INTERVISTE
SANDRA PUCCINI
Il cinema di mio padre tra commedia e impegno d’autore


  
A colloquio con la figlia del regista torinese Gianni Puccini, morto a Roma nel 1968 a 54 anni. Militante nella Resistenza romana, fu sceneggiatore di “Ossessione” (1943) di Visconti. Esordì dirigendo “Il Capitano di Venezia” (1954), poi si affermò (in coppia con Nanni Loy) girando “Parola di ladro” (1957) e “Il marito” (1958) con Alberto Sordi. Lanciò quindi Nino Manfredi in “L’impiegato” (1959), ma il film per cui viene maggiormente citato è “I sette fratelli Cervi”, uscito poco prima della sua scomparsa. In coda un ricordo di Don Backy che fu impegnato come attore sul set della sua ultima pellicola.
  



  

 

 

di Alessandro Ticozzi





Gianni Puccini


Figlio dello scrittore Mario, redattore e, nel 1943, direttore della rivista Cinema, sceneggiatore di Ossessione (1943) di Visconti e animatore di una cultura di opposizione, suo padre collaborò nel dopoguerra alle sceneggiature dei film di Giuseppe De Santis: come furono questi suoi inizi?

 

Mio padre, mentre collaborava con Visconti ad Ossessione era già entrato nella Resistenza romana. Con lui Pietro Ingrao, Mario Alicata (altro sceneggiatore del film), suo fratello Dario. Spesso, camminando per le strade di Roma, mi indicava il portone di qualche palazzo e mi diceva che era lì che entrava – sapendo che c’era un altro ingresso – quando si accorgeva  di essere pedinato da fascisti o tedeschi per seminare i suoi inseguitori. A me bambina queste storie piacevano molto: non mi rendevo conto del pericolo e della paura – ne vedevo soltanto il lato eroico e avventuroso.

Quando è uscito nei cinema il film di Visconti, mio padre era in carcere a Regina Coeli. Così nelle lettere a suo padre e a mia madre (Elisabetta Lucarelli) chiedeva notizie e giudizi sul film che furono – da parte di entrambi – piuttosto critici.

De Santis è stata una presenza costante della mia infanzia. Sua moglie – Giovanna Valeri, figlia del poeta Diego – e mia madre erano amiche e la loro figlia Luisa diventò la mia più cara amichetta dell’infanzia. Inoltre alcuni dei film di Peppe (Non c’è pace tra gi ulivi e Giorni d’amore) furono girati nei luoghi d’origine di Peppe che erano molto vicini al mare di Gaeta, dove io passavo sempre le mie vacanze con mia madre e con i nonni. Così papà andava e veniva dal set e anche noi siamo andate, qualche volta, a veder “girare”.

Per il libro di Ernesto G. Laura (Parola d’autore. Gianni Puccini tra critica, letteratura e cinema, Roma, ANCCI, 1995 - ndr) sono andata a intervistare Peppe (è stato poco prima che morisse): non lo vedevo forse da 40 anni e mi ha accolto proprio come una figlia. Tra tante cose, mi ha detto: “Credo di non aver avuto mai più, nella vita, un amico fraterno come Gianni: non ricordo nessun’altra amicizia di tale forza e intensità. E lo dimostra il fatto che 8 (dei miei 11 film) sono sceneggiati da Gianni”.

Quanto a mio padre, non ricordo altro che la sua allegria, la sua ironia e certamente – anche da parte sua – la grande amicizia per Peppe. Forse con una punta di rimpianto per il fatto che lui – il più promettente, il teorico del neorealismo – non riuscisse ad avere occasioni per debuttare con un film che fosse alla sua altezza. Il cinema è un mondo duro, per il quale certamente lui era poco attrezzato. Forse – come si proponeva di fare da giovanissimo – avrebbe dovuto seguire le orme di suo padre e fare lo scrittore – o almeno il critico o il giornalista. Lavori che danno più sicurezza, meno precari e imprevedibili  e per i quali non bisogna combattere per farsi largo come in una vera lotta per la sopravvivenza.

 

Gianni Puccini esordì nella regia con l’elegante e garbato giallorosa Parola di ladro (1957) in coppia con Nanni Loy, con il quale diresse anche Il marito (1958), una commedia più standardizzata, costruita su misura per l’esuberanza di Alberto Sordi: come fu la collaborazione tra i due?

 

L’esordio di mio padre – in verità – avrebbe dovuto essere Persiane chiuse (1951), per il quale aveva scritto la sceneggiatura insieme al fratello Massimo,  Sergio Sollima e Franco Solinas. Invece poco dopo l’inizio delle riprese, a Torino, fu colto da ripetuti attacchi di emicrania  (di cui ha sempre sofferto: che superava dopo  2 o 3 giorni di riposo al buio e che lo lasciavano stremato). Il produttore ha avuto paura e ha chiamato a sostituirlo Luigi Comencini. Me lo ricordo perché io e mia madre lo avevamo accompagnato a Torino, anche se io avevo solo 6 anni e non capivo molto bene la drammaticità della situazione.

Quindi il suo primo film fu Il Capitano di Venezia: il primo serio compromesso con se stesso e con le sue aspirazioni e il suo talento. Era un film di cappa e spada, non credo di averlo mai visto al cinema, ma mi ricordo il set con tutti gli attori vestiti in costume, che mi piaceva moltissimo. Era il 1954. Benché la fotografia fosse di Gianni Di Venanzio e ci fossero attori come Leonardo Cortese e Andrea Checchi (grande amico di papà),  credo che fosse un brutto film e certo non ebbe successo. Non era proprio il debutto che papà si augurava.





Una scena di Parola di ladro (1957)


Finalmente arrivò Parola di ladro. E qui devo dire che malgrado – come tutti quelli della sua generazione – egli aspirasse a fare un film “impegnato”, c’era quel suo lato “straordinariamente divertente” (come dice De Santis), per il quale amava l’ironia e la comicità (mi diceva che uno dei registi che più amava era Billy Wilder) e che lo portava verso la commedia. Però i produttori (dopo la sua defaillance di Persiane chiuse) non si fidavano di lui e gli misero accanto Nanni Loy, per avere la sicurezza che finisse il film. Ma come ha riconosciuto Nanni, il film era suo: tanto che lui non avrebbe neppure voluto che il suo nome apparisse come co-regista. Anche con Nanni furono molto amici: uniti – tra l’altro – dalla comune passione per il calcio. Il film – secondo me – era carino e originale. Andò abbastanza bene, senza però essere un successo clamoroso. Era il 1957 e mi ricordo bene di essere andata più di una volta sul set. La protagonista era  Abbe Lane, che mi colpì molto e mi sembrò la donna più bella del mondo.

 

In seguito suo padre confermò la sua vena ironica con L’impiegato (1959), una sorta di Sogni proibiti all’italiana che ebbe il merito di lanciare il protagonista Nino Manfredi tra i “mattatori” del nostro cinema di costume, e affrontò la sua prova più impegnativa con I sette fratelli Cervi (1968), commossa rievocazione di un episodio realmente accaduto sotto la Resistenza: come avvenne questo passaggio dalla commedia all’italiana al cinema d’impegno civile?

 

Tra L’impiegato e I sette fratelli Cervi passano 9 anni. Nell’intermezzo ci sono 9 film, molti di compromesso, tra cui alcuni di quei film a episodi che andavano di moda allora, che mio padre odiava fare (anche se uno I cuori infranti, ancora con Manfredi, era molto carino). Fece persino un western – firmato con uno pseudonimo – con Gianni Amelio come aiuto regista che lo sostenne molto (in quel periodo abitava a casa nostra, era giovanissimo e povero). Ma si trattava di sopravvivere. Fino al film sui fratelli Cervi: finalmente la grande occasione, forse il riscatto. Ma dopo pochi mesi moriva: quindi non lo sapremo mai.

Dunque non ci sono state scelte: solo i casi della vita. Credo comunque – conoscendolo – che non avrebbe rinunciato alla commedia: il tocco lieve, l’ironia, la leggerezza elegante erano lati forti del suo carattere e della sua personalità.

 

Il fratello Massimo Mida ha svolto attività di saggista e di sceneggiatore (con Rossellini, Lizzani, ecc.), dal 1951 è stato regista di documentari specie sulla pittura e nel 1974 ha realizzato Il fratello, un film autobiografico sentito ma invero piuttosto povero di fattura: come furono i suoi rapporti con Gianni?

 

I rapporti con Massimo – a differenza di quelli con l’altro fratello Dario – non sono stati sempre facili: si volevano bene molto, ma erano diversissimi. Così spesso litigavano, poi si riappacificavano e poi tornavano a litigare. Forse c’entrava anche il ruolo di mio nonno, che amava moltissimo Gianni (era il maggiore) e si rispecchiava in lui. Amava anche molto Dario (il più piccolo), che lo avrebbe seguito come importante ispanista (mio nonno – oltre che scrittore – era stato anche tra i primi a tradurre e a introdurre il Italia la letteratura spagnola). Massimo era in mezzo, tra due fratelli promettenti e dominanti. Credo ne abbia risentito: anche perché negli anni della Resistenza aveva avuti problemi di salute ed era rimasto un po’ ai margini rispetto ai fratelli. Ma mi è difficile essere oggettiva: lo vedevo attraverso gli occhi di papà, che non sempre erano generosi con lui – e certamente non erano oggettivi. Dopo la morte di papà, prima di fare il film Il fratello, Massimo aveva scritto un breve racconto che ora è nel libro di Laura. Era molto bello: più bello del film che a me non è piaciuto.





Nino Manfredi e Eleonora Rossi Drago in L'impiegato (1959)


A quasi cinquant’anni dalla scomparsa, cosa Le manca di più di suo padre come uomo e come regista?

 

Di mio padre, come regista, non mi manca niente. O meglio: la domanda non può essere fatta a una figlia che, per di più – e proprio dissuasa dal padre – ha scelto di fare un altro mestiere.

Mi manca invece il padre e mi è mancato tutta la vita. Non tanto come “figura paterna”, ma come persona con la quale confrontarmi, consigliarmi, condividere le esperienze, amare ed essere amata. Ancora adesso, dopo tanto tempo, qualche volta ci parlo, come se fosse qui e ne ho una struggente nostalgia.

Mi manca il grande compagno di cinema: perché era uno dei nostri modi di stare insieme. Mi manca il lettore appassionato con il quale scambiare  libri e giudizi. Mi manca il lettore eccezionale che era e che avrebbe potuto valutare il mio lavoro con il suo sguardo penetrante e la sua intelligenza. E mi manca il suo affetto, attento e svagato, e la sua visione del mondo.

Qualche giorno fa, mettendo a posto delle carte, ho ritrovato un suo certificato di “Cittadinanza” e ho realizzato con sgomento che, se fosse ancora vivo, avrebbe 100 anni. Del resto io oggi sono molto più vecchia di lui quando è morto. E forse, in tutti gli uomini che ho avuto accanto, ho continuato a cercarlo.

La vita mi ha insegnato che bisogna rassegnarsi all’assenza delle persone amate e cercare di farle vivere dentro e attraverso di noi.

 

***

 

Chiudiamo questo pezzo con un sentito ricordo di Don Backy: “Puccini mi vide in televisione mentre al Festival di Sanremo nel 1967 cantavo la mia canzone L’immensità e trovò che la mia fosse una ‘faccia da cinema’: pertanto rintracciò un agente cinematografico, Roby Ceccacci, per far sì che mi contattasse. Voleva offrirmi la parte di uno dei sette fratelli Cervi. Così inizio la mia carriera nel cinema che conta.

Sul set c’era un clima davvero molto familiare. Vivevamo tutti all’Hotel Astoria di Reggio Emilia e questo favoriva l’amicizia. Mi è molto caro il ricordo, perché il periodo coincise con il primo posto nella Hit Parade della mia canzone Poesia e ricordo i festeggiamenti che tutta la troupe mi fece. In seguito, Gianni mi dedicò una poesia, firmata anche da Gabriella Pescucci, che allora era la sua compagna. Mi commosse, perché dimostrava di essermi rimasto affezionato, nonostante fosse trascorso un anno dalla lavorazione del film.

Gianni era una persona estremamente gentile e affabile, buono di cuore e di carattere, forse anche troppo. Il che faceva sì che subisse qualche volontà registica da parte di Gian Maria Volonté, che virava più sul lato politico che umano. Dopo la pausa, io ero solito addormentarmi per un po’ chiuso in un enorme scatolone dove tenevano gli abiti di scena. Ricordo quando Gianni venne a svegliarmi, per dirmi che Poesia era prima in Hit Parade”.





Gian Maria Volonté e Don Backy, protagonisti di I sette fratelli Cervi (1968)





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