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RIFLESSIONI
Scritture
con o senza trauma


      
Ragionando sulla fenomenologia del mondo contemporaneo e soprattutto sulla sua proiezione ipermediatica che propone pressocché una saturazione di eventi-shock, il quarantenne scrittore vicentino si interroga su come oggi la letteratura può agire o reagire in rapporto alla permanente condizione traumatica del reale. Laddove venendo meno il senso della comunità non c’è il superamento catartico ad essa connesso, e i grandi traumi che si profilano all’orizzonte sembrano allora essere di tipo metaletterario e tecnologico.
      



      

 

 

di Marco Mancassola

 

 

C’è un’immagine – un aneddoto – da cui vorrei cominciare. Riguarda mia madre. Mia madre è una persona anziana, mi ha avuto tardi. Aveva dieci anni nel 1945, quando arrivarono gli americani a liberare, paesino per paesino, le campagne venete dalla presenza delle truppe tedesche.

Quel giorno mia madre ricorda che tutta la famiglia e i vicini del borgo si rifugiarono nei campi, in una specie di rifugio sotterraneo. Era in realtà il rifugio che i fratelli maggiori di mia madre avevano usato negli ultimi mesi per nascondersi, per non essere arruolati a forza nelle truppe di Salò. Adesso diventava il rifugio per l’intero vicinato, mentre fuori si sentivano le cannonate. Passarono l’intera giornata in quel rifugio sotterraneo. Poi uscirono: c’era ancora il sole del tardo pomeriggio e una calma innaturale, c’era un soldato tedesco morto nel cortile di casa – mia madre ricorda che era un ragazzo e in tasca aveva la foto di una ragazza. Nel periodo successivo mia madre e gli altri bambini della zona avrebbero trovato per giorni, per settimane, pezzi umani sparsi nei campi, braccia, gambe. Ma la cosa che mi impressiona maggiormente, ogni volta che mi faccio raccontare questi ricordi, riguarda gli animali. Le galline erano morte, di paura o forse colpite da qualcosa. E il maiale, il maiale di casa, invece era vivo ma era rimasto muto – completamente muto per lo shock.

Quest’immagine di un animale che resta muto in seguito a uno shock mi è sempre rimasta impressa, e ci tornerò tra poco. Per adesso la cosa più ovvia da osservare è il confronto tra una generazione che ha avuto quel tipo di esperienze dirette – esperienze come stare in un rifugio sotterraneo mentre fuori cigolano i carri armati, trovare cadaveri e pezzi di cadaveri nel proprio giardino – e generazioni successive che non hanno vissuto esperienze comparabili, non così drammatiche, non così “storiche”, soprattutto non così dirette.

È uno dei classici temi che hanno portato numerosi osservatori e critici degli ultimi decenni a giudicare che la nostra sia un’epoca con poca esperienza, con più cose viste in televisione che vissute sulla propria pelle: con traumi più mediati che sperimentati. E ha portato molti a chiedersi come questo deficit di esperienza reale, più o meno traumatica, si sia riverberato sulla produzione letteraria.

 

Nel 2011 il critico letterario italiano e docente di letterature comparate Daniele Giglioli ha pubblicato un saggio dal titolo significativo: Senza Trauma (Quodlibet). L’ipotesi del saggio – che spero di sintetizzare, senza banalizzare troppo – è che non esistono più traumi reali nell’esperienza degli scrittori contemporanei e in risposta a questo, per paradossale conseguenza, gli scrittori non fanno altro che parlare di trauma: lo evocano di continuo, lo mettono in scena e lo raccontano nei modi più truci – in particolare in quella che Giglioli chiama scrittura dell’estremo e che è anzitutto quella di genere. La scrittura più nera, diciamo. Tra gli altri, cita Camilleri, Lucarelli, De Cataldo, De Michele, Ammaniti, Evangelisti, Wu Ming, Scurati. In pratica, il saggio sembra dire che gli scrittori sono ossessionati dal trauma proprio perché non ne hanno nella loro esperienza, non di prima mano.

 

Una domanda però viene immediata: siamo sicuri che il fatto che tante svolte storiche ormai da decenni ci arrivino attraverso i media le renda meno traumatiche?

Le prime cose che mi vengono in mente: Chernobyl – io andavo alle medie. La prima ondata di panico intorno all’Aids – idem, andavo alle medie, davvero il tempismo perfetto per affacciarsi alla pubertà. La repressione sanguinosa al G8 del 2001 – ero a Genova in quei giorni. Oppure traumi dell’emotività collettiva come furono il rapimento Moro, il caso Alfredino Rampi, o la deriva di microtraumi civili dell’era Berlusconi, quando tutti i piccoli totem della democrazia italiana sembravano cadere di giorno in giorno, uno dopo l’altro.

Ma anche quando non è possibile alcuna correlazione pratica tra l’evento storico e noi stessi, se non il fatto di ricordarsi cosa si stava facendo quel giorno quando arrivò la notizia – esempio classico, l’11 settembre – anche allora, il fatto che si sia trattato di un trauma mediatizzato lo rende davvero meno influente sulle nostre vite?

Il trauma nell’era dei media è sì un evento obliquo, mediatizzato, che ci giunge con un misto di sensazioni, dall’orrore al brivido ambiguo dello spettacolo apocalittico – un misto che suscita la reazione “Impossibile, eppure reale!” di cui parla il filosofo Mario Perniola nel bel saggio Miracoli e Traumi della comunicazione (Einaudi, 2009). Abbiamo provato qualcosa di simile l’estate scorsa vedendo i riots di Londra e delle città inglesi in preda all’anarchia di bande giovanili: impossibile, eppure reale! E però ciò che davvero ci coinvolge di fronte all’evento traumatico che vediamo accadere in televisione è il sospetto/paura che quell’evento ci raggiungerà, per vie reticolari e diffuse.





London riots (2011)


Qui l’esempio più pertinente è quello dei traumi e delle catastrofi economiche. Quando sentimmo del crollo della Lehman Brothers o quando sentiamo dell’ennesimo crollo economico, anche se avvenuto dall’altra parte del mondo, sappiamo che non passerà molto prima che in questa parte del mondo qualche nostro amico rimanga senza lavoro, o che la nostra casa e la nostra esistenza vengano minacciati in modo concreto. A questo proposito, è recente l’uscita del rapporto Eures Il suicidio in Italia al tempo della crisi: nel 2010 c’è stato letteralmente un suicidio al giorno tra i disoccupati italiani. Solo nei primi mesi del 2012, 23 imprenditori italiani si sono tolti la vita. Il rapporto tra trauma ed economia è peraltro un campo fervido di immagini di questi tempi – nel 2007 uscì un fortunato libro di Noemi Klein che si intitolava, e anche qui il titolo parla chiaro, Shock Economy.

 

Mi sembra che a questo punto, rispetto al tema del trauma, ci siano per lo meno due interpretazioni possibili del contemporaneo. Da una parte quella da cui siamo partiti, “Senza Trauma”, la visione secondo cui ci troviamo in un’epoca senza trauma perché i grandi traumi ci arrivano al massimo attraverso i media. Dall’altra, un’interpretazione del nostro tempo come invece tempo massimo del trauma, che lungi dall’essere scomparso si è fatto continuo, onnipresente, diventando per intere generazioni elemento del panorama emotivo collettivo. Non conta tanto la divisione tra trauma mediatizzato e trauma diretto. Conta che il trauma diffuso è tentacolare: non sappiamo bene come e quando, ma sappiamo che ci lambirà. Questo crea un senso di minaccia perenne e sfuggente. Il trauma fa da sottofondo alle nostre vite, le scandisce, le illumina sinistramente da lontano o da vicino, si intreccia alle nostre vicende private.

Non dimentichiamo ovviamente che fin qui abbiamo parlato di traumi collettivi, pubblici, ma il trauma privato è ovviamente tutt’altro che scomparso dalla vita delle persone: la morte di un caro, un incidente che cambia la vita, un fallimento economico – come accennavo prima. A quel saggio di Giglioli, Senza Trauma, rispose del resto uno scrittore, Paolo Nori, con una recensione-commento, in cui si limitava ad alternare il resoconto delle proposte intellettuali del libro con il racconto di una sua amica malata di un tumore devastante. Come dire, beh, il trauma è comunque sempre qui e ora, nei rovesci della vita di ognuno.

Trauma quindi come dimensione trasversale, collettiva e personale. Il trauma diventa, di fatto, una droga. Quasi ci annoia accendere la televisione o accedere a un sito di news senza ricevere la nostra dose quotidiana di alluvioni, disastri naturali, stragi, nazioni in bancarotta, crolli di borsa – con il doppio brivido di sapere che è come in una tempesta di meteore, prima o poi una colpirà la nostra casa.

 

Ora, qual è il problema di tutto questo e perché diventa un problema per chi racconta, per chi fa letteratura? A mio avviso ci sono due questioni, legate alle caratteristiche contemporanee del trauma: la dimensione della comunità all’interno della quale ogni trauma dovrebbe essere rielaborato e quindi il problema di quale sia la comunità alla quale la letteratura ancora può guardare. E poi la catarsi: ogni trauma è una maledizione che dovrebbe portare però con sé anche una possibilità di catarsi, una chance di rinascita: a che punto è oggi il sentimento catartico in letteratura?

Dunque, comunità: nelle società arcaiche il trauma dei traumi, la morte, era superata e assorbita culturalmente, ritualmente, simbolicamente all’interno della tribù – all’interno di una comunità. La morte e il trauma hanno sempre avuto bisogno di una comunità che li assorbisse, rielaborasse e superasse. In tempi moderni la letteratura è stata una comunità in grado di elaborare i traumi storici e sociali: il grande romanzo russo ad esempio è stato anche questo. I lettori hanno continuato a cercare nei rituali della lettura e del libro un senso di condivisione, di comunità rispetto ai traumi della storia e della vita.

Ma quando la vera unica comunità è diventata quella mediatica, le cose si sono fatte complesse. Nella società spettacolare, il trauma diviene oggetto di spettacolo, che non necessariamente corrisponde a un modo di assorbimento e rielaborazione: coincide piuttosto a un modello di consumo. Fino al punto in cui i traumi più drammatici appaiono poco più che giganteschi show. Su questi temi esiste la riflessione di fior fiore di autori, da Baudrillard a Stockhausen il quale disse dell’11 settembre – o almeno così fu riportato: “Questa è la più grande opera d’arte mai esistita”.

E poi c’è l’altra comunità contemporanea, in cui i traumi rimbalzano provocando brividi emotivi fulminei ma anche velocissimi a sparire: la rete, i social network. Ormai spesso sono i social network a informarci per primi, in tempo reale, di qualche fatto grave. Undici anni fa, la maggior parte di noi seppe dell’11 settembre con un sms o una telefonata di qualcuno che ci diceva: “Hai visto che roba? Accendi la TV!”. Oggi la maggior parte di noi ne sarebbe probabilmente messa al corrente da un tweet o dai post degli amici su Facebook.

Torniamo alla letteratura: è questo un tempo in cui la letteratura può ancora ambire a formare una comunità del sentire con i suoi lettori, in grado di rielaborare l’elemento traumatico e, in ultimo, lo sgomento della morte?





Idranti cercano di spegnere le fiamme nella centrale nucleare di Fukushima in Giappone (2011)


Veniamo alla catarsi. Ricordo che quando si diffusero le prime notizie della catastrofe nucleare in Giappone, il mio coinquilino del tempo distolse lo sguardo dal televisore e mi chiese, inquieto, colto da un ricordo improvviso: “Ma, a proposito... E la falla che sputava petrolio nel Golfo del Messico, quella l’hanno richiusa?” E io dissi: “Mah, mi sembra di sì...”. Ma non sapevo bene nemmeno io. Quella volta mi sono reso conto di quanto sia facile scivolare in questa bolla mediatico-percettiva in cui le catastrofi appaiono, scompaiono, vanno e vengono dai titoli delle news e dall’oblio, si intrecciano, si confondono. La catastrofe e il trauma diventano diffusi, continui, quando al posto di un unico definitivo Grande Evento abbiamo una specie di happening diffuso, inafferrabile, ripetuto, a episodi serrati come una serie di 24.

Quando mia madre bambina uscì dal rifugio sotterraneo, quella volta, sbattendo gli occhi nel sole di un tardo pomeriggio dell’aprile 1945, qualcosa si era compiuto: il grande evento tragico era passato, con esso si era compiuta una catarsi. Il mondo era pronto a ricominciare. Oggi, al contrario, sembra che ci sia rimasto il tragico, senza più catarsi. E questa è una bella grana per la letteratura: come si raccontano storie compiute e dotate di senso in un’epoca senza catarsi e che forse addirittura non crede più nella possibilità di una catarsi?

Viviamo in una società che sembra riassorbire ogni trauma e squilibrio, non importa quanto grave: una società riassorbente. Pensiamo all’aria di apocalissi che la crisi economica e la crisi dell’euro ci facevano pesare addosso un anno fa, mentre ora la recessione è stata non superata, non affrontata con altro sguardo, semplicemente resa fisiologica, strutturale, panorama stabile in cui continuare a campare. È come se l’intera esperienza sociale fosse un organismo che metabolizza sempre nuove infezioni, sempre nuove allergie, senza però crollare.

Non c’è da stupirsi allora che un certo filone di narrazione occidentale, in letteratura e al cinema, si sia concentrato sull’immaginario apocalittico, cioè sulla rappresentazione del momento in cui il sistema finalmente crolla, in modo così definitivo da offrire, sembra ormai, l’unica chance possibile di catarsi: la necessità di catarsi e redenzione di un intero mondo, che sfuma per poi forse rinascere. Pensiamo al grande abbaglio bianco di Cecità di Saramago. Oppure a La strada di Corman McCarthy che si distingueva invece per il suo buio monotono, per il suo essere una storia apocalittica quasi senza redenzione, ma che pure indicava un’idea semplice e potente: non importa quanto nero e pieno di cenere sia il cielo, puoi soltanto continuare a percorrere la tua strada.

 

Ora, la gestione dell’elemento catartico diventa uno dei grandi problemi della scrittura. Perché la letteratura rischia di diventare il maiale muto di cui parlavo all’inizio: magari è rimasto là fuori, ha visto tutto. Non è detto che si sia nascosto da qualche parte a guardare la televisione, come dicono in tanti. Però in ogni caso davanti al trauma non sa più raccontare. Ammutolisce. Ripiega. Oppure, peggio ancora, parla ma nessuno lo ascolta. Cosa intendo? Non dimentichiamo che oggi sono in atto trasformazioni radicali nella distribuzione, nel formato del libro, nello status commerciale della letteratura.

 

Da una parte, non è un segreto, c’è un mercato editoriale che soprattutto in Italia è in caduta verticale. Dall’altra, la stessa forma libro viene messa in discussione. Allora forse il trauma della letteratura è oggi anzitutto un trauma metaletterario. Un trauma che riguarda se stessa. La lettura è sempre meno comunità, anche nella sua ritualità rispetto ai formati: sempre meno comunità che condivide il piacere codificato di girare la pagina di un libro.

Il grande trauma all’orizzonte allora è metaletterario e tecnologico: non dimentichiamo che la tecnologia è sempre inesauribilmente ambigua, si presenta come miracolo ma provoca le scosse di un trauma. Sta cambiando il nostro rapporto con il modo in cui conservare le parole, le storie, il nostro rapporto con la memoria. Rispetto a questi traumi, che fare? Scavarsi una nicchia sottoterra, restare là fuori, ammutolire, gridare, continuare a seguire ostinati la propria strada?

Ho potuto soltanto accennare queste domande, nello spazio e con le risorse a mia disposizione. Chiudo con una frase da un testo poetico, molto bello, che ha a che fare con il modo in cui traumi e vite si legano senza soluzione di continuità. È del poeta Milo De Angelis, dal libro Tema dell’Addio (Mondadori, 2005). Dice:

 

Affogano le nazioni, crollano le torri, un caos

di lingue e colori, traumi e nuovi amori.

 

 




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