PRIMO PIANO
INTERVENTI
Dalla parte
della scrittura
dei ‘fuorilegge’


      
Pubblichiamo il testo di uno dei decani dell’avanguardia teatrale italiana, letto a un recente convegno su ‘drammaturgia e scrittura scenica’. Che appare pressoché il manifesto poetico di tutti gli artisti non allineati, oppositivi, costitutivamente antagonisti ad un sistema economico-politico nazionale e internazionale mafioso e criminale che ha più o meno cancellato qualsiasi considerazione dell’arte viva e indipendente. Di qui parte l’incitamento ad una ‘clandestinità creativa’, ad una resistenza artistica in nome della ‘bellezza amara’ cantata da Arthur Rimbaud.
      



      

 

 

di Pippo Di Marca

 

 

Nel 1967 al convegno di Ivrea sul ‘Nuovo Teatro’ nei documenti ‘ufficiali’ la parola regia non viene più detta e al suo posto entrano in scena la parola e l’idea di scrittura scenica coniata da Bartolucci. È una rivoluzione che si compie in ritardo di decenni, ma finalmente si compie anche in Italia. Indica una strada nuova, il nuovo teatro appunto. Ora questa strada nuova rischia, dopo quasi cinquanta anni, di essere vecchia o comunque intasata, ma è e rimane  la strada maestra, perché ha fatto fuori o ridimensionato tutte le altre: oltre la regia, anche la testualità del teatro. Tanto è vero che si può parlare di decine di modalità in cui si coniuga la regia e di decine in cui si diversifica la drammaturgia. Esistono tante regie, esistono tante drammaturgie: ciò potrebbe anche voler dire che per eccesso di proliferazioni, paradossalmente, non esiste nessuna regia e nessuna drammaturgia. Di fatto le migliori regie sono delle non regie: quelle “epifanie di scrittura scenica” che sconvolgono l’idea – anche la migliore, la più accreditata, Ronconi o Castri, o Binasco, per fare dei nomi – di regia, ne disattendono o contrastano o cancellano, beninteso creativamente, ossia  a livello pari se non superiore per ‘vitalità del negativo’, i canoni fondanti, rispettati e dunque ‘rispettabili’: la rispettabilità fa si che la forma regia non possa che ripetere stancamente se stessa, calco di un calco di un calco. Laddove l’“epifania della scrittura scenica”, quando si invera, non può essere che ‘unica’: come fu  quella di Carmelo, come è stata quella della Raffaello Sanzio degli esordi e come, attualmente, è quella di artisti come Pippo Delbono o Antonio Latella, per fare qualche nome. Per quanto riguarda le drammaturgie, cioè la scrittura di testi, non si può applicare lo stesso tipo di parallelismo, perché la parola è quanto di più impegnativo e definitivo abbia inventato l’uomo, è più ‘gabbia’ di quanto non si creda, tarpa spesso la creatività piuttosto che stimolarla.  Allo stesso tempo, stavo per dire, purtroppo, la parola è lo strumento più facile che abbiamo, il più a portata di mano e ciò ha dato origine a una pluralità di drammaturgie che però, e non a caso, raramente creano esplosioni, cortocircuiti, spiazzamenti radicali, che lasciano il segno. Di fatto, sulla base delle esperienze o esperimenti riscontrati e riscontrabili negli ultimi decenni da noi, le  migliori, le più riuscite drammaturgie oggettivamente, o per meglio dire soggettivamente ( e anche storicamente, a partire dal moderno), sono quelle scritte dai grandi attori, o se vogliamo dagli attori-autori, con in testa Eduardo, non a caso considerato un maestro da uno dei più grandi, se non il più grande, dei nostri attori-autori, dei nostri drammaturghi, Leo de Berardinis.

Quello che ho detto, anche se forse non sembra, ha indubbiamente una valenza politica, nel senso che può interessare e riguardare la polis, e certamente interessa e riguarda la poiesis, che è, o dovrebbe essere, un tempo fu, la gemella pazza, l’anima profonda e inquieta, il momento creativo, la ‘coscienza’, se si vuole negativa, della polis, dello spirito della città, dell’idea migliore, superiore, di  città-mondo.





Leo de Berardinis in Novecento e mille (1987)


Tuttavia non so, francamente, quanto tutto questo c’entri, o possa entrarci, con la realtà, con quello che stiamo vivendo, con questa città, con l’idea politica del teatro (in Italia? Punto interrogativo!) che questo nostro incontro intende affrontare. Proviamo come che sia ad  affrontarla  questa nostra realtà, questa ‘città’, intesa come Roma, intesa come Italia, e direi intesa come mondo. Imprescindibilmente. Non può essere altrimenti in una società completamente globalizzata... e totalmente irretita, ideologizzata al massimo grado, altro che fine delle ideologie, privata dell’anima, privata dello spirito, privata della creatività, privata del danaro, privata della libertà, privata di tutto, e controllata, burocratizzata in tutto e per tutto. Il tutto per eccesso, per sovrabbondanza, per bulimia. Realizzando forse l’ideologia più spietata e allucinante, nel senso che abbaglia e stordisce e confonde e distrugge l’essere, della storia. L’eccesso di bulimia e di promessa di felicità (finte) che coincidono e sono complementari e sovrapposte alla privazione e al liberticidio più subdoli, subliminali, ognuno rovescio speculare dell’altro... Dico questo pensando ovviamente anche all’arte, alla cosiddetta arte (che è qualcosa di diverso dalla poesia, che è irregimentabile, quando è  autentica poesia), alla situazione del teatro, al prolificare indiscriminato delle sue forme cui accennavo all’inizio.

Parlando appunto di intasamento. Nel nostro campo, per così dire, ammesso che ci siano ancora dei margini concreti, fattuali di senso, di peso politico, nella polis, nella polis-mondo, mi sembra che a furia di sobillare, spesso strumentalmente, una finta creatività ora si è arrivati a un ingorgo  spaventoso... Questo è il momento, il punto di non ritorno, indietro non puoi andare, nel traffico non puoi restare perché muori asfissiato, devi rompere le catene del traffico, a tutti i costi... Comunque uscire dall’ingorgo, dal traffico. Ma come fare?

Come uscire da questo stato di crisi totale? Che non è, come penso, una crisi di rigetto, no. È una crisi di assorbimento eccessivo, da disperazione ‘abbuffatoria’ scriteriata, priva di progetto, una corsa suicida all’introiezione totale del e nel Discorso, un crollo che ha smarrito il lume della ‘critica’. Radicale. Bisogna ‘essere’ contro! Bisogna ‘dire’ la verità. Bisogna ‘dire’ l’indicibile.   Il teatro, come la letteratura, può e deve essere fuori dal discorso, fuori  dalla legge, finirla con la rispettabilità, ogni forma e aspetto della rispettabilità.

Bisogna prendere esempio dai grandi scomparsi, dai Villon, dai Lautrèamont, dai Kafka, dai Bolaño, dai Carmelo, dai Baudelaire, dai Rimbaud, da coloro che Erano e Non Erano, Esuli al Mondo in stato di ‘clandestinità’: esserloenonesserlo in quanto scrittori,  in quanto artisti, in quanto poeti, in quanto attori, in quanto intellettuali (altrimenti si rischia di meritarsi l’epiteto che campeggia su un articolo dell’ultimo numero de Lo straniero, la rivista di Goffredo Fofi: intellettuali uguali stronzi...).

Per prima cosa va combattuta la rispettabilità del mondo. Dice Bolaño, la rispettabilità è la coperta dei fatti delittuosi. Siamo circondati da fatti delittuosi compiuti su scala globale dai signori della rispettabilità, da quell’uno per cento che controlla l’economia e la finanza mondiale. Senza alcun controllo, né degli Stati, né dei cittadini. Una Superpotenza transnazionale che comunque ha  il suo cuore e la sua mente nel capitalismo ormai ‘selvaggio’ americano. Siamo spiati, tutti spiano tutti, siamo derubati, ogni giorno, ogni minuto, siamo manipolati, siamo assassinati, da questi Signori della Finanza, siamo trascinati in guerre che non condividiamo, siamo invasi dalla povertà del mondo e ci occupiamo solo di come smaltire la nostra monnezza. Il senso dello Stato, della comunità, della polis è ridotto a zero e si ridurrà a meno di zero. Stiamo raggiungendo il livello più alto della storia civile, vogliono farci credere. In realtà stiamo precipitando nella barbarie, nell’odio, nella ferocia più primitivi, peggio, molto peggio, considerati il tempo trascorso e gli strumenti di conoscenza acquisiti, degli uomini delle caverne. E tutto questo non lo dico io che sono un ‘rivoluzionario’,  lo dicono loro stessi , ne scrivono loro stessi, sui loro stessi media. Ogni giorno ce lo strillano dai canali della borghesia liberale internazionale e ‘democratica’. Rampini, un giornalista di politica estera di Repubblica ha appena pubblicato un libro, da Mondadori (da Mondadori!), il cui titolo è Banchieri. Storie del nuovo banditismo globale; un altro  importante giornalista, giorni fa, diceva che in Italia c’è un governo fantoccio e che siamo commissariati di fatto dalla trojka composta da Fondo Monetario Internazionale,  dall’Unione Europea e dalla Banca Centrale Europea, mentre Tutti spiano tutti... ecc... ecc... Allora bisogna dirlo forte: Questa è Mafia, protetta dal Diritto Internazionale. Questo è lo Stato delle Cose. Cosa volete che gliene freghi della Cultura, dell’Arte, del Teatro, a questi Signori che sono al potere assoluto almeno da due, tre decenni, a questi Signori di cui qui da noi quel pupazzo di Berlusconi è la miserabile versione italiana... Essi non vogliono neppure distruggerla la Cultura, in quanto per loro semplicemente non esiste o se esiste lo è come puro simulacro, un’apparenza, un cartellone pubblicitario di una merce che non deve esistere  se non come il fastidio di una mosca da scacciare, di un insetto da schiacciare. Rispetto a questa ‘rispettabilità’ l’unica cosa che si può fare è collocarsi nella posizione del ‘fuorilegge’. Ho citato Bolaño, che a sua volta cita Villon: e che parlano in nome di migliaia di artisti nei secoli nei quali ci riconosciamo e ci specchiamo. Non mi sto inventando niente di nuovo, dunque. Dicono: “Si scrive al di fuori della legge. Sempre. Si scrive contro la legge, non dalla parte della legge.”





Pippo Di Marca: 2066: la linea spezzata della tempesta (da Roberto Bolaño, 2009)


Una volta, quando cominciò la ‘rivoluzione’ a Ivrea ’67 c’erano parole d’ordine simili, le parole dell’utopia, le parole della poesia. Che sono parole contro il Potere, la Violenza, in qualsiasi forma ed epoca… Sarebbe un buon inizio la ‘clandestinità creativa’. Tanto per cominciare. E poi si vedrà quello che la storia può o potrà combinare e combinarci. Ma almeno noi, come artisti, avremmo la coscienza a posto, nessuno potrà dirci che siamo o siamo stati degli ‘stronzi’. Se non altro ci prendiamo la soddisfazione della massima libertà espressiva, di essere malati di maleducazione poetica, di quello che ci pare, senza infingimenti, senza compromessi, senza aspettative di alcunché,  davvero senza se e senza ma. Siamo piuttosto grandicelli qui, ne abbiamo viste di tutti i colori, ma mai penso come in questi ultimi anni... Quindi non voglio spaventare nessuno con la clandestinità, con i fuorilegge, come fossimo ‘terroristi’. La metto più semplicemente. Basta avere il coraggio di dire, di cercare la verità, in fondo. Come ci hanno insegnato Zavattini, Pasolini, Bianciardi, Sanguineti, Pagliarani, Manganelli e decine e decine di altri. Così vengono certi titoli, a seguire... Sgorgano come sorgenti naturali, liberi, senza freno, volontà... La proprietà è un furto!... Yankes de mierda! Vajas a l’Infierno! (autore Chavez)... Viva Franz Fanon! Il terzo mondo esiste, è vivo e vegeto... nell’agonia... (AAVV)... Piccola Mafia e Grande Mafia!... Fine Guerra Mai!... La Cancellieri si deve dimettere non perché ha fatto la telefonata ma perchè è ‘amica’ di questa gente!... Il PD si è ridotto a una immonda cloaca: il suo degno condottiero non può che essere che un ‘pulicessi’, Renzi... A  Manhattan vivono 440 mila miliardari!... Un bambino africano muore ogni secondo... Meno uno, meno uno, meno uno, meno uno, meno uno... (Lunga pausa)... Per meno allora avrebbe ragione Artaud quando scrive: “La scrittura è una porcata. Chi esce dal nulla cercando di precisare qualsiasi cosa gli passi per la testa è un porco. Chiunque si occupi di letteratura è un porco, soprattutto adesso”. Soprattutto adesso, sottolineerei.   

Se ritenete che sia stato troppo prosaico e brutale, chiudo ‘poeticamente’ con Baudelaire e con Rimbaud:  “Monotono e piccolo il mondo, ieri, oggi domani, in ogni tempo, ci rivela a noi stessi: un’oasi d’orrore in un deserto di noia... La tempesta ha benedetto i miei marittimi risvegli... Più leggero d’un sughero ho danzato tra i flutti... Ho seguito i marosi all’assalto degli scogli, contro i musi possenti degli oceani! Ho visto il sole basso, macchiato di mistici orrori. Ho urtato arcobaleni tesi come redini sotto l’orizzonte dei mari! Ho visto crolli d’acque in mezzo alle bonacce e in lontananza, cateratte verso il baratro! Che esploda la mia chiglia! Che io vada a infrangermi nel mare! Un fanciullo inginocchiato e pieno di tristezza, lascia un fragile battello come una farfalla di maggio... Non ne posso più di seguire la vostra scia, vane ombre... Una sera ho preso sulle ginocchia la Bellezza. E l’ho trovata amara. E l’ho ingiuriata. Mi sono armato contro la giustizia... Su ogni gioia, per strozzarla, ho fatto il balzo sordo della bestia feroce...”.

Se ne volete ancora, ne avrei per qualche altro minuto... Distillati puri di poesia... ‘clandestina’... Che dite?... Solo un ultimo versetto, da Rimbaud, insieme epitaffio e liberazione... “Basta colle parole! Fame, sete, gridi, danza, danza, danza, danza!”.

Insomma, s’è capito, l’unico ricominciamento dovrebbe passare attraverso un sano terrorismo poetico, senza timore di essere definitivamente ‘maledetti’, di passare qualche stagione all’Inferno...

 

 

 

novembre 2013                

 

 

 

 

 

 




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