LUOGO COMUNE
SU ADRIANO ACCATTINO
Una poesia pensante che viaggia sul limite dell’impoetico


      
Una densa riflessione critica sul settantenne scrittore di Ivrea che ha pubblicato presso Mimesis Edizioni il quindicesimo volume della sua gigantesca ‘opera omnia’ che sarà costituita da trentadue tomi. Un autore del tutto anomalo la cui ricerca era principiata a metà degli anni ’70 nella rivista “Pianura” fondata e, poi, presto abbandonata da Sebastiano Vassalli. Il suo percorso si muove tra letteratura, critica e filosofia puntando su una scrittura della complessità, talora ineffabile e che muove da una idea negativa del poetico. Una testualità che, comunque, procede oltre le coordinate dell’avanguardia e delle illusioni ‘noviste’ per tentare una sintesi dinamica dallo spirituale al materiale e viceversa.
      



      

di Giorgio Moio

 

 

ARTISTA IN SOLITUDINE

SULLE VERTIGINI DELLA REALTà

 

 

È un compito a dir poco arduo, scrivere di un autore che ha deciso di pubblicare, per i tipi di Mimesis Edizioni, un mastodontica “opera omnia”, formata da 11 volumi suddivisi in 32 tomi. Finora sono stati pubblicati 15 volumi, l’ultimo Poesie rubate, nel 2013. Compito arduo non già per la cifra di pagine da leggere, ma per gli innumerevoli piani di lavoro che essi possano racchiudere e racchiudono in sé, il che per un lettore pigro come me, sarà compito ancora più arduo. Ma siccome sono anche curioso, mi cimento. L’autore in questione è Adriano Accattino, poeta e critico di lungo corso, e ora anche operatore culturale: qualche anno fa ha ideato e realizzato, a Ivrea dove risiede, un museo di arte contemporanea (Museo della Carale) con un particolare interesse rivolto anche alla poesia visuale.

Un’impresa (non c’è altro termine per definire la fatica di Accattino, che non ci lascia indifferenti in un periodo in cui la poesia è relegata a inutile prassi culturale), una programmazione di libri dalla scrittura all’evoluzione, che si alternano tra la critica e la poesia, spesso co-abitando nello stesso volume, «che risultano compiuti in sé e possono leggersi autonomamente, e nello stesso tempo si collegano organicamente in un complesso unitario [racchiuso sotto il titolo di Un salto nell’alto] [… che] promuove l’autonomia e l’originalità del pensare e introduce a un cammino di evoluzione. […] La scrittura costituisce lo strumento fondamentale di questa determinazione» [1] :

 

Di carne in carne sono transitato

come dormendo, ma quando ho visto

gli abusi perpetrati con assoluta

noncuranza mi sono risvegliato.

Carezzevole cuscino, spessore prezioso

e maltrattato, ora ho capito

che sei miracolo sprecato. [2]

 

La prima volta che sentii parlare di Accattino fu nella casa di Cuma di Franco Cavallo. Quando entrai nel suo studio mi comparve davanti una persona intenta a curiosare davanti alla libreria: mi fu

presentato come Franco Capasso, poeta di “Pianura”. Ah, sei di Pianura? domandai. Allora siamo quasi concittadini: io abito a Quarto. No. Rispose lui, con un sorriso amichevole. “Pianura”, la rivista di Vassalli, no il quartiere di Napoli (in rigoroso dialetto napoletano). Sul tavolino, messo in

bella evidenza, campeggiava una copia della suddetta rivista e un suo volume, Punto barometrico, introdotto da Raffaele Perrotta, pubblicato nel 1976 nella collana “Pianura. Itinerari”, una iniziativa

editoriale parallela alla rivista piemontese. Evidentemente, dopo più di un decennio dalla loro uscita, erano ancora argomenti dei due Franco. Preso dalla curiosità cominciai a sfogliarne il contenuto, soprattutto il contenuto di quel numero 1 della rivista (febbraio 1976 sono sempre stato attratto dalle riviste e dai gruppi che ne fanno parte ) interrotto a metà strada e poi rifatto, incrementato di nuovi testi nel maggio del ’76. Ancora oggi, la prima cosa che vado a leggere in una rivista è la composizione della redazione: non ricordo tutti i nomi dei redattori di Pianura, ma ricordo benissimo quello di Adriano Accattino, in quanto m’incuriosì il titolo di un suo scritto, La rivoluzione rivoltata. Ma non ricordo se era un testo critico o di poesie.





Maria Lai, L'olio e l'arte accendono 'lumi', 2013


Possiamo affermare che “Pianura” è stata per Accattino il trampolino di lancio, la fucina che gli ha permesso di diventare l’intellettuale stimato e preparato che gli si riconosce. Ma l’avventura durò abbastanza poco: dopo qualche numero la rivista andò in crisi. Con la crisi del gruppo e il crollo del

progetto di “Pianura”, concretizzatosi dopo appena quattro numeri (due di prova e due ufficiali), per

via delle dimissioni del fondatore e direttore Sebastiano Vassalli, nonché anima e corpo della rivista, ormai avviato definitivamente verso una carriera che puntava dritto al “palazzo” della cultura ufficiale (una scelta parossistica e insostenibile per la lotta ad una letteratura paludata e vuota che la rivista aveva sposato), grazie ad Accattino, a partire dal n. 2 (gennaio 1977) furono pubblicati altri sei numeri fino al 1981, probabilmente perché la denuncia del fallimento, del decadimento dell’uomo moderno non si era ancora esaurita. Accattino prova a spiegare con I ricordi e le riflessioni, il senso culturale della presenza di “Pianura” in quegli anni di confusione e di azzeramento, nel recente volume I fuochi di Pianura (2011, a cura dello stesso), storia, testimonianze e documenti della rivista: «Mi sembrava allora che la nostra posizione fosse quella di

una sana concretezza, quella di una lotta contro i letterati di mestiere e la letteratura esclusivamente letteraria; insomma una specie di nuovi barbari che conquistavano la vecchia città e la irroravano di

energie schiette e fresche. Un atteggiamento anche irriverente ma rigeneratore. […] Il nemico contro cui batterci era la letteratura paludata e vuota, i cerebralismi e gli snobismi, l’aspirazione a cattedre e a posti di potere. Eravamo portatori di una nuova semplicità, spregiudicata e allegra. […] la parola d’ordine è rifiutare l’industria culturale e l’accademia, accampandosi fuori, è scegliere l’emarginazione senza ridursi al silenzio; anzi al contrario, accendere fuochi, cioè attuare situazioni creative e scritturali che non vengono fagocitate. Il progetto cambia la realtà ma la realtà cambia il progetto» [3] .

Ma allora che ci faceva uno come Vassalli che aveva riscontrato già un certo successo e pubblicato con Einaudi? Prova a spiegarcelo ancora Accattino delineando Vassalli come «un giovane ben introdotto, grazie ad un carattere vivace e irriverente, a uno spirito attivo e intraprendente, con qualità carismatiche di capo e conduttore di dure battaglie. […] Vassalli era capace di coinvolgere molti nelle iniziative che intraprendeva e aveva già intrapreso [… solo che la] fretta di arrivare ha condotto Vassalli su un strada sbagliata così che tutto è diventato parossistico e insostenibile; mentre il percorso di un’esperienza si coglie nell’esperienza stessa; una linea si traccia tracciando la linea e correggendo via via le deviazioni. […] Vassalli non comprende una cosa essenziale: che per essere davvero “fuori” del Palazzo, come dice lui, si deve essere senz’altro “nuovi”. Non possono essere fuori i Davico Bonino o gli Orengo o i Biondi o gli Scalia e neanche i Vassalli» [4] .

La poesia di Accattino (l’aspetto artistico che più m’interessa e per il quale, nonostante la mole di produzione, è meno noto) si può definirla una “poesia pensante”, nulla a che fare con la gnosi, però; una scrittura tesa tra la funzione e la poetica. «Si può scrivere secondo un progetto predisposto, ma si può scrivere anche secondo le esigenze intrinseche della scrittura. Nella prima modalità la scrittura viene trattata come un materiale da utilizzare o uno strumento capace di una certa funzione; nel secondo caso invece la scrittura viene assecondata nei suoi svolgimenti e veramente lo scrittore non sa che cosa scriverà quando si mette davanti a un foglio bianco. Non sa che cosa scriverà ma quello che scrive spesso lo sorprende» [5] . Questo dualismo mi riporta alla mente un volume di Anceschi, Gli specchi della poesia [6] . Entrambi, adoperando gli specchi della poesia (le innumerevoli proposizioni) per ribaltare e annullare l’immagine tautologica e teleologica di uno iato infinito, riescono a contaminare, con la forza del tempo, del reale, del modificare, l’assolutezza della poesia e la sua presunta indistinguibilità. È questa una poesia che si costituisce come tracciato di una certa idea negativa della poesia o se vogliamo, diacronica, intesa a spezzare l’egemonia dell’assolutezza, tenendo in auge il susseguirsi degli eventi, dei momenti d’attraversare giorno dopo giorno:

 

Una forma si muove

in un circolo saliente.

Una dislocazione

frutto d’invenzione.

Una novità la ribalta

e produce un’altra forma. [7]





Claudio Spoletini, Il collezionista, 2012


Lungo l’asse propulsivo che da D’Annunzio passa per Campana, Rilke, Celan, Eliot fino alla beat generation, l’enigmaticità della poesia, il proliferare di operazioni ideologiche, il riordino della scansione poetica critica filosofica politica, è portata a nascita di un’invenzione, a una gravidanza di “forme aperte” che mettono sul piano delle iniziative non più il metodo ma i metodi, convinto del fatto che un molteplice sistema di critica deve riconoscere un molteplice sistema di poesia, un tipo di poesia che non si limiti soltanto a rompere ma ad alimentare il plurimo gioco dell’insolito, della complessità: «La complessità è un punto ideale di totale congiungimento, di unificazione, in cui gli antagonismi sono incoraggiati e temperati, le contraddizioni evidenziate e composte, le unità particolari rinvigorite e valorizzate» [8] :

 

Se scrivo poesie diverse con le medesime parole,

restano le parole ma delle poesie non rimane un fiato.

Non si pensi in fondo di ritrovare il primo autore,

che è irrimediabilmente perduto, sepolto

nel catafalco della primigenia versione.

Come un testo si allarga, anche di una sola parola

e si modifica di un accento, diventa tutto nuovo. [9]

 

La crisi dell’uomo occidentale che non ha più identità, né valori, accontentandosi di vivere una vita fragile, senza punti di riferimento, è anche leit-motiv della poesia di Accattino. Ingiustamente trascurato dalla grossa critica, Accattino dimostra ancora una volta, facendo lo sgambetto all’età non più giovanissima (quest’anno cade il suo 70° compleanno), di voler crier éncore, di voler dire cose necessarie, di non fermarsi mai al semplice gusto di un’eleganza. Nei suoi testi emerge in modo nitido e come dato principale – forse – una consapevolezza, come dire? quasi brutale, la stessa che va muovendo da una trasgressione al kitsch, al dejà vu, a un mondo marmoreo per un linguaggio strutturale (anche se non sperimentale e/o avanguardistico) che s’insinua nella differenza esistente tra Testo e Poesia, tra Poesia e Materia.

Ogni testo conserva sempre un quid di irriducibilità, una funzione orizzontale e zigzagante, una speranza di scrittura conflittuale ed avventurosa, tesa tra un corpus materico e una visione dinamica del mondo, dell’Essere. La lingua si carica fino a esplodere per poi ricomporsi nel luogo di un infinito senza infinito, in una Poesia senza Poesia. Accattino è maestro in questo. Si tratta di rappresentare un’immagine di un sogno, di una utopia, un sogno e una utopia forse irraggiungibili cui credere però. Si tratta anche di una ricomposizione di una memoria in cui l’impossibilità che emerge è anche uno stimolo a riconoscere qualcos’altro; giacché parlare di poesia o comporla è il parlare e il comporre di un’approssimazione; è generare un’esigenza, per dirla con Walter Benjamin, di energia celata dai depistaggi di eventi negativi, che non è mai in grado di soddisfare nel momento della composizione: l’indagine critica e il compito dell’arte non possono che svolgersi sul limite dell’impoetico: «È agevole individuare una composizione poetica: ci soccorrono la letteratura, la scuola, l’orecchio; ma di fronte all’impoetico ci troviamo del tutto impreparati. Esso non è, almeno questo sappiamo, una negazione o l’antitesi del poetico, ma ne è la punta; è un poetico altro, lontano ancora dal diventare universalmente noto ed accolto. Non è un valore affermato, ma qualcosa che si deve andare a cercare e si deve imparare a riconoscere, una specie di funzione che s’incrementa col distanziarsi dal poetico noto, a cui tuttavia dissanguandosi verrà alla fine a congiungersi» [10] .

Per concludere, nulla sembra impraticabile in questo fribillo universo culturale, tutto teso a non sfigurare troppo, a fare bella figura di sé, a nominarsi continuamente autoreferenziandosi, manifestandosi perfino con una energia estrema di sensazioni, di estraniamento dalle abitudini, dai contenuti assunti come soggetto. Ma è una mera illusione che non coglie di sorpresa un intellettuale come Adriano Accattino. D’altronde egli sa che in realtà tutto è impraticabile perché tutto è reso poetico, a tal punto da creare una frattura all’interno della parola che sancisce il cosiddetto “poetese” di sanguinetiana memoria, una eteronimia che lega sempre di più al suo centro. Stiamo vivendo uno stato di catalessi e di riflusso, dacché il predominio del trasparente, del comico e del demenziale, favorisce l’incremento dell’insulso consumismo, del mercato speculativo. In questa “trasparenza culturale” Accattino agisce nella possibilità che una scrittura possa essere ri-scritturata, elaborata anche all’interno del vuoto insignificante del disvalore e della caducità. Insomma lo sostiene la convinzione che si possa fare comunque vera arte, nonostante del problema-poesia non se ne parli neanche più, tranne alcuni accenni in riunioni di affezionati. Non si partecipa più al gioco d’una esistenza di figure mobili, di pluralismo, d’invenzioni, di smantellamento della parola da museo: si parteggia per la ristrutturazione dell’intellettuale come mito, come unico esemplare, non più da comprendere ma da beatificare. Accattino non cade nella trappola ma sa che occorre spostare i termini della riformulazione all’interno della regola per poterla poi sregolare (in modo deciso), credere che la poesia possa fluire e rifluire in questa realtà repressiva, senza doversi giustificare continuamente.





Paolo Radi, dalla mostra "Alzando lo sguardo", Roma, 2013


Accattino ci convince che si può rigenerare la poesia lontano dai canoni ufficiali, ma anche all’interno dei canoni: «Devo anzitutto rinforzare il respiro, poi cominciare a svolgere i pensieri da lontano, soffermandomi minutamente sulla cornice prima di entrare nel quadro. Conviene che pensi con insistenza da lontano prima di pensare da vicino, da fuori prima di pensare da dentro» [11] . Si tratta di dare alla parola e alle cose distinzioni e fondatezza, immagini e riflessioni, difesa e opposizione d’una lingua creativa che si snodi finalmente non più nel volgare o attraverso spettacoli da baraccone, ma in strutture lontane dal provincialismo e dalla solitudine come sub-alternanza, per farsi coscienza in tutta l’intelligenza dell’uomo. D’altra parte per decretare la “morte” della poesia (sein-zumTode) [12] , anche se da più parti più volte implorata di fronte al disagio/disastro di un vuoto enormemente vuoto, ci vuole ben altro di un pur astuto strategico appiattimento. Si vive (ma è più giusto dire si sopravvive) all’ombra di un progetto, nell’oltranza, nella non-forma, nell’attesa che si ripresenti il momento della lotta per trasformare le nostre inermi condizioni. Sennonché come giustamente afferma Accattino tanto «più ci si troverà ad essere andati verso l’altro, quanto più ci si è tesi nel condurre verso di sé, tanto più ad esprimersi in un altro modo quanto più si sarà tentato fortemente di far dire l’altro nei propri modi. Non tanto l’emulazione e la ripetizione muovono in avanti il processo, quanto il tentativo di affermarsi. L’artista non fa dunque altro che cercare d’imporsi e d’impossessarsi di ciò che non gli appartiene, manifestando i suoi modi caratteristici, che proprio per questo insensibilmente si tramutano» [13] . Una responsabilità che non si può prendere a cuor leggero e che ci lega più ai precedenti che al nuovo. In quanto, secondo il pensiero di Accattino, se «la novità che ci tocca discende da un’origine anteriore e da una distanza remota, è illusorio pensare di creare con il nostro intervento una novità che ci possa appartenere. Le modificazioni che apportiamo non si identificano con la novità, né producono direttamente, sebbene alterino la situazione attuale: infatti la novità non è solo lo spostamento ma qualcosa di più complesso e concreto: è il risultato della variazione e delle conseguenze successive che si allargano attorno e interessano altri elementi. […] Non abbiamo dunque speranza di fare la novità autentica, ma solo spostamenti né di vedere la novità che i nostri spostamenti andranno a produrre, in un concorso inestricabile» [14] :

 

3.

 

Corpo, come riesci a durare

è mistero! Non conosco materia

più fragile, sempre sul punto di perdersi.

Una lunga serie di cedevolezze

intreccia la tua tenacia; in bilico

un istante dopo l’altro duri a lungo.

Morbidamente ti adatti a mille

variazioni: cambi a ogni cambiamento,

sei pronto a piegarti al primo vento. [15]

 

Dunque, sempre secondo Accattino, l’avanguardia è un illusione, come lo è il nuovo, e l’azione non può che avvenire transitando dallo spirituale al materiale e viceversa. E sarebbe comunque una risurrezione.

 

 

 

 

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1 dal risvolto di copertina.

2 A. Accattino, Montagna di carne [5], in A. Accattino, Tema supremo, vol. IV, tomo X, Mimesis Edizioni, Milano-Udine, 2011, p. 69.

3 Id., I ricordi e le riflessioni, in Aa. Vv., I fuochi di Pianura, s. e. Ivrea, 2011, pp. 33 e segg.

4 Ivi, pp. 29 e segg.

5 Id., Il problema contemplare, vol. X, tomo XXVI, Mimesis Edizioni, Milano-Udine, 2011, p. 6.

6 Einaudi, Torino, 1989.

7 A. Accattino, Poesia dell’impoetico, vol. I, tomo III, Mimesis Edizioni, Milano-Udine, 2012, p. 71.

8 Id., La scoperta della complessità, vol. III, tomo VIII, Mimesis Edizioni, Milano-Udine, 2013, p. 126.

9 Id., Georg Trakl e Yves Bonnefoy, in A. Accattino, Poesie rubate, vol. XI, tomo XXXI, Mimesis Edizioni, Milano Udine, 2013, p. 29.

10 Id., Poesia dell’impoetico, op. cit., p. 114.

11 Id., Risurrezione, vol. X, tomo XXIX, Mimesis Edizioni, Milano-Udine, 2012, p. 11.

12 Espressione heideggeriana che vuol dire essere-per-la-morte. Secondo il filosofo tedesco mondanità, coesistenza e mortalità costituiscono il nostro statuto ontologico: non c’è mai dato di poterci comprendere se non attraverso l’illusione e l’impotenza. Ma l’uomo che cede di fronte a se stesso e preferisce il silenzio al fare, a che razza appartiene? (Qui, razza sta per termine spregiativo). Gianni Vattimo, che di Heidegger e della sua illusione, è stato un attento studioso, va affermando che «il senso dell’arte […] sarà tanto più valido quanto più rinvierà a tale reintegrazione dissolvendosi tendenzialmente in essa [,] la sua riuscita coinciderà con la sua negazione di sé» (G. Vattimo, La fine della modernità, Milano, 1985, p. 65).

13 A. Accattino, L’artista nella società e in solitudine, vol. II, tomo V, Mimesis Edizioni, Milano-Udine, 2013, p. 90.

14 Id., Vertigini sulla realtà, vol. III, tomo VII, Mimesis Edizioni, Milano-Udine, 2012, p. 14.

15 Id., Tempo supremo, vol. IV, tomo X, Mimesis Edizioni, Milano-Udine, 2011, p. 57.

 

 

 

 




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