PRIMO PIANO
PHILIP SEYMOUR HOFFMAN
(1967-2014)
Esterno notte –
Interno d’anima:
“Non c’è gusto
ad essere
moderati…”


      
Omaggio al divo/controdivo americano, morto a soli 46 anni. Era probabilmente il più grande attore della sua generazione, ma anche l’ultimo dei sublimi interpreti autodistruttivi, da Montgomery Clift a James Dean, da Orson Welles a John Belushi. Il suo demone d’artista, implementato dall’uso e dall’abuso di droghe, lo portava a scegliere sempre personaggi inquietanti, eccessivi, infebbrati, totalmente ambigui. Tornano in mente i suoi saggi d’alta scuola recitativa in “Truman Capote - A sangue freddo” (2005), “The Master” (2012), “I love Radio Rock” (2009), “Onora il padre e la madre” (2007), “Il dubbio” (2008).
      



      


di Plinio Perilli

 

 

Atroce eppure fin troppo fragile e umano, troppo umano – il dramma della splendida, ultima stagione espressiva di Philip Seymour Hoffman finisce come la prima scena di un film scombiccherato e becero… N.Y., Greenwhich Village, spacciatori, guardingo “esterno notte”, spasmodico ritiro dei soldi da un usurato ma inossidabile bancomat metropolitano…

Dissolvenza incrociata, a seguire, e “interno notte” col suo appartamento lussuoso e disordinato, da single riazzoppato, disarcionato da ogni dolce ménage o caro coniugio, che si perde e si annienta con l’eterna scimmia sulla schiena, per l’ennesima storiaccia di droga…

Ma il protagonista tragico di questa vicenda – di questo film mai girato – non è un lui qualunque: è forse il migliore attore della sua generazione, premio Oscar per Truman Capote (2006), mirabile progressista da grande schermo, simpatico o duttilissimo mattatore nonché trageda, alla bisogna, fiero turgido paladino di emozioni nobili e cause perse: Philip Seymour Hoffman… (Fairport, New York, sobborgo di Rochester, 23 luglio 1967 – New York, 2 febbraio 2014)…

 

A sventagliata ci sovvengono e s’accendono davvero, nella mente e nel cuore, tutte le scene cardine dei film suoi più importanti, e in verità squisitamente ammirati da tutti noi, suoi fan di sempre:

 – Il gran finale contro-apocalittico di I love Radio Rock (2009), quando Philip/il Conte affonda da prode disc-jockey col cargo della Libertà e della Trasgressione, impennata, musicalissima, nei ruggenti Anni Sessanta… Desideri e deliri in libera uscita… La Beatles-mania, il parossismo del pop e del rock sulla reboante e fantasmagorica scena anglosassone… Parodiato, ribaltato Titanic, insomma, del rock’n’roll (e con un lieto fine che fu in fondo un’amplificata EMANCIPAZIONE generazionale!)… 





Philip Seymour Hoffman in Truman Capote - A sangue freddo, diretto da Bennett Miller


– Ma altre scene ci giungono, misti a nuovi o antichi neuroni d’emozione… Divina, ad esempio, quella sua imperdonabile spocchia geniale, quella depressa prosopopea intellettualoide da squisito gay conclamato, in Truman Capote “A sangue freddo” (2005): dove Philip/Truman, l’accanito lucido romanziere, sazio e vampiresco dopo tutto il sangue espressivo che è riuscito a succhiar via all’assassino, anzi ai due criminali della vicenda, per trasfonderlo nel suo gran libro, non ha quasi la forza (la voglia) di tornare un’ultima volta in Kansas dai due cattivi ladroni, prima dell’impiccagione finale… E gioca ad alcoolizzare, a inebetire avulsa ed aulica quella sua depressione… Laureata coi riflettori puntati sul capo, come i poeti laureati sotto la luce delle proprie poesie, lacerti celebri di mente e cuore, e mostri di parole…

– O la scena acerrima in cui, in macchina con l’ignara mogliettina infedele, Philip/Andy, il protagonista di Onora il padre e la madre (2007), dopo l’ultima madornale lite col padre, che invece giura di volergli bene da sempre, grida a se stesso e a tutto il mondo, ovattato e frustrato nella sua macchina: “Non è giusto! NON – È – GIUSTOOOO!”…

– Poi le lacrime che Philip/Jon piange nella Famiglia Savage (2007), quando la compagna polacca gli cucina un breakfast di frittelle e lui piange mangiandole, certo memore e ancora ferito da un’infanzia triste, senza madre e con un padre violento – che pure adesso assisterà, accompagnerà nel morire…

– E ancora nel Dubbio (2008), le ambigue attenzioni che Philip/Padre Flynn versa a un suo chierichetto ipersensibile, e fragile… Regalandogli giocattoli e carinerie un po’ per cristiana pietà, ma forse per ingraziarselo, sedurlo certo ambiguamente, in ombra e agguato di perversa e inespressa sensualità…

– Finalmente, la scena in cui in The Master (2012), inquadrato di schiena, Philip alias Lancaster Dodd, leader carismatico, si masturba dentro un lavandino, ma viene scoperto e infine aiutato manualmente dalla devota moglie incinta (Amy Adams)… Scena dura perché Lancaster si autoerotizza pensando in realtà al suo pazzoide adepto Freddie Quell (Joaquin Phoenix), seguace di lui e della Causa, ma fuori della grazia di Dio e della pazienza degli uomini, folletto puro e crudele come un angelo cui ancora debbano spuntare, decidersi, sia candide ali celestiali che volgari corna demoniache…

 

Per gli amanti e comunque i fruitori errabondi della rete, andare poi su google in cerca di altre notizie e comunque di riferimenti più freschi e meno confusi, è stato – diciamolo – un coacervo inarginabile di dolore e di nostalgia… Le tante bustine di eroina trovate nel buen retiro newyorkese di Greenwich Village vicino al suo povero corpo, raffreddatosi ancora con l’ago dell’eroina infilato nel braccio…

Poi le visite degli amici e colleghi affranti, tra occhiali scuri e dichiarazioni struggenti, nel rimpianto davvero sincero e sconsolatamente fraterno: Robert De Niro e la Meryl Streep basiti, così come Ethan Hawke o Paul Thomas Anderson… Amy Adams o Laura Linney, Cate Blanchett o Catherine Keener o Marisa Tomei, veramente commosse, visibilmente in lacrime…  

Fra i tanti e sacrosanti commenti avvicendatisi, ci ha in verità colpito molto la “recensione” post mortem di Maurizio Porro – vecchio conoscitore e chiosatore del rutilante mondo del cinema, con tutte le sue ombre – laddove l’articolista del “Corriere della Sera” (lunedì 3 febbraio 2014) parla della propensione di Philip Seymour Hoffman a scegliere, incarnare per il grande schermo (ma anche in fondo a teatro) “… solo personaggi particolari, amante dell’ambiguità totale che si annida ovunque ma soprattutto in quegli uomini che sapeva disegnare con innocente perfidia, seminando il dubbio con uno sguardo prensile verso mondi sempre diversi”…





L'attore in I love Radio Rock di Richard Curtis


Non sappiamo se e quanto la vera arte esiga, rischi ogni volta l’ambiguità totale – o si rintani viceversa più docile sull’Olimpo dei provvidi (ma imperdonabili) luoghi comuni. Preferiamo la prima ipotesi, e così come per la poesia, preferiamo i lirici tormentati, infebbrati e inquieti, piuttosto che gli splendidi sofisti del verso o cesellatori di orizzonti armoniosi…

Poetava Georg Trakl, il grande lirico austriaco con cui davvero morì, si suicidò in overdose d’ottimismo e di banale cocaina, la Felix Austria ritratta bistrata e macerata d’espressionismo: “Te canto, selvaggio abisso, / In notturna tempesta / Montagne accatastate; / Voi, grigie torri / traboccanti di ghigni infernali, / Bestie di fuoco, / Ruvide felci, abeti, / Fiori cristallini. / Tormento infinito, / L’avere inseguito Dio / Tu, mite spirito / Che gemi nella cascata, / Nell’onda dei pini.”…

È il gioco d’ombre – feroce, scespiriano e biunivoco – che in verità sempre ci affascina, e lo affascinava. In un testamento – pare – vergato nel 2004 quando il figlioletto Cooper Alexander aveva appena un anno (poi sono venute due splendide bambine, Tallulah, nel 2006 e Willa nel 2008…) raccomandava al suo rampollo di non risiedere mai ad Hollywood e di privilegiare il peso e il destino culturale di New York… Curioso manicheismo, neomillenarismo postmodern di un attore, un artista del gesto, della Voce e del Corpo, che comunque ad Hollywood – pur da indipendente – s’era conquistato davvero un suo spazio, indubitabile e ineludibile…

New York, certo, era la città, la Babele di riferimento – la città del Teatro, dell’Actor’s Studio, il purgatorio paradisiaco di Broadway, cui tanto teneva (aveva vinto un Tony per Morte di un commesso viaggiatore di Arthur Miller)…

 

E torniamo, come in ogni bravo flash-back che si rispetti, alla sua infanzia diligente e scontrosa… Philip (il treatment della sua vita comincia così!…) era figlio di una donna giudice, Marilyn O’Connor e di un alto funzionario della Xerox, Gordon Stowell Hoffman… Padre protestante e madre cattolica – ma entrambi non forzarono la dose… Del resto, i suoi genitori si separano nel ’76 (lui aveva 9 anni).

Fiori cristallini, tormento infinito… Philip cresce a pane tostato, hamburger e teatro, studia recitazione e storia dello spettacolo (un BFA in teatro nel 1989 alla “Tisch School of the Arts” della New York University; membro fondatore con l’attore Steven Schub e il regista Bennett Miller, della compagnia Bullstoi Ensemble). Forse, anzi certamente, cominciano proprio allora, al college, i suoi problemi di droga – mai evidentemente superati…

Ottimo l’incipit fatale e destinato da palcoscenico, il bioritmo dell’aprirsi vero della sua vita assieme a un sipario… Tu, mite spirito che gemi nella cascata

Il cinema gli concede volentieri le prime acerbe particine da caratterista (Scent of a Woman, 1993; Getaway, 1994; Amarsi, id.; Sidney, 1996), poi via via da nobile e gustoso comprimario: Boogie Nights (1997, di uno dei suoi registi di riferimento, Paul Thomas Anderson), Il Grande Lebowski (1998, di Joel Coen), Patch Adams (id., di Tom Shadyac)… Il successo gli arride con opere come Flawless (1999, regia di Joel Schumacher), Magnolia (id., ancora di Anderson), Il talento di Mr. Ripley (id., di Anthony Minghella)…

Grande anno per lui, il 1999! In una tournée teatrale nell’Arabia Saudita, sul set di We’d All Be Kings, opera da lui diretta, conosce la futura moglie, la costumista Mimi O’Donnell, la mamma dei suoi tre bambini (da cui ultimamente viveva separato)… Ma l’amore grande per lei e i loro frugoletti non bastò, non bastava, almeno nello spettro degli ultimi tempi, a vincergli la perdizione della droga, la ricaduta di un continuo entrare e uscire dai c.d. rehab, centri appositi di recupero, che sono in realtà – ha scritto Renato Franco – “i fast food della riabilitazione – entro, mi disintossico e esco in 10 giorni”… Un anno fa, nel gennaio 2013, Philip aveva vanamente allontanato lo spauracchio del suo passato: “Sono cambiato, e poi non c’è gusto ad essere moderati, o tutto o niente”… Magari fosse stato vero. E il Tutto gli era diventato Niente.

Peggio del nada hemingwayano… “O nada nostro che sei nel nada, sia nada il nome tuo, nada il regno tuo e sia nada la tua volontà, così in nada come in nada. Dacci oggi il nostro nada quotidiano e nada a noi i nostri nada”… (“Un posto pulito, illuminato bene”, da I quarantanove racconti).





Hoffman in The Master, regia di Paul Thomas Anderson


Philip Seymour Hoffman era sempre più diventato come i protagonisti virtuali dei suoi film, e assomigliava ormai perfettamente a un suo personaggio reso concreto. Ma in cerca di nessun altro autore che se stesso... Personaggi sempre più complessi, annodati, contraddittori, fascinosi e patologici nello stesso modo… Borderline – piace dire oggi, ma è una sentenza, un vezzo forse psico-sociologico, che rispecchia (per fortuna?) un po’ tutti.

Scena cupe, nere d’ombra infibrata, come in viaggio al termine della notte, una lunga, ostile notte formicolante e inebetita, circolano in queste sue ultime cronache: quasi aguzze sequenze girate dall’ultimo, suo amato Sidney Lumet… Uno splendore caravaggesco l’ingloria, ma non lo salva… Una metafisica inesausta dell’orrore e del timore – timore e tremore, modernisti entrambi? William e Sören accoppiati a forgiar dialoghi:

“Spengiti spengiti, breve candela! La vita non è che un’ombra che cammina, una favola raccontata da un idiota, che non significa nulla!”… 

Noi amiamo ricordarlo così, talentuoso e imploso, talento da vendere. S’era provato anche in qualità di regista (2010, Jack Goes Boating). Ma il meglio era forse ancora davanti a lui, dentro di sé, che invece, come appunto in un dramma classico di Shakespeare, ha dato tutto il suo Regno per il cavallo azzoppato d’una squallida, misera dose. Amiamo tutti i film che ha fatto, e soprattutto quelli che avrebbe ancora potuto fare, realmente donarci. Se c’è un limbo, un antinferno esclusivo per questi attori, per questi sventurati e munifici irregolari, esso resta o sconfina in un purgatorio esclusivo dannato di redenzione, frigge e rigemma d’anima come in attesa di risalire all’Eden della Cacciata, girone dopo girone, una balza, un nuovo film ancestrale o pièce celeste alla volta…

Philip sornione e amaro, poi agrodolce d’incanto, eternato in sarcasmo, un effetto notte perenne e autoironico: con lui c’è di sicuro Monty (Montgomery Clift), e forse Marlon (Brando), James Dean… Magari anche Dan Aykroyd… Di sicuro Orson Welles, lo zio colto e forse a lui più consimile, non solo nella taglia extralarge… Ragazze e belle attrici sciamano lì a iosa, non è ora né lecito né rasserenante farne, giurarne i nomi… Star strepitose, e cantanti tante: fascino e struggimento, acuti afrodisiaci… Troppe ardite o sfortunate bellezze morte per droga, bruciate come arabe fenici sfiancate d’ala, stramazzate di sogno – e Gli ultimi fuochi hollywoodiani sempre e ancora ne ardono…

 

S’aggira invece Philip nel suo purgatorio non californiano, indolenzito ma indipendente, lentamente salvifico, e recita, intona forse una ad una tutte le dolci, caustiche epigrafi di Spoon River… Ora suo regista è John Cassavetes, sì quello anarchico, newyorkese di Ombre, e del vecchio, sano e nevrotico New American Cinema: “Avevo sedici anni e facevo dei sogni terribili”… “C’è qualcosa nella Morte / che è come l’amore!”… “Sono scappato di casa con il circo, / mi ero innamorato di Mademoiselle Estralada, / la domatrice di leoni”…

 

Grazie, Philip, tu per noi qui resti sempre, e resterai ancora – davvero come una battuta inestinguibile e sapiente, una gaffe liliale o uno squarcio drammatico del miglior Capote che anche tu sei stato, non essendolo, per cento, mille, mille e una notti, e ancor di più, fin troppe Altre voci, altre stanze:

“… Guardò nel fuoco perché voleva vedere anche i loro volti, e le fiamme crepitarono da un ceppo; una forma striata, vacillante, le cui sembianze si andavano formando lentamente, rimase velata in un barbaglio anche quando i lineamenti furono completi; i suoi occhi bruciavano come pece fusa quando egli si fece vicino: dimmi, dimmi, chi sei? Sei qualcuno che conosco? Sei morto? Sei mio amico? Mi vuoi bene?”…

 




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