LUOGO COMUNE
INTERVENTI
“La Società della Conoscenza
e i Creatori di Contenuti”


      
Pubblichiamo una sintesi della relazione introduttiva della tavola rotonda sul tema “Portatori di una controproposta di civiltà” che si è tenuta lo scorso settembre a Fiano Romano, nella Sala Conferenze del Castello Ducale, prima della consegna dell’annuale Premio Feronia. Il testo riflette sulle significative trasformazioni della società capitalistica contemporanea, sempre più basata su una ‘economia della conoscenza’ che richiede prodotti e servizi ad elevato valore aggiunto, ossia caratterizzati da un significativo contenuto tecnologico e/o da un considerevole gradiente di creatività ed innovazione. In tale contesto quella che appare minoritaria o del tutto assente è la voce degli autori e la tutela effettiva del diritto d’autore come leva fondamentale di autodifesa per i produttori di risorse conoscitive.
      



      

di Alberto Improda

 

 

La crisi economica e finanziaria di questi anni ha stimolato, a livello planetario, un interessante dibattito riguardo ai limiti ed alle prospettive della Società contemporanea, nonché in ordine ai suoi attuali e futuri modelli di sviluppo.

Tale dibattito si caratterizza per avere una portata particolarmente ampia, abbracciando tanto i temi economici quanto le questioni di natura istituzionale, tanto i profili di carattere sociale quanto i problemi sul versante politico.

Orbene, colpisce come in un simile dibattito – nelle sue diverse declinazioni – rivestano costantemente un ruolo di estrema centralità i concetti di Cultura e di Conoscenza.

In primo luogo, come noto, sempre più diffusamente si parla dell’economia attuale come di Economia della Conoscenza.

Una definizione di Economia della Conoscenza, forse eccessivamente scarna e schematica, proviene direttamente dalla Commissione CE, secondo la quale “L’espressione “economia della conoscenza” indica in genere un’attività economica che non si basa soltanto su risorse “naturali” (come l’agricoltura e le miniere) ma anche su risorse “intellettuali”, come il know-how e le competenze specialistiche. Alla base del concetto di economia della conoscenza è il riconoscimento che il sapere e l’istruzione (chiamati anche “capitale umano”) possono essere considerati beni commerciali o prodotti e servizi intellettuali che possono essere esportati con alto profitto” (Commissione CE, 16 luglio 2008, COM (2008) 466, Libro Verde, Il diritto d’autore nell’economia della conoscenza).

Il concetto di Economia della Conoscenza, invero, non rappresenta certo una novità dei nostri tempi: esso nasce storicamente nella seconda metà del Settecento, in coincidenza con l’epoca della Meccanizzazione, quando per l’impresa diventa conveniente – in virtù della natura riproducibile della conoscenza – investire in processi di apprendimento; si sviluppa poi nel fenomeno industriale e sociale del fordismo, sotto forma di Organizzazione Scientifica del lavoro; si riversa successivamente nella cosiddetta Economia dei Distretti, quale esempio di economia della propagazione territoriale delle conoscenze relative alle tecnologie e ai mercati distrettuali; si rinnova da ultimo nella New Economy, prendendo le sembianze di economia della replicazione e diffusione automatica delle informazioni.

Il capitalismo moderno, dunque, dalla Rivoluzione Industriale in poi, è sempre stato una economia della conoscenza, nel senso che il valore è stato costantemente prodotto in gran parte dalla propagazione degli usi delle conoscenze disponibili e dalla continua ricerca di nuove e più avanzate conoscenze.

Certamente rappresenta un fenomeno tipico e peculiare della nostra epoca, prodotto da quella che è stata definita ‒ innanzitutto da Paul Romer ‒ una “soft revolution”, l’assunzione di un ruolo decisivo nell’economia e nelle imprese dei cosiddetti beni “immateriali” o “intangibili”.

I beni intangibili dell’azienda sono costituiti, volendone proporre una grossolana schematizzazione, da: capitale umano (vale a dire l’insieme di conoscenze tacite o implicite, competenze professionali, attitudini mentali, abilità personali e lavorative, capacità di innovazione e creatività, leadership, flessibilità e disponibilità, entusiasmo e motivazione, resilienza e capacità di apprendimento del personale); capitale strutturale (vale a dire la conoscenza sviluppata in azienda e codificata in sistemi organizzativi, prassi e modelli lavorativi, flessibilità strutturale e organizzativa, procedure e protocolli esclusivi, banche dati interne, diritti di proprietà intellettuale, information technology); capitale relazionale (vale a dire la conoscenza accumulata per effetto delle relazioni con soggetti esterni, i rapporti con la clientela e con altri stakeholder, l’immagine e la reputazione).

Questi elementi, o per meglio dire il loro complesso, hanno negli ultimi lustri assunto il ruolo di primarie e fondamentali leve di creazione e diffusione della ricchezza, in qualche modo relegando in secondo piano gli asset aziendali più tradizionali.

Che l’attuale modello economico possa correttamente essere definito come Economia della Conoscenza risulta confermato dalla circostanza che, prendendo in considerazione gli ultimi decenni, le industrie ad alta intensità di conoscenza – in tutto il mondo occidentale ‒ hanno costantemente guadagnato importanza rispetto ai settori industriali definiti “misurabili”, quali l’agricoltura, il manifatturiero, l’estrattivo, i trasporti, le utilities.

Oggi si parla in maniera particolarmente costante e diffusa di Economia della Conoscenza anche alla luce del particolare momento storico che stiamo attraversando.

Negli ultimi lustri, infatti, è giunto a maturazione quel fenomeno politico ed economico comunemente definito come Globalizzazione, che ha visto un significativo abbattimento delle barriere doganali e culturali tra le diverse aree del Pianeta, rendendo di fatto l’intero Globo un unico grande mercato.

In tale mercato hanno fatto irruzione in maniera impetuosa e dirompente le economie di Paesi caratterizzati da enormi disponibilità di manodopera a basso costo e da condizioni di produzione altamente competitive (Cina e India in primis, ma non solo).

Questo ha determinato per le economie dei paesi Occidentali delle conseguenze di enorme portata: messe sostanzialmente fuori mercato per quanto concerne le produzioni a basso valore aggiunto, esse hanno dovuto concentrare i propri sforzi sull’alto di gamma, vale a dire sui prodotti e sui servizi ad elevato valore aggiunto, caratterizzati da un significativo contenuto tecnologico e/o da un considerevole gradiente di creatività ed innovazione.





Mario Sironi, Paesaggio urbano, 1922


In altri termini, le dinamiche economiche conseguenti al fenomeno della Globalizzazione hanno costretto e stanno costringendo le economie dell’Occidente a caratterizzarsi per un forte impegno nel campo della ricerca, dell’innovazione, della creatività, ovverosia – in una parola sola – della Conoscenza.

Quindi la Conoscenza è ritenuta oggi la cifra di fondo di una economia moderna, che possa competere con successo a livello planetario e che sappia allargare il proprio sguardo sul futuro, con fiducia ed ambizione.

Esiste, tuttavia, un punto particolarmente critico – a mio avviso – che caratterizza le tendenze attuali: lo scarso rilievo attribuito ai Creatori della Conoscenza, agli Autori dei Contenuti.

La Conoscenza, infatti, nell’ambito dei vigenti ordinamenti giuridici e delle attuali dinamiche economiche, viene sempre presa in esame nella sua dimensione di Processo, oppure con riferimento ai suoi Prodotti, mai ponendo al centro del discorso il suo lato attivo, soggettivo, fattivo; vale a dire, appunto, il ruolo del Creatore, dell’Autore.

In molti contesti è alta, giustamente, l’attenzione che si pone nel tutelare e sviluppare i processi della Conoscenza, ponendone le più opportune premesse e curandone il migliore svolgimento, partendo dalle tematiche dell’Istruzione e passando per le questioni concernenti la Creatività, prendendo in considerazione tanto le dinamiche quanto le logistiche inerenti ai processi cognitivi e creativi (stimoli all’Atmosfera creativa, diffusione degli Incubatori, sostegni alle Imprese Creative e Culturali, etc.).

Particolarmente evidente, poi, è la centralità che assumono nella nostra società i prodotti della Conoscenza, soltanto parzialmente riassumibili con il termine di Cultura, variando dall’Innovazione alla Tradizione, dall’Arte all’Artigianalità.

Però completamente in ombra rimane il ruolo del Soggetto fattivo dei quei processi, del Creatore di quei prodotti della Conoscenza.

La società attuale, insomma, esprime un enorme interesse verso la Conoscenza, ma concentrandolo sui suoi Processi e sui suoi Prodotti, ed invece trascurando – o gravemente sottovalutando ‒ il ruolo dei Produttori di conoscenza, dei Soggetti del processo, dei Creatori dei contenuti.

Tale tendenza trova espressione nei più diversi contesti e nelle più varie forme, basti pensare: alla scarsità ed alla inadeguatezza dei riconoscimenti in favore dei ricercatori, universitari e non, spesso protagonisti di attività di grande valore; al ruolo residuale ed allo scarso peso negoziale di scrittori, poeti, musicisti, pittori, scultori, insomma artisti in genere, costantemente in balia delle case editrici e musicali, dei mercanti d’arte e degli altri soggetti attivi nella filiera.

Volendo fare un esempio, tra le mille situazioni e problematiche che sarebbe possibile prendere in esame, possiamo riferirci alla questione del diritto morale d’autore.

Il diritto morale d’autore, infatti, rappresenta un aspetto del diritto autorale oggi nella sostanza oggetto di una sorta di abbandono: considerato la parte più antica e tradizionale dell’istituto, ad esso di consueto si dedica solo quel minimo di riguardo che il rispetto per le sue origini storiche impone, mentre in tema di diritto d’autore ormai da decenni tutta l’attenzione viene concentrata sulle implicazioni economiche dell’istituto.

Ma questo è indice della irrilevanza attribuita dalla società attuale, in modo patologico e superficiale, alla parte fattiva del processo di creazione della Conoscenza, alla sfera giuridica del Creatore dei contenuti.

Ogni autore, come viene oggi pacificamente riconosciuto, attraverso la sua opera estrinseca la propria personalità ed il proprio mondo interiore nella realtà che lo circonda; l’opera, in altri termini, rappresenta un veicolo di messaggi e di emozioni tramite il quale l’autore incide sulla società  e sulla cultura circostanti.

La peculiarità e la irripetibilità di questa “incisione” stanno nella unicità dell’opera in questione, che deve mantenere ferma ed integra la propria identità, se si vuole che l’impatto, il “taglio” sulla realtà rimanga proprio quello voluto dall’autore.

Negli ultimi anni si è assistito ad un progressivo allentamento di questo vincolo tra l’autore e la sua opera, con una relativa modificazione tra il taglio dell’opera come ideata dal suo creatore e l’incisione di essa nella realtà circostante.

Questo è potuto avvenire anche grazie ad una diluizione e ad un indebolimento proprio del diritto morale d’autore, spesso in virtù di dinamiche legate all’aspetto dello sfruttamento economico dell’opera.





Franco Menolascina, Identità, 2014


Pensiamo, tra l’altro, al problema della violazione del diritto morale dell’autore a seguito della modificazione della sua opera.

Il diritto dell’autore all’integrità della sua opera, prescindendo dalle questioni attinenti allo sfruttamento economico della medesima, viene dalla giurisprudenza più recente ed autorevole posta in connessione al “prestigio” ed alla “reputazione” dell’autore, nonché al “pregio artistico” della sua opera (da ultimo, Cass. 4 settembre 2013, n. 20227, caso Mediaset).

In altri termini, secondo l’opinione oggi prevalente, un autore ha il diritto morale di vedere la sua opera divulgata esattamente nella identità da lui concepita soltanto se la diffusione in una versione modificata risulta lesiva del suo prestigio oppure della sua reputazione, ovvero del pregio artistico dell’opera medesima.

Una simile impostazione appare già poco convincente da un punto di vista tecnico-giuridico, in quanto si basa su concetti – il “prestigio”, la“reputazione” ‒ dei quali non esiste una definizione ed un significato oggettivo, ragion per cui qualsiasi valutazione finisce con l’essere affidata a criteri di natura soggettiva e discrezionale.

Ma, e per quel che più importa nell’economia del discorso che qui si sta svolgendo, tale posizione soprattutto risulta emblematica di come il diritto morale d’autore sia oggi impropriamente influenzato dalle dinamiche riguardanti lo sfruttamento economico dell’opera e di come tali dinamiche passino abbondantemente sopra la testa dell’autore dell’opera, che risulta di fatto estromesso dagli interventi riguardanti la sua opera.

Infatti, rebus sic stantibus, un autore può opporsi alla diffusione di una sua opera modificata solo nel caso che ciò risulti negativo per il suo prestigio o per la sua reputazione, o per il pregio artistico dell’opera; chiunque, dunque, può modificare a proprio piacimento una determinata opera se la “nuova” versione della stessa non ne inficia il pregio artistico, oppure non risulta influire negativamente sul prestigio o sulla reputazione dell’autore.

Questo è un approccio chiaramente irrispettoso della posizione del soggetto creatore dei contenuti in discussione: se l’autore ha inteso, con la sua opera, incidere sulla realtà circostante in un modo determinato, ha il diritto morale a vedere comunque rispettata l’integrità della sua opera, perché proprio quello ‒ e solo quello ‒ era il taglio, l’incisione che voleva apportare nel tessuto sociale e culturale del suo tempo.

Un’opera modificata, paradossalmente, potrebbe addirittura risultare di maggiore successo rispetto alla sua versione originale e conseguentemente incrementare il prestigio e la reputazione dell’autore, così come potrebbe – di conseguenza ‒ essere ritenuta di maggiore pregio artistico, ma comunque resterebbe il fatto che sarebbe “altro” e diversa rispetto al messaggio voluto e creato dal suo autore.

 Questo, dicevamo, è solo uno degli innumerevoli esempi nei quali si è declinato il fenomeno della marginalizzazione, della irrilevanza della figura del Creatore dei contenuti.

E tale marginalizzazione, ad avviso di chi scrive, rappresenta un fenomeno al tempo stesso errato ed ingiusto.

Errato, in primo luogo, perché ogni Creatore di contenuti, essendo inevitabilmente un uomo, rappresenta un unicum irripetibile ed una fonte di conoscenza infungibile; questo significa che, nella società attuale, a causa della scarsa tutela fornita alla parte soggettiva della produzione di conoscenza, si disperde una larga parte delle potenzialità che potrebbero essere espresse in favore della collettività.

Ingiusto, anche, perché ‒ in una realtà che basa tante logiche economiche e culturali proprio sulla Conoscenza – non valorizzare adeguatamente i Produttori dei contenuti risulta indice di una scala dei valori inappropriata, non riconoscendosi il dovuto merito a quella componente della Conoscenza senza della quale essa non potrebbe esistere né come processo né come prodotto.

 

 

 

(13 settembre 2014)

                                                                                                         

 




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