SPAZIO LIBERO
LUCA BRAGALINI
Tutti i segreti delle canzoni ‘evergreen’


      
È uscito presso le EDT edizioni, con la prefazione di Paolo Fresu, il libro “Storie poco standard - le avventure di 12 grandi canzoni tra Broadway e jazz”. L’autore, musicologo e docente presso il conservatorio dell’Aquila, rievoca ed analizza con perizia e brillantezza la storia compositiva e interpretativa di una dozzina di brani nati per il teatro musicale o per il cinema che sono poi assurti ad intramontabili successi pop e, quindi, rivisitati in mille modi dai campioni della scena della musica afroamericana.
      



      

di Cosimo Ruggieri

           

 

Trovo che bisogna guardare indietro alle vecchie cose

e vederele in una nuova luce.

 

John Coltrane

 

 

I brani popolari possono essere chiamati anche evergreen o oldie, ovvero tutti quei brani che resistono al tempo; nel jazz si distinguono le canzoni di Broadway o Tin Pan Alley . Alcune canzoni non americane sono diventate standard a “causa” del loro successo negli Stati Uniti. Nell’interpretare uno standard,  il musicista jazz può rivelare meglio le qualità delle invenzioni che siano di  un cantante o  di un musicista.

 

Sono molte le canzoni che dal nulla, o quasi, sono diventate degli standard. Nel tardo Ottocento, ad esempio, il successo di una canzone era proporzionale alla vendita del suo spartito, nel pop si calcola con la vendita di dischi oppure, in questa epoca moderna,  con i download. Il “passaggio” a standard avviene anche attraverso il numero di registrazioni che vengono realizzate di una canzone o composizione musicale. La storia degli standard viene raccontata in modo poco standard nel libro del musicologo Luca Bragalini, docente ordinario di storia e analisi del Jazz presso il conservatorio dell’Aquila, che ha scoperto opere inedite di Duke Ellington, Chet Baker e Luciano Chailly, alcune delle quali per suo interessamento sono state eseguite e registrate in prima mondiale (http://www.lucabragalini.com/home.php).







Nel 2013 ha scritto Storie poco standard - le avventure di 12 grandi canzoni tra Broadway e jazz edito dalla EDT edizioni (pp. 224, € 12,50) con la prefazione di Paolo Fresu. A volte i libri si scoprono per caso; questo libro l’ho scoperto non andando in libreria o leggendo una rivista di musica, bensì ascoltando la radio e più precisamente il programma di Radio Rai 3 “Battiti”. Bragaglini presenta la storia di questi standard con un canone diverso, questo  è un libro che si può anche ascoltare con gli occhi oltre che con le orecchie. Bragaglini racconta gli standard con aneddoti curiosi come ad esempio quello di Liza (All the Clouds’ll Roll Away)  composta da George Gershwin con le parole di Ira Gershwin e Gus Kahn. Le strade sono strade e sono quasi tutte uguali, ma negli Stati Uniti precisamente a New York ce ne è una fatta di stagno e musica, mattoni e spartiti musicali: la 28ª Strada, più precisamente il tratto  tra la 5ª e la 6ª Avenue. Questo angolo di New York veniva chiamato Tin Pan Alley, cioè “La via delle padelle di stagno”, soprannome affibbiatogli dopo che nel 1903 un giornalista dell’Herald Tribune la definì così riferendosi al suono fatto da molti pianoforti che suonavano canzoni diverse. Probabilmente era  esattamente come lo sbattere di molte padelle di latta in un vicolo. Secondo altre fonti il termine di Tin Pan Alley era riferito alla qualità del suono metallico dei pianoforti verticali economici utilizzati negli uffici. Prima dell’invenzione della registrazione fonografica, della radio e del cinema, la musica popolare non aveva altra diffusione che la riproduzione ripetuta per poter fare in modo che un motivo musicale avesse successo. Per lanciare un successo bisognava trovare gli interpreti disposti a diffonderlo. Gli autori si trovavano certamente nella necessità di rinnovare il loro repertorio continuamente.

Il quartiere degli editori era la sede di un’industria di motivi musicali. Ne venivano creati a decine, di generi diversi, adatti a moltissime richieste che potevano andare dall’accompagnamento al canto. I direttori e gli impresari non facevano altro che entrare in questi negozi  e scegliere il motivo più  utile per loro. In questi negozi c’erano delle cabine chiamate “professional parlor”, dove un pianista della casa editrice, il “song plugger ”, aveva l’incarico di suonare più volte il motivo che aveva attratto l’attenzione del cliente. Per attirare il cliente di solito il “song plugger” stava sulla porta del negozio; le sue peculiarità erano il talento e la personalità, ma soprattutto, per il funzionamento del sistema, era importante la capacità di vendere. Molte volte erano privi di cultura e di senso estetico o completamente ignoranti di musica, seguivano una routine e non avevano alcuna aspirazione.  Ma altre volte no. Tra i “song plugger” va ricordato George Gershwin che fu assunto dalla Casa  Remick dove presto si impose per le sue doti di pianista.





Al Jolson (1886-1950)


Nel film del 1946 intitolato The Al Jolson Story, diretto da Alfred E. Green, un’esordiente soubrette è nel panico, il coro ha già cantato la strofa e intona il ritornello della canzone Liza (All the Clouds’ll Roll Away). La soubrette oltre a non riuscire a cantare, non riesce nemmeno a ballare, allora suo marito si alza in piedi e canta in  sua vece. La leggenda vuole che Al Jolson nel 1929 cantò il coro di Liza  dalla terza fila della platea per aiutare la protagonista del musical Ruby Keller  che aveva appena sposato. Pare che il tutto non fu improvvisato, ma orchestrato da Florenz Ziegfield per promuovere lo show. In tutte le date successive Al Jolson si alzerà in aiuto della moglie. George Gershwin ricorderà la composizione e la commissione affidatagli come la corsa più affannosa che abbia mai fatto su una partitura. Lo sforzo di Al Jolson fece entrare Liza (All the Clouds'll Roll Away) tra le 40 canzoni più registrate tra il 1900 e il 1950.

Il legame tra jazz e cinema è stato sempre molto forte, infatti l’utilizzo del jazz nel cinema iniziò prima dell’avvento del sonoro nei film. Malgrado la musica non fosse nemmeno presente nel prodotto finale,  l’uso della parola jazz e brevi sequenze musicali venivano messe in scena per gli aspetti più scandalosi legati alla reputazione. Ad esempio la Stein’s Band from Dixie usava la parola Dixie per aggiungere un qualcosa di osé al suo ragtime. I produttori dei film capirono che potevano sfruttare questo aspetto usando gli stereotipi dei bassifondi grazie all’utilizzo di complessi e della parola Jazz nei titoli come ad esempio Jazz and Jailbirds (il jazz e gli avanzi di galera) o anche Jazz Bandits (I banditi del jazz). I film muti servivano soprattutto a mutuare lo stereotipo visivo del jazz. Nel 1913 a Chicago nacque la Foster Photoplay Company  fondata dal giornalista del  “Chicago Defender” William Foster, la città divenne il centro dell’attività del cinema afroamericano e nacquero dunque altre società. Lo scopo della Foster Photoplay Company e anche della Ebony Film Corporation, secondo Luther J. Pollard, era di dimostrare al pubblico che i musicisti di colore potevano mettere sù una buona commedia senza riprese scadenti, furti di polli, rasoi in bella mostra e abbuffate di angurie. Tutte cose che la gente di colore era stufa di vedere. Questa filosofia era in netto contrasto con l’Hollywood bianca che invece  la sosteneva. I problemi iniziarono con il film The Jazz Singer, che è di fatto il primo sonoro del 1927. Il film non ha nulla a che vedere con il jazz,  ma Al Jolson si esibisce con il viso dipinto di nero e per l’opinione pubblica il jazz e il viso di Al Jolson furono indissolubilmente legati.

Ci furono altri film che si richiamavano al jazz come ad esempio The king of Jazz  (Il re del Jazz) uscito nel 1930 con Paul Whiteman (e anche il prozio di Kurt Cobain, Delbert Cobain). I primi film a proporre una versione credibile del jazz, che coinvolgesse direttamente musicisti afroamericani, sono le due pellicole di Dudley  Murphy: la prima del 1929  con Bessie Smith e la seconda intitolata Black and Than che vede la partecipazione dell’orchestra di Duke Ellington. Tra il 1941 e il 1947 furono prodotte più di mille pellicole, con musicisti affermati come Louis Armstrong, Cab Calloway (citato con la canzone Swanee river nel film del 1952 di Steno intitolato Totò a colori), Duke Ellington, Fats Waller. Irving Berlin alla richiesta da parte di un reporter della definizione di popular song rispose “Popular song are songs that become popular – le canzoni popolari sono canzoni che diventano famose”.





Judy Garland è Dorothy nel film Il mago di Oz (1939)


Nel libro, Bragaglini racconta che ad esempio la canzone Over the Rainbow, conosciuta anche Somewhere over the rainbow  (scritta da Harold Arlen, con testi di E.Y. Harburg) viene cantata da Judy Garland nel film Il Mago di Oz (diretto da Victor Fleming nel 1939). La genesi del film, ma anche della sua canzone,  è molto curiosa. Il suo autore, Harold Arlen, aveva scritto tutte le musiche tranne quella per Judy Garland, alla fine riesce a scrivere una melodia, corre dal suo paroliere E.Y. Harburg che cassa la musica come troppo sinfonica e inadatta ad una bambina del Kansas di undici anni. Tuttavia Hamburg sa di avere per le mani una canzone senza pari, quindi si reca da un suo vecchio compagno di scuola, Ira Gershwin, che gli suggerisce di salvare la canzone  consigliando ad Harburg di semplificare l’armonia e  anche il testo, così  tutto si sarebbe avvicinato al personaggio del film e alla sua storia. Over the Rainbow vinse l’Oscar e passò alla storia come uno degli evergreen, intramontabile, secondo la Recording Industry Association of America. Negli anni Judy Garland sarebbe diventata un icona gay (omaggiata dal cantante gay  Rufus Wainwright nel suo disco del 2007 intitolato Rufus Does Judy at Carnegie Hall) e la canzone divenne l’inno della comunità gay americana. Nel tempo Over the Rainbow diventa patrimonio di molti musicisti, sono molti  i jazzisti che la suonano tra questi Bud Powell, Eroll Garner, Keith Jarrett e anche Enrico Pieranunzi, Modern Jazz Quartet.

Il libro non stanca mai e alla fine  è corredato di un “ percorso” A, un rapidissimo percorso (come quello  per i visitatori del British Museum con poco tempo a disposizione, ma che non si vogliono perdere i pezzi forti della collezione) degli standard analizzati e che il lettore potrà a sua volta analizzare e commentare. In più c’è un “ricettario” di termini tecnici che servono a gustare meglio la lettura e l’ascolto. Si narra che un grande sassofonista nel mezzo di un assolo, smise all’improvviso di suonare. Gli chiesero cosa fosse successo “ho dimenticato le parole della canzone rispose”. Come fai ad emozionarti e ad emozionare se non conosci la storia che racconti?

 

Buon Ascolto !

                                   

                                                                                                                 

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COLONNA SONORA

 

Bessie Smith - The  Complete Recordings

Benny GoodmanStompin’ At The Savoy

Benny Goodman - 1938 Carnegie Hall Jazz Concert

Louis Armstrong - Hot Fives And Sevens

Elvis Costello And The Roots - Wise Up Ghost And Other Songs




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