FILOSOFIE DEL PRESENTE
RIPENSARE IL REALE
Tra due fuochi
con Žižek e Joyce


      
Nota critica sul mondo come campo d’azione determinato dagli atti di parola, alla luce del più recente libro del filosofo sloveno “Chiedere l’impossibile” pubblicato in Italia da Ombre Corte; e dei racconti joyciani di “Finn’s Hotel”, tradotti da Ottavio Fatica, che sono una raccolta di pezzi narrativi finora inediti e intertestualmente prolettici del celebrato “Finnegans Wake”.
      



      


di Stefano Docimo

 

 

1.      slavoj žižek, chiedere l’impossibile, a cura di Yong-june Park, ombre corte, novembre 2013. € 13,00

2.      james joyce, finn’s hotel, racconti. Traduzione di Ottavio Fatica, disegni di Casey Sorrow, Gallucci editore, novembre 2013. € 13,00

 

 

fuoco n.1

 

(Scrivere l’impossibile)

 

 

  acta est fabula, plaudite! Così, com’è come non è, o con formula piena: «Dopo di che com’è come non è per tirare le fila di quella rimpatriata lunga assai da cronicare... »[1], ci ritrovammo in quella che Slavoj Žižek ama ridefinire quale farsa ubuista: «L’attuale ubuismo del potere... sta in forte contrasto con i due totalitarismi del ventesimo secolo, fascismo e stalinismo, che insistevano entrambi sull’intoccabile dignità di coloro che stavano al vertice del potere.» e che oggi appaiono – soprattutto per quanto riguarda il fascismo – in tutto il loro aspetto grottesco, ridicolo e pagliaccesco, oppure pressoché mummificato... viene oggidianamente svelato, appunto, come accade nell’odierna politica «ubuizzata» dove «l’impossibile diventa possibile, e questo tipo di autoderisione avviene sempre, mentre il potere continua a funzionare senza intoppi»[2]. Anche se andrebbe aggiunto che gli intoppi fanno parte della glabra e spesso involontaria autoironia, con cui un potere sfilacciato e imbolsito fa da deriva all’arroganza di vecchi e nuovi manichini da fiera, o alle orde recrudescenti di fascismi sempre in agguato – ahimè, o forse ahinoi – che dopo la caduta del muro hanno ripreso fiato in modo inverecòndo assai... Per cui, com’è come non è, anche Žižek riprende a parlar latino, rovesciandone in primis l’antico detto Roma locuta, causa finita in Causa locuta, Roma finita, ad apertura di libro.[3] Alle parole decisive dell’autorità contrapponendo «la scommessa della psicoanalisi»[4]. E, dal momento che ci siamo, rovesciamone un altro, ad esempio Ablata causa tolluntur effectus: quanto la causa è assente, gli effetti prosperano... in un più congeniale Quando la causa interviene, gli effetti vengono dispersi.[5]





Come viene specificato in una nota: «Il rovesciamento obbedisce alla stessa logica della corretta risposta della sinistra illuminata al tristemente famoso motto di Joseph Goebbels, “Quando sento la parola cultura, impugno la mia pistola” : “Quando sento le pistole, impugno la mia cultura”». Ma ecco cosa accade con una semplice retrocessione dell’accento, come in A voi la pìstola: «Riferita. Magistrà tutti quepappallazzi ho ’nteso e tutto quello che stanno tirando in balle su di lui ma non approveranno a niente. L’Onorevole Signor Earwicher, lo sposo mio devoto, che è un vero signore e si cambia la camicia due volte al giorno cosa che nessuno di que’ vermi sarà mai...»[6]; dove a parlare, anzi a scrivere una lettera-epistola è la moglie istessa di Earwicker, il locandiere balbuziente, cacciatore di “forfecchie”, che alla sua prima apparizione «esce trafelato e con il viso in fiamme dal giardino dietro il suo albergo con un finto scettro in mano – stava piazzando le trappole per catturare le forfecchie (earwigs), trappole fatte con bastoni e vasi di fiori capovolti – per accogliere una partita di caccia reale che si è momentaneamente fermata all’esterno.»[7]. Eva dunque difende Adamo – scrive in Postfazione Seamus Deane dicendo che pratica “affari e piaceri legali” ; “dietro al lecito, al tradizionale, all’autorizzato dalla polizia non c’era niente di perverso”. E la lettera-pìstola è risolutamente firmata “Donn’ Anna Livia Plurabelle Earwicker (Unica legittima consorte di A.L.P. Earwicker) XXXX”, il suo contrassegno che è anche un quadruplo bacio.[8] E se la scrittura è l’azione attraverso la quale stabilire la “verità” unica, il pettegolezzo e il mito sono gli strumenti che complicano il racconto unico e, attraverso il discorso, contrastano l’autorità della codificazione con la parola scritta. All’interno dell’indeterminato opera il determinato.[9] E c’è da giurarci che sepolto vivo nel corpus dell’opus magnum joyciano, si ritrovi quel vecchio titolo come “ .ì..’ . .o..l ” , poi abbandonato nell’opera in corso, un titolo dentro un titolo.[10]

 

Così a saper veniamo che, sì come l’orticante Cincinnato, il grande giardiniere dell’antichità nella pace paradisiaca ante caduta di un pomeriggio festivo nella tarda ora legale s’era messo d’aratro a cercar radiche nell’orto del vecchio albergo marino quando un nuncio clamò regia presenza compiaciutasi di fare sosta sulla strada maestra ove una volpe avea lasciato l’usta.[11]

 

L’opera più vasta, secondo il racconto di Rose, scaturisce dall’episodio solo in parte qui riportato Eccoquì convenir Hominognuno di Finn’s Hotel, dove il “forfecchiere” si trova.[12] E dove viene così svelato l’acronimo H. C. E.





 

fuoco n.2

 

(L’impossibile accade)

 

 

  Soyons rèalistes, demandons l’impossible!  Ed è nella forma del paradosso che anche Žižek trova la verità, forzando i limiti stessi del linguaggio, il suo essere veicolato da una doxa che ne esaurisca gli effetti di rovesciamento e d’immaginazione. Al “nulla è impossibile” della scienza – finanche il sogno tecno-gnostico di realizzare l’immortalità trasformando la nostra identità in un software scaricabile – si contrappone la realtà socio-economica capitalistica, con tutte le sue impossibilità, i suoi “non si può”: possiamo diventare immortali, ma non possiamo avere un po’ di soldi per il sistema sanitario: «Ovviamente, c’è qualcosa di terribilmente sbagliato in questa disposizione su cosa è possibile e cosa è impossibile. Anche in questo caso il compito del pensiero oggi – forse per congiungere questi due aspetti e condurli a un problema astratto – è di elaborarli in una nuova forma, per riorganizzare i limiti del possibile e dell’impossibile.»[13] Se infatti alcune cose che pensiamo come possibili non lo sono, altre che reputiamo impossibili in realtà sono possibili, dal momento che “l’impossibile accade”, secondo la formula di Lacan. Il reale–impossibile lacaniano è da intendere quale campo dell’azione: un atto di parola che cambia le coordinate del possibile, creando reatroattivamente le proprie condizioni di possibilità. Il grande compito del pensiero oggi consisterebbe nel ridefinire e ripensare i limiti del possibile e dell’impossibile.

 

 

finis

 

 

 



[1] Cfr. 8 La casa delle cento bottiglie, in James Joyce, Finn's hotel, p.81

[2] Cfr. Slavoj Žižek, Vivere alla fine dei tempi, 2011 Adriano Salani Editore S.p.A. – Milano, traduzione: Carlo Salzani, pp. 449-450

[3] Cfr. Slavoj Žižek, In difesa delle cause perse. Materiali per la rivoluzione globale. Traduzione di Cinzia Arruzza, 2009 Adriano Salani Editore S.p.A - Milano,  p. 9

[4] Cit. «Ma la scommessa della psicoanalisi non è forse l'opposto: lascia parlare la Causa stessa ... e l'Impero (di Roma, ovvero il capitalismo globale contemporaneo) cadrà a pezzi?»

[5] Cit., n.1, p. 574.

[6] Cfr. 10, in James Joyce, Finn's hotel, p. 97.

[7] Cfr. Introduzione di Danis Rose, p. 16, op.cit.

[8] Cfr. Op. cit. pp. 122-123.

[9] Op. cit. p. 123.

[10] Op. cit. p. 16.

[11] Ivi, 9, p. 87.

[12] Ivi, p. 16.

[13] Slavoj Žižek, L'impossibile accade, in Chiedere l'impossibile, ombre corte / cartografie, p. 136.




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