LUOGO COMUNE
TRE AUTORI IN VERSI
Libri di poesia dentro una felice mutazione


      
Appunti di lettura su “Dismissione” di Fabio Orecchini, “La grande anitra” di Andrea Inglese e “Nel sonno – una caduta un processo un viaggio per mare” di Francesca Matteoni. Un poema civile sulle nefaste ricadute dell’eternit e dell’amianto, accompagnato da un cd con la versione discografica del gruppo Pane; un testo catafratto e spiazzante di natura fantastica e distopica, fondato sull’allegoria dell’‘anatra cotta’, articolata secondo il dire di tre enigmatici personaggi; un’opera poetica metamorfica di matrice fiabesca che alterna registri lirici e sperimentali, pseudo-haiku in lingua inglese ed una serie di prose brevi.
      



      

di Marco Simonelli

 

I paratesti esposti

 

Appare quasi un paradosso: nonostante un’epocale crisi economica e la sempre crescente difficoltà dell’editoria tradizionale minacciata dall’espansione della tecnologia digitale, quell’oggetto che va sotto la definizione di “libro di poesia” (dai più considerato prodotto di nicchia, di scarsa attrattiva commerciale) sembra vivere un momento di rinascita e arricchimento.

Forse ciò non accade esclusivamente per ragioni di interesse economico: rendere il libro un oggetto affascinante per l’acquirente, renderlo competitivo con le proposte dell’editoria digitale può sembrare una strategia di mercato messa a punto dall’editore; noi crediamo invece che queste repentine evoluzioni e sofisticazioni dell’oggetto-libro siano da imputare piuttosto alle necessità creative dei poeti stessi, ormai consapevoli delle potenzialità espressive di quegli elementi che contornano e prolungano il testo poetico nel tempo e nello spazio, permettendogli di raggiungere la memorabilità attraverso una confezione significante che diventa quindi parte integrante del testo stesso.

In quest’articolo cercheremo di offrire ai lettori (e potenziali acquirenti) un catalogo minimo e certamente parziale di libri di poesia il cui testo sia in stretto e necessario  rapporto dialogico con tutto ciò che lo contorna e lo accompagna.





Fabio Orecchini, romano, nato nel 1981 ha recentemente pubblicato Dismissione (luca sossella editore, Bologna 2014). Il testo in realtà è una ristampa: la prima edizione era uscita nel 2010 per le edizioni Polìmata). La dismissione a cui il titolo fa riferimento è quella dell’eternit e dell’amianto e i versi raccolti vanno a comporre un sintetico e teso poemetto di poco più di cinquanta pagine in cui vengono descritti con sguardo lucido e straniante i devastanti effetti di questi materiali ignifughi sui corpi delle figure genitoriali. Di primo acchito si sarebbe superficialmente portati a supporla una poesia di denuncia che specula su tematiche cosiddette “sociali” in cerca di facili consensi: si tratta invece di un raro caso di poema civile che per tutta la sua durata non scivola mai nel pietismo; impiegando precisi e raffinati strumenti retorici in funzione emotiva (l’ossessione snervante della paratassi, lo sgretolamento provocato dall’asindeto) Orecchini ci restituisce la straziante misura del corpo dilaniato dalla malattia per incuria statale. Poema alchemico composto prevalentemente in un gelido gergo tecnico che sottolinea la disumanizzazione subìta dai corpi affettivi, Dismissione sembra ambire anche alla definizione e descrizione del male inteso come invisibile piaga della coscienza e del potere, andando a recuperare implicitamente la radice etimologica di amianto (dal greco a-maino, non corruttibile) ed esponendo per contrasto la corruttibilità del corpo e la corruzione serpeggiante in una società “postuma[na]” (p. 49).

Il volume è corredato, oltre che da una postfazione di Gabriele Frasca, da un cd audio del progetto discografico Pane e da una nota di Stefano Solventi che chiarisce genesi e portata della riduzione del testo in forma di spoken word. Tuttavia ad interessarci qui non è la preziosità dell’edizione quanto la realizzazione tipografica del testo e la varietà di stratagemmi che Orecchini impiega nella sua composizione: la scelta di caratteri differenti per diverse intonazioni di pensiero, spaziature in posizioni raggelanti, pagine bianche che siamo invitati a voltare, disposizione versale variabile e allineamento centrale forzano il lettore ad attraversare i sensi del poema e a misurarne la portata concettuale, facendone forse uno dei primi esempi storicamente consapevoli di letteratura ergodica in versi di lingua italiana. All’intero progetto va ad aggiungersi un intero sito web in cui Orecchini espone le sue opere visive, variazioni sul tema della bocca guastata, sintomo dell’avvelenamento di cui parla il testo: un’altra prova del suo eclettico talento.

 

Nel suo La grande anitra (Oèdipus edizioni, Salerno-Milano 2013) Andrea Inglese si avvale di una spiazzante allegoria che coinvolge la struttura testuale: “Siamo dentro un’anatra cotta”, dichiara in apertura, stabilendo una quantomai bizzarra ed efficace unità di luogo. Il libro si articola in tre sezioni, ognuna attribuita a un personaggio diverso: “A.I” (che si pronuncia come l’inglese “I”, voce monologante che a conti fatti parrebbe alter ego autoriale), “Minnie” (comprimaria che si esprime mediante “visioni”) e un non meglio identificato “Guardiano notturno” (a cui vengono attribuite le poesie che chiudono il libro). L’ambientazione è allo stesso tempo kafkiana e surreale e costringe il lettore a formulare una ridda di ipotesi di volta in volta smentite dai ragionamenti di A.I. Cos’è l’anatra cotta? Quale altro termine si cela dietro la sua metafora, se è davvero poi una metafora? Allude forse questo spazio a un mondo altro, al pensiero, all’esistenza, alla cosiddetta “anima”? “Non vorrei che emergessero talenti religiosi” (p. 25), ammonisce prontamente A.I. Questo “budello spazio-temporale” (p. 30) o “museo della vita” (p. 36) parrebbe più misterioso dell’isola di Lost. Ma come accadeva ne L’anno scorso a Marienbad di Resnais, non ha veramente importanza decriptare la circostanza riconducendola ad un’interpretazione univoca: meglio non porsi questo interrogativo, meglio perdersi nel flusso di una narrazione in versi che appare come un “gioco di ruolo” (p. 46), uno “psicodramma della discesa / scientifica non mistica” e godere di quella vis esplicativa che caratterizza la poesia di Inglese fin dal libro Inventari del 2001, qui elevata a sistema funzionale dal momento che il personaggio è costretto a formulare ipotesi su ipotesi sull’origine del luogo in cui si trova.





Andrea Inglese


Nella seconda sezione troviamo le “visioni”: si tratta di nove brevi testi in prosa incorniciati in rettangoli neri che infittiscono, anziché chiarire, il mistero legato all’origine dell’anitra. Qui i simboli e gli emblemi che compongono i quadri verbali assumono le sfumature di un’araldica distopica, l’ecfrasi si fa imperscrutabile e sta al lettore scegliere se intraprendere un’operazione di ricognizione con le altre due parti del testo oppure immergersi nel clima quasi profetico delle visioni senza porsi ulteriori domande. Chiude il libro la serie di poesie del Guardiano Notturno, misterioso osservatore reticente dei precedenti personaggi, carceriere/carcerato il cui compito, all’interno dell’architettura del testo è quello di condurci in un altrove più nitido e inquieto che chiude circolarmente La Grande anitra descrivendo la propria matrice testuale (ogni testo inizia infatti con l’espressione “In questa poesia”).

Dei tre libri quello di Inglese è quello che in misura minore si avvale di stratagemmi paratestuali (fatta eccezione per i disegni di anatre inseriti fra sezione e sezione – secondo noi più decorativi che significanti – e le cornici che chiudono le “visioni” di Minnie). Tuttavia si tratta del testo che più degli altri costringe il lettore a interagire, a prendere una posizione interpretativa, a sbloccarlo dalla neutralità di una lettura monodimensionale per condurlo in una sorta di ipertesto i cui collegamenti risultano interrotti.

 

Nel sonno – una caduta un processo un viaggio per mare (Zona, Arezzo 2014) di Francesca Matteoni è titolo wertmüllerianamente anomalo nella già folta produzione della scrittrice pistoiese che ha sempre privilegiato titoli nominativi (si pensi all’esordio Artico del 2005 e al più recente Tam-Lin e altre poesie del 2010). Con questa compagine Matteoni conferma la matrice fiabesca del suo fare poetico abbandonando però il clima chiaro e glaciale della prima produzione (influenzata da un immaginario nordico) per spostarsi verso tipologie più vicine ai giorni nostri. Il motore ispirativo del libro è infatti l’Alice carrolliana, come dichiarato in nota, filtrata dalle riletture che ne hanno dato filmicamente registi come Jan Svankmajer e Terry Gilliam. Il testo si articola infatti in tre sezioni (a loro volta scandite da diversi movimenti): Down the rabbit hole, The pool of tears e Looking glass sono rispettivamente sia episodi-chiave tratti da Alice, sia esplicitazioni delle tre declinazioni del titolo. Se nella prima parte viene riproposta la scansione lirica che caratterizzava la scrittura precedente di Matteoni (una scansione strofica regolare che privilegia un endecasillabo duttile e non di maniera), nella seconda assistiamo ad un brusco quanto riuscito cambiamento di rotta: sequenze regolari di versi brevissimi convivono con pseudo-haiku in lingua inglese denunciando un rinnovarsi delle forme qui indirizzate verso dinamiche più sperimentali. Conclude la metamorfosi stilistica una serie di prose brevi (genere comunque già esperito da Matteoni) quasi mascherate da appunti saggistici, in realtà controcanto lucido e teneramente spietato delle proprie ragioni biografiche. Tutto il libro infatti confonde in una dimensione onirica (il sonno del titolo) fiaba e biografia, infanzia e mito e lo fa anche avvalendosi di un apparato fotografico interdipendente dai testi: fotografie d’album di famiglia convivono con riproduzioni di disegni infantili, collage, rielaborazioni con Photoshop: uno scrapbook allo stesso tempo privato e impersonale che allarga la già ampia dimensione descrittiva e rituale di questa scrittura. Sebbene lo stratagemma sia già stato sperimentato (si pensi a Nox della canadese Anne Carson) il libro è un felice esempio di come l’immagine possa superare ampiamente il concetto di illustrazione per divenire essa stessa testo.

 

 

 

 

 

Il poeta, più che il narratore, ha a disposizione oggi una varietà e quantità di strumenti (l’immagine, l’impaginazione, il supporto audiovisivo, il collegamento ipertestuale) con cui poter esprimere la propria autorialità e creatività. In questo intervento ci siamo limitati ad offrire alcuni esempi di come stia mutando l’attitudine autoriale, di come si spinga oltre (se non “al di fuori”) della pagina stampata. Ci chiediamo quale portata e quale impatto potrebbero avere i medesimi testi se sviluppati da un autore direttamente in un formato elettronico “espandibile”, vale a dire in un ambiente di competenze ipertestuali. In attesa di uno sviluppo consapevole, anche per l’Italia, di un’editoria elettronica di poesia che passi in rassegna tutte le possibilità del paratesto, possiamo solo constatare quanto l’oggetto-libro-di-poesia attraversi una felice e prolifica mutazione e si stia svincolando dalla tradizione mediante una reinterpretazione autoriale del supporto diventando sempre più simile al suo gemello elettronico.

 

 

  • Fabio Orecchini, Dismissione. Con cd audio di Pane. Postfazione di Gabriele Frasca e nota di Stefano Solventi (luca sossella editore, Bologna 2014), pp. 72, 10,00.

 

  • Andrea Inglese, La grande anitra. Postfazione di Cecilia Bello Minciacchi (Oèdipus, Salerno-Milano 2013), pp, 144,   11,00

 




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