PRIMO PIANO
ANTONIO DELFINI
Crepitanti versi tra ‘melancolia’, satira e invettiva


      
Presso Einaudi sono state ristampate, in una nuova edizione curata da Irene Babboni, le “Poesie della fine del mondo, del prima e del dopo”. Un libro mercuriale che attraversa e fustiga sapidamente le brutture antropologico-politico italiote dal fascismo al regime democristiano. Ma basta sostituire a quegli schizzi le barzellette berlusconiane ed avremo il tragico prosieguo di quegli anni, in una triste recrudescènza di quegli endèmici mali, come se quella ‘fin du monde’ denunciata dallo scrittore modenese, si fosse protratta sino ad oggi.
      



      

 

 

di Stefano Docimo

 

 

 

 

Ancora non ci credo, è un’ombra

la realtà che travolse la famiglia il nome il ricordo.

La realtà non esiste – non esiste il borghese

è passato un tempo piú lungo di un mese.

Io non sono un poeta – non voglio star solo.

E la realtà – la velata menzognera realtà – è sola con me.

(Antonio Delfini, Poesie della fine del mondo, del prima e del dopo)

 

 

I.

(Tra diario e giornale)

 

 

Discutevamo della fine del mondo

e già siamo nel pieno del diluvio universale.

( Francesco Paolo Memmo, In via esplorativa)

 

Di questo “ancoraggio”, ho ancora a parlarvi, per via d’un libercolo “poetaiolo” contenente una sferzante e incontinente opera dello scrittore modenese Antonio Delfini (1907–1963), autore tra l’altro d’un gustosissimo Manifesto Ma Ma Ma «organo del Numoleita (Nuovo Movimento Letterario Italiano). È un super Dadà!» Nell’editoriale si legge: «Mamama non si dichiara per alcun programma. Mamama è l’ultra super surrealismo nazionale. Mamama è il straultra super dada emiliano. Mamama non dirà che cos’è e cosa sarà. Mamama non morirà sotto il puzzo delle paste asciutte e dei capelli neri come l’esistenzialismo. Mamama straesiste, super esiste da prima forse che si spaccasse la Pietra Nera. Mamama non arriccia il naso. Mamama non spera e non dispera. Mamama non odia e non ama, non disprezza e non apprezza. Mamama vuole esprimersi. Mamama si esprime senza sapersi esprimere. Mamama invita gli amici, grandi e non grandi amici, a firmare incondizionatamente il Manifesto di Mamama... Mamama vi attende. I dieci firmatari accettati non saranno mai espulsi da Mamama». Ma ecco che subito dopo apparirà, per singolar coerenza, un primo elenco degli espulsi, tra cui figurano, in perfetto burocratese, i nomi di Cecchi Emilio, Montale Eugenio, Soldati Mario, Longanesi Leo, De Benedetti Giacomo, Moravia Alberto, Micheli Silvio, a cui farà seguito un secondo elenco di espulsi, tra cui Saragat Giuseppe, Pasolini Pier Paolo e Pratolini Vasco.[1]

Su queste stesse pagine Simona Cigliana aveva già tracciato un profilo critico dello scrittore modenese, in occasione del centenario della nascita, sottolineandone, sulla scia di Agamben, nel saggio introduttivo all’edizione Quodlibet 1995 delle Poesie della fine del mondo[2], il dato anche caratteriale del poeta, evidenziandone così l’aspetto umano: «Se c’è nella storia di Delfini un dato umano da rilevare e da mettere a frutto in sede critica, esso rimanda piuttosto alla di lui “innata” psicologia o forse, meglio, alla psicologia del suo alter ego di scrittore: e cioè ad una irredimibile inclinazione alla melancolia, che in lui fu stato d’animo persistente e supremamente creativo, con tutto il suo corredo di aristocratiche idiosincrasie e di umori atrabiliari, e con il suo quasi naturale pendant di ironia funambolica e lunare, di tendenza alla trasfigurazione metafisica delle cose».[3]

 

 

 

::dsc_0158.jpg

Da “Modena, un affresco digitale per Antonio Delfini”. Gianluigi Toccafondo,

Un frammento dell’affresco digitale dedicato a Delfini (1/11)

 

 

Oggi, con l’uscita relativamente recente di una nuova e più ampia raccolta, si ritorna a parlare di Antonio Giulio Cesare Vincenzo Maria Delfini, come di uno fra i più fulminei e dinamici, e solipsisti scrittori del dopoguerra. Di quelli cioè che hanno avuto, nonostante la placida e porosa orizzontalità della pianura,  un imprinting lunatico, un ingegno bizzarro, uno stigma sulfureo, un approccio ciclotimico nei confronti della realtà”.[4] L’idea su cui si muove la einaudiana raccolta, cosí come viene annunciato negli Appunti del curatore, parte dal presupposto di offrire al lettore numerosi inediti, inducendo a ripercorrere ed a rappresentare cronologicamente un mondo, assumendone come nucleo fondamentale le Poesie della fine del mondo [ ... ] per poi spingerci indietro e avanti nel tempo. O meglio: prima e dopo. Cosí da poter essere spettatori di una fine del mondo che «non si sa quando avverrà o quando avvenne». O, forse, la fine del mondo è «già avvenuta».[5] Il mondo, in realtà, più che finire, periodicamente “sfinisce” di continuo, come direbbe Gianni Toti (“il poiématon qui finisce – anzi | sfinisce qui – infinirebbetenui | deducta poemata filo ...”)[6], pertanto la sua fine verrebbe ad essere iscritta in quella che Ernesto De Martino chiama etnologia riformata: perché come occidentali e come borghesi portiamo oggi un acuto senso del «finire», e tale «finire» – quale che sia il modo col quale lo viviamo – forma documento interno attuale, nodo operativo presente, e quindi stimolo alla problematizzazione deliberata mediante la ripresa sistematica della nostra storia culturale e mediante il confronto di questa storia con quella delle culture «aliene»[7]. Il fatto è, che dopo di allora, quella che ancora veniva intravista come possibilità per la cultura degli anni sessanta, si è oggi polverizzata, ma già lo era per un poeta come Antonio Delfini, che va popolando la sua fine del mondo, con un «atrabiliare ritratto di un paesaggio sociale e familiare popolato di personaggi biechi, di italioti ignoranti e cornuti, di femmine lascive e corrotte, di una umanità laida e ladra, traditrice, avida e codarda. Ancor prima di Pasolini, e senza nostalgie regressive, egli denunciò lo scempio ambientale e antropologico che lo sviluppo capitalistico andava facendo nel Belpaese»[8], anticipando di molto la corruzione e il malaffare dei nostri giorni, ammorbati di cronaca nera: “l’anticanzoniere di questi ultimi giorni della vita del mondo. Ultimi giorni che stiamo vivendo o che ci illudiamo di vivere”.[9] Avanti allora con queste frattaglie delfiniane:

 

sgozza la moglie e si ammazza | è anche la moglie dell’assassino | la tinta brillante del fusto | è il falso allarme sulle condizioni | è un giro vizioso e cretino | ... ho fatto uccidere la giovane moglie | del procuratore del re: | mi assolverete con molte grazie.  | Per l’armonia della vostra figura | Italia, mia patria assassinata, | sgozzerò tutte le donne del mondo | in un grande campo di grano.[10]

 

Del resto è utile tener presente, ancora una volta, ciò che scrive Simona Cigliana in proposito: «Relitta la speranza di promuovere ravvedimenti, mutamenti, conversioni, persa ogni fiducia in un finanche superstite residuo di bontà nell’indole dell’italica genia – quella che proprio in quegli anni di incipiente boom economico e di governo democristiano paludava di bonomia pseudo-naïve, stile sketch di Tognazzi e Vianello, le proprie tendenze particolaristiche e canagliesche –, Delfini veleggiava ormai solitario sul salso pelago di una indignazione acre e sconfinata, di un rancore feroce e radicale». Come ben si vede, basta sostituire a quegli sketches le barzellette berlusconiane ed avremo il tragico prosieguo di quegli anni, in una triste recrudescènza di quegli endèmici mali, come se quella fine del mondo denunciata da Antonio Delfini, si fosse protratta fino ad oggi, ed è qui che gli exempla e i regesta, tra cronaca e millanteria, si configurano quali tratti veloci ed esasperati d’una penna fulminea ed istantanea, sempre in procinto di evadere da se stessa.

 

Per andare in paradiso col mio cuore | vado in cerca di belle signore. | è la mia voce che muore | Perché Tu non ascolti, o Signore? | Vorrei tu mi armassi la mano | per incendiare il piano padano[11]

 

Sono i ladri degli uffici postali | che tengon viva la tensione mondiale; | la magistratura si lamenta, ha paura | per tre giorni corre a piedi in pianura.[12]

 

Per lasciare l’Italia, le strade e le donne | bisogna rovesciare la Società Italiana. | è l’intelligente e precisa condizione | che porta l'imbecille al prestigio | di contrastare l’effetto burrascoso | di un incontro senza speranza.[13]

 

Di questa sua propensione epigrammatica, almeno in questa sua fase antecedente alle Poesie della fine del mondo, non mancano del resto gli esempi, come nelle Poesie giovanili, quelle Prima della fine del mondo:

 

Potessi un giorno | camminare da solo | ma solo solo | non come vado adesso | solo | ma solo solo | senza me stesso[14]

 

Je suis un poète flâneur et débauché | je tiens mon poing en air | et je vais criant: | Mon Dieu![15]

 

È bene scrivere sempre | così si dice, | ma è tanto bello dormire | così mi pare[16]

 

 

 

:Delfini:Unknown.jpeg

 

 

II.

(Il dispositivo)

 

In lui essa si prepara a sopravvivere alla civiltà, se

è necessario, ed essa comunica con lui in quello

che è il vero mistero della satira, che consiste nel

mangiare l’avversario. Il satirico è la figura sotto

cui l’antropofago fu accolto dalla civiltà

(Walter Benjamin, Scritti)

 

 

 La tragedia che si compone delle scene dell’umanità

che si decompone, io l’ho presa su di me, perché

lo Spirito che ha pietà delle vittime la ascolti, quand’anche

abbia per sempre rinunciato al contatto con un orecchio

umano. Riceva esso la nota fondamentale di quest’epoca,

l’eco della mia cruenta follia, che mi rende corresponsabile

di questi rumori. La faccia valere come redenzione!

(Karl Kraus, Gli ultimi giorni dell’umanità)

 

 

Prima ancora che scritto, l’uomo di Antonio Delfini è più che mai parlato, anzi fischiettato, con quel suo guardare altrove, con quel suo “brutto poetare” difficile da ingoiare, che resta di traverso per via d’un parlare troppo diretto, per via d’uno sguardo lontano da quella tradizione umanistica bigotta e da lungo tempo consolidata, troppo infingardo, troppo criminale per i gusti d’un pubblico assuefatto ai cliché blasonati d’una lingua della comunicazione, priva di stridori e di hasard, o comunque alle correnti riconosciute, agli apparentamenti surrealistici subito smentiti dallo stesso autore, di cui resta comunque una breve antologia di undici poesie Les presqu’automatiques[17]. L’ultima viene cosí annotata dall’autore:

 

(Poesia automatica ritrovata dentro il fascicolo delle «Presqu’automatiques du 30 janv. 1940» , «Il mio gatto mi accarezzava» è scritta su un foglietto minimo quadrettato. Presumibilmente appartiene allo stesso periodo delle «Presqu’automatiques». In ogni modo, e con certezza, è stata scritta prima del cosiddetto periodo dell’Emergenza di Firenze dell’agosto 1945. A. D.)[18]

 

Oltre a svelare l’acribìa davvero inattesa con la quale Delfini catalogava tutti, o quasi, i suoi frammenti poetici, tali annotazioni ci lasciano anche intravedere quell’attenzione nel circoscrivere il frammento all’interno della valvola del fatto storico più generale, quello che un tempo veniva chiamato “contesto storico”[19]. Ma leggiamo questi funambolici versi delfiniani parasurrealisti:

 

Il mio gatto mi accarezzava in campagna | La vergine Maria sedeva sui miei guanti || Passato è il tempo che mi si proibiva | Di far qualcosa sotto la luna il giorno || Vengano minuti cosí sottili | Come la punta d’ago nell’orecchio || Viva la mia immagine a metà liberata | Nell’orologio verde del mio cuore

 

Ma non va tralasciata, a conferma di quanto detto più sopra, la rabbia delfiniana verso il normotipo italico imperversante nel ventennio fascista, in cui intravede quel potere di persuasione più o meno occulta abilmente orchestrata dal regime, come scrive nel suo dotto intervento Paolo Gervasi: «Delfini percepisce che il potere di penetrazione del fascismo nell’immaginario si è concretizzato nel controllo dei media. Attraverso la gestione capillare della stampa, il regime si assicura la propagazione del ritornello sociale (...) Delfini registra, a partire dagli anni Trenta, una presenza ossessiva del giornale, che si insinua nel privato e si impone all’attenzione del lettore (...) Convoca spesso autori e libri organici al regime liquidandoli con sarcasmo. I suoi bozzetti satirici ritraggono con disprezzo il tipo fascista che sciorina le notizie del giorno, l’uomo parlato dal linguaggio dell’attualità, quasi una rideclinazione della bêtise flaubertiana, conseguenza della connessione permanente degli individui al flusso mediale e alla dimensione dell’immaginario (Frasca 2004: 162).»[20] Del resto, così come la sua giovanile adesione al fascismo veniva tinta già dall’insoddisfazione “anarcoide e ribelle” che lo spingeva in maniera compulsiva a rimasticare in modo rabbioso le stesse parole d’ordine propagandate dal Minculpop (Ministero della Cultura Popolare)[21], anche la sua frivola adesione al surrealismo, veniva di fatto se non negata, almeno ridimensionata: «Nel 1932, in aprile e maggio, ero stato a Parigi e mi ero formato superficialmente (per grazia di Dio!) una cultura (o vuoi, coscienza o subcoscienza) surrealista […]. Una sera, ormai esaurito da una vita così sconclusionata e stupida (provinciale, in  effetti), sedutomi al tavolo, dopo aver strimpellato il pianoforte (secondo la pratica lautreamontiana), presa in mano la penna, riempii ventidue pagine con virgole, punti, periodi, nel tempo di circa tre ore. Era nata la prima parte del fanalino della Battimonda, e anche il disagio e la vergogna di averlo scritto. Il mio surrealismo allora si quietò».[22] Del resto, lo stesso Cesare Garboli parlava del surrealismo di Delfini, in termini quantomai liquidatori: «Il surrealismo di Delfini sa di farina e di campagna, sprigiona odori forti. È un surrealismo saporoso. Non è letterario, non nasce da nessuna strategia»[23]. Il che, visto secondo un’ottica meno arcigna, potrebbe anche rappresentare quel distanziamento parodistico, riconosciuto in seguito dallo stesso Garboli, che ammetterà il proprio errore di valutazione: «Secondo Garboli, la caratteristica di Delfini sarebbe quella di giocare con la scrittura, di non prendersi sul serio neppure con una ‘sofferenza emotiva al diapason’, e di produrre cosí un distanziamento parodistico dal pathos delle proprie parole – per cui non si sa mai con esattezza se riferisca l’emozione che sta provando o se la sua emozione consista soprattutto nel piacere di riferirla».[24] Ma poi, finalmente, la grande esplosione delle Poesie della fine del mondo, che possono essere lette in modo ovviamente autoironico, come poesie talmente belle da essere la fine del mondo, mentre sappiamo che Delfini sentiva come dovere scrivere la mala poesia:

 

È mio dovere scrivere la mala poesia | che infine, dopo tanto tempo porti | a te mala carente, moglie del corto | tismico sofilofo una vera mala sorte.

 

Descrivere i mali di te, pagliaccio iettatorio, | sarebbe ancora far del male a me e ad altri. | Sia in queste righe raccolto tutto il male che ti voglio. | Nominarti non posso e non mi piace. | Distaccare il tuo orribile pensiero dalla penna | e dalla carta è quanto qui si vuole e si descrive. | Voi spiriti del mondo, buoni e cattivi, | liberate la terra dall’infame presenza | del pagliaccio, dei suoi figli e discendenti! | tutto il male che hanno fatto sarà dimenticato: | per la decadenza del ricordo di un paese maledetto | che tornerà a farsi nominare, solo quando | lei, il pagliaccio rosso imbellettato, i suoi figli | e discendenti saranno scomparsi. | Questa è una pagina esclusiva per la polizia. | Poi la libertà e la luce torneranno. Così sia. | ( ... )[25]

 

L’irruenta quanto memorabile interpretazione che della poesia ha dato Elio Pagliarani, assiduo frequentatore di Delfini, è rintracciabile in un video in rete, per un concerto straniante, immerso nel verde d’una palude.[26] Oppure La vera poesia[27], che Pagliarani conclude scuotendo la testa:

 

La vera poesia per te ombra di serva | sarebbe stata scritta tempo addietro | da un prete misterioso amante di una cerva. || Io per conto mio che non so il metro | ti dico qui semplicemente: «Illusa arretra». || Non sol cantar non posso senza cetra | ma non hai nulla di quella bella morta | che Andrea del Basso in rima corta | cantò – di rimembranze e di rancore – il volto | il seno il culo gli occhi ed altro molto. || Dov'è quel bianco seno d’alabastro? || Or tu lo sai – Petto Disfatto – | il capezzòlo destro rientrato è violaceo, | quello sinistro molle è straccio. | Hai fatto molto male | a fare il matrimonio occidentale. || Tu ladra ricca bécca schizofrenica | hai sposato un mostro epilettico | ladro di vecchie paralitiche. || (...)[28]

 

O ancora, nel ricordare estasiato la rima tratta da È un verme solitario:

 

Non ha sguardo | ha fama di avere un miliardo.[29]

 

Già nella stessa pagina del blog dedicato a Elio Pagliarani, l’università calabrese di Arcavacata aveva inoltre postato un video Delfini/Pagliarani, datato giovedì 5 maggio 2005 Arcavacata di Rende (Cosenza), in cui si riporta, tra l’altro, un virgolettato di Alfredo Giuliani che, a più riprese si era occupato di Delfini: “Invece è proprio quest’ultima che Delfini aggredisce inventando i suoi toni più grandiosi nell’invettiva, nella farsa del nonsense, nel grandguignol (vedi la poesia «O Goro» tra le escluse, che è anche un truce allucinato racconto[30]), nel turpiloquio, nella derisoria ricorrente minaccia di guerra agli ignobili e di vendetta contro gli «assassini».

Il poeta lotta contro le parole e contro gli assassini degli uomini e delle parole. Oscilla tra la disperazione furente e l’esaltazione: «È inutile distruggere gli anni, / inutile la Gran Situazione: / Non c’è più salvezza – più niente. / Rivoluzione, parola trombone» (scrive nel novembre 1958). Oggi sono il capo di una grande rivolta. / Mi ascoltan gli uccelli nel cielo / mi ascoltano i cani stavolta!» (conclude la poesia «Torna la libertà» dell’agosto 1959). A rendere abitabile il mondo che sta finendo penseranno gli squadroni dei fedeli d’Amore, guidati da «una Bambina con una rosa in mano», figlia di Guido Cavalcanti! Gli ignobili imperversano e le parole del poeta sono la realtà: Mercanti, banchieri, avvocati, ingegneri, cocchieri, / non siete che polvere di rotti bicchieri, / di cui faremo carta vetrata per sfregiare la faccia / dei nostri irricordabili ricordi di ieri. (Alfredo Giuliani)”.

 

Per concludere, la magistrale lettura di Quando chiuse le porte il Parlamento cinese, che dunque Pagliarani aveva tenuto davanti agli studenti calabresi[31]:

 

Quando chiuse le porte il Parlamento cinese | il parlamento italiano le aveva vendute | a un fabbricante emiliano di case di carta | che volle salva la vita ed il lustro | di mille borghesi inquilini che avevan perso, | col vizio, la casa la donna e la sarta. | Vi furono giudici notai e avvocati | che vergarono l’atto con gli ultimi soldi contati. | Erano gli ultimi soldi di quei buoni cristiani | che vollero casa per sempre, dall’oggi al domani. || Ne erano morti trecento nei caldi sabbioni. | una sera d’estate rinfrescata a milioni: | erano morti innocenti, dormendo, da bravi italiani. || «Sursum corda» gridò il Presidente, «solo corda | ci resta per far con la carta la casa | a quei magri teppisti morti di fame. | Non san che si muore ogni dì sotto il crollo | delle sabbie edilizie moderne, che l’Italia | lor offre per far grande il suo bell’avvenir?!» | «Sursum corda!» gridò il Procurator procurato. | «Solo corda darete, signor Presidente, | al comunista bestiale, nullatenente | o al nullatenente ch’è sol comunista.|

(...)

 

 

 

:Delfini:dsc_0175.jpg

 

Un frammento dell’affresco digitale di Gianluigi Toccafondo dedicato a Delfini (6/11)

 

 

Chiudiamo alfine la rassegna, con qualche rima da Poesia della fine dell’anno:

 

– Vivrai piú a lungo di quel ch’i non creda o speri, | ma rispondere mai, mai non potrai, | né viva né morta né sopita, | al gran quesito, alla dimanda ardita | che per ogni cristiano è pur la vita. || Amor? Amore è una parola! | E vola, vola, una colomba bianca vola ... | Ma se vola una colomba nera sola | nel bianco albeggiar della speranza ... | – Embè? ... Ti chiamavi un tempo Luisa: | ora mi fai crepare dalle risa.[32]

 

 

 

E QUI LA FINE REALMENTE “SFINISCE”

 

 

 

 

 

 



[1] Cfr. Antonio Delfini, Poesie della fine del mondo, del prima e del dopo, a cura di Irene Babboni, prefazione di Marcello Fois. 2013 Giulio Einaudi editore, Torino, XXI–XXII. Viene da notare la stretta parentela, con quel passo di Finnegans Wake (Paris, 1922–1939), dove J.Joyce scrive, tra l'altro, nella sua Summa: «with Pa's new heft and Papa's new helve he's Papapa's old Papapapa left us» [cfr. Finnegans Wake, by James Joyce, Faber and Faber, London, 1975, p.136]. «con il nuovo manico di Pa' e con la nuova impugnatura di Papà ha il vecchio coltellaccio di Papapa che ci ha lasciato Papapapa» [cfr. James Joyce, Finnegans Wake, libro primo, V–VIII, a cura di Luigi Schenoni, con un saggio di Edmund Wilson, 2001 Oscar Mondadori Editore, Milano, p. 136bis».

[2] Antonio Delfini, Poesie della fine del mondo e poesie escluse, a cura di Daniele Garbuglia, con una Introduzione di Giorgio Agamben, 1995 Quodlibet, Macerata.

[3] Simona Cigliana, Un elfo risentito saltato fuori dalla palude della provincia italica, in Le reti di Dedalus, rivista on line del sindacato nazionale scrittori www.retididedalus.it.

[4] Antonio Delfini, Op.cit., V.

[5] Op. cit., Irene Babboni, in Appunti del curatore, XVI.

[6] Gianni Toti, Strani attrattori, 1986 Edizioni Empiria, Roma, p. 40. La citazione in corsivo è tratta da Orazio, Epistolarum lib. II, 1, v. 225 “le poesie intessute di filo delicato”.

[7] Ernesto De Martino, La fine del mondo. Contributo all'analisi delle apocalissi culturali, a cura di Clara Gallini, 1977, Giulio Einaudi Editore, p. 5:

[8] Simona Cigliana cit.

[9] A.D., Roma, 29 aprile 1960, in op.cit. p.98.

[10] Da Antonio Delfini Per l'armonia della vostra figura, Modena, 12 novembre 1958. Op.cit. , p. 100.

[11] A.D., Per andare in paradiso col mio cuore, cit. p. 101.

[12] A.D., Per la nostra educazione umana, cit. pp.102–103.

[13] A.D., Quello che penso è un segreto, cit. p. 104.

[14] A.D., Non ho volontà, cit. p. 22.

[15] A.D., cit. p. 26.

[16] A.D., cit. p. 33.

[17] A.D., cit. pp. 58–62.

[18] A.D., cit. p.62.

[19] Cfr. 1943 – 1945. La liberazione in Toscana – la storia la memoria, Giampiero Pagnini editore, 1994: “Il 3 agosto 1945 il comando tedesco dichiarò lo stato d'emergenza a Firenze. Fu allora che i membri fiorentini del Comitato Toscano di Liberazione Nazionale (C.T.L.N.), si riunirono in seduta permanente in attesa di dare l'ordine di insurrezione”. Precedentemente,  il 29 luglio, “il comandante militare tedesco della piazza di Firenze ordinò lo sgombero da parte dei cittadini dei quartieri prospiciènti l'Arno ed il 31 di quel mese, i genieri tedeschi iniziarono a minare i ponti sul fiume. Soltanto il Ponte vecchio fu salvato”.

[20] Gervasi, Paolo, “Retoriche mediali e forme letterarie: Antonio Delfini” Between, IV.7 (2014), http: // www. Between–journal. it/, p.13.

[21] Cfr. Fausto Coen, Tre anni di bugie, Pan Editrice, Milano.

[22] A.D., Appendice, in Il Fanalino della Battimonda, 1993 Lombardi Editore, Milano, pp.70–72.

[23] C. Garboli, Introduzione, in A. Delfini, Il fanalino della Battimonda, cit., p. XIV.

[24] Cfr. Gianni Celati, Antonio Delfini ad alta voce, in Delfini, Autore Ignoto presenta. Racconti scelti e introdotti da Gianni Celati, , 2008 Giulio Einaudi editore, Torino, p. XXIII.

[25] A.D., op. cit. p. 150.

[26] Antonio Delfini, Elio Pagliarani, videorlab, in http://eliopagliarani.blogspot.it / 2009/ 04 / antonio–delfini.html

[27] A.D., cit., p.150.

[28] http://eliopagliarani.blogspot.it /2012/03/prove–di–antonio–delfini.html

[29] A. D., cit., p.122.

[30] Inserita nella presente raccolta einaudiana nella sezione Dopo la fine del mondo, ne riportiamo qui solo una strofa: «Tu Goro moristi | come un cane scannato. | Tra i buoni eri un cane. | Tra i malvagi una bestia | un oggetto qualunque | da spezzar col bastone | di un volgare castrato borghese | che voleva la dote di una stronza cialtrese.», op.cit pp. 187–190.

[31] Vedi anche www.youtube.com /watch?v=WtqJu6WKOqk

[32] A.D., Che corpo vuoi avere mai tu, cit. p. 221–222, recante la data Roma, 31 dicembre 1961.




Scarica in formato pdf  


      
Sommario Primo Piano

Il contatore dei visitatori Shiny Stat è attivo da dicembre 2006