LE VIE DEL RACCONTO
SIMONETTA RUGGERI
 

 

ARCADIA

 

In questo paese, se non hai una famiglia o degli amici che fingono di farti una festa a sorpresa per il tuo compleanno, è come se non esistessi.

È l’America che parla dentro di noi? Forse.

Questo è solo un esempio un po’ sempliciotto per dire che se non esiste la realtà o l’illusione quotidiana di far parte di una rete familiare e di conoscenze abbastanza solide, sei uno che non ha futuro, che ha sbagliato qualcosa o che è fatalmente sfigato, tanto da non essere frequentabile se non come un povero disgraziato. Nonostante queste modalità siano così diffuse e tirannicamente imposte, io me ne frego… Certo non del tutto, un po’ i conti con il senso di esclusione li faccio tutti i giorni, però, di fondo sono un ottimista sebbene sia solo al mondo, solo in senso parentale, in realtà di amici umani, minerali, animali e naturali ne ho tantissimi!

I meandri del vivere civile sono cosa complicata, si sa, ma qui in Italia i parametri sono arcaici, rurali nell’accezione peggiore del termine, ossia provinciali ed estremamente schematizzati e oscillano ancora tra feudalesimo e tribalità.

Se esci con un gruppo di sedicenti acculturati che per bighellonaggio della sorte si ritroveranno insieme ad una persona snella, curata, frivola e con occhiali griffati, scatterà probabilmente la classificazione tout court di: “persona superficiale e poco colta, amante di cose trendy e in linea di massima banale”. Potrebbe anche darsi, ma questa persona potrebbe nascondere invece mondi di profondità e sapienza rari e meravigliosi. Certo se siamo un po’ stregoni, buoni ascoltatori e molto interessati ai nostri fratelli umani, può darsi anche che riusciamo, come l’etimologia della parola “intelligente” vorrebbe, a leggere oltre l’apparenza. Non è detto però che ognuno di noi contenga un piccolo Shakespeare o una Virginia Woolf. Ogni creatura umana e vivente, rispecchia, traduce e trasmette un milionesimo della sua molteplicità consapevole. Esiste inoltre, stipato in boschi di latenza anche a noi stessi sconosciuti, un’altrettanta invisibile molteplicità. In virtù di tale consapevolezza, molti individui preferiscono scrivere, perché la comunicazione autentica e puntuale è cosa assai rara e a volte persino perniciosa nel senso che noi siamo sopraffatti da un universo di impulsi, i più vari e disparati e spesso tutto ciò che vorremmo comunicare al nostro interlocutore è interdetto, interrotto, nega quando vorrebbe affermare e viceversa, sopraffatto da altre attenzioni, dagli odori al contesto, dalla timidezza ai colori e ai cambi di scena improvvisi, fino alla più sciocca distrazione causata da stanchezza, da un rumore che irrompe, da un volto che ci ricorda qualcosa, da un dettaglio particolarmente significativo dell’altro, da un déjà vu che, come un temporale scatena un’alluvione dell’anima, e il tutto senza alcuna possibilità di intervento da parte nostra perché alcune energie sono spesso molto più imponenti del nostro potere di controllo o della nostra volontà.

Gli impulsi che ci attorniano sono davvero innumerevoli e ricadono in casistiche non del tutto chiare e riconoscibili. Inoltre nessuno di noi ha una sola anima, una sola vita, un solo amore, un solo respiro al mattino a cui aggrapparsi, un solo interesse o una sola possibilità. Forse la nostra limitata capacità di discernimento e di visualizzazione ci fa comprendere e schematizzare alcune facilmente riconoscibili attività del nostro intuito e del nostro ippocampo, ma le informazioni che in ogni attimo della nostra esistenza siamo costretti o allietati di trasferire alla nostra coscienza sono impressionantemente molteplici. Eppure è proprio la nostra ricchezza d’animo a renderci emotivamente ondivaghi, fragili e indifesi rispetto ai cambiamenti inevitabili cui la sorte ci sottopone e ad imporci schematiche puntellature.

Perché mi imbatto in questa specie di scienza che non mi compete essendo soltanto un muratore orafo detronizzato al rango di calcestruzzista? 

Forse perché in ogni circostanza della mia vita ho sempre ricercato la luce dell’alba o del tramonto, e gli oggetti con cui i popoli antichi si abbellivano, servivano proprio a questo, ad illuminare oltre che a decretare uno status. Credo che se non vivessi in un mondo così disperato mi sentirei legittimato a non sentirmi mai disperato neppure io, sì, io, un calcestruzzista di mezza età che ne ha passate di cotte e di crude e che ha sempre tentato con dignità di inseguire la luce dell’alba o del tramonto. Quella del tramonto è una luce di malinconica ritirata. Quella delle prime ore del mattino invece, si sa, è una luce dolente e drammatica ma può darci anche gioia ed energia. Essa presuppone innanzitutto un buon rapporto con Morfeo, che Iddio lo benedica! Poi occorre una fase REM appagante e non troppo catalizzante… voglio dire che in quella fase tra il sonno e la veglia in cui la coscienza è parzialmente libera e altresì imbrigliata dal controllo dell’imminente risveglio, è necessario propendere per un ritardo di qualche minuto nel letto, anche soltanto di pochi minuti, per assecondare il sogno, a volte l’incubo, in ogni caso tutta quella materia onirica che ci fa volare, vivere mille vite, immaginare, esplorare, rielaborare, consolidare, rimuovere. Questa fase è auspicabile che non sia troppo catalizzante nel senso che spesso noi esseri umani tendiamo a far convergere tutte le nostre ansie proprio nell’attimo che precede l’alba, il canto degli uccelli, il risveglio brillante della natura. Può accadere che un incubo tremendo o la sensazione abbastanza diffusa di cadere o precipitare vorticosamente ci svegli nel pieno della notte a causa di un tarlo pratico o affettivo che ci attanaglia, perché abbiamo sentito l’ultimo terrificante telegiornale della serata o perché abbiamo mangiato la peperonata, ma in genere i sogni che ricordiamo di più e che trasciniamo nel nostro inconscio nell’arco della giornata, sentendoli a volte come malefici, altre come illuminazioni danzanti, altre ancora come semplici segni premonitori, son proprio quelli delle prime ore del mattino, sì, quei sogni lì. Gli antichi romani utilizzavano un’arte maestra in questo campo sulla quale facevano molto affidamento, gli Auspici. Quanto vagheggiavo da giovane su questa piccola conoscenza della classicità! Sin da bambino mi aveva colpito tanto, ancora oggi guardo gli uccelli e ascolto la loro voce. Vorrei tanto imbrigliare il potere recondito della natura, farlo roteare intorno a me come quella danza di lucciole a cui ho assistito la scorsa estate, nel giardino di casa mia a Casarsa, erano tante, non ne avevo mai viste così tante tutte insieme che si accendevano e si spegnevano, si univano e si allontanavano, poi quando scomparvero anche le più fievoli e lontane intermittenze della loro luce, dopo una ventina di minuti di quell’inebriante balletto, dissi una preghiera ad una delle tante divinità naturali che invoco di quando in quando e mi apparve la voce di mia madre in lontananza che mi rassicurava sulla tenuta della mia esistenza aiutandomi ad andare avanti. Casarsa, si sa, è terra di nobile poesia e così quando sono entrato finalmente nel vivo della vita verso i 24 anni, ho deciso anche di darmi una ripulita dall’attrezzistica contadina dei miei vecchi zii con cui sono cresciuto e da autodidatta ho letto e imparato molte cose: so arare i campi, dare la semina a molte piante, coltivare pomodori, insalata, broccoli, basilico e cocomeri, so cucire, so persino utilizzare il vecchio telaio del lanificio dismesso di nonna Ada, so riparare le scarpe e conosco oltre allo spagnolo, al portoghese, al francese e a qualche parola di cinese, anche il latino antico di Cicerone. Per questo mi sento salvo in qualche modo, sì, nel senso che ho una mia cultura rurale ma anche un bel patrimonietto letterario e così sono diventato poeta, per gioco e per tristezza. In verità lo sono diventato per me ma anche per onorare le mie origini e ogni tanto all’osteria “Il birillo”, a 3 chilometri di tornantini da Casarsa, vado a leggere dei poemetti in dialetto e capita che ogni tanto qualcuno pianga. Certo, mi resta il dubbio che non sia una cosa buona far piangere la gente, ma vorrei tanto riuscire a raccogliere tutti gli aspetti più misteriosi e spirituali che la natura e la poesia, che sono di fatto la stessa cosa, mi possono dare, per andare in aiuto del mio prossimo, incoraggiando questo scambio sotterraneo e silenzioso con le forme invisibili dell’universo che sento di possedere nella mia anima. Sento di dovermi sdebitare con Dio, l’Altissimo et Onnipotente utilizzando il dono con cui lui mi ha salvato dall’autodistruzione negli anni in cui ero diventato soltanto un manovale ubriacone ignaro dell’esistenza del calcestruzzo alleggerito. Ora che ne ho scoperto l’utilità per i materiali schiumogeni da cui è composto insieme al cemento e all’acqua, ho compreso come in ogni mestiere ci si possa migliorare professionalmente rispettando di più l’ambiente e rinvenendo quei preziosi segreti che il mondo dal big bang ad oggi tiene custoditi dappertutto. Sta soltanto a noi volerli scoprire appropriandocene per il bene di tutti. Non che io sia un ambizioso pacifista, anzi, forse la pace sulla terra è l’unica pericolosa utopia di cui ci si possa occupare, si tratta piuttosto di una mia caparbietà che deriva dalla voglia di riscattarmi e mondarmi da anni vissuti in una vita squilibrata che di fondo neppure mi apparteneva, anni in cui non riuscivo a rispettare me stesso, figurarsi i miei simili!

Una volta un professore dell’Università di Bologna che era venuto qui a trovare il cugino, dopo una mia lettura mi mise il braccio sulla spalla portandomi con il sorriso tra i baffetti castani fuori dall’osteria e mi disse che chi parla con le cose invisibili e sa renderle visibili agli altri, è un poeta. Io fui così contento di sentirmi dire queste parole da un accademico che decisi di continuare e da allora il silenzio del mio piccolo pubblico paesano dopo le mie letture estive all’osteria mi rilassa e mi rincuora e il terrore del giudizio non so cosa sia anche perché il professore in quell’occasione disse anche che coltura e cultura significano la stessa cosa, ma io non me ne ero mai accorto.




Scarica in formato pdf  


 
Sommario
Le vie del racconto

Il contatore dei visitatori Shiny Stat è attivo da dicembre 2006