a gara nel costruirsi una seconda e terza casa sulla riva, il più vicino possibile alle onde, vige lo stesso sistema.

Pure per quel che riguarda la conservazione delle ben settanta Riserve Naturali di cui la Sicilia si fregia può capitare di avere brutte sorprese. Nei pressi di Fiumefreddo, ad esempio, la lunga fascia arborea costiera, folta di eucalipti e canneti, è in uno stato di estremo abbandono, lasciata all’incuria dei vacanzieri e dei parcheggiatori abusivi che vi depositano con somma disinvoltura la propria  spazzatura. La riserva vera e propria, subito retrostante la costa, è istituzione misteriosa e latitante: c’è un numero di telefono al quale non risponde nessuno, una sede istituzionale apparentemente abbandonata da anni, una serie di cartelli “Qui la natura è protetta” che servono da pali di riferimento per chi vuol scaricare un po’ di monnezza. All’interno della Riserva, mulattiere inselvatichite si perdono tra recinzioni, palizzate e lottizzazioni private; qualcuno sta montando un parterre di pannelli solari; sull’ansa del fiume, un resto di abuso edilizio lasciato a cuocersi al sole fa bella mostra di sé, con il relativo corredo di tondini di ferro e sacchi di calce sventrati .

Anche tra Fondachello e Marina di Cottone, ville, villette, villoni, residence e pensioncine hanno sopraffatto gli antichi paesi, sommergendo i resti dell’economia rurale con le lusinghe della società dei consumi. E anche qui, come ad Acireale, a Pozzillo, a Riposto, ogni tanto arriva l’onda scura e maleodorante. Perfino ai Giardini di Naxos, dove gli amici siciliani mi hanno condotto come in un paradiso, ho avuto la netta impressione che i grandi hotel e le dimore signorili facciano altrettanto: l’acqua non è del tutto trasparente, i pesci pascolano pigri sul fondo succhiando la melma grassa – e non c’è traccia di stelle marine, di quelle forme di vita – anemoni, attinie, ippocampi che segnalano il mare veramente pulito.

Per oggi ne intravedo uno scampolo al largo di Acitrezza, dove i fondali e la fauna assomigliano a come dovrebbe essere. Tuttavia, su questi faraglioni, grappoli umani si accalcano sui pochi sassi non aguzzi, e l’andirivieni è da fiera. Restiamo qualche ora, immalinconiti; un po’ consolati  dalla possibilità di bei tuffi e da piacevoli folate di maestro.

 

Dopo  cena, si va a passare la serata a Catania. C’è la festa di Sant’Agata, patrona della città: si tratta della festa “piccola” che ricorda il ritorno della santa, le cui spoglie erano state trafugate dal generale bizantino Giorgio Maniace, che le aveva portate a Costantinopoli. La festa “grande” si celebra a febbraio e ricorda invece i giorni del martirio, quando Agata, diaconessa della comunità cristiana catanese, venne mandata al supplizio dal proconsole Quinziano, intenzionato a far rispettare l’editto di Decio imperatore ma anche ad ottenere le grazie della fanciulla e a confiscarne le cospicue sostanze. Gli agiografi narrano che la fanciulla non se la cavò a buon mercato: fustigata e sottoposta allo strappo delle mammelle, spirò sui carboni ardenti, dopo una notte di agonia. Innumerevoli sono però i miracoli che le si attribuiscono, quasi tutti legati alla movimentata storia cittadina: terremoti, eruzioni, epidemie, invasioni da cui Agata avrebbe protetto Catania, salvandola dagli Ostrogoti, dai Mori, dagli Svevi e dalle intemperanze del vulcano. In cambio, ha ottenuto venerazione incondizionata da parte dei catanesi, che stravedono per lei. Sant’Agata, per gli abitanti di Catania, è molto di più di una santa patrona: è una star, una agenzia di collocamento, una sensale di matrimoni, un’assicurazione sulla vita. E le sono così affezionati da perdonarle anche qualche défaillance: come quella del 4 febbraio del 1169, quando, durante una solenne funzione, la volta della cattedrale, scossa da un sussulto di terremoto, crollò sulla folla radunata in suo onore, schiacciando il vescovo, una ottantina di monaci e un numero imprecisato di fedeli.

Ancor oggi, in occasione della festa, i catanesi indossano un saccu bianco, si appuntano sul petto una coccarda e calzano sul capo una scuzzetta di velluto nero. Sono tantissimi quelli che si fregiano di questa divisa di devozione: uomini e donne, giovani e anziani; e non mancano poveri infanti che, così conciati dai genitori, sono costretti ad accalcarsi con loro, paonazzi di calura,  nelle sovraffollate navate della basilica. La festa del 17 agosto, per quanto partecipata, non è nulla, mi spiegano, rispetto alla festa “grande”, quando il pesante fercolo della santa  viene portato a spalle in processione, preceduto dai dieci cannalori barocchi e seguito dal busto reliquiario e dallo scrigno che contiene, oltre alle braccia, ai femori e a una mammella (???), anche il velo di sant’Agata, salvatosi dalle fiamme del martirio e divenuto rosso sangue dopo il primo intervento miracoloso, che nel 252 fermò la lava e l’eruzione.

Nel grande duomo, la folla si genuflette, si segna, fissa il busto reliquiario con occhi commossi.  Chi supplica ad alta voce, chi chiacchiera col vicino narrando di grazie ricevute; qualcuno piange; sposi novelli offrono la fede; i fidanzati pregano fianco a fianco; alcune madri sollevano il neonato verso l’altare, in atto di consacrazione; tutti sudano e sbuffano copiosamente mentre centinaia di ceri ardono esaltando l’effetto serra dell’insieme.





Catania di notte


Fuori, grazie al cielo, spira il consueto venticello, che non sai mai se provenga dal mare o dal vulcano. È bella Catania, bella in quest’aria festante, nelle strade rimaste deserte per l’assieparsi della folla nei luoghi deputati per la festa. Ha un’aria surreale, con i suoi palazzi in pietra lavica nera, guarniti da lesene e stucchi e balconi candidi; con gli scavi e i ruderi a cielo aperto – teatri, terme, edifici funerari, antichi santuari –, un po’ religiosa e un po’pagana; con i suoi vicoli in salita, le sue inferriate cupe, i conventi e la profusione di chiese barocche incastonate, come preziosi merletti, tra casupole cadenti in abbandono. Dopo una visita a piazza Dante, buia e metafisica, arrivati a metà di via dei Crociferi, di fronte alla chiesa di san Benedetto, ci fermiamo sulla scalinata Alessi per una birra, in un frastuono assordante di detonazioni e boati, di botti e mortaretti che, come durante un bombardamento, segnano la fine della festa. Sono passate da un pezzo le 23: sta per cominciare, intensa come non mai,  la notte catanese. Perché Catania, mi dicono, è anche una città dimolto vitaiola: si narra di giovani indigeni trasferitisi per studio a Firenze, a Roma, a Milano, che hanno trovato noiosa, perfino mortacciona la vita notturna del continente. Qui, all’avvicinarsi delle ore piccole, le vie cominciano a popolarsi di ragazzi, in un crescendo di ressa spensierata che si concentra per tutta la notte, fino all’alba, nei pressi dei mille localetti del  centro, tra piazza Stesicoro, il Teatro Massimo e piazza Università. È sempre così, tutto l’anno.  Sfilano stasera a braccetto picciotte provocanti, in gruppetti di tre o quattro, sfoggiando hot pants di merletto rosa e nero, grandi orecchini e scolli vertiginosi; caracollano fieri bei carusi, colorati e abbronzatissimi; e tante tante coppie passano tenendosi per mano, in molte varianti di un unico copione: dove lei, con fedina al dito e sguardo deciso, conduce un lui dall’aria mansueta e un po’ bovina, accompagnandolo dolcemente come un vitello al sacrificio.

Ieri, i miei amici hanno detto: “Domani ti portiamo in un posto veramente bello, andiamo a Cassibile. Per visitare l’interno, aspettiamo giornate più fresche.” Detto fatto, stamattina mi hanno svegliato alle sette, annunciandomi che stavamo per dirigerci a Pantalica. C’è un clima tropicale – ma non protesto: meglio  cogliere al volo l’occasione.

Muoviamo dunque verso Catania, attraversiamo i suoi lungomare di eleganti condomini con darsena privata, poi il quartiere delle ex fornaci,  recentemente rimesso a nuovo con un intervento di recupero simile a quello della Zisa di Palermo e sede ora di un Museo dello Sbarco che ricostruisce le fasi dell’intervento angloamericano del ’43 e che vale davvero la pena di visitare. Imbocchiamo la strada dei “lidi”,  dove si recano in massa i catanesi “poveri”, che non hanno una seconda casa in più amena località – o che, non essendo ancora in ferie, vengono a trascorrere in spiaggia i pomeriggi d’estate.

Sempre seguendo l’imprescindibile Orientale sicula, in questo tratto raddoppiata dall’autostrada, puntiamo verso Siracusa. La campagna crepita sotto il sole; a sinistra, in basso, l’azzurra superficie dell’acqua, a destra, la fitta distesa giallo arancione degli sterpi bruciati, che ondeggia come un altro mare. Attraversiamo il Simeto, sulle cui rive si vedono le  tracce degli accampamenti dei cercatori d’ambra, che il fiume fino a una ventina di  anni fa restituiva generosamente insieme ai detriti fluenti dalle gole dei Nebrodi. Oltrepassato il bacino del biviere di Lentini, cominciano ad apparire i primi contrafforti calcarei dei monti Iblei, a tratti solcati da pallidi calanchi.

Poi, sull’orizzonte, poco prima del bivio per Sortino, ecco Augusta, cuore del polo petrolchimico siracusano e del sogno di industrializzazione che negli anni Cinquanta trasformò uno dei più bei siti del Mediterraneo in una delle aeree a più alto tasso di inquinamento ambientale. Ne fu promotore, tra gli altri, Angelo Moratti, che per primo realizzò in quest’area una filiera per la raffinazione del petrolio, completa di impianto di estrazione, oleodotto e  ferrovia per il trasporto del greggio. Nel ’59, partì la costruzione di una centrale termoelettrica, cui seguirono varie aziende per la produzione di GPL, un indotto di fabbriche edili per sopperire alla crescente richiesta di materiali, amianto e cemento in particolare.  Nel ’60, la EDISON cominciò a produrvi acido nitrico, acido fosforico e fertilizzanti e, attraverso una società gemellata, anche materie plastiche e altri prodotti chimici.  Seguirono il gruppo Montecatini, con la produzione di ammoniaca; la ESSO, con i  lubrificanti; l’ENEL con il politilene; e varie altre, tutte ad alta partecipazione di capitale pubblico.

Si parlava di lotta alla povertà e alla disoccupazione: in effetti, nella provincia di Siracusa, nel ventennio 1950-70, si riscontrarono sensibili benefici sul piano del reddito e la realizzazione di circa 20.000 posti di lavoro. Fu un’euforia di breve durata: già a partire dalla fine degli anni Settanta, molte aziende cominciarono delocalizzare. La concorrenza dei Paesi emergenti; l’introduzione di nuovi processi produttivi che rendevano obsoleti quelli esistenti; l’inizio, infine, della generale fase di stallo economico causarono la messa in mobilità di un grande numero di operai e la chiusura o il trasferimento all’estero di moltissime aziende. Esse lasciavano dietro di sé, oltre a una nuova, crescente disoccupazione, un territorio devastato: la scomparsa dei pascoli e delle aree coltivate; l’inquinamento delle falde acquifere e il loro definitivo abbassamento a causa di anni e anni di prelievo intensivo; una quantità di infrastrutture in abbandono e depositi di sostanze inquinanti difficili da eliminare o neutralizzare; un panorama sfigurato da una selva di ciminiere, tralicci, impalcature, grattacieli, da una distesa di moli, piattaforme, binari e asfalto; il degrado delle coste e dei fondali marini; il deturpamento degli importanti siti archeologici di Megara Hyblaea, di Thapsos e di Stentinello, oggi circondati e quasi inglobati dai capannoni industriali – e la probabile distruzione di quanto era ancora sepolto e non noto all’epoca della realizzazione del polo. Tutto ciò, insieme ai miasmi che appestavano e in parte tuttora appestano la zona non poteva non avere effetti su quella che avrebbe potuto essere la vocazione turistica dei luoghi. E non è finita: ancora oggi la percentuale di mortalità per tumori è qui superiore del 30% alla media nazionale, e quella che riguarda la nascita di bambini malformati si attesta quasi sul 6% , contro una media per l’Italia meridionale dell’1,18.

Augusta, Priolo, la penisola di Magnisi, l’entroterra e il golfo di Siracusa non si riprenderanno mai dallo scempio. Chi ha avuto, ha avuto – e si è volatilizzato con il beneplacito delle istituzioni della Repubblica; chi ha pagato, continuerà a pagare per generazioni né si vede chi possa o voglia immaginare un futuro diverso per un tale, mastodontico complesso, le cui strutture dismesse occupano aree estesissime e i cui scarti di lavorazione palesi ed occulti richiederebbero ingentissimi investimenti.  

 

 

 

Il polo petrolchimico siracusano

 

 

Cosa resta del sogno industriale di quegli anni? E dei miliardi di denaro pubblico dispersi in tangenti e in impianti che sono stati produttivi per poco più di un quindicennio?  E del patrimonio naturale distrutto e vilipeso? E delle vite sradicate e offese?

 

Tanti interrogativi fanno calare sulle nostre conversazioni un silenzio un po’ avvilito. Ma la strada corre veloce e siamo già sul punto di deviare verso Sortino. L’auto si inerpica in tornanti tra le stoppie secche, fino alla cittadina, che delle antiche memorie contadine conserva solo la chiesa, sul cui portale campeggia un “W Maria” in lampadine multicolori, e quattro case soffocate da una proliferazione di nuovi appartamenti sgargianti, rifiniti dalla sciccheria di infissi in alluminio anodizzato.

Tutt’intorno, per fortuna, il paesaggio parla un altro linguaggio: siamo sul tetto di un altopiano solcato da profondi valloni; fruscio d’acqua e soffi di frescura affiorano dalle forre fitte di carrubi, sugheri, corbezzoli. Cerchiamo l’ingresso del Parco naturalistico archeologico che comprende la valle del fiume Anapo e la necropoli rupestre dove, all’incirca tra il XIII e l’VIII secolo a.C., le popolazioni indigene seppellirono i loro defunti. Per ora, vediamo solo l’asfalto che si snoda a fianco di antri tenebrosi scavati nel calcare e sorretti da pilastri mal abbozzati, abrit  che servirono da riparo a greggi e a pastori da ere immemorabili, deposito oggi di scarpe vecchie, bottiglie rotte e televisori sfondati. Numerose anche le “Isole ecologiche” ove i passanti depositano sacchetti di pattume che la fauna, selvatica e non, diligentemente dissemina tra la sterpaglia.

Finalmente, cominciamo a distinguere sulle  impervie pareti dei contrafforti di pietra bianca centinaia di minuscole cellette addossate le une alle altre, come un alveare. Girovaghiamo a lungo tra strade e trazzere che sprofondano nella selva, incrociando ad ogni pie’ sospinto coppie e intere famigliole di inglesi, tedeschi, francesi allucinati nella canicola, che si domandano, come noi, qual è, tra i tanti, il giusto sentiero, quello che conduce in fondo alla valle: all’ombra, all’acqua,  alla frescura. Infine, ad una svolta, compare un parcheggio, poi un cancello, un casotto e un obeso custode senza denti, senza capelli e senza camicia, che ci introduce ai segreti del luogo. In fondo allo scapicollo scavato nella roccia, a circa un chilometro, troveremo le prime tombe; dopo altri due chilometri, si giunge alle rive dell’Anapo, nelle cui acque protette è proibito bagnarsi. Ciononostante,  ci avverte, il parco è grande, le distanze notevoli, è difficile mantenere la sorveglianza… e infatti, mentre noi assumiamo queste informazioni, allegre compagnie ci sfilano davanti in tenuta da bagno, con asciugamani e cestini da picnic.





Le Grotte di Pantalica


È da poco passato mezzogiorno quando decidiamo di affrontare la discesa: la roccia rimanda vampe arroventate, ma ci incoraggia il vento, sempre amico. E conversando di Vincenzo Consolo cominciamo a perderci tra i sepolcri, tra le grotte-abitazioni e i santuari ricavati nelle ripide pareti a picco sul torrente. Pensava Consolo che Le pietre di Pantalica fossero quelle dell’antichissima Hybla. Certo alcune di esse ne fecero parte ma la storia del sito è molto più stratificata e complessa. Ne testimoniano i rifacimenti di epoca bizantina: le grotticelle trasformate in eremi e in spogli oratori rupestri, sospesi nel vuoto, in un silenzio irreale. Cicale e stormire di rami, luce abbagliante, fitte macchie di carrubo, oculi ciechi d’ombra, sospesi sullo scarrupo, da cui il tempo ci guata. Tutto il luogo è impregnato di un fascino arcaico, barbaro, selvaggio, che le tracce del passaggio umano non riescono a turbare, pur quando, e spesso, si manifestano oltraggiosamente entro le tombe..

I passi si smarriscono nel saliscendi dei sentieri. Ma adesso, insieme al fresco rezzo risalente dalla gola, affiorano risa, tonfi, sciacquii. Intravediamo pozze, gore, e figurine di tuffatori. Giù, in fondo, in un edenico scenario di rivoli, cascatelle, specchi limpidissimi, tra felci, liane e iris d’acqua c’è una piccola città: sono gitanti, alcuni; ma per la maggior parte campeggiatori che, in barba ad ogni regolamento, si sono insediati all’ombra degli spioventi rocciosi, lungo il torrente, sui ghiaioni e le spiaggette di sabbia fine. Hanno costruito ripari di sassi, capanne di frasche, focolari di pietre, cerchi di ciottoli che sembrano destinati a riti arcaici: un romantico villaggio new cro-magnon, i cui abitanti sognano la fuga dalla civiltà e usano le tombe come gabinetti. Qualcuno soggiorna qui da più settimane e dice di avervi trovato la vera felicità. Non si nutrono di caccia e di pesca, si sono organizzati per andare a turno a far la spesa al supermercato del paese: perciò sono tutti magri e bene in forma.

A noi pesa anche solo l’idea del ritorno: che invece intraprendiamo presto, dopo esserci rinfrescati un paio d’ore. Folla per folla, tanto vale andarsi a perdere tra le strade di Ortigia. Una bella granita alla mandorla sarà il premio per la risalita in piena controra: “In quell’ora fra vespero e nona, in cui non ne va in volta femmina buona"…. 

A Siracusa, in una Piazza Duomo inopinatamente semideserta, ci godiamo, oltre alla granita, il candore delle facciate, l’eleganza delle palme e delle colonne, l’armonia delle architetture.... Sì, davvero: A thing of beauty is a joy forever (e John Keats di bellezza se ne intendeva... ). Sulla via di casa, però, notiamo che il calore della giornata ha creato una lucida cupola sul paesaggio:  nella foschia della sera, vago ed indistinto come una visione, l’Etna maestoso fuma, ricordandoci che il nostro “forever” è sempre, per davvero, un autentico miraggio.

 

 

 

L’Etna al crepuscolo

 

 

 

 

Foto: ©  S. Cigliana




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