LUOGO COMUNE
TRE POETI ESORDIENTI
Mi illumino
nei versi


      
Una prospezione critica su un trio di giovani autori toscani, accomunati dall’anagrafe, ma assai diversi per posizionamento poetico. Il 26enne Bernardo Pacini con la raccolta “Cos’è il rosso” porta a una prima maturazione una scrittura satirica e corrosiva che sembra sia alla ricerca di un’epifania impossibile. Il 28enne Diego Salvadori in “LDS – Luci di sospensione” sviluppa una dimensione corporale del sentire assai radicale, condotta fin quasi agli estremi del sadomasochismo, però di contro la costruzione metrica e armonica del testo risulta molto controllata ed elegante. La 29enne empolese Cristina Battaglini nel libro “Psikiatria” inserisce la poetessa americana Anne Sexton tra i ‘personaggi’ dei suoi testi che hanno una forte carica performativa, e accolgono ‘L’esigenza di dare corpo alla dimensione dell’inconscio poetico attraverso la musica, in una simbiosi che è un corpus unicum’.
      



      

di Simone Rebora

 

 

Bernardo Pacini, Cos’è il rosso, introduzione di Gianfranco Lauretano, Firenze, Edizioni della Meridiana, 2013, pp. 110, € 10.00


Diego Salvadori, LDS – Luci di sospensione, prefazione di Monia B. Balsamello, Empoli, Ibiskos Editrice Risolo, 2011, pp. 86, € 10.00

 

Cristina Battaglini, Psikiatria, Pesaro, Thauma, 2012, pp. 60, € 10.00



La selezione qui proposta non ambisce a esaurire un panorama ricchissimo di nuovi stimoli – anche se, spesso, eccessivamente disperso in un underground frantumato. La città di Firenze ne resta il centro nevralgico, ma gli sviluppi si spingono ben oltre le rive dell’Arno.

 

Ad aprirla, un libro ancora fresco di stampa, pubblicato da un poeta giovane (classe 1987), ma già ampiamente noto negli ambienti culturali fiorentini. Bernardo Pacini, vincitore del premio De Palchi-Raiziss 2012, collabora con il Centro di Poesia Contemporanea dell’Università di Bologna e, non solo a Firenze, lo si può incontrare in occasione di eventi e reading poetici (assieme a Paolo Fabrizio Iacuzzi coordina la rassegna M’illumino di un verso). Cos’è il rosso rappresenta il punto di arrivo coerente e ben strutturato di una ricerca maturata senza fretta e con dedizione, perché «è assassinio delle cose provare a dirle / senza sprofondarci» (p. 48). A dir la verità, la superficie del dettato sembrerebbe piuttosto suggerire una vena ironica, quasi scanzonata. Tantissimi sono i giochi di parole, i lazzi di una voce che non si prende troppo sul serio. Costante è la tendenza a parodiare, a citare la tradizione (o il luogo comune) rovesciandolo nell’improbabile: come nell’exergo “scioglilinguistico” «Tra il faro e il mare c’è di mezzo il dire» (p. 47), o nel titolo (apparentemente) sacrilego della poesia Lambrus’ dei, qui tollis peccata mundi. Apparentemente, perché la satira di Pacini non giunge mai a smontare il suo oggetto, anzi, sfrutta proprio le sue qualità corrosive per indagarlo più a fondo. Sembra insomma che l’obiettivo principale della sua poesia sia la ricerca di un’epifania impossibile, per una realtà ormai irrigidita nelle strutture della società contemporanea. Di fronte a essa, il poeta diviene «un dante che ha lasciato virgilio / per google» (p. 37), bardo bastardo che sceglie di auto-parodiarsi, perché sa che questo è il solo modo, oggi, per tentare l’essenza dell’essere. Dopo aver starnazzato a un incauto pedone la certezza di un codice (quello stradale: «“Idiota ma lo sai cos’è il rosso?”», p. 17), sceglie piuttosto la via del dubbio semantico, del circuito ermeneutico che non può esaurirsi («“E tu / lo sai / cos’è il rosso?”», ibidem). Il mondo che ci presenta, è un mondo di piccoli gesti quotidiani, intrisi d’ironia ma anche di una sofferenza atavica (il rosso diviene quello del sangue), in una giostra d’inestirpabili violenze e prevaricazioni: il ghiaccio che «sfrigola stridulo / il suo canto di cigno» (p. 29) è assassinato da un succo d’arancia; la cena è sadicamente soffocata «con il ketchup per renderla / più viva e dolciastra» (p. 32). Un profondo dolore è dentro le cose, e affligge persino gli oggetti inanimati. Ma come tale, esso offre un’estrema opportunità di salvazione, per chi voglia compiere lo sforzo di comprenderlo. Ed è camminando per le strade di Ronda, città spagnola che puzza di rame e di arance marce, che il poeta scende fino alla sorgente delle cose, dove l’io e il mondo hanno gli stessi confini:

 

E naso in alto o bocca sulla guancia di lei

arrivo in fondo alla mina

del Rey Moro

al bacio dell’acqua azzurra

a imburrare le mie dita

delle umide pareti carsiche

che cingono la tua anima, Ronda

 

e la mia

(p. 82)





I versi di Bernardo Pacini sviluppano in genere un ritmicità pacata, che non sforza mai l’eloquio nella declamazione, prediligendo semmai i movimenti sincopati. La metrica rifugge le costruzioni classiche, ma senza demolirle. Settenari ed endecasillabi compaiono di rado, come pure le rime, mentre abbondano le anafore e le assonanze. Ma, oltre allo svago di un Sonetto al limone (p. 77) distillato di tutto punto, c’è soprattutto un immaginario ampiamente modellato sulla tradizione, con richiami alle figure del mito classico, con tipi e personaggi sapientemente trasfigurati dall’obliqua luce del verso. Il lessico è generalmente prosastico, ma non mancano infiltrazioni colte, in particolar modo dalla nomenclatura scientifico-biologica. Il repertorio sensoriale fa ampio riferimento alla corporalità: odori, cibi e sapori, che non sfociano però mai nella pura visceralità. E lo scavo più profondo è forse proprio nel laboratorio dello scrittore, donchisciottesco paladino che sguaina la sua penna, per colpire solo se stesso (cfr. Harakiri, p. 97). Firenze è lo scenario privilegiato di quasi tutte le sue liriche: una città descritta con una confidenza tale, che solo chi la conosce a fondo potrà coglierne i precisi contorni.

 

Ben diverso è il taglio del secondo titolo in rassegna, LDS – Luci di sospensione di Diego Salvadori. Qui la dimensione corporale è molto più spinta, condotta fin quasi agli estremi del sadomasochismo (come dimostra la disturbante immagine di copertina). Ma, sorprendentemente, la costruzione metrica e armonica risulta molto controllata ed elegante. Il poeta sperimenta a più riprese strutture ritmiche raffinate, che non disdegnano l’endecasillabo, inserendolo poi in una rete complessa di sottili variazioni sulle misure minori. Il risultato è una nenia ammaliante, che esalta per contrasto la violenza espressiva dei contenuti. Una nenia che, a tratti, risulta solo fin troppo insistita:

 

Sprofondo nel vuoto,

in fondo al mio Io.

Un mondo incantato, ignoto prodigio.

Mi fermo a guardarli,

dissolvermi voglio.

(p. 62)

 

Il lessico impone una generale impressione di gusto agrodolce, accostando vezzeggiativi e figure eteree a improvvise brutalità:

 

Bombardamenti

tsunami del mio cazzo

rivoli di panna sui bignè di te bambina,

che mordo e che lecco,

tra spasmi nella notte

(p. 51)





Più volte compaiono “bambine”, “damigelle” e “bamboline”, cui si accostano, quasi senza soluzione di continuità, richiami al basso corporale o alle sostanze stupefacenti, narcotiche, semplicemente velenose. Senza soffermarsi sull’LDS-LSD del titolo, basti citare l’accostamento tra la luce del sole sulle gambe («Asperso aloe sulla pelle umana», p. 67) e le «Benzodiazepine gocciolanti, / dal vetro un po’ incrinato, / lì a guardarmi» (ibidem). Un’ambiguità insistita, che non sempre sfugge a certe derive morbose, specie quando il gioco si fa paradossalmente didascalico («Le pene sono un unico “Maschile”, / Il sostantivo. La / vocale aperta», p. 71). Ma in generale il poeta si destreggia con grande abilità in un campo minato insidiosissimo, avendo cura di controbilanciare costantemente i versanti estremi del suo immaginario. Da un lato, abbiamo un mondo quasi di sogno («Dolce / fatata / mano di dea», p. 35), che si offre alle più vive e commosse descrizioni. Dall’altro, questo stesso mondo si chiude come un’infida morsa («Morbida / calda / spietata / apnea», ibidem) che non sembra lasciare scampo alcuno. La poesia s’installa al centro, come quelle “luci di sospensione” da cui la realtà può essere osservata «nel vortice / fisso / dell’eterno» (p. 13). E se Pacini tastava la superficie delle cose, ne tentava le fessure per scoprirne la profondità, Salvadori sembra invece riemergere da quell’abisso, pronto a sprofondarvi nuovamente.

Negli ultimi anni, l’attività di Diego Salvadori (nato a Empoli nel 1985) si è sviluppata soprattutto sul web: ha già pubblicato due raccolte online (Fetish e Minotauro), gestisce il blog Cattività di Parola, e sulla rivista El Aleph tiene la rubrica Orizzonti di attesa.

 

Un sottile cordone ombelicale lega la sua raccolta alla terza qui in esame, Psikiatria di Cristina Battaglini (anch’essa empolese, classe 1984). Entrambi i libri sono infatti aperti da una citazione di Anne Sexton: e se Salvadori la dispone nella canonica posizione di exergo, la Battaglini sceglie invece di inserirla tra i “personaggi” della sua raccolta. Con Psikiatria, insomma, assistiamo a una “messa in scena” di quel disagio, precedentemente esplorato con movimento pendolare. Questa operazione pone subito un forte problema classificatorio: la poesia di Psikiatria non si esaurisce infatti nella sola esperienza di lettura. Come annota l’autrice stessa: «Nasce con Jacopo Arrighi l’idea della performance Psikiatria. L’esigenza di dare corpo alla dimensione dell’inconscio poetico attraverso la musica, in una simbiosi che è un corpus unicum» (p. 56). Poesia come performance, insomma, che Cristina Battaglini investe subito di un’intensa carica engagé, con una serie di reading dentro e fuori la Toscana, tra Firenze, Bonn e Graz. Anch’essa gestrice di un blog (Violenta est poesia), è fondatrice del Manifesto poetico Renaissance Poetry, Terrorismo Poetico Estemporaneo. Propositi incendiari che si riflettono nella trama avanguardistica della sua scrittura, volutamente forzata fino ai limiti tipografici del foglio, con una sovrabbondanza di grassetti, corsivi e variazioni nella disposizione e dimensione dei caratteri. Un breve assaggio per darne l’idea:

 

Il feto

in lamento

inseminato

un letto bianco

nascerà un tronco di beton

 

E dalla bocca partorì la

Menzogna

(p. 53)





La “scena” che ci viene descritta, è quella di un ospedale psichiatrico. E la voce della poetessa si perde di volta in volta in quella di chi sta parlando (Anna, Cristina, Giovanni, etc.). La breve prosa introduttiva suggerisce persino un ulteriore filtro, quello di Lucilla, «la figura femminile invisibile del testo – […] nostra traghettatrice immaginaria» (p. 5). Il sovrapporsi di questi dispositivi rende l’analisi del testo assai ardua, anche se – occorre dirlo – nessuno degli espedienti stilistico-tipografici può dirsi del tutto originale. Ciò che rende inappropriata una sua riduzione entro gli stilemi delle avanguardie primo-novecentesche o del movimento beat, è il sostrato profondamente filantropico che lo anima. La carica più eversiva della poesia, nel XXI secolo, torna sempre a toccare le radici di un nuovo umanesimo, dopo che la ragion d’essere di quello storico è stata stuprata e svilita dalla voracità consumistico-informazionale di questa nostra era del “2.0”.

 

Una piccola nota a margine meritano le case editrici che hanno reso possibile la diffusione di questi testi. Delle Edizioni della Meridiana, fondate a Firenze nel 1998 da Andrea Ulivi, si è già parlato su “Le Reti di Dedalus”: occorre semmai precisare che la poesia non è il loro unico campo di specializzazione, con collane dedicate all’arte, la fotografia, la narrativa, la saggistica, il teatro e il cinema (a fianco dell’Istituto Internazionale Andrej Tarkovskij). Ibiskos Editrice Risolo, nata nel 1984 a Empoli, presenta in catalogo traduzioni joyciane e ristampe anastatiche di Italo Svevo, ma è anche attenta ai giovani e alla poesia, in particolare con il Premio Letterario indetto ogni anno, che premia i vincitori con una pubblicazione gratuita. Le Edizioni Thauma di Pesaro hanno invece fondato una “collana poetica itinerante”, che si avvale della collaborazione di uno o più curatori per ogni regione, «al fine di unire l’Italia poeticamente, attraverso un reale incontro fra scrittori».




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