LETTERATURE MONDO
JAMES JOYCE
Tra bellezza e ‘claritas’ la verità è soltanto nell’arte

      
L’Editrice Clinamen di Firenze ha pubblicato, per la cura di Carlo Avolio, una nuova edizione delle “Epiphanies / Epifanie”, con testo originale a fronte. Un libro, composto da quaranta brevi testi, che resta fondamentale per comprendere i passaggi e le concezioni estetiche cruciali del ‘work in progress’ joyciano, che poi condurrà il grande scrittore irlandese ad elaborare le due opere-capolavoro “Ulisse” e “Finnegans Wake”.
      




   

 

di Simone Rebora

 

 

La definitiva scadenza dei diritti d’autore sull’opera di James Joyce è stata salutata, almeno qui in Italia, da un vero trionfo di pubblicazioni. E mentre due nuove versioni dell’Ulisse venivano licenziate a distanza di un solo anno (offrendo pure la possibilità di confrontare il lavoro di un “grande” come Gianni Celati con quello di un “giovane” come Enrico Terrinoni), fioccavano numerose le operazioni di recupero e di riedizione: ma il pericolo, come già riscontrato su questa testata, era quello di spingere troppo oltre la ricerca della novità, proponendo al lettore oggetti di dubbia statura scientifica (e l’esempio di Finn’s Hotel è stato paradigmatico, in tal senso).

Su una strada del tutto opposta si colloca invece il lavoro di un giovane traduttore, Carlo Avolio, che ha recentemente licenziato presso l’Editrice Clinamen di Firenze una nuova edizione delle Epiphanies (Epifanie – testo inglese a fronte –, 2014, pp. 105, € 11,90), quella serie di brevissimi scritti composti da Joyce tra il 1900 e il 1904, che costituiscono il fondamento più profondo di una poetica sviluppatasi nei 35 anni a seguire, ma che si legano anche ad alcuni tra i più inveterati cliché della critica, facili a legare il nome del grande scrittore irlandese a un concetto per lui nient’affatto pacifico. L’agile volume curato da Avolio si distingue così per il tentativo di mettere definitivamente ordine riguardo alla questione teorica (nel denso saggio introduttivo), offrendo al contempo un esempio di rigorosità filologica nella gestione del testo. Un ricco e stringente apparato di note permette infatti di collocare con precisione gli scritti nel corpus dell’opera joyciana, tenendo conto tanto delle varianti manoscritte quanto delle loro successive riprese e modifiche. Buona parte delle Epiphanies, infatti, confluirono nei grandi libri a venire, lasciandovi l’impronta indelebile del passato, ma anche stemperandolo entro nuove strutture significanti.





È proprio per questo che la loro lettura non può principiare senza aver prima ben chiara la questione estetica su cui esse si fondano. Avolio offre tutti gli strumenti necessari, lasciando in gran parte la parola allo stesso Joyce, che almeno in due occasioni aveva esposto (e gradualmente decostruito) la propria peculiare “poetica epifanica”. Il primo riscontro è in Stephen Hero, il lungo romanzo incompiuto (e giuntoci in forma frammentaria) cui Joyce si era dedicato subito dopo l’interruzione del progetto delle Epiphanies. Il concetto di “epifania” è qui presentato facendo riferimento all’estetica tomista, e in particolare a quella che l’Aquinate presentava come la “terza qualità della bellezza”, la claritas: «La teoria estetica di Stephen [protagonista del romanzo] compie dunque un doppio movimento: non solo la claritas viene accostata alla quidditas [descritta come whatness, identità], ma è questo criterio formale che viene legato a sua volta all’idea di epifania: la rivelazione è una forza irradiante che dall’oggetto […] passa all’attività ricettiva della coscienza artistica» (dall’Introduzione, p. 13). Ma, come nota sottilmente il curatore, questa concezione in larga parte tradizionale e “canonica” della bellezza include già degli elementi di frizione, le tracce di una contraddizione interna che deflagrerà nei libri a venire. Già il fatto di affidare questa dichiarazione di poetica alla voce di un personaggio di finzione (per quanto in larga parte autobiografico) segna una prima presa di distanza, come anche la scelta di includere poi le stesse Epiphanies nel testo di Stephen Hero (e dei libri successivi), che ne stempera implicitamente la supposta autonomia formale. Ma la vera maturazione (e il definitivo rovesciamento) di questa concezione estetica giunge con il primo romanzo pubblicato da Joyce, A Portrait of the Artist as a Young Man. L’esposizione delle tre qualità tomiste (integritas, consonantia e claritas) è qui ripresa e perfezionata, ma lo sviluppo concettuale del rinnovato Stephen Dedalus suggerisce una nuova e diversa poetica, che sarà al cuore di opere come Ulysses e Finnegans Wake: «lo spostamento di asse – da una poetica che postulava nella radiosità pre-artistica dell’evento epifanico la fonte della propria bellezza fino al riconoscimento della dipendenza di ogni formazione dalla disposizione volontaria e dall’atto creativo dell’immaginazione – è il risultato della consapevolezza pratica che, se una “rivelazione” è possibile, essa può darsi solo nell’arte, essere solo dell’arte» (dall’Introduzione, p. 18).





Chiarite queste fondamentali questioni teoriche, il confronto con il testo può quindi divenire quanto mai illuminante, anche per quegli «ideal reader[s] suffering from an ideal insomnia» che preferiscono comunque puntare a lidi più remoti. E in questi quaranta brevi scritti (che quasi mai si estendono oltre la metà della pagina), si potrà anche toccare con mano il lavoro attento e sorvegliato del traduttore. Un lavoro che a tratti risulta fin troppo sorvegliato, che mai si concede a un vezzo e che riduce al minimo gli adattamenti formali, offrendo al lettore piuttosto uno strumento, che non un’autonoma ri-creazione. La scelta di conservare il testo originale a fronte, infatti, stimola il confronto immediato (favorito anche dalla limitata estensione dei brani) e diviene quasi un’implicita dichiarazione di poetica dello stesso traduttore: perché, piuttosto che ergersi sulle spalle del proprio autore, il suo compito è forse quello di disporsi umilmente al suo fianco, per accompagnarne il cammino entro la propria cultura. Dato per acquisito il valore di un “classico”, insomma, quel che più conta è il trattamento che il curatore di turno sceglie di dedicargli. E se il primo istinto è quello di attingervi a piene mani, senza troppo badare al metodo perché quel che più conta è il risultato (e, ovviamente, la sua facile vendibilità), un atteggiamento speculare (chiamiamolo pure “pedante”) invita invece al contegno e alla cautela – ma soprattutto alla necessità di giustificare bene le proprie scelte, specie quando sono in ballo dei manoscritti mai pubblicati in vita dall’autore, di cui pure esistono diverse versioni.

E quindi, a suggerire la scelta tra le due opzioni, è forse proprio quel James Joyce che, nella sua ultima grande opera, invitava certo alla libertà e alla diffusione delle traduzioni, ma solo dopo avere lavorato per diciassette anni alla stesura di “soltanto” 628 pagine. Se la verità è “nell’arte”, è pure giusto andare a cercarla nel work in progress da cui essa è scaturita, ma la materia proteiforme con cui ci si trova inevitabilmente a confrontarsi, costringe anche a una piena consapevolezza dell’intera costellazione letteraria entro cui essa si colloca. E quando poi quest’ultima è il “chaosmos” linguistico joyciano, anche il passo del più rigido pedante si tramuta in una danza.




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