LETTURE
ALFONSO AMENDOLA
      

Rimboldiana ovvero un poemetto
(in movimenti e immagini)

 

prefazione di Massimo Villani,
postfazione di Roberta Bisogno

 

Grafica Metelliana, Cava de’ Tirreni 2013, pp. 57

    

      


di Ugo Piscopo     

 

 

Un poemetto-omaggio per Rimbaud (a nome di una generazione)

 

 

Alfonso Amendola, sociologo degli audiovisivi sperimentali con insegnamento presso l’Università di Salerno, ci regala un po’ a sorpresa, (ma non troppo, se si ha presente il modo fermentante di formarsi e di vivere da giovane in un collettivo dove si mangia pane e punk/dark/new wave/beat generation/john cage/dissonanzen-e-dissacrazioni), un poemetto dedicato a Rimbaud, sì certamente  quello delle Illuminations e di Une saison en enfer, ma quello anche dell’eversione radicale programmata e testimoniata con scelte di vita totali in contestazione di ogni misura di medietà e di mediocrità del quotidiano. Soprattutto quello che è stato un ritornante presso le generazioni, che si sono riconosciute nell’alterità e nella diversità (per dirla con Foucault e Derrida) e si sono messe in ascolto, dopo i maudits, della voce di quell’altra ragione che parla per delirio e in inconciliabile antitesi, ma con nuclei, brandelli e baluginii accecanti di oscure, terribili, inquietanti verità.

 

Il poemetto è affidato a una preziosa plaquette in formato album, Rimboldiana ovvero un poemetto (in movimenti e immagini), con prefazione di Massimo Villani e postfazione di Roberta Bisogno. Esso, naturalmente, è scritto in parole e fa riferimento innanzitutto a una tradizione del nuovo, all’interno della quale Jarry, Artaud, il teatro dell’Assurdo, la New Wave etc., dettano un inequivoco indirizzo, diciamo, decostruttivistico. Ma fa riferimento anche e soprattutto a quelle ricerche, dentro le quali la verbalità deve legittimarsi per guizzi visionari, per seduzioni plurilinguistiche, per disponibilità a intrufolarsi negli interstizi occasionali, per convivenze e connivenze con la visualità. Perciò, l’album è ricco più di visualità che di verbalità e ospita il poemetto, come testo privilegiato, entro atmosfere mosse e vibranti di accensioni stroboscopiche, dandogli, quasi secondo copione, la parte di un’efflorescenza che surnuota nel liquido della teatralità e della figuratività.

 

Autori e collaboratori di questa operazione degna dell’epoca nostra, connotata dai pixel, sono grafici, artisti, animatori di linguaggi visivi, quali Alessandro Cammarano, Pippo Carosetti, Lara Cetta, Matilde De Feo, Giovanni De Michele, Alfredo De Sia, Vincenzo Frattini, Costabile Guariglia, Felicia Maria Iannone, Giovanni Loria, Piergiuseppe Mariconda, Rachele Montoro, Luciana Palumbo, Anna Pianura, Alberto Trezza. Ne viene fuori una grande varietà di accenni e di suggerimenti, insieme con un senso di grande libertà espressiva e formale. Tuttavia, pure in mezzo a tante suggestioni, che risultano autonome e distanti dall’iconografia classica di Rimbaud di fine Ottocento e del primo Novecento, ad esempio da quella di Legrand, di Dignimont etc., si mantiene un filo rosso di continuità con due-tre immagini fondamentali del poeta, come quella di Jef Rosman, che ebbe la possibilità di fare un ritratto dal vivo del giovane Rimbaud costretto a letto da una pistolettata di Verlaine (1873), o come quella di Paterne Berrichon.

 




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