SPAZIO LIBERO
FILM: “12 ANNI SCHIAVO”
Una storia melensa e mal girata


      
Una opinione agli antipodi del parere della giuria americana degli Academy Awards che ha premiato la pellicola diretta da Steve McQueen con l’Oscar come migliore opera cinematografica del 2014. Non si salva nulla: il racconto della vicenda, la regia, l’interpretazione, la fotografia e, per ultimo, il doppiaggio. Molto meglio andare a rivedersi sul tema “The Butler” o “Lincoln”.
      



      

di Ignazio Apolloni

 

 

Un film melenso 12 anni schiavo (2013) di Steve McQueen, tratto da una storia vera capitata a Solomon Northup, raccontata in un libro romanzesco pubblicato nel 1853.

Una sorta di La capanna dello zio Tom, privo di slanci, di segni di rivolta foss’anche fosse finita con l’impiccagione piuttosto che subire umiliazioni laceranti di qualsiasi psiche. Laddove manca qualsiasi sostegno da parte dei bianchi del nord America, silenti fin quando il grande Lincoln (ben altro film, di tutt’altra fattura, recitazione, trascinazione verso il ripudio della vergogna per una sottomissione di un popolo al servizio dello sfruttamento intensivo dei campi di cotone in Georgia o Louisiana fa lo stesso) non ebbe a dire basta.

 

Un violino responsabile del sequestro subìto dal protagonista che finisce per allietare le feste del padrone-schiavista, succube irrisolto – il Northup e lo strumento – delle prepotenze e diktat di chi lo ha comprato e perciò ne ha il diritto di vita e di morte al punto da soggiacere, il protagonista, alla sua volontà quando riceverà l’ordine di frustare a sangue un’altrettanto schiava invece che rivoltarsi e frustare lui.

 

Una specie, sia pure larvata, della volontà di potenza ed espressione di odio praticati dal Ku Klux Klan nell’indifferenza generale di tutti gli altri bianchi di qualsivoglia continente. Nessun accenno alle – sia pur future – Pantere Nere e all’utopia del ritorno in patria: l’Africa Nera da cui erano stati strappati con furia e con forza. Una riedizione in chiave quasi nostalgica dei campi di concentramento e di sterminio nazisti là dove si volle e si praticò che gli ebrei reclusi e privati di ogni diritto allietassero col violino le serate dei Kapò.





Tutt’altra cosa, ma poi non troppo dal The Butler quanto alla sottomissione; un film però di ben altra fattura, con un dispendio enorme di mezzi; un protagonista la cui immagine non potrà facilmente dimenticarsi; un attore (Forsest Whitaker) pressoché professionale, tale diventato per effetto di una regia superlativa (di Lee Daniels); la cui fotografia, le riprese, la sceneggiatura, la scenografia; il gioco di luci e di ombre; il sottofondo musicale sono tutti degni di un Oscar.

 

E invece, a parte la durata snervante di ben oltre due ore, i Dodici Anni conoscono e praticano la mediocrità, l’insipienza. Non c’è cosa che meriti un riconoscimento da potere collocare la pellicola a uno qualsiasi dei primi posti elargiti dai vari centri di potere del settore; per non dire del doppiaggio affidato a chi dovrebbe cambiare mestiere; oppure del direttore della fotografia che tutto dovrebbe fare meno che mettersi dietro la macchina fotografica e seguire semmai le riprese affidate quantomeno a un sicuro apprendista.

 

Viene dunque voglia a chi scrive di assegnare un bello e meritato Zero in condotta, per citare un vero capolavoro ben meritato, diretto nel 1933 dal regista Jean Vigo. Altri tempi quelli; squallore spesso oggi: com’è il caso appunto del film del quale qui si tratta.

 

 




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