SPAZIO LIBERO
APPELLO-MANIFESTO
Napoli: Saletta
Rossa a rischio.
La questione
della bibliodiversità


      
Un gruppo di intellettuali napoletani ci ha inviato questo scritto, tra analisi e proposta, dedicato al tema della progressiva dissoluzione del circuito librario e culturale, osservato sullo scenario della città partenopea. Dove in questi ultimi anni stanno chiudendo i battenti molte librerie e case editrici indipendenti che pure hanno dato luogo ad una produzione di alto profilo intellettuale. Urge un confronto con gli enti locali (Regione, Provincia, Comune), per misure di riconversione e di ridisegno delle risorse e dei beni pubblici. La battaglia per la salvaguardia della differenza culturale è una cruciale battaglia di libertà.
      



      

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Non accade solo a Napoli. Sta avvenendo anche altrove in Italia. E, purtroppo, non solo in Italia. È il porsi in essere, in maniera sempre più corposa, del rischio della fine della diversità.

Questo, né Michel Foucault, né Lacan, né Derrida, che hanno scommesso, se non tutto, certamente molto sulla diversità, potevano prevederlo: quella che doveva essere una leva formidabile per sollevare il mondo umano a comprendersi e a valorizzarsi meglio sotto molteplici aspetti, non solo mentali, ma anche comportamentali, oggi è in ritirata precipitosa, anzi in fuga, mentre si lascia alle spalle paesaggi da Ground Zero. Si annunzia, di contro, una vittoria non di Pirro, schiacciante e a rischio di definitività sotto l’incontrastato, dilagante, avvolgente potere del Medesimo, delle tautologie, delle omologazioni, delle omofonie senza fine, con possibilità di cambiamenti solo entro i programmi studiati e imposti dalle Grandi Società del capitalismo avanzato per quelle che sono state chiamate le “oscillazioni del gusto”, studiate a tavolino e concesse graziosamente ai greggi delle masse umane per rinnovare le targhette e le immagini di pretesi nuovi prodotti e di nuovo gusto.

In tale massacro è coinvolta anche la cultura, insieme con l’editoria, su cui ci soffermiamo a campionatura in questa nota, considerando da testimoni quanto avviene e minaccia di avvenire in maniera ancora più devastante a Napoli in un futuro non molto lontano. Anch’esse, come tutto l’altro esercito della diversità, battono in ritirata, “fouttrent le champ”, direbbero molto efficacemente i francesi. È come se stessero scivolando su un clinamen che inarrestabilmente le porta verso un’alienazione progressiva e totale dell’autonomia, cioè verso “los desastres”, per dirla con Goya.

Ma quale alienazione, quali disastri?, potrebbero obiettarci con baldanza quelli che hanno fede liberisticamente nelle “magnifiche sorti e progressive” dell’umanità. Che potrebbero allegare a

sostegno della propria posizione, insieme con riscontri di cifre altisonanti, le argomentazioni che mai come oggi le informazioni si diffondono in tempo reale nell’ambito del “villaggio globale” che siamo, mai come oggi, grazie ai social network, miliardi di individui hanno potuto, possono accedere liberamente alle notizie e alle conoscenze per farne uso in libertà, mai come oggi, su modelli globalistici, l’editoria materiale (su supporto cartaceo) e immateriale (via web) ha avuto autostrade aperte in infinite direzioni.

Di fronte a queste e analoghe osservazioni, bisognerebbe solo alzare le mani e ammettere di soffrire di inguaribile depressione. Ma non ce la sentiamo di arrenderci, perché qualcosa dentro ci conferma che non è questione di mutria, perché la tragedia c’è e sta tutta in esposizione sulle spiagge che ci sono di fronte sotto una luce solare implacata. Osiamo, perciò, proporre all’attenzione altrui, per appunti, fatti e circostanze, che a noi risultano irrefutabili, costituiti come sono sulla cifra dell’oggettività, che non possono essere rimossi con semplici appelli all’ottimismo e al pensare positivo.

Quello che vediamo di qua, noi che assumiamo il punto di vista degli individui che hanno consapevolezza di vivere hic et nunc, che se falliscono, pagano il fallimento sulla propria pelle e su quella dei familiari e dei consociati, che, se sono sopravanzati dalle travolgenti situazioni in svolgimento, affondano per sempre nell’oblio, è il paesaggio della desolazione e della desertificazione dove si scorgono rovine, rovine, rovine. Insieme con incendi che avanzano e stanno per soffocare e abbattere alcuni fortilizi, dove tuttora si resiste, senza tuttavia sapere fino a quando si riuscirà a difendere il luogo e la propria persona. Qua e là, poi, su queste pianure desolate, sono sorti o stanno sorgendo palazzi superbamente moderni, da centri direzionali, che si spartiscono fra loro le zone di influenza e di controllo, come avveniva nel passato tra le grandi potenze, quando si trattava di stabilire, per grandi linee e per tagli brutalmente geometrici, i confini delle proprie e altrui colonie.

Ma partiamo subito dalle rovine, per arrivare, poi, alle cattedrali.

Per quanto riguarda le librerie e le case editrici a Napoli, il quadro, in estrema sintesi, è quello della funebrità. Gran parte delle librerie, che da soggetti in formazione frequentavamo assiduamente e utilmente negli anni della ricostruzione e del decollo industriale del Paese e che abbiamo continuato a frequentare fino alla loro chiusura, è scomparsa: al loro posto oggi campicchiano negozietti di chincaglierie, bottegucce artigiane, baretti, caffettucci, rosticcerie, che certamente hanno a che fare con la cultura essi pure, ma con quella del consumo, dell’intrattenimento e dell’effimero, non con quella della lievitazione mentale, del suggerimento ideale, della proiezione in avanti, che in umiltà e grande disponibilità al dialogo era efficacemente erogata da quelle librerie, piccole e grandi, dove i responsabili e perfino i loro collaboratori facevano orientamento, cioè sapevano di che cosa essi disponessero e a chi potesse essere più utile il prodotto. Esattamente in maniera diversa, se non opposta a quanto avviene negli attuali nuovi punti di vendita libraria, dove la merce è merce, che si apprezza in base al numero delle richieste e delle vendite, alla notorietà e al clamore che circondano l’autore-personaggio, particolarmente se frequentatore di ambiti mediatici, alla sigla del grande editore, all’attrazione della copertina. Soprattutto, in base al fatto che tutti ne parlino e al fatto che il prodotto abbia acquistato visibilità sui media, che è la garanzia certa e definitiva dell’importanza di uomini e cose, di detti e fatti. E di idee.





15 artisti di due generazioni: Renato Fascetti, Antonio Fiore, Alba Gonzales, Luigi Mazzella,Fernando Rea, Francesco Varlotta, Mariangelo Zappitelli, Corrado Bonicatti, Antonella Cappuccio, Franco Cilia, Gabriella Di Trani, Vittorio Fava, Franco Paletta, Renata Rampazzi, Edoardo Stramacchia


Dove sono più le librerie d’antan? Dove è finita quella loro atmosfera  accogliente e familiare, che favoriva incontri, scambi di battute, circolazione di informazioni e di pettegolezzi, dove si conservavano chicche per bibliofili e perfino dei tesoretti di gran valore, come qualche copia del 1744 della Scienza nuova di Vico o Le operette morali di Leopardi del 1827 o I promessi sposi del Manzoni del medesimo anno, insieme con degli incunaboli del Quattro-Cinquecento, che incantavano i giovani innamorati del libro, senza tuttavia potersene annettere in loro proprietà almeno uno a campione, perché scarsi erano i soldini nelle loro tasche? Che, intanto, restavano lì a lungo a dar lustro al “libraro” e ad accendere la fantasia dei giovani ricercatori, ma anche degli studiosi e degli esperti in età provetta e già affermati in carriera.

Quante suggestioni di ricerca, quante domande per successivi scandagli culturali  sono germinate lì dentro, in questi punti di piccoli commerci, che funzionavano da agenzie culturali integrative degli istituti-laboratorio ufficiali di idee e di trasmissione di metodo, quante curiosità, che, se anche non hanno avuto sviluppo e soddisfazione, hanno continuato a stare in circolo nell’immaginario e a sollecitare per via mediata il profilarsi di attenzioni parallele.

Una gran parte di quelle librerie oggi fa parte soltanto della memoria storica della Napoli di allora, ma tra non molto sarà cancellata anche da tale registro, quando i custodi di questa memoria scompariranno dalla scena. E sarà una perdita non piccola, perché molte di quelle botteghe funzionavano, quando potevano maturare o maturavano le occasioni, come officine di editoria benché episodica e occasionale o minore e minima, che però nell’insieme faceva evento e acquistava senso: se si potesse mappare unitariamente la produzione libraria fiorita per merito di quelle botteghe e con la loro collaborazione, ci si potrebbe affacciare su aspetti della vita culturale della città, che al momento restano latenti.

Sulla cifra, poi, della bottega si sono costituite e sono cresciute, fino a raggiungere il profilo di alta e molto significativa editoria delle aziende, che sono legate a filo doppio con la storia ufficiale di Napoli, quali la Morano, per i cui tipi stamparono le loro opere, tra gli altri,  Luigi Settembrini e Francesco De Sanctis, la Liguori, che, oltre alle dispense universitarie degli anni Cinquanta e Sessanta, ha avviato la pubblicazione di collane di alto valore scientifico, la Loffredo, attenta sia ai testi scolastici, sia ai testi di cultura varia, la Libreria Scientifica Internazionale Treves in via Toledo, la Libreria Gaspare Casella, aperta agli sperimentali e ai futuristi e molto cara ad Alberto Savinio, la Libreria Pierro in Piazza Dante, che a cavallo tra Ottocento e Novecento ha stampato libri di D’Annunzio e di Salvatore di Giacomo, la Rispoli Editore che teneva le porte aperte agli autori di teatro, la Società Editrice Napoletana, la Bideri aperta a teatro e musica, la Iodice e tante altre.

Materialmente, che cosa oggi resta di vivo a Napoli di tutto ciò? La Morano conserva come segno di nobiltà dei locali in un palazzo storico nei pressi di Piazza San Domenico e frammenti di un archivio importante. La Liguori ha fatto fallimento come libreria, ha ceduto i suoi locali di via Mezzocannone ad un’altra casa editrice, intanto è impegnata a rilanciarsi editorialmente da via Posillipo. La Loffredo, che aveva la sede storica a Spaccanapoli e che ha stampato, tra l’altro, edizioni scientifiche di testi classici, sta per abbandonare, per gravi difficoltà, gli splendidi locali della Galleria Vanvitelli al Vomero, per ridimensionarsi possibilmente lì nelle vicinanze, a Piazzetta Fuga, e sopravvivere decorosamente, come è nel suo stile storico. La Treves è in esilio sotto i porticati della Chiesa di San Francesco di Paola in Piazza Plebiscito ed è aperta un giorno sì e due no. La Libreria Gaspare Casella non stampa più, intanto, ha cercato di  non morire con un po’ di antiquariato. La Pierro è finita da tempo e nei suoi locali c’è la libreria di Tullio Pironti. La Rispoli ha chiuso. La Sen è fallita. La Bideri non c’è più, e così la Iodice. E così la Glaux e tante altre imprese, che bisognerebbe citare con rispetto.

Di tutti questi protagonisti editoriali, che hanno contraddistinto l’attività editoriale di Napoli e a Napoli, manca un atlante, insieme con una ricostruzione storica e critica, supportata da specifici regesti. Il guaio è che con una Università impegnata a discutere di norma di quello di cui si discute, per tenersi à la page, e in primis ad  autocelebrarsi o commiserarsi riguardo al giudizio che se ne dà fuori dazio, intanto disattenta nei confronti delle situazioni in movimento sul territorio, sono oggettivamente conniventi gli stessi soggetti interessati, che non hanno mai perseguito ipotesi forti di coagulo e di difesa dell’immagine comune, non hanno mai incalzato istituti universitari e di ricerca, fondazioni, giornali, riviste, eventi culturali di carattere nazionale e internazionale, per far sorgere e mettere in circolazione il profilo di quello che era accaduto, che in città stava accadendo, che si proiettava verso il futuro. Così il cieco patriottismo di bottega, costituito sulla cifra di bancone-e-assistenzialismo, ha operato nei fatti masochisticamente contro sé stesso e a danno di quello di significativo e lievitante che si era fatto, si faceva in bottega. D’altronde, a Napoli, una cultura almeno cooperativistica, se non come quella che ha ispirato la Lega anseatica nella Germania del basso Medioevo e degli inizi dell’età moderna, non è mai attecchita, non ha mai trovato terreno favorevole per attecchire.

In un tale contesto di luttuosa negatività, sta andando in scena un episodio particolarmente emblematico del dramma dell’estinzione dell’editoria delle aziende a conduzione familiare, che si assumano il compito di avvicinare le punte di autonomia e diversità. È la vicenda della Guida, che significa tante cose insieme, ma che innanzitutto è “nnu piezz’ e core”, per dirla con Eduardo, della vita culturale di Napoli e non solo di Napoli.

Guida significa la Libreria per eccellenza a Napoli. La sua vicenda si innerva organicamente nella Napoli del Novecento e dei primi anni del nuovo secolo. Per decenni, nel corso del secondo Novecento, sotto la sigla di Guida si comprendeva la catena più diffusa ed efficiente di librerie in città e in Campania e in tutto il Mezzogiorno: oltre alle librerie di Port’Alba, del Vomero, di Piazza San Domenico, c’erano quelle impiantate e operative anche per eventi culturali insediate nei capoluoghi di provincia (Avellino, Benevento, Caserta e Napoli) e quelle dislocate in provincia (da Ischia a Santa Maria Capua Vetere, ad Ariano, a Sant’Angelo dei Lombardi). Nessuno, che sia alfabetizzato in città e nei dintorni, non è entrato almeno una volta in vita sua, per acquistare un libro o avere un’indicazione utile, in una di queste librerie e nella sede principale, che è a Port’Alba, ‒  fra poco dovremo dire “era”, se non si riesce a rimediare alla brutta piega che hanno preso le cose da qualche anno a questa parte di dichiarazione di fallimento e di sequestro dei beni, compresi i prodotti librari della Casa editrice.





La libreria Guida di Port'Alba a Napoli


La sede di Port’Alba è stata il ganglio principale dell’attività libraria. Ma qui, anche ci sono, c’erano gli uffici amministrativi, l’équipe redazionale, parte dei depositi. E c’è la Saletta Rossa, attualmente minacciata contestualmente di chiusura definitiva. Quella Saletta Rossa, che è stata il fiore all’occhiello per Guida e per la città, in quanto laboratorio di alto profilo di dibattiti, di prospettive centrali e decisive per il mondo contemporaneo, di idee in incubazione. Che ha ospitato Premi Nobel, poeti quali Ginsberg e Sanguineti, scrittori e intellettuali, quali Umberto Eco e Natalino Sapegno, Argan e Sartre. Che ha allevato una generazione di critici e scrittori, tra cui ci sono Achille Bonito Oliva, Felice Piemontese e Silvio Perrella. Che ha funzionato da galleria d’arte. Che ha creato occasioni per la formazione di progetti per Napoli e per il Sud.

Sull’esempio della Saletta Rossa, poi, pulsavano iniziative analoghe e talora simultanee presso le altre librerie Guida, dove si sono animati eventi, con la partecipazione di prestigiose personalità della cultura, dell’arte, della politica. Tutto l’insieme attivava una circolazione di idee e di suggestioni, che aveva forti e decisivi effetti di ricaduta non solo a Napoli e in Campania.

Adesso si minaccia di spegnere definitivamente le luci della Saletta Rossa. E si minaccia insieme di mettere la parola fine anche sulla libreria. Ne resta fuori l’attività editoriale, che ha il compito non lieve di salvaguardare una nobile tradizione e insieme di ridisegnarsi all’interno delle nuove situazioni in movimento. La produzione editoriale precedente, si rispecchia in un polposo e articolato catalogo, dove si intrecciano dialoghi con e tra istituti culturali e facoltà universitarie, si stampano atti di convegni internazionali, si traducono e si diffondono le opere di Heidegger, Dilthey, Bachofen, Kereny, Kant, Schelling, si ripropongono in maniera critica trattati di storia dell’architettura, si pubblicano, sotto la direzione di intellettuali accreditati, collane di storia politica e di storia della storiografia, di diritto pubblico e dottrina dello Stato, di ripescaggio di testi rari dalla letteratura del Grand Tour, di approfondimento dei grandi temi del liberalismo, di teatro, di poesia e narrativa, di arte e architettura, di attualità, di documenti e di studi dell’Università Federico 2°, di saggistica. Senza dire che a questa Casa editrice si sono rivolti molti autori per le loro prime prove trovandovi ospitalità e che di qua sono partiti taluni affermandosi poi splendidamente sul piano nazionale, come ad esempio Erri De Luca.

A un centro di produzione e diffusione della cultura come questo, oggi in cambio si restituisce da parte della società italiana un semplice addio, accompagnato da qualche gesto di malinconica o arrabbiata solidarietà.

Sul che fare, ci si orienta maggioritariamente da parte degli amici a rivolgere appelli accorati ai politici e alle istituzioni. Vengono richiamati esempi di intervento di sostegno, come avviene all’estero e si pensa naturalmente alla Germania, alla Francia, all’Irlanda, dove le amministrazioni regionali, sistematicamente o per occasioni, erogano generosi contributi di incentivazione all’editoria locale. Si invocano provvedimenti di urgenza e in deroga, assumendo a interlocutore principe lo Stato sia centralmente, sia nelle sue articolazioni sul territorio.

Noi, egualmente, pensiamo alle istituzioni pubbliche, ma in termini diversi. Innanzitutto, perché il Papà-Stato italiano in questo momento è in cattive acque e deve farsi ogni momento i conti in tasca, per non andare a sbattere contro lo scoglio del default esso stesso. E amen per tutto il Paese. Poi, perché si guarda, non a iniziare da questo momento, a scenari di una società liberale, all’interno della quale le funzioni dello Stato si devono esprimere, nella forma e nella sostanza, sul terreno del raccordo e del potenziamento della vita sociale, politica, economica, culturale, e insieme del riequilibrio e della solidarietà fra le parti, di tutela dei diritti di tutti. All’interno di tale prospettiva, interventi statali a favore di privati nel campo dell’editoria e della cultura possono risultare vischiosi, espressi sotto il marchio del paternalismo, per parlare in termini smorzati ed eufemistici. La cultura e l’editoria, all’ombra dello Stato, infatti, si espongono puntualmente a manipolazioni strumentali e allotrie.

Piuttosto, bisogna attivare processi di raccordo e di collaborazione con Enti, Associazioni, Fondazioni, Università, giornali, gruppi interessati ai destini della cultura, perché si ridisegni e si rafforzi una reticolarità di interazioni utili per tutti gli interlocutori a dar maggiore vigore complessivamente all’intera comunità. Occorre aprire un rapporto di dialogo con gli Enti locali, (Regione, Provincia, Comune), perché la crisi, che attanaglia il Paese e non solo il nostro Paese, sia occasione di riconversione e di ridisegno delle risorse e dei beni pubblici, come si sta pensando già da parte dell’Amministrazione comunale di Napoli, riguardo al recupero e alla valorizzazione dei beni comuni e alla rifunzionalizzazione in senso sociale di queste strutture. Per tale via, si potranno affrontare e forse risolvere anche tante altre questioni aperte, prima tra le quali è la risistemazione degli archivi e delle biblioteche, come quella dell’Istituto Italiano per gli Studi Filosofici, che giace imballata in casse tenute in deposito altrove.

Bisogna anche provare ad allacciare cinghie solidaristiche e cooperativistiche con altre case editrici, che sono venute alla luce in questi ultimi tempi, e che corrono egualmente il pericolo di essere oscurate, insieme coi loro prodotti e i loro autori, dall’incombere di un totalitarismo, dalle maniere soft e impercettibili, ma senza pietà per gli altri, delle grandi Case editrici e dei grandi Gruppi, che si interessano della cultura, fondamentalmente per controllare il gusto e l’intelligenza in senso omologante, gregario e pacificatamente unidimensionale.

La sfida per la libertà e la diversità oggi va combattuta su questo fronte, al di qua di ogni rassicurazione pregiudiziale. E di ogni ottimismo gratuito e di maniera.     

 

 

 

    Francesco Paolo Casavola, Mauro Maldonato, Aldo Masullo,

Eugenio Mazzarella, Giovanni Polara, Ugo Piscopo, Aldo Trione

 




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