LUOGO COMUNE
NICCOLÒ VIVARELLI
Tutte le suggestioni cinematografiche del ‘noir’


      
Lo scrittore metà americano e metà italiano, critico di cinema e corrispondente di “Variety”, ha pubblicato presso Manni il romanzo “Slalom”, una storia congegnata come un avvincente ‘giallo’ che rimanda per lo stile e la qualità delle immagini che evoca all’estetica filmica. Ambientato in gran parte a Firenze il libro si regge sulla forza narrativa dei personaggi, ragazzi tossici, soggetti metropolitani ‘estremi’ e su una scrittura lineare, ma ricca di sprezzature espressioniste.
      



      

di Ernestina Pellegrini

 

 

Quando Niccolò Vivarelli mi ha inviato il suo libro, Slalom (Lecce, Manni Editori, 2013, pp. 144, € 13,00) ho pensato che si trattasse di un’autobiografia, di un esame di coscienza, e invece mi sono trovata davanti a un romanzo ben congegnato, avvincente,  anzi a un vero e proprio “giallo”, con una trama, un plot organizzato sapientemente  in ventisette capitoli, con una continua suspance,  momenti di svolta, produzione di enigmi e misteri e meravigliose dissolvenze. Naturalmente, questo libro può essere letto anche come un libro-battaglia (come li chiamava Guerrazzi), la cui lettura può essere utile per tanti ragazzi che lottano per uscire dalla schiavitù della droga. Ma questo libro è  soprattutto un romanzo, sa raccontare e inventare e perfino divertire. È un libro leggero, anche se può essere letto perfino nella chiave di un implicito esame di coscienza, un libro senza aure drammatiche, anche se parla di cose tragiche, di esistenze devastate dall’eroina, di delitti, di crolli morali, di torture, di comunità terapeutiche gestite come lager, con kapò, con tanti sommersi e pochi salvati.

Un romanzo giallo che rivela subito la propria qualità e potenza cinematografica. Sembra una sceneggiatura per un film. Del resto Nicky è un critico cinematografico e la sua cultura è prima di tutto cinematografica e poi letteraria. Voglio dire che gli schemi, le leggi della narrazione sono cinematografiche. Al centro sta l’immagine, la catena dei fotogrammi, le scene, le inquadrature. Tutto risponde alla legge della visione. Pensate all’importanza dei paesaggi, alle descrizioni delle fisionomie dei personaggi, alla precisione della toponomastica (coi nomi delle strade, delle insegne, degli interni e degli esterni dei luoghi, che hanno la stessa forza rappresentativa dei fatti e dei volti dei personaggi). Voglio dire anche che le costellazioni di riferimento culturale di questo libro possono essere ricercate nel mondo del cinema. Faccio solo qualche titolo a caso in ambito italiano: Mery per sempre (1988) diretto dal regista Marco Risi, ambientato a Palermo, nel carcere minorile Malaspina (un film tratto dall’omonimo romanzo di Aurelio Grimaldi), in cui si può vedere un archetipo della comunità terapeutica “Il Cantiere” del romanzo Slalom. Ma anche Ragazzi di strada di Nicola Cannone; ma, si potrebbe anche ricordare, guardando a un modello alto,  Ragazzi di Vita di Pasolini. Penso non tanto il romanzo del 1955, ma proprio il film Accattone del 1961, con quegli adolescenti innocenti e trasgressivi,  appartenenti al mondo del sottoproletariato urbano che vivono alla giornata di espedienti, arrangiandosi come possono, cercando di accaparrarsi ogni genere di oggetto che possa essere rivenduto: tombini di ferro, copertoni, tubi, generi alimentari.





I protagonisti di I ragazzi della 56a strada (1983) di Francis Ford Coppola


Anche in Slalom, lo stesso bighellonare, le stesse fughe, lo stesso rubacchiare e vivacchiare, la violenza, il crollo morale, gli sbandi, i rimorsi, gli espedienti per ammazzare il tempo e l’angoscia, infine le conversioni a una dura normalità. Un altro film potrebbe essere I ragazzi della 56a strada, di Francis Ford Coppola (1983), che qualcuno ha definito una West Side Story senza balletti, con le musiche di Carmine Coppola al posto di Leonard Bernstein. Faccio questo riferimento perché ho percepito in Slalom, a tratti, la volontà dell’autore di abbassare la temperatura drammatica, di muoversi in under statement, quasi sul ritmo di una West Side Story, di un musical, dove magari la musica potrebbe essere una canzone di Cristiano De André, canzoni come Gli Invisibili o Il cielo è vuoto, in cui si canta la Genova degli anni Settanta, si canta di una generazione spazzata via dall’eroina in mezzo allo scontro sociale e generazionale della lotta di classe. Un limbo antagonista, di rivolte autodistruttive, la ricerca di complicità, comprensione e amore nelle amicizie sbagliate. Senza che i grandi avessero il tempo e gli occhi per capire.  Insomma, non voglio farla lunga nella ricerca degli ipotesti cinematografici o letterari (fra questi ultimi, ricorderei Il Giovane Holden di Salinger), ma ci tengo a sottolineare come il libro di Niccolò Vivarelli, per essere capito nella sua ricchezza e importanza culturale, debba essere inserito dentro un bacino largo di riferimenti, di testi e film che parlano di contemporanee discese agli inferi e ritorno, di una specie di drammaturgia generazionale, adolescenziale, interessante e commovente, di storie di ragazzi che – come dice la canzone di Cristiano De Andrè – “sempre oltre ogni limite, e quel limite era una scommessa da non perdere mai”.

Sono personaggi che Niccolò Vivarelli rappresenta sulla pagina con leggerezza e punte di disincanto, non nascondendo piccole spine di commozione, creando dei “tipi”, come il protagonista Leandro Serotini detto “Pistillo”, Gabriele Lincetta detto “Agonia”, Dimitri, Vito, Samuele, Matteo, Sammy, il monaco australiano, “con gli occhi estasiati, la zazzera a zero, e quel culo da cerbiatto”.  Personaggi visti dal di fuori, rigorosamente privati di una psicologia profonda, di un’interiorità, personaggi tipicizzati ma mai caricaturali, anzi carichi di vita vissuta, personaggi assetati di libertà e di anarchia, personaggi dolorosi e divertenti insieme, coi loro codici d’onore, il loro gergo, le loro forme di solidarietà e di prevaricazione, personaggi vittime di una subcultura delinquenziale disperata quanto inconsapevole. Sono “personaggi flat”, dove è il gesto a marcare una fisionomia, un peso morale, alla maniera di certi personaggi alla Dickens. Perché tutto qui è trama, destino esistenziale, realtà brutale raccontata come una favola nera. La favola nera di un ragazzo ucciso e buttato in un cassonetto, come uno zero sociale, come la spazzatura (come il cadavere di Gregor Samsa nelle Metamorfosi di Kafka).

 

Ho detto di alcune probabili fonti. Ho detto dei personaggi. Ho accennato alla struttura, al genere letterario di appartenenza, che è prima di tutto il romanzo giallo. Ho detto della qualità forte dell’immagine in senso naturalmente cinematografico. Vorrei dire ancora qualcosa riguardo allo stile in cui questa storia generazionale è scritta. Lo stile è estremamente moderno e informale, come se il romanzo fosse nato sull’onda di certi romanzi magnetofonici, dettati al registratore e poi rivisti e riscritti, ma facendo in modo che lo stile conservasse la naturalezza, l’immediatezza, la sgrammaticata grammatica (in fondo raffinitassima e via) dell’oralità.  Fate attenzione al lessico, alle espressioni gergali: “sballato”, “rincorbellito”, “ronfavano”, la “sfiga”, il “restare pulito” e a tutto il repertorio della coprolalia. C’è il brano finale che spiega anche il titolo, Slalom, dove la vita appare un percorso a ostacoli, uno schivare le merde per andare oltre la nebbia di sempre, facendo ogni tanto “finta di non esserci”.





Questo romanzo, Slalom, si svolge in larga parte a Firenze, con le sue strade: Porta Romana, Viale Talenti, Piazza santa Croce, le scuderie reali, il Bobolino, i suoi bar (Le Giubbe Rosse, per esempio), le sue piazze, la vita underground della anonima città metropolitana e i suoi monumenti. Luoghi descritti o semplicemente nominati, sempre comunque molto evocativi per il lettore fiorentino. C’è un’attenzione particolare ai colori e al movimento con cui il paesaggio viene reso, attraverso i mezzi di trasporto (macchina, motorino, l’andare a piedi, con una maniaca le attenzione per le scarpe, le mitiche “Puma), come se la cinepresa accelerasse o rallentasse nella resa descrittiva dei luoghi attraversati.

 E poi ci sono i luoghi del Cantiere, della Comunità terapeutica, con le sue mense, i bagni comuni, la moquette rosso fegato, e i suoi abitanti, i dannati in cerca di una redenzione qualunque. Nella seconda pagina del romanzo si legge: “Chi decide di andare in comunità di recupero lo fa, in genere, per imparare a vivere senza farsi le pere. Dopo diciotto anni di dipendenza dalla roba, a trentaquattro anni, Leandro sapeva che non ne poteva più di non poterne più e che a smettere da solo non ce la faceva. Dopo otto mesi al Cantiere non era diventato certo un altro, ma provava un sacco di emozioni nuove e si sentiva un po’ più forte”.

Il lettore è catturato da questo personaggio flaneur, vaga con lui nei luoghi conosciuti sconosciuti, si siede a un bar a bere una coca, corre sul motorino per le solite strade di quartiere, e sente il piacere agrodolce di ritornare adolescente, insieme a Leandro Serotini, con quelle gioie e quelle paure mozzafiato, che Niccolò Vivarelli sa rendere così bene. Tutto è ripreso e rivissuto dal basso, con immediatezza, senza nemmeno un pizzico di patina memorialistica, senza esprimere alcuna distanza, alcuna forma di moralismo a posteriori. Questa è la forza e il fascino della sua narrazione. C’è una frase che a mio parere potrebbe essere presa ad emblema del libro: “Se prendeva a frullargli il vecchio mulinello iperattivo in testa l’avrebbe travolto e affondato. L’importante non era capire tutto”. Ecco, la legge narrativa e forse la legge esistenziale, il succo esistenziale, di questo romanzo: “L’importante non era, non è capire tutto”.

Filippo La Porta ha recensito Slalom, su “Left” del 16 febbraio 2013,  e ha definito il romanzo Un noir espressionista. È una breve ma illuminante recensione che rimanda al rapporto narrativa-cinema, a cui accennavo all’inizio, partendo da  un convegno organizzato da Baricco a Torino in cui si discuteva su come sarebbe stato possibile narrare dopo Pulp Fiction di Tarantino:

 

Apparentemente Slalom di Niccolò Vivarelli, 50enne fiorentino, è un noir ambientato in una comunità di ex tossici dove avvengono dei delitti. Quasi vent’anni fa Baricco organizzò a Torino il convegno “Narrarre dopo Pulp Fiction”. Ora, non so se il film di Tarantino rappresenti davvero una cesura nella storia della narrazione, e anzi dal punto di vista letterario quel modo di raccontare – circolare e incurante di ogni cronologia – è stato anticipato almeno dal Tristam Shandy di Sterne (1760) con meta narrazione e digressioni stranianti. In ogni caso oggi chi si impegni a raccontare una storia dovrà confrontarsi col paradigma Tarantino, magari per rifiutarlo. La prima parte del romanzo è dominata dalla ricerca da parte di Leandro di una Tv Sony Trinitron 18 pollici che tempo prima aveva lasciato nella casa della madre di un tossico, Dimitri. E somiglia davvero a un tormentone da noir tarantiniano. Ma Vivarelli ha scelto un modo lineare di raccontare (tipo Ammanniti) in cui emergono i personaggi, mentre l’autore si mette da parte: è la realtà stessa che deve mostrarsi mentre la lingua è solo funzionale. Eppure c’è una spia di scarto stilistico, di lieve deviazione dalla norma, e consiste nella ossessione per i colori… Affiora una specie di espressionismo visivo, l’uso viscerale, quasi splatter delle metafore, che esprimono una percezione dolente delle cose perfino più della storia raccontata, certo straziante ma in fondo convenzionale, come qualsiasi storia noir.

 

 

 




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