LUOGO COMUNE
UNA RILETTURA DEI
“QUADERNI DEL CARCERE”
La filosofia della prassi secondo Antonio Gramsci


      
È uscita presso Carocci un’antologia dei celebri scritti gramsciani curata da Lelio La Porta e Giuseppe Prestipino. Ed è una preziosa occasione per riconsiderare l’attualità del pensiero del leader comunista capace di rielaborare in termini di ‘conoscenza della cosa’ e di ‘metodo dell’azione’, di egemonia culturale e di ruolo degli intellettuali la frase di Marx che recita: ‘I filosofi hanno soltanto diversamente interpretato il mondo; si tratta però di trasformarlo’. La forza della sua analisi concreta è un grande stimolo ancora oggi che ci troviamo del tutto concettualmente disarmati di fronte alla contraddittoria complessità della globalizzata società contemporanea.
      



      

di Alberto Scarponi

 

 

I “Quaderni del carcere” di Antonio Gramsci. Un’antologia,

a cura di Lelio La Porta e Giuseppe Prestipino, Roma, Carocci editore, 2014, pp. 256, € 21,00.

 

 

Nonostante il fragore in diretta dell’ininterrotto talkshow accortamente impotente a dirimere – siccome the show must go on – qualunque questione si dica di voler discutere e nonostante il lunghissimo, altissimo, divino svanire in differita di quell’uomo iperbole, sempre più occulto e astuto nel suo buio lassù, sulla gru, come un finto gesù, il suo avatar, che è e che non è, da misterico tiratardi da tivù, che non ne può proprio più, di questi quaggiù, ciò nonostante  io

 

Qui davanti ho un libro. I quaderni del carcere di Gramsci.

Gramsci chi?

Quell’uomo paradosso che, chiuso in gattabuia a incomunicare, per arrestarne il cervello, scrisse pagine e pagine e pagine, misteriche per i suoi sospettosi secondini. Paradossalmente mirava a chiarire, anche ad essi, quel presente là fuori del muro e le origini di quel presente e la sua storia e, chissà, il suo futuro, così monocromo d’aspetto, e invece tanto possibile e dunque…

Gramsci? Sì Gramsci.

 

Due esperti della materia, di generazioni diverse e lontane, Lelio La Porta e Giuseppe Prestipino, hanno pubblicato un’antologia di quei quaderni (sottolineano una, per dire che, come càpita davanti a grandi assemblaggi di pensiero, – chessò, per esempio davanti a Leopardi e al suo zibaldone, – da quel materiale a più utilità si potrebbero anche cavare molte antologie, diverse) (ma forse anche per dire che a uno scrittore come Gramsci, il quale, proprio à la Marx, non riusciva di tenersi racchiuso dentro nessun decalogo o catechismo, per benintenzionato che fosse, le nostre letture se sono uniche non si confanno: niente, solo il pensare critico va bene, quindi anche questa è solo: una lettura).

Così sobriamente La Porta e Prestipino hanno selezionato le pagine di quei quaderni in otto capitoli connessi con lucidità, ciascuno preceduto da una chiara premessa esplicativa e da un titolo che dice uno dei termini cardinali del ragionamento gramsciano: «Il capitalismo e la sua crisi», «Che cos’è la rivoluzione passiva?», «I subalterni possono parlare», «Dall’interesse materiale alla consapevolezza politica», «Come si diventa egemoni», «Intellettuali, cultura, educazione», «La filosofia della praxis ovvero: “I filosofi hanno solo interpretato il mondo in modi diversi; si tratta ora di mutarlo”», «Riforma intellettuale e morale come rivoluzione culturale e civile».





Antonio Gramsci (1891-1937)


Risultato: un libro che a me sembra un gesto culturale di strepitosa attualità. E non soltanto perché conferma il principio ovvio, e ancora incontestabile, secondo cui i classici sono sempre da rileggere, in quanto i problemi di oggi ti fanno capire meglio quello che essi volevano dire ieri, in quell’altro mondo, e anche viceversa. Questo sì, ma non soltanto per questo, per il rapporto reciproco che si istituisce tra la profondità del nostro possesso culturale del passato e la sicurezza con cui ci sperimentiamo nel presente. In più qui, oltre il metodo, torna attuale l’analisi stessa, che appare diretta, immediata, giacché verte sulla strumentazione concettuale occorrente per agire un presente che, almeno nei suoi tratti di fondo e con i dovuti aggiornamenti, è ancora il passato.

Di fronte a questa analisi, il nostro sbandare, oggi, così sconcertati davanti alla insolubile contraddittorietà delle azioni politiche possibili, non risulta altro infatti che il portato di un vuoto culturale: non abbiamo idee praticabili circa la struttura e la dinamica dell’oggetto da governare, vale a dire circa la società contemporanea, né dunque circa i suoi approdi possibili, tra cui noi dovremmo selezionare per stabilire quali sono anche nostre finalità. E tanto maggiore diviene lo sconcerto quando, di fronte al lucido studio concreto condotto da Gramsci carcerato, noi – nell’odierno nostro statico e convulso non-sapere – sgomenti ci rendiamo conto, innanzi tutto, che la realtà, la sempre maggiore complessità del reale, non prevede mai né portentose ricette prefabbricate, né formule magiche, né indubitabili dogmi, né rassicuranti catechismi o santi benedicenti che riescano a evitarci la dura fatica del concetto, la fatica di questo lavoro qui, da fare ora con il nostro intelletto.

 

Per cominciare osserviamo le cose. Sbalorditi: sotto le bandiere, niente.

 

Così: che cosa sappiamo, nel nostro quotidiano, del capitalismo oggi? Magari – seguendo la traccia indicata per esempio, alla fine dello scorso millennio, da Jean Baudrillard con la sua microfisica dei simulacri – crediamo che dal naturale valore (d’uso) degli oggetti siamo progrediti al delimitato valore (di scambio) della merce e poi al circoscritto (perché ogni volta interno a una sua struttura) valore del segno, finché ora siamo al nulla più, all’universale gaio valore orgiastico del mondo frattale, quando tutto e niente è valore, ad libitum. Qui ora tutto è un istante stellante, di fronte a cui la coscienza soltanto si estingue, non rischia più di sperdersi infelice nell’orgogliosa fatica infinita della propria mise en abyme. Qui ora sembra non esista più nessun mondo (con i suoi bisogni da governare), ormai si dà solo la politica senza mete, il gioco della ragione e del potere. Se proprio, al game over, il gusto effimero della vittoria. L’altro? Un perdente che, se è vivo e furbo, si rifarà.

Cos’è tutto ciò? Un effetto dell’egemone cultura d’apparato? Chissà, questo robot della produzione purchessia ha tanto deprezzato l’intellettuale lavoratore, artigiano e artista, ha tanto ottimizzato la creatività astratta, l’ha disossata e tritata in artifici estremi, in trovate gioconde, in sconcertanti futilità, da risucchiare nella paranoia romantica dell’attimo fuggente (vulgo sballo) persino la recezione, ‘ricreativa’ ovviamente, del prodotto ‘creativo’: recepirlo è diventato un evento in sé, un nonnulla sensibile, ma anche un inclusivo punto emozionale acquistato al supermarket della Meraviglia. L’Economico è al top.   

 

Per chiarire il metodo secondo cui analizzare il nostro presente e quindi comprendere dove siamo, questo libro comincia ricordandoci che Gramsci nel 1926, quando poi fu arrestato, stava lavorando a un saggio, divenuto poi celebre, su un problema assai concreto, la questione meridionale come nodo creato in Italia dalla prospettiva solo borghese, non nazionale, con cui era stato costruito nell’Ottocento il «risorgimento», che pur diceva di essere invece appunto nazionale.

Studiando questo problema, Gramsci scopriva inoltre come suo perno «la quistione degli intellettuali» e cioè «la funzione che essi svolgono nella lotta delle classi». A quel tempo, nell’oggettività storica del meridione italiano, l’intellettuale mostrava un comportamento schizofrenico: era «democratico nella faccia contadina, reazionario nella faccia rivolta verso il grande proprietario e il governo». (Cioè produceva cultura, che era l’oggetto del suo lavoro, come un ibrido: per un verso in folklore del quotidiano e per l’altro verso in moda cosmopolita.) Naturalmente si trattava di una complessità storica e solo in seconda istanza di un tema etico, concernente la condotta pratica delle persone in quanto soggetti singoli. E il problema storico, dunque politico, era: come produrre di fatto «una frattura di carattere organico» nel blocco storico che legava gli intellettuali alle classi al potere, e quindi come costruire un’altra egemonia sul terreno sociale oggettivo.





Una pagina manoscritta di Gramsci


Ora, nei Quaderni del carcere gramsciani, secondo questa antologia di Lelio La Porta e Giuseppe Prestipino, è contenuta appunto la lucida ricerca della soluzione, metodologica e analitica, di tale problema storico-politico, vale a dire l’indicazione della strada da percorrere e perché.

In sintesi, «il criterio metodologico su cui occorre fondare il proprio esame», scrive Gramsci, «è questo: che la supremazia di un gruppo sociale si manifesta in due modi, come “dominio” e come “direzione intellettuale e morale”… Un gruppo sociale può e anzi deve essere dirigente già prima di conquistare il potere governativo (è questa una delle condizioni principali per la stessa conquista del potere); dopo, quando esercita il potere… diventa dominante ma deve continuare ad essere anche “dirigente”».

L’egemonia dunque con i suoi agenti, gli intellettuali, è parte costitutiva di un qualunque  assetto socio-economico e anche del suo mutamento. Essa dà forma per così dire all’autorevolezza pratica del corpo sociale al potere entro quell’assetto storico, autorevolezza che si colloca accanto alla sua autorità sostanziale, al suo potere posato sul fondamento del regime economico-politico. L’una e l’altra sono i canali operativi necessari perché esista quel costrutto culturale da cui prende vita ciò che Gramsci chiama una nazione. Ovvero un popolo che, da semplice agglomerato tribale, folclorico, affidato alla ricetta ideologica dell’homo homini lupus, – secondo ciò che, fuori dalle mura del carcere, il fascismo in armi andava allora proclamando, – invece nella prospettiva gramsciana diventa e ogni giorno si fa struttura organica nuova, vitale, in perenne cambiamento di sé e perciò aperta, amica dell’altro popolo-nazione.

«Si può impiegare il termine di “catarsi” per indicare il passaggio dal momento meramente economico (o egoistico-passionale) al momento etico-politico», chiarisce Gramsci, cioè il passaggio all’intervento attivo della coscienza degli uomini la quale assume la realtà oggettiva come «forza esteriore che schiaccia l’uomo, lo assimila a sé, lo rende passivo», per trasformarla invece «in mezzo di libertà, in strumento per creare una nuova forma etico-politica».

Secondo Gramsci (che provvisoriamente sta mimando il linguaggio di Benedetto Croce) anche uno degli approdi possibili cui l’attuale passaggio storico di per sé condurrà, cioè la ricerca di una nuova forma etico-politica della società, verrà a configurarsi per così dire come il tentativo di far trionfare strutturalmente l’etica sulla passione. Potremmo dire, mimando noi invece il linguaggio quotidiano, si cerca di costruire il predominio della coscienza, con il suo pensiero lungo, sul sentimento, con il suo pensiero corto, ravvicinato. Il punto d’arrivo di tale processo e insieme la meta auspicata dall’azione umana sarà la futura «società regolata», in cui risulteranno riassorbite e fuse sia la (emotiva) «società civile» che la (normativa) «società politica».

Intendere il discorso politico come costruzione di egemonie presuppone una specifica concezione del mondo. È dunque un punto centrale, che infatti ha meritato in questa antologia un apposito capitolo, dedicato a chiarire che cosa sia per Gramsci quella cui egli dà il nome di filosofia della prassi.

Il cosiddetto «materialismo volgare», cioè popolaresco, grezzo (tuttora attivo, magari sotto vesti metafisiche, non solo nel campo del positivismo socialdemocratico o liberale, ma anche all’interno della tradizione comunista), fornisce al soggetto umano una visione dogmatica del reale, quindi approssimativa, sommaria e indifferente alle sue infinite dinamiche concrete. Tale materialismo infatti pensa la storia umana come un deterministico prodotto meccanico di una struttura economica che, sovrana, stabilisce l’intera sovrastruttura ideologica (in ogni suo aspetto: ideale, politico, religioso, etico, culturale, artistico) delle società che man mano vengono così in essere, passivamente preordinate, prive di soggettività (singoli individui o gruppi) capaci di intervento autonomo positivo sul reale.





Ora – contro questa impossibilità sostanziale per l’essere umano di intervenire efficacemente in positivo con una qualsiasi sua azione autonoma, politica e/o culturale, capace di oltrepassare il confine dettato dalla realtà economica – la gramsciana filosofia della prassi si riaggancia invece direttamente al giovane Marx, il quale, nell’atto di liberarsi dell’idealismo di Hegel (da lui accusato di guardare il mondo dalla postura innaturale di chi cammina sulla testa), aveva però anche riconosciuto la possibilità e anzi la continua effettiva presenza nella storia di una reazione attiva dell’uomo sulla struttura. La prima delle sue celebri undici Tesi su Feuerbach (1845) infatti diceva: «Il difetto capitale di ogni materialismo fino a oggi (compreso quello di Feuerbach) è che l’oggetto, la realtà, la sensibilità, vengono concepiti... non come attività umana sensibile», appunto non come prassi, come azione attiva dell’uomo sulla oggettività delle cose. «Di conseguenza», continuava Marx, «il lato attivo fu sviluppato astrattamente, in opposizione al materialismo, dall’idealismo». Ed è stato così trasformato in idea, in ideale, in irrealtà (in quello che noi lettori di Marx e di Gramsci oggi – se seguissimo la convinzione maggioritaria dell’audience televisiva – dovremmo identificare con l’inutile, talora sospirosa talora saccente, tuttologia degli intellettuali).

Sulla linea di questo ragionamento, l’ultima di tali Tesi marxiane conclude il discorso con una polemica («I filosofi hanno solo interpretato il mondo in modi diversi; si tratta ora di mutarlo») puntualmente registrata da Gramsci nell’intento di tirarne la conseguenza che oggi «la filosofia deve diventare “politica”, “pratica”, per continuare ad essere filosofia». Dove, tuttavia, i curatori accennano a una problematicità (positiva) del ragionamento gramsciano, sostenendo che esso «reinterpreta Marx», «lo integra o modifica». Infatti la stessa Tesi nel testo reso pubblico da Engels nel 1888, con propri interventi redazionali a migliorarne la comprensione, e che costituiva la base tedesca da cui Gramsci traduceva, suona (nella traduzione di Fausto Codino in Opere di Marx ed Engels, vol. V, 1845-1846, p. 627) così: «I filosofi hanno soltanto diversamente interpretato il mondo; si tratta però di trasformarlo». La reintepretazione gramsciana, commentano i curatori, consiste nel fatto che in essa la filosofia (per così dire il contenuto essenziale di ogni lavoro intellettivo) «non è abolita e sostituita dalla pratica, come parrebbe dalla tesi» marxiana stessa «e dalle sue consuete interpretazioni, ma interagisce con la pratica derivandone un suo nuovo ruolo attivo».

In realtà problematica sembra piuttosto la interpretazione consueta della Tesi a chi la legga nella versione originale di Marx (alla p. 5 del citato volume delle Opere), che suona: «I filosofi hanno soltanto diversamente interpretato il mondo; si tratta di trasformarlo». Vi manca dunque sia la congiunzione avversativa ‘però’ (altrove tradotta ‘ma’) introdotta da Engels, interpretabile come allusione a una schematica inguaribile estraneità fra pensiero e azione, sia l’accenno a una apertura di campo nuova per la cultura tramite l’avverbio temporale ‘ora’ inserito invece da Gramsci. Tutto è possibile, naturalmente, ma pare più probabile che si tratti di un semplice riscontro fattuale da parte di Marx, con un approssimativo cenno di ironia incompiuta sulla faccenda di cambiare con le parole e cambiare con i fatti. Non si deve dimenticare, credo, che anche qui il punto filosofico di partenza era il lavoro, dove pensiero e azione sono intrinseci e scontati, sempre.  

Forse è lana caprina, ma il deprezzamento del lavoro degli intellettuali, – che oggi cola tranquillo dalle filosofie di massa tra cui brancoliamo, che anzi, almeno qui in Italia, sembra senz’altro accompagnarsi quotidianamente a una sorta di sindrome depressiva dell’etica pubblica e della moralità individuale, fino a tradursi in aperta e giustificata incertezza circa le regole da seguire ai fini di una pur molto materialistica condotta economica efficiente delle cose oppure di un’altrettanto materialistica convivenza civile, – questo stato di incertezza diffusa, provocata dall’intellettuale assente, per contro segnala con certezza la presenza di una crisi collettiva di grande portata. È un fenomeno che, di per sé, rileva la ‘questione intellettuale’ come, più che importante, decisiva, in questo frangente storico.

Gramsci infatti lavorò allora sul tema intendendolo appunto come argomento nodale nell’analisi della società contemporanea, tanto che, e i curatori dell’antologia vi accennano, ha indotto qualcuno a considerare l’intero materiale dei Quaderni del carcere un’unica riflessione intorno alla seconda delle Tesi su Feuerbach, quella nella quale, in sintesi, si dice che la verità è «una questione pratica», che soltanto «nella prassi» un pensiero si dimostra vero, mentre per il resto si tratta di dispute scolastiche. Ecco: l’intento costante della riflessione gramsciana è stato, sul piano filosofico di base, di sottolineare la complessità della «prassi», sia nel momento in cui è criterio di conoscenza della cosa (di ciò che identifica come cosa), sia in quello conseguente in cui si fa metodo dell’azione. Di qui la capacità di illuminazione della sua analisi concreta.





Mi sembra di poter aggiungere, più o meno tra parentesi, come qui si intraveda una convergenza oggettiva con l’acquisizione teorica dell’ultimo Lukács, quando negli anni Sessanta del Novecento ha identificato la novità filosofica del pensiero marxiano in una vera e propria ontologia (vedi, nella traduzione del sottoscritto, i tre volumi di Per un’ontologia dell’essere sociale, Editori Riuniti, 1976-1981), una ontologia concettualmente nuova, giacché in effetti considera l’ontologia una storia, appunto dell’essere sociale. Questa ontologia storica o storia ontologica sta fondata sul “lavoro” come cellula antropica da cui origina poi la società in generale, mentre l’uomo, l’antropos, ne è il protagonista, il soggetto. Il lavoro, con la sua struttura teleologica che include l’intervento sia della coscienza che della conoscenza, pare dunque non essere altro che la prassi nella forma che assume, in determinate società, quando diviene la categoria socio-economica attorno a cui storicamente si caratterizzano, finora lo hanno fatto in termini di conflitto, determinate classi.

Interessante in ogni caso è il fatto che ambedue i pensatori si trovino a dover considerare centrale nella dinamica evolutiva di ogni società, sia in tempi di consolidamento che in tempi di trasformazione, la funzione della cultura. E non solo perché, stando a Gramsci, nelle trasformazioni sociali «la guerra di movimento» vale «fino a quando si tratta di conquistare posizioni non decisive», mentre per le posizioni decisive «si passa alla guerra d’assedio, compressa, difficile, in cui si domandano qualità eccezionali di pazienza e di spirito inventivo». Tanto più che ci si trova spesso in una condizione strana, dove «l’assedio è reciproco». Ma, a parte le condizioni estreme dell’assedio, sempre «la guerra di posizione domanda enormi sacrifizi a masse sterminate di popolazione: perciò è necessaria una concentrazione inaudita dell’egemonia». Poiché quest’ultimo cenno gramsciano aveva di mira la costruzione di una nuova società e proprio là dove allora, anni Trenta, si stava tentando quell’esperimento, quanto a Lukács, per indicare una sua implicita sintonia in proposito, basterà ricordare come nel 1968 argomentò il fallimento ‘staliniano’ nella costruzione del socialismo sostenendo che tale costruzione aveva avuto a suo criterio soltanto il consolidamento del potere politico e dell’assetto economico mutato, ma aveva tralasciato di produrre una nuova cultura, cioè l’abitudine delle masse alla democrazia socialista.

 

L’esposizione mirata della materia dei Quaderni del carcere gramsciani, dunque, in questa antologia si presenta precisamente come una proposta di lettura teorico-analitica del nostro presente. Gli otto capitoli sono nient’altro che altrettanti punti metodologici di una traccia, apparentemente persuasiva, di strategia per governare la crisi in cui siamo. Di fronte a questa crisi organica vasta e profonda infatti (la società di massa che, ormai in piena mondialità economica, tecnico-comunicativa, culturale va travolgendo tutte le forme di vita sociale, a partire da quelle della democrazia politica, come le conosciamo) nulla di più appropriato che l’appello qui contenuto agli intellettuali (di tutte le specialità, perché c’è bisogno di tutto) perché, quale che sia la loro condizione di partenza in questa società al momento autodistruttiva, comunque facciano il loro lavoro.

 

 

 

 




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